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lavoro pubblicato martedì 30 giugno 2009
ultima lettura venerdì 12 luglio 2019

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Guepiere di Andrea Saviano - capitolo I

di Galahad. Letto 1103 volte. Dallo scaffale Generico

Guepiere (cap. I) Abbia quindi inizio la commedia!Il tempo di parcheggiare l'auto e dirigermi verso il cantiere quando eccomi davanti alla vetrina ben...

Guepiere (cap. I)

Abbia quindi inizio la commedia!

Il tempo di parcheggiare l'auto e dirigermi verso il cantiere quando eccomi davanti alla vetrina bene/maledetta e, oltre il vetro, oltre i manichini, oltre il bancone: lei!

« Giammarco, non ti fermare. Tira dritto! » fu l'imperativo categorico che mi diedi.

Un attimo dopo, la stavo fissando tutto eccitato, conscio di quanto fossi ridicolo. Per quanto tentassi d'impormelo, ero incapace d'assumere un aspetto più dignitoso di quello di un cane affamato e scodinzolante di fronte ad un grosso e polposo osso.

Lei era dietro il bancone sorridente come sempre.

Nonostante la cosa andasse avanti da giorni, non credo che lei avesse mai preso atto di quel mio "bizzarro" comportamento.

L'avevo notata il giorno stesso in cui avevamo iniziato quel lavoro di ristrutturazione all'edificio che ospitava, tra le altre, anche la sua attività commerciale: un piccolo negozietto su due piani di biancheria maschile e di lingerie femminile.

Dapprima l'avevo adocchiata, poi attentamente osservata ed infine radiografata.

Ne conoscevo alla perfezione i gesti e le espressioni del volto.

Ripensandoci, non riuscivo a ricordare un solo giorno - fosse stato anche di nebbia o pioggia - in cui lei avesse avuto una faccia triste o anche solamente velata di malinconia. Non era una questione della piega della bocca, perché persino gli occhi di quella donna sorridevano!

A dire il vero, all'anulare della mano sinistra risaltava il bagliore (un po' opaco però) di una fede nuziale, ma io non ero mai riuscito né a vedere né tanto meno a intravedere questo fantomatico marito.

Tornando ai fatti, la quotidianità dei nostri incontri ci aveva condotto, giorno dopo giorno, dai freddi e asettici "buongiorno", ai meno formali "salve", sino alla consuetudine insita in un "ciao".

Un ciao che ultimamente aveva aperto la via a qualche informale "tutto bene?".

Comunque, la vera svolta era avvenuta solo un paio di settimane fa, quando il peccato era andato a trovare l'eremita dando il via ad una vera e propria tradizione.

Alle ore 10:00, lei aveva preso la pessima - per me - abitudine di fermarsi sotto l'impalcatura, picchiettare sui tubi innocenti per richiamare la mia attenzione e attendere il mio trafelato arrivo per scambiare quattro chiacchiere prima di andarsene al bar a prendersi un caffè.

Chissà perché, ma le donne amano particolarmente la compagnia degli adulatori.

A onor del vero, la settimana scorsa è capitato l'irreparabile. No, non ho avuto il coraggio di fare io delle avance, c'è che lei m'ha invitato ad andarcene insieme a prendere un caffè.

Ora, la tazza con il caffè al suo interno è chiaramente un simbolo sessuale femminile. Fatta eccezione per le zitelle e le racchie, che acide come sono lo bevono amaro, le donne vere bevono il caffè mettendoci qualcosa dentro... per poi mescolare il tutto con il cucchiaino che è chiaramente un simbolo fallico!

Insomma, se una donna invita un uomo a prendere un caffè, in realtà ha proposto ben altro.

Pertanto, a raccontarla proprio tutta, da qualche giorno anche quando lei decideva di concedersi una semplice pausa picchiettava sull'impalcatura. Quello in codice era il messaggio che lei desiderava avere un po' di compagnia al bar, perché - come tutti sanno - il caffè deve essere bevuto: da sedente, bollente, per niente ma possibilmente in buona compagnia.

Solo che da qualche giorno lei preferiva ad una compagnia generica - chiunque - una compagnia specifica - qualcuno.

Insomma, nel giro di una settimana la mia giornata di lavoro s'era riempita di così tanti happy-hour che potevo tranquillamente parlare più sinteticamente di un happy-day.

Qualcuno dalla buona memoria a questo punto si starà ancora chiedendo cosa stessi facendo impalato davanti a quella vetrina, invece di essere al lavoro.

Ecco, ero prima salito e poi sceso dall'impalcatura per ispezionare lo stato d'avanzamento dei lavori.

Che cosa c'entra tutto questo con il soffermarsi a squadrare da capo ai piedi la negoziante?

Orbene, quello era il gesto con cui iniziavo e concludevo abitualmente ogni mia giornata di lavoro!

Fermarmi davanti a quella vetrina ad osservarla, era come timbrare il cartellino. Ecco perché questo era diventato il gesto con cui iniziavo e ultimavo ogni mia giornata di "lavoro".

Lì la routine quotidiana si spegneva e s'accendeva un fantastico mondo fatto di sogno. Un universo parallelo in cui io, marito fedele, diventavo il più trasgressivo tra gli adulteri.

Un peccatuccio veniale che consisteva nel nutrire la mia affamata fantasia. Lì lo spirito e solo a casa il corpo.

Lasciando da parte il passato e venendo al presente, stavo per tornare al focolare domestico. Impegni urgenti e improrogabili!

Fin qui nulla di diverso dal solito, cioè dal passato, sennonché quella sera, probabilmente, avrei messo in atto il mio folle progetto.

In un modo o nell'altro mi sarei dimostrato il più fedele tra i mariti, anche se mi sarei sentito definire da mia moglie in vari modi, da A "allupato" a Z "zoticone" passando per tutto l'alfabeto.

Ebbe sì, era mia intenzione confidarle la "pazza idea" che lentamente era maturata dentro di me in tutti quei giorni.

Rimasi lontano fino a sera da quel luogo di tentazione, preferendo una lunga passeggiata nel parco cittadino. Poi, ricolmo d'ansia, montai sul furgone.

S'accese con difficoltà, quasi mi suggerisse che per questa sera sarebbe stato meglio non rincasare o perlomeno soprasedere su certe strane idee, ma alla fine il motore s'avviò.

« Alea jacta est! » dissi a gran voce nell'abitacolo.

Lungo tutto il tragitto non feci altro che grattarmi la testa, quasi la previsione di cosa sarebbe accaduto una volta rivelate a mia moglie le mie intenzioni mi pizzicasse il cuoio capelluto peggio di mille pulci.

Provai a riflettere convincendomi dei due punti chiave della mia decisione:

  • punto primo, mia moglie è sufficientemente aperta di vedute, come si suole dire siamo amici e complici;
  • punto secondo, nella nostra intimità siamo una coppia moderna.

Quindi passai all'argomento critico:

  • punto interrogativo, lei è sempre stata molto gelosa e possessiva nei miei confronti, ma anch'io nei suoi d'altronde.

Mi feci coraggio pensando che, dopotutto, le avrei semplicemente presentato il mio bizzarro capriccio come una semplice fantasia.

No, avrei introdotto l'argomento in termini generici. magari verificando nel suo sguardo se ci fosse o meno uno spiraglio per poter trasformare quell'insano desiderio in un qualcosa di più concreto.

Giunsi infine alla conclusione che premeditando le cose, queste vengono meglio che improvvisandole!

Avrei voluto soffermarmi un po' di più su queste congetture, ma ero già smontato dalla macchia e, passo dopo passo, ero giunto davanti a casa mia. La mano aveva afferrato per abitudine le chiavi, ne aveva inserita una nella serratura e l'aveva fatta girare.

Sarebbe bastato restare immobili a riflettere un altro pochino, invece la porta ora se ne stava spalancata davanti a me e, oltre quella soglia, l'incognito.

Perché non ero stato razionale? Dov'ero in realtà? Poco importa che la mia mente fosse altrove, il mio corpo era là, quindi avanzai.

Entrai a casa e, posando il giubbotto all'attaccapanni, mi soffermai un attimo davanti allo specchio posto nell'ingresso rimanendo a fissarmi perplesso.

« Ma che razza d'uomo sono!? » mi domandai, « accidenti, sembro uno dei miei figli! »

Avevo la stessa espressione che spesso ravvisavo in loro, quando avevano combinato (o stavano per combinare) una marachella. Soprattutto quando erano pienamente consapevoli delle conseguenze e della probabile, quanto logica, punizione.

Poi dicono mater semper certa est, pater numquam!

Tirai un lungo sospiro, facendomi coraggio, quindi proseguii la mia via-crucis verso la cucina sperando inutilmente che il tragitto fosse lungo, anzi interminabile.

Non appena fui sulla soglia, mi ritrovai ad evitare d'incrociare lo sguardo di mia moglie.

Pur non avendolo colto, lo avvertii come insolitamente "severo" e indagatore.

Provai a verificare la cosa, ma non riuscii a sostenerlo nemmeno per un secondo. Abbassai i miei occhi prima in direzione del pavimento, alla ricerca di qualche briciola, ma non ve ne trovai. Poi li alzai verso un imprecisato luogo di quella stanza, dove potesse celarsi una ragnatela.

Insomma cercavo una doppia opportunità: non incrociare lo sguardo della mia legittima consorte e iniziare un discorso partendo da qualcosa di banale.

Poiché nemmeno di ragnatele c'era traccia, feci finta d'essere alla ricerca di qualcosa che plausibilmente potesse trovarsi in quella stanza.

« Giammarco, si può sapere cos'hai? » mi sentii chiedere, « se ti serve qualcosa, basta chiedere? »

Santo cielo! O per Margherita ero un libro aperto o, molto più probabilmente, durante l'attraversamento del corridoio non avevo lasciato attaccata allo specchio quell'espressione da "bimbo che ha rubato la marmellata".

Dovevo inventarmi al più presto qualcosa del tipo: negare sempre, negare tutto.

Visto che davanti a me avevo Miss Marple, per crearmi l'alibi perfetto, tentai d'essere evasivo. « Oh, niente, Margherita, te ne parlo dopo. Adesso non credo sia il momento giusto. »

Lei mi fissò dolce, ma al tempo stesso perplessa, come qualcuno che ti vuole bene e si stia chiedendo: "santo cielo, in che casini si sarà mai messo?".

Probabilmente avevo scelto un tono un po' troppo serio e preoccupato per quel tipo di risposta, trasmettendo l'impressione - errata - che si trattasse di qualcosa di realmente importante, magari relativo al lavoro o, peggio, ai figli. Così tentai di rimediare al guaio fatto e dissi: « Dai, cara, non avere quell'espressione preoccupata. Non si tratta di nulla d'importante. Una cosa che m'era passata per la testa oggi, al lavoro, ma adesso mangiamo, non possiamo far tardare i bambini! »

Qual'è la madre che alla parola: figli, non mette tutto in secondo piano, anche il proprio marito?

Con quest'arrocco avevo, per il momento, evitato lo scacco matto.

La cena fu consumata fin troppo in fretta per quelli che erano i miei desideri di dilatare il tempo.

Nessuna preoccupazione da bravo giocatore di poker, avevo degli altri assi nelle mie maniche.

Di solito preparavo io il più piccolo per la notte. Quella sera c'impiegai più del previsto, il che si rivelò un punto a mio favore, perché ebbi tutto il tempo per riflettere sulla reale consistenza delle mie intenzioni.

« Adesso, che cosa mai vorresti fare? » mi domandai mantenendo un tono di voce sommesso per non svegliare mio figlio che finalmente s'era addormentato.

Per l'appunto, quali erano le mie reali intenzioni?

Perché io parlo, discuto e m'infervoro, ma solo adesso m'accorgo che ho dato troppe cose per scontate.

Tutto annunciato e pianificato, come se si trattasse di uno di quei romanzi beceri dalla trama prevedibile?

Quelli che sembrano l'ennesima copia di un racconto già letto, quasi l'autore non avesse fatto altro che utilizzare un ciclostile per scriverlo?

Credo sia meglio per tutti se riprendo il bandolo della matassa dal suo inizio, quindi mettetevi comodi.



Commenti

pubblicato il 30/06/2009 12.31.57
Valkiria33, ha scritto: Scorrevole e molto piacevole...a quando il prossimo episodio? Io purtroppo non ho pazienza.ufffff!!! Complimenti cmq!!

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