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lavoro pubblicato giovedì 25 giugno 2009
ultima lettura domenica 26 gennaio 2020

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Storia di un paio di scarpette rosse

di antoniogaeta. Letto 3228 volte. Dallo scaffale Fiabe

Infine, venne il giorno del congedo ed Antonio, dimesso dall'ospedale, avrebbe voluto prendere in affitto un appartamentino lì vicino, per poter continuare ad intrattenersi con Otto. Questi, tuttavia, gli disse che sarebbe stata una sciocchezza ...

Infine, venne il giorno del congedo ed Antonio, dimesso dall'ospedale, avrebbe voluto prendere in affitto un appartamentino lì vicino, per poter continuare ad intrattenersi con Otto. Questi, tuttavia, gli disse che sarebbe stata una sciocchezza e che "fermare il tempo" non aveva mai avuto senso per un uomo. ^Panta rei !^ gli disse, rammentandogli i famosi versi del poeta latino Ovidio, il più amato da Antonio.

Poiché comprese i sentimenti dell'altro, in quanto erano anche i suoi, Otto volle raccontargli un' ultima storia, affinché potesse aiutarlo a superare il distacco.

"Fai finta di essere una ragazza gli disse !" Antonio lo guardò con stupore e sorridendo allo stesso tempo, per capire se lo stesse prendendo in giro oppure mirasse a qualcosa di non ancora chiaro.

"Devi immedesimarti nel personaggio" di rimando Otto: "Te lo chiedo, perché soltanto così questa che ti sto per raccontare sarà una storia di piena efficacia !" Antonio accettò, per l'affetto che portava nei confronti del vecchio, dal quale stava per congedarsi, e fece uno sforzo di concentrazione, non potendo tuttavia evitare di ridere, perché pensava allo stesso tempo che anche questa gli doveva capitare di vivere. Appena credette di essere pronto, pur continuando a ridere, Otto iniziò il suo racconto.

"Sai molto bene - egli esordì - quanto siano importanti i piedi, per noi esseri umani. Da quando il primate pitecantropus australopiteco, nostro progenitore, assunse la posizione eretta, l'umanità ha percorso a piedi miliardi di miliardi di kilometri e soltanto in epoche relativamente molto recenti ha avuto bisogno delle scarpe" Antonio lo interruppe immediatamente: "Guarda che questa delle scarpe è storia vecchia. Io, prima di venire qui le ho seppellite tutte le mie scarpe !". "Scc...buono" Otto di rimando "Me lo hai già detto. Questa che sto per raccontarti è una storia di scarpette di fanciulla ! Sei una fanciulla tu ?" Antonio: "Veramente. . .". Otto: "Si, si ! Scherzavo. Continua a concentrarti sull'essere una ragazza !" Antonio comprese che Otto stesse facendo tutta quella messa in scena, soprattutto per sdrammatizzare il momento così triste per entrambi e, quindi, non commentò oltre, lasciando che proseguisse il suo prologo.

Otto: "Dunque ! Come dicevamo, se perdessimo i nostri piedi, sarebbe come essere quasi già morti. Sappiamo benissimo che non si muore (se non per incidente mortale) in un lasso temporale breve ! Tuttavia si muore un po' alla volta ! Se perdiamo i piedi, ad esempio, siamo già per il 50% nella fossa !"

Antonio non poté fare a meno di provare una forte commozione all'idea che chi stesse dicendo queste parole fosse un uomo paralizzato nell'uso persino delle gambe: figuriamoci dei piedi. Né per rianimare la situazione poté dire che ‘le nuove tecnologie' fossero riuscite a rimettere i piedi anche a coloro che per svariati motivi li avessero persi. Nel caso di Otto, infatti, la tecnologia non poteva assolutamente nulla e, poi, ‘le nuove tecnologie' funzionano molto più facilmente per i ricchi.

Otto, compagno di stanza di ospedale di Antonio, era un asiatico. Egli ben presto era divenuto il narratore occasionale di molte storie: tutte significative. Ad esempio quella delle scarpette rosse. Otto, prima di raccontarla, fece una 2' premessa: "La storia delle ‘scarpette rosse' ci insegna in che stato possiamo ridurci, se non interveniamo in tempo su certe deviazioni della nostra mente. Si tratta, infatti, di una storia che racconta dell'amore smodato da parte di una ragazza per delle scarpette di color rosso, al punto da pregiudicare la propria stessa esistenza di donna adulta !"

Nella storia le ‘scarpette rosse' costituiscono il simbolo della vanità nella civiltà patriarcale. Con vanità sappiamo che s'intende tutto ciò che è di posticcio rispetto alla nostra vita naturale. Si tratta di tutti i pensieri ed i desideri, che hanno per oggetto cose non rispondenti a canoni e regole dettati dalle leggi naturali: soltanto da mode, miti, ed ideologie, che fanno leva sull'immaginario collettivo ed individuale ! Sappiamo che questo accade per poter stabilire un controllo sociale e, quindi, una gerarchia di potere. La donna, ad esempio, nei millenni della civiltà patriarcale ancora attuale, ha sempre subito il potere maschile, grazie anche al fatto che si è lasciata abbindolare dalla vanità, credendo che questa potesse supplire alla forza fisica ed all'arroganza tipicamente maschili.

Ma troppo spesso le armi della seduzione sono sempre e solo servite come espedienti, senza alcuna strategia vincente. L'uomo delle culture non occidentali, infatti, è riuscito a dominare la donna generalmente con la forza fisica, mentre l'uomo occidentale più di recente anche con la forza della seduzione narcisistica. Egli é riuscito a far credere alla donna di poter essere pari al maschio. Ma questo è soltanto un inganno, con cui abitualmente l'uomo della civiltà patriarcale ottiene ciò che desidera: dal cavallo di Troia in poi. Le stesse scarpette rosse si rivoltano contro la vera femminilità, in quanto strumento e stratagemma per ottenere soltanto potere e prestigio sociale. La storia delle "scarpette rosse", in questo senso, è una tipica storia di irrazionalità femminile ai tempi della civiltà patriarcale.

Una bambina che era stata educata dai genitori a percorrere kilometri e kilometri scalza, trovò un paio di scarpette rosse, le quali da quel giorno nel suo immaginario assumono un significato tutto particolare: una sorta di viatico per l'emancipazione dalla propria miseria, essendo figlia adottiva di gente molto povera, che viveva soltanto dei frutti naturali del sottobosco.

Un giorno passò nei pressi, dove essa era solita procurarsi il cibo, una signora di rango sociale elevato. La bambina, immediatamente indossò il paio di scarpette rosse e fermò la carrozza, raccontando alla gentildonna di essere stata smarrita dai genitori e pregandola di portarla con sé. La gentildonna, ingannata dalle scarpette rosse, crede alla versione della bambina e la porta presso la propria lussuosa abitazione. Qui la bambina cresce in un ambiente non suo, ma sempre desiderato, e beneficia di un'istruzione e di un'educazione tipicamente alto-borghese, non volendo tuttavia rinunziare all'uso delle scarpette rosse, cui essa attribuisce poteri di riscatto sociale, essendo essa in realtà di estrazione molto umile, senza genitori ed affidata ad una coppia di contadini che la facevano lavorare tutto il tempo di ogni giorno della settimana.

Dopo un cero periodo di convivenza, la gentildonna si accorse della morbosità con cui la bambina era fortemente attaccata a quelle scarpette. Poiché giudico negativo per la sua educazione, assecondarla in questa forma di feticismo, la gentildonna giunse persino all'incenerimento, pur di non vedergliele più indosso e pur di toglierle dalla testa la convinzione che quelle scarpette avessero il potere che la bambina attribuiva loro.

Trascorsero degli anni ed un giorno la gentildonna si ammalò gravemente. La bambina, ormai ragazza, non aveva mai smesso di pensare a delle nuove ‘scarpette rosse', che era riuscita ad acquistare all'insaputa della gentildonna e che aveva dovuto sempre nascondere, per timore che fossero incenerite anch'esse. Appena potè, le indossò e non le tolse più dai suoi piedi, iniziando a danzare sempre più spesso, convinta com'era che le scarpette l'avrebbero portata da sole da un signor fidanzato di nobile stirpe e le avrebbero procurato un matrimonio altolocato, con i fiocchi e controfiocchi.

Durante la malattia della gentildonna la ragazza tanto danzò, che un giorno le scarpette rosse cominciarono a danzare da sole.

La gentildonna morì e la ragazza non potè neppure partecipare alla cerimonia funebre, perché le scarpette la portavano a danzare di qua e di là, senza sosta. La ragazza disperata riuscì a recarsi presso un macellaio, non molto distante. Essa lo scongiurò di toglierle in qualche modo quelle scarpe, le quali da sogno meraviglioso di una vita erano diventate improvvisamente un incubo. Il macellaio tagliò i lacci, ma le scarpe non ne vollero sapere di separarsi dai piedi; tagliò il cuoio lateralmente. Tuttavia, inutilmente. Le scarpe avevano deciso d'impossessarsi dei piedi della povera ragazza. Sembravano voler dire: "ci hai desiderato tanto, per tanti anni, ed ora non ti libererai più di noi !"

Ed è proprio questa la sorte riservata a chi rinunzia alle proprie origini ed alla propria originalità, per indossare abiti e costumi di vita che non gli sono propri." Asserì con cipiglio Otto. "La frenesia della vanità, come mezzo di seduzione, a sua volta strumento cardine di scalata sociale, conquista e devasta a tal punto le vostre menti, dal farvi perdere la capacità di controllo di voi stessi. Non siete più voi: è un meccanismo infernale a guidare le vostre esistenze ! Purtroppo, voi occidentali, questo ‘meccanismo infernale' lo avete elevato al rango di feticcio, capace di animare tutta la vostra smisurata tribù e gli avete messo il nome di ‘civiltà dell'immagine'. Come la ragazza della fiaba usa le ‘scarpette rosse', prima per sedurre la gentildonna e poi nel tentativo di incontrare un ‘principe', anche voi usate mimetizzarvi, per incantare i vostri simili, nel tentativo di dissimulare ciò che realmente siete.

Tu, ad esempio, rivolto ad Antonio, prima eri un esploratore di nuovi mondi, un uomo tutt'uno con Madre Natura e ti sei ridotto a stare rintanato in questo lugubre e lurido ospedale di provincia ! Hai assunto lo squallido e macabro aspetto dell'intellettuale underground ? I tuoi piedi si vergognano di te !" "Leggi e scrivi. Scrivi e leggi. Quindi farnetichi filosofia, mentre la vita tutt'intorno a te brulica, muore e rinasce, senza che tu abbia dato il tuo contributo di essere vivente ! Come fai ancora a definirti uomo ? Come tale, appartenente al mondo dei vivaci e non degli scrivani: né morti né vivi (non ancora morti, ma non più vivi), come ad esempio gli ospedalizzati !?

"E poi, falla finita con le tristi storie di amori non riusciti ! Gli amori con le donne che indossano le ‘scarpette rosse' non riusciranno mai ! Tu hai bisogno di donne che non hanno in alcuna considerazione la civiltà dell'immagine. Vai in Indonesia, in Congo, in Bolivia, ma non restare a lamentarti nel tuo Occidente, dove le donne aspirano tutte in qualche modo ad indossare le ‘scarpette rosse'. Otto cercò di interromperlo Antonio nel tentativo di scuoterlo: l'economia occidentale è giunta ormai ovunque nel mondo. Bisogna che tu ti aggiorni ! Otto: "Sai qual' è la tua contraddizione principale in fatto di donne ?" Antonio: "Ti prego di dimmela tu !" Otto: "Quella che ti innamori di donne con un vissuto naturale alle loro spalle. Tuttavia, quando le miri e le rimiri è perché hanno indossato le ‘scarpette rosse' e, mentre tu fai leva sul loro vissuto naturale, le ‘scarpette rosse' le stanno già facendo volare altrove !"

Antonio non poté fare a meno di sorridere amaramente. Otto, con cipiglio sempre più grintoso nei confronti dell'amico Antonio: "Sai come termina la storia delle scarpette rosse ?" Antonio: "Non saprei". Otto: "Finisce che la ragazza (cioè tu, che per voler mio ti sei immedesimato in essa) convince il macellaio a tagliarle i piedi ! Vuoi fare la stessa fine ? "



Commenti

pubblicato il 25/06/2009 22.37.53
antoniogaeta, ha scritto: Il racconto si commenta da sé

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