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lavoro pubblicato giovedì 18 giugno 2009
ultima lettura martedì 6 agosto 2019

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Il Signore di Zhorst

di Zenith. Letto 1084 volte. Dallo scaffale Fantasia

Episodio I°Personaggi e luoghi Uno strano bagliore nella notte infuocò il cielo scuro che copriva l'intera zona montagnosa attorno al paese...

Episodio I°

Personaggi e luoghi

Uno strano bagliore nella notte infuocò il cielo scuro che copriva l'intera zona montagnosa attorno al paese di Zhorst. Molti credettero che si stesse avvicinando un grosso temporale, poiché enorme fu il boato che susseguì l'intensa luce, proprio al centro della foresta secolare.

In effetti, quella era la stagione propizia delle piogge che, in quel periodo, si abbattevano con insistenza sull'intera regione per tre lunghi mesi all'anno. La popolazione del luogo, più che altro pastori e contadini, viveva di quel che essi riuscivano a produrre con il loro lavoro; i prodotti venivano venduti o dati come merce di scambio con le vicine popolazioni della regione.

Era una festa l'andare nella più vicina contea, quella di Ghior, a due giorni di cammino lungo il sentiero tracciato nella foresta dal passaggio di molta gente. La contea di Ghior si trovava alle pendici di uno di quei monti che dominavano la regione di Larem; Ghior, la città omonima, sorgeva su di una collina e da essa si controllava l'intera vallata, con la possibilità d'intravedere chi entrava e chi usciva da quel sentiero nella foresta.Possenti mura cingevano l'abitato, enormi torri stavano a guardia degli abitanti, per lo più artigiani; una vasta corte era quella del Signore del luogo che i più vecchi raccontavano di aver trovato lì, al momento della loro nascita. Ciò, naturalmente, era inteso dai più giovani come un'antica leggenda: al pari di tante altre, create per trascorrere le serate di maltempo attorno ai fuochi delle case; ma fatto è che nessuno si ricordava da quanto tempo e da dove provenisse il Signore di Ghior che tutti conoscevano con il nome di " Erdes " .

Il suo palazzo era il più alto della città ed era sorvegliato giorno e notte da fidati cavalieri dalle armature lucenti. Attorno ad Erdes erano state create molte leggende, tra le quali ve ne era una che raccontava come fosse arrivato in quel luogo, dove prima non c'era altro che foresta. Secondo questa leggenda egli era sceso dal cielo sotto forma di nuvola e in una sola notte aveva edificato quella città con l'aiuto dei suoi guerrieri.

L'alba cominciò a colorire le case di Zhorst preannunciando una giornata di cielo sereno a chi già si avviava al suo lavoro nei campi. Tra questi, il giovane Josem, di ferrea costituzione ma di carattere mite, che si adattava a qualsiasi lavoro pur di racimolare una piccola fortuna. Gli sarebbe servita per tramutare in realtà ciò che fino a quel momento non era altro che un sogno: quello di andare a vivere a Ghior, di poter avviare un' attività di commercio, con una propria bottega e magari, andando bene gli affari, con un garzone che l'aiutasse in sua assenza. Una volta fatto questo, poi sarebbe stato da riflettere se fosse giunto il momento di prendere moglie, una giovane del luogo, possibilmente appartenente a una famiglia che fosse vicina alla corte di Erdes, così da poter finalmente conoscere il Signore di Ghior.

Questi pensieri erano spesso presenti nella mente di Josem e gli facevano compagnia nei momenti di solitudine, poiché egli viveva da solo, essendo rimasto orfano di entrambi i genitori quando aveva appena dodici anni. Ma proprio per il suo carattere mite e per la sua naturale educazione era molto ben voluto dagli abitanti di Zhorst: per alcuni era come se fosse il proprio figlio.

Appena fuori dal paese, vi era una vecchia abitazione nella quale viveva un uomo di sagge doti; le persone lo prendevano un po' in giro, poiché dicevano che era soltanto un vecchio rincitrullito. Era qui che Josem veniva spesso: da lui aveva imparato a leggere e a scrivere, passando intere sere chino sui libri che il vecchio teneva molto disordinatamente sparsi per terra, un po' ovunque. Così era anche per i manoscritti che egli aveva raccolto durante anni di ritiro, prima che qualcuno andasse ad abitare in quel luogo che fu poi il paese di Zhorst.

Quel giorno Josem, dovendo andare nella foresta a far legna da ardere, montò sulla propria carretta trainata da uno stanco baio e si avviò per la sua strada, salutando chi nel frattempo incontrava per la via che conduceva ai campi.

Le giornate sembravano tutte eguali a quella gente semplice, tranne quando ci si doveva recare al mercato di Ghior, dove convergeva molta gente di altri luoghi. Gente che portava le proprie merci, le loro credenze, i loro usi e che, una volta giunta lì, sapeva di dover sottostare alle precise leggi di Erdes, il Signore di Ghior. Questi aveva favorito lo sviluppo di quel fiorente commercio e le ricchezze che esso produceva erano ormai ben note all'intera regione. In passato orde di guerrieri avevano tentato di assalire la città, ma invano: Erdes e i suoi lucenti cavalieri avevano respinto ogni attacco, conquistandosi la fama di invincibili ed inavvicinabili. Chi ci aveva provato, ne aveva ricevuto sicura morte.

Per questo, gli abitanti di Ghior e chi decideva di farne parte, avevano per il loro Signore un grande rispetto e un' immensa fede, come quella che si poteva avere per un Dio in terra.

Il Sole era giunto al tramonto, la gente di Zhorst era prossima al rientro nelle proprie case dopo una giornata di duro lavoro; greggi di pecore accudite dai cani che rincorrevano chi usciva fuori dal gruppo, camminavano avanti ai loro padroni che le sollecitavano al passo coi loro fischi.

Una carretta procedeva da lontano con un andamento lento, disinteressato. Qualcuno fece caso a questo e, man mano che essa si avvicinava al paese, fu chiaro che a guidare quel cavallo non vi era nessuno. Chi aveva assistito a quella scena si era avviato all'incontro di quel mezzo senza guida, magari pensando che Josem vi fosse sopra, in mezzo alla legna, colto da un improvviso malore. Cosa che non fu: di Josem non vi era alcuna traccia. Il cavallo aveva fatto ritorno solo perché conosceva, per abitudine, la strada che conduceva al paese.

Ci fu subito chi pensò di organizzare un gruppo di ricerca, munito di torce per farsi luce durante il cammino; cosicché molti partirono alla ricerca di Josem.

Passarono parecchie ore da che essi erano andati e la gente rimasta in paese aspettava il rientro di quegli uomini nella speranza che tutto si potesse risolvere con esito favorevole.

A notte inoltrata si videro delle luci di fiaccole avvicinarsi, e quando il gruppo fu lì, le speranze svanirono poiché non erano riusciti a trovare Josem e neppure alcuna traccia che potesse far presupporre che fine avesse fatto quel giovane ragazzo. Tutti andarono a dormire oppressi da un grande sconforto, ma con la speranza di riprendere le ricerche l'indomani, alle prime luci del giorno.

Era trascorso parecchio tempo da quando Josem era scomparso nel nulla: diversi erano stati i tentativi di ritrovarlo, ma tutti senza esito. Era parere di molti che il ragazzo fosse stato assalito e divorato da qualche grossa bestia selvaggia della foresta.

La cosa strana fu che, da quel giorno, cominciarono a moltiplicarsi le sparizioni misteriose di altre persone, abitanti di Zhorst, provocando in tutti un timore crescente di addentrarsi nel cuore della foresta. Questo non solo creò problemi agli abitanti del paese, ma ebbe ripercussioni anche a Ghior poiché molti prodotti, provenienti esclusivamente da Zhorst, vennero pian piano a mancare in quel mercato. Il fatto non passò inosservato agli occhi di Erdes, anche perché quei pochi che si erano temerariamente avventurati per il sentiero nella foresta che univa le due località, avevano raccontato in giro ciò che era accaduto e che continuava a verificarsi dalle parti di Zhorst.

Quanto gli era stato riferito, chissà perché, fece un certo effetto su di Erdes. Lontani ricordi affollarono la sua mente di immagini che non potevano trovare una collocazione propria in quel tempo: visioni di volti conosciuti, suoni e voci che sembrarono riempire per un certo momento la stanza nella quale egli si trovava. Una strana sensazione lo assalì, facendolo cadere in un profondo stato di riflessione.

A dire il vero, anche la stanza nella quale egli si trovava non aveva proprio niente in comune con il suo tempo: degli strani oggetti facevano bella mostra di sé e le stesse pareti erano in totale disaccordo con la struttura esterna del palazzo. In sostanza l'interno di quel luogo, dal punto di vista architettonico e strutturale, non aveva niente a che fare con il resto dell'edificio.

Due realtà differenti, due luoghi vicini ma diversi erano, in un certo qual modo, turbati da qualcosa che avrebbe sconvolto in futuro gli equilibri esistenti fino a quei giorni.

A Zhorst, qualcuno si ricordò delle parole che il vecchio eremita aveva pronunziato durante le sue rare apparizioni in pubblico e che, naturalmente, avevano provocato reazioni derisorie nei suoi confronti, con occasionali sberleffi da parte di qualche irriguardoso. Le parole del vecchio alludevano ad un futuro sconvolgimento dell'esistenza di quei luoghi e ad un profondo cambiamento nel cuore degli uomini di quella regione di Larem.

Timidamente, di nascosto, ci fu chi sentì il bisogno di andare a consultare quel vecchio che abitava alle porte del paese in merito a ciò che stava accadendo, chiedendo se questo avesse a che fare con le sue profezie: "Se avrai occhi per vedere, tu conoscerai ciò che inevitabilmente dovrà accadere". Questa fu la sola risposta che il vecchio saggio proferì a quell'uomo e questi, più incerto di prima, andò via.

Episodio II

Il ritorno di Josem

La figura di un uomo silenziosamente apparve alle soglie del paese di Zhorst: il suo aspetto - malgrado una barbetta chiara, sul biondiccio, come il colore dei suoi capelli che scendevano lisci sulle spalle - era di un uomo ancora giovane, sui quarant'anni, ma che dava l'impressione di averne parecchi di meno; una lunga tunica era il suo semplice abito, il suo passo era così leggero che sembrava quasi camminare senza poggiare i piedi a terra. La sua figura, forse perché colpita dai raggi del Sole, rifletteva attorno un alone dorato. Egli si fermò per un istante a guardare dalla finestra di una vecchia casa un altrettanto vecchio uomo che vi era dentro, disteso su di un pagliericcio: sembrava che dormisse, il suo viso sereno dava l'impressione di un leggero sorriso di pace e di soddisfazione, la soddisfazione di aver vissuto la propria vita nel modo più giusto e di aver meritato, finalmente, quel riposo eterno.

Quell'apparizione fu quasi subito notata dalla gente del paese, molti sostarono sull'uscio di casa, altri stettero in mezzo alla via per vedere meglio quell'uomo che oramai era giunto nei loro pressi. Una sensazione di familiarità con lui passò per le menti di quella gente, ma nessuno osò esprimersi per paura di sbagliare. " E' trascorso così tanto tempo che non mi riconoscete più? " chiese egli, rivolgendosi ai più vicini con un benevolo sorriso. La gioia e la sorpresa sembravano togliere il respiro a chi non aveva più alcun dubbio sull'identità di chi tra poco non sarebbe stato più considerato uno straniero. Il suo nome echeggiava tra la gente di Zhorst: JOSEM era il nome di quell'uomo, stretto da un collettivo abbraccio festoso. La gioia di aver ritrovato il primo di tutti quei dispersi, ben presto cancellò lo stupore di quella improvvisa apparizione.

Era logico che la gente cominciasse a porgli domande intorno alla sua lunga assenza. " Non dubitate, presto saprete quel che è da sapere " rispose con tono rassicurante Josem. " Prima - continuò - dobbiamo pensare a chi veramente non è più tra noi, poiché egli ora è! ". Dicendo questo, volse lo sguardo verso quella vecchia casa appena fuori dal paese.

Le spoglie del vecchio saggio furono composte dentro una piccola caverna situata vicino alla foresta, il cui ingresso venne chiuso con terra e pietre, così che nessuno potesse disturbare quel sonno eterno.

Appena si fece buio, approfittando della calda serata estiva, gli abitanti di Zhorst ( su suggerimento di Josem ) si ritrovarono attorno ad un fuoco all'aperto: allestito per l'occasione, a festeggiare il suo ritorno e poter così ascoltare quanto egli aveva da raccontare.

Così come era usanza tra quella gente, nelle grandi occasioni, anche quella sera fu spartito quel che di meglio vi era come cibo e bevande, tutto preparato secondo tradizione. Il tempo passò presto e, al termine del banchetto, giunse l'ora per Josem di iniziare il suo racconto.

Nel silenzio, rotto dallo scoppiettio della legna sul fuoco, egli cominciò dicendo: " Quella mattina di tanto tempo fa non avrei mai pensato che il mio destino dovesse rimanere legato qui, a voi e a questo luogo: i miei desideri volgevano altrove, a poter realizzare le mie ambizioni per un' esistenza migliore. Or quando mi accingevo a raccogliere legna nella foresta, una saetta colpì un albero, proprio accanto a dove io mi trovavo: in un istante mi ritrovai per terra, vidi l'albero prendere fuoco, ma non fui capace di muovermi. I miei abiti cominciarono anch'essi a bruciare, ma le mie carni non sentivano alcuna sofferenza. Steso così, incapace anche dei miei pensieri, vidi avvicinarsi un cavaliere dall'armatura lucente che soffiò una nube bianca sul mio corpo. Quindi mi prese in braccio, come si fa facilmente con un bambino, e mi portò con sè. Dopo aver fatto un breve cammino, come se fossimo scivolati sopra le foglie che stavano lì per terra, entrammo dentro una figura luminosa simile al Sole che nasce al mattino, quando si affaccia all'orizzonte.

Non mi è facile amici miei, potervi descrivere il sogno che ho vissuto dentro quella luce: i miei occhi sembrava che vedessero attraverso una nebbia accecante, con riflessi di tanti colori simili all'arcobaleno; una moltitudine di strane voci e di sconosciuti suoni riempivano lo spazio che mi circondava, ed io mi ritrovai disteso su di una soffice nuvola, con la faccia che guardava fuori, dove doveva esserci il cielo.

Rimasi lì non so per quanto. I miei occhi, nel frattempo, si erano abituati sempre più a quella luce e a quei colori. Un cavaliere senza elmo mi si avvicinò, vidi i suoi lunghi capelli biondi cadere da un lato delle sue spalle nel momento in cui si chinò per parlarmi. Mi guardò con occhi di colore simile al cielo quando è sereno e iniziò dicendomi: " Non temere, non ti accadrà nulla di male. Tu non mi conosci ma io so chi sei e da dove vieni! " Poi, scostandosi da me, proseguì: " Sei stato prescelto, tra tutta la tua gente, per essere di tramite tra me e la popolazione di Zhorst, alla quale rivolgo il mio interessamento e il mio amore. Io sono Elgorn, futuro Signore di Zhorst e dell'intera regione di Larem " E ancora: " Io sono qui affinché si compiano gli eventi per i quali era stato mandato Erdes, il Signore di Ghior, essendo il suo animo diventato sordo ai continui richiami del Padre suo e mio e avendo egli dato ascolto alla sua ingorda bramosia del potere " .

La notte scese su Zhorst e Josem si congedò da quella gente, rimasta sbalordita dalle sue parole, con la promessa che la sera successiva avrebbe continuato il suo racconto, perché vi erano altre cose importanti che essa doveva ancora conoscere. Dicendo questo, egli si avviò verso l'uscita del paese dove vi era l'abitazione del vecchio eremita. Fu proprio lì che Josem prese alloggio durante la sua permanenza in Zhorst.

Quella notte Josem fu preso da momenti di sconforto, dettati da una crisi di coscienza per aver dovuto mentire sulla parte iniziale del suo racconto.

Le immagini e i suoni di quel che doveva rimanere un segreto scorrevano nella sua mente. Il vecchio lo aveva istruito proprio bene in quegli anni di progressivi insegnamenti, fatti di particolari nozioni che non potevano essere destinate alla conoscenza delle masse, e Josem aveva, di conseguenza, acquisito una parte di saggezza trasmessagli dal suo maestro. Quest'ultimo, in effetti, era stato uno di quei cavalieri appartenenti a Erdes che, avendo constatato il progressivo allontanamento del suo Signore da quel che era in origine il compito per il quale essi erano lì, più volte aveva dissentito su quel comportamento: ciò gli era valso l'esilio al quale lo aveva destinato Erdes.

Josem era stato, dunque, ben preparato per il giorno in cui fu mandato dal vecchio nella foresta secolare ad adempiere il suo compito. Quando giunse vicino a quella forma di luce simile al Sole che nasce all'orizzonte, fu colpito da una lunga spada di fuoco appartenente al cavaliere lucente di guardia a quel luogo che, non sapendo chi egli fosse, lo aveva attaccato, ma non per ucciderlo. Quando Josem venne portato all'interno di quella luce, il Signore di Zhorst, chinandosi sul ragazzo, vide appeso al suo collo il medaglione donatogli dal vecchio alla fine della sua istruzione per quella missione. Da ciò Erdes capì chi era e per conto di chi veniva.

Questi erano i fatti che dovevano rimanere segreti; il resto era stata una cronaca fedele degli eventi così come si erano svolti.

Durante il giorno successivo nessuno osò avvicinarsi alla casa nella quale alloggiava Josem, anche se tutti attendevano con impazienza che si facesse sera. Quando finalmente la luce fece posto all'oscurità, intorno al fuoco si era già radunata la gente di Zhorst che, nell'attesa, rievocava il racconto della sera precedente.

Josem non tardò a venire e si sedette dove gli altri gli avevano lasciato il posto. " Ho riflettuto e ho concluso che fosse giusto farvi conoscere, questa sera, il destino di chi non ha fatto più ritorno a Zorst " : così iniziò la seconda parte del racconto di Josem. " Coloro che sono scomparsi stanno tutti bene, e nel dirvi questo non uso una parola a caso: intendo dire che stanno meglio di prima. Vi ricordate di Nesel, il contadino zoppo sin dalla nascita? Ora cammina bene. E di Dheera, la pastorella che soffriva di quel male oscuro che la prendeva di tanto in tanto e che le faceva uscire la bava bianca dalla bocca ? Ora, finalmente, è guarita. E di Jorgh, il fabbro che si accecò un occhio per lo scoppio di un carbone ardente? Il suo occhio è risanato. Se riflettete bene, tutti quelli che sono scomparsi avevano qualcosa di cui soffrivano: ora non soffrono più dei loro mali " .

A queste parole seguì un brusio generale e tutti si chiedevano come fosse potuto accadere ciò, quale magia fosse intervenuta per operare simili guarigioni. Quando infine ritornò la quiete, Josem continuò il suo racconto, cercando così di rispondere alle tante domande in merito. " Non una magia, ma un atto di amore ha fatto sì che tutto ciò sia potuto accadere: dove fino a ieri era il cuore della foresta, ora c'è la grande casa del Signore di Zhorst. Essi, i guariti, ora vivono in questo luogo: di loro libera scelta. Ora non corrono più il pericolo di essere vittime dei mali del nostro mondo e vivono in pace tra loro, lodando e ringraziando Elgorn e il Padre suo che l'ha mandato a noi. Egli vi invita tutti ad abitare nella sua grande casa, affinché siate il suo popolo prediletto ". Così concluse il racconto per quella sera, lasciando più stupiti di prima quelli che erano lì ad ascoltarlo.

La terza sera, Josem annunciò che l'indomani sarebbe andato via da Zhorst per ritornare dal suo Signore, il quale, gli aveva concesso quel tempo per far conoscere la sua parola e dichiarare la sua promessa a quella gente.

Josem, indicò la strada che eventualmente avrebbero dovuto seguire per giungere nel luogo dove aveva costruito dimora il Signore di Zhorst avvertendoli del fatto che, essi, non avrebbero dovuto percorrerla se non soltanto dopo essere stati profondamente convinti della loro fede nel Signore Elgorn .

Qualcuno espresse subito il desiderio di voler andare via, l'indomani, assieme a Josem; gli altri tornarono ognuno nelle proprie case, meditando su quella proposta inaspettata.

Quella notte il sonno di molta gente fu alquanto agitato, pieno dei ricordi di quelle ultime sere passate attorno al grande fuoco del concilio e di ciò che essi avevano appreso dalle parole di Josem.

Una delle profezie espresse dal vecchio saggio si stava per avverare: qualcosa stava cambiando nel cuore di quella gente.

Alle prime luci del giorno ci fu chi, dopo una notte trascorsa a pensare sul da farsi, prese la risoluzione di andare con Josem ma, una volta giunto nella casa dove lui aveva preso alloggio, non vi trovò più nessuno: nemmeno quelli che la sera prima avevano dichiarato la loro volontà. Questo bastò a farlo desistere dall'andare da solo per la strada che era stata indicata e che conduceva al Signore di Zhorst: in effetti non aveva maturato una fede degna di questo nome.

Episodio III°

La fortezza di Elgorn

A guardare quegli alberi dall'alto fusto, si aveva l'impressione di trovarsi davanti a dei giganti assopiti, prossimi da un momento all'altro al risveglio. Addentrandosi nella foresta secolare capitava a volte di ascoltare il verso di qualche animale selvatico, tipico suono conosciuto da chi frequentava quei luoghi, ma questa volta, quel suono, provocò un effetto di scuotimento: forse perchè quegli uomini che seguivano Josem erano assorti nei propri pensieri.

Il ricordo di quei racconti e il sapere dove stavano andando, crearono in loro un senso di inquietudine: più si addentravano nella foresta e più provavano una certa angoscia che affannava il loro respiro. Josem si avvide di questo: si fermò e, con un naturale gesto della mano indicò ai suoi compagni di sedersi per riposare. Poi con voce calma, parlò loro: " E' comprensibile che proviate un certo rimpianto per quello che avete lasciato dietro alle vostre spalle, ma se siete veramente convinti, come lo eravate nel momento in cui avete fatto la vostra scelta, questo dovrebbe alleviarvi il cammino e non farvi indugiare nel proseguire verso la meta ormai prossima. Il solo pensiero di quel che vi verrà offerto dal Signore di Zhorst vi dovrebbe rendere felici e non tristi ". Queste parole li stupirono: era come se egli avesse letto nei loro pensieri. Uno di essi, allora, parlò per tutti: " Hai ragione per quello che dici ed è anche vero che nessuno ci ha costretti a venire. Però una domanda ti rivolgo e ti prego di rispondermi sinceramente, come fino ad ora ci hai parlato " . Questo, in qualche modo, fece trasalire Josem per via di quel segreto che era in lui. L'uomo continuò dicendo: " Noi siamo grati a te e al tuo - anzi al nostro - Signore della immensa benignità che ci vuol dimostrare, ma se un giorno noi volessimo tornare alle nostre terre, alle nostre case, egli ci lascerebbe liberi di farlo? ".

A questa semplice ma importante domanda, Josem rispose unendo le sue parole ad un lieve sorriso che, messi assieme, diedero l'effetto di un senso di tranquillità. " Nel posto dove stiamo andando conoscerete che cosa vuol dire amare. Dove c'è amore vi è libertà: or dunque, un Signore d'amore può rendervi schiavi? "

Questo bastò loro per riprendere il cammino senza più indugi di sorta: le poche, concise parole di Josem furono sufficienti a rinnovare uno spirito di fede e di fiducia per il loro futuro.

Uno spettacolo stupendo si presentò ai loro occhi quando giunsero alla meta: una fortezza si ergeva maestosa in mezzo alla fitta vegetazione, un'alta torre si innalzava dall'interno di quella costruzione e alla sua sommità si vedeva distintamente una figura lucente simile al Sole che nasce all'orizzonte. Ai lati erano delle torri somiglianti a colonne portanti sulle cui sommità s'intravedevano degli oggetti, uno per torre, che davano l'impressione di grandi occhi immobili, pronti a spiare tutto intorno. Una sagoma scura, al centro della facciata principale della fortezza, doveva essere il suo ingresso. La cosa più suggestiva che saltava subito agli occhi era l'immensa ombra grigio-chiara, quasi trasparente, che copriva, come una bolla di sapone, l'intera costruzione.

Estasiati dalla visione di quello spettacolo, gli uomini quasi non si accorsero di aver oltrepassato quella enorme bolla che si rivelò soffice come una piuma, e si diressero verso quello che sembrava essere l'ingresso della fortezza e che, in effetti, si rivelò tale. Dal suo scuro fondo comparvero, ad un tratto, tutti quelli che da tempo erano scomparsi da Zhorst. Essi sembravano avere qualcosa di diverso da come ognuno se li ricordava. Un'aria festosa era nei loro volti, dovuta alla gioia di quell'incontro. Si, qualcosa era cambiato: i loro capelli erano tutti di color biondiccio, come il colore dei capelli di Josem. Josem! Anche lui, prima di sparire quella mattina, aveva i capelli di un altro colore: come mai? Se lo chiesero per un breve istante, il tempo giusto per non trovare una risposta adeguata; poi furono accompagnati dentro la fortezza da coloro che erano usciti al loro incontro per dare il benvenuto.

Una volta lì, rimasero ancora più stupiti ammirando l'enorme torre che si ergeva al centro della fortezza e alla cui base stavano di guardia alcuni cavalieri dall'armatura lucente. " Quella - disse Josem - è la dimora del nostro Signore Elgorn. Questi cavalieri ne hanno la custodia perché a nessuno è permesso di accedervi, tranne a me quando vengo chiamato al suo cospetto. Anzi, ve ne prego, non abbiate a dimenticarlo: potete andare ovunque, ma non cercate mai di varcare la soglia della sua porta ".

Essi videro pure delle costruzioni che dovevano essere le dimore degli abitanti della fortezza: erano diverse dalle semplici abitazioni di Zhorst, non erano dei manufatti tradizionali ma opere realizzate secondo un disegno sconosciuto.

Il colore di queste abitazioni era identico a quello delle mura della fortezza: grigio-chiaro e, quando il Sole era alto in cielo, rifletteva la sua luce.

Un'impressione che qualcuno ebbe fu che le mura della fortezza si fossero leggermente allontanate rispetto alla distanza in cui erano prima, ma il fenomeno non provocò alcuna reazione poiché, chi lo aveva notato, lo interpretò come un fatto soggettivo, dovuto alla propria stanchezza e all'emozione del momento.

Josem accompagnò ciascuno nelle abitazioni ad essi destinate che diventarono, così, le loro nuove case.

L'interno di ognuna, come anche l'esterno, era identico alle altre. Dal soffitto proveniva un chiarore che si diffondeva uniformemente per tutto il locale che si suddivideva in quattro ambienti diversi: ognuno con un incomprensibile arredamento proprio che formava un tutt'uno con l'ambiente.

Non passò molto tempo che si udì come uno squillo di tromba proveniente dall'esterno, sicché tutti si portarono fuori e videro Josem che li attendeva nel punto in cui il terreno cominciava a formare un riàlzo. Egli salì sopra quella piccola altura ed essi si raccolsero lì attorno per ascoltare quello che Josem stava iniziando a dire: " Amici miei, cari compagni di questa nuova vita! Elgorn, nostro Signore, è molto contento della vostra scelta e ha deciso di parlarvi, così avrete il privilegio di udirlo con le vostre orecchie e di conoscerne la voce: ascoltiamolo tutti ". Una voce, proveniente dall'alto della torre, riempì quel luogo con l'effetto di tutta la sua potenza e iniziò dicendo: " Mi rallegro che abbiate aperto i vostri cuori e la vostra mente ad un nuovo giorno, del quale resterà traccia nel tempo. Se il mio desiderio di avervi qui si è realizzato, quello stesso desiderio che era pure del Padre mio che mi ha inviato a voi, è segno che i tempi sono maturi perché l'uomo, di cui siete l'esempio, è pronto per migliorare la propria esistenza: come per il mondo intero nel quale vivete. Siate degni di essere presenti in questo momento, affinché quelli che verranno dopo di voi conoscano da bocche rette la storia della nascita della nuova vita dell'uomo.

Quelli che furono i primi abitanti della fortezza, già da tempo avevano acquisito da Josem una istruzione che permetteva loro di poter svolgere particolari lavori, necessari al sostentamento di quella nuova vita sociale.

Oltre alle abitazioni vi erano delle grandi case in ognuna delle quali si svolgeva una diversa attività: in una vi erano delle enormi vasche trasparenti piene d'acqua dove nuotavano diverse spècie di pesci. Qui avveniva la riproduzione di questi esseri, poi destinati agli usi alimentari. In un'altra grande casa vi erano altri tipi di contenitori, stretti e lunghi, che messi a breve distanza, quasi uno sull'altro, formavano un cilindro che girava in continuazione; anche in questi vi era dell'acqua, o almeno sembrava essere tale, nella quale galleggiavano delle tavolette bianche che, a toccarle, si sbriciolavano in tante piccole sfere. In esse vi erano sistemate delle piantine, il tutto veniva colpito da una luce rossastra proveniente dal soffitto. Alcune di queste piantine erano già allo stadio adulto e iniziavano a dare i propri frutti.

Questo nuovo tipo di coltivazione produceva succosi frutti rossi, legumi, ortaggi di vario tipo e quant'altro prima si coltivava sostanzialmente nella terra.

In un'altra ci si recava per riunirsi quando era ora di pranzo. Qui, tra un boccone e l'altro, si discuteva dei fatti del giorno, del risultato del proprio lavoro e di quello che si imparava di volta in volta quando Josem li riuniva per insegnare loro sempre nuove cose. Avevano imparato anche un particolare tipo di scrittura che consentiva loro di poter prendere appunti di quanto era necessario dover scrivere, così da lasciare diverse tracce di una nuova cultura destinata ad evolversi nel tempo.

In un'altra grande casa si tenevano svariati animali: galline, pecore, mucche, maiali. Questi stavano ognuno in un proprio ambiente, mantenuto in uno stato altamente tecnologico e igienico: non vi era alcun lezzo di animale. Addirittura, nei muri di questi ambienti, erano proiettate delle immagini di grandi campi verdi, di enormi distese di erba al sole. Tutto sembrava reale, ma non era affatto vero. Una musica soave riempiva quei locali: tutto ciò si diceva servisse per far sì che la produttività dell'allevamento desse risultati maggiori.

Praticamente si stava sviluppando un tipo di vita inconcepibile per quel tempo, ma che in quel luogo assumeva un aspetto proprio, una volta che si era abituati a coglierne il significato e il fine.

Tutto ciò veniva insegnato pian piano ai nuovi venuti; ad ogni nuovo abitante della fortezza veniva assegnato un anziano che gli facesse da istruttore per tutto il tempo che occorreva ad abituarsi e uniformarsi a quella nuova vita.

Uomini e donne diedero inizio alla fecondazione di quella che sarebbe stata la nuova progenie, la società futura.

I nuovi nati sarebbero vissuti direttamente in quella realtà e questo avrebbe facilitato il loro sviluppo, costituendo così la prima stirpe di una razza nuova. Questa razza era facilmente identificabile: erano tutti di statura alta e con i capelli biondi.

Episodio IV°

La guerra dei piccoli Soli

La vita nella fortezza era divenuta una solida realtà mentre quello che era al di fuori stava subendo una lenta e progressiva metamorfosi. La grande bolla si era espansa sempre più, assorbendo e sconvolgendo tutto ciò che essa incontrava nella sua lenta avanzata. L'altra profezia del vecchio saggio si stava avverando: quei luoghi stavano cambiando.

La vecchia Zhorst era quasi scomparsa, gran parte dei suoi abitanti si erano trasferiti nella fortezza che, ormai, era la nuova Zhorst. Man mano che la popolazione aumentava, le mura di quella che era stata una semplice fortezza avanzavano nel terreno, quasi a seguire l'espansione della grande bolla. Le persone che abitavano all'esterno ebbero ben poca scelta: o andar via da ciò che era rimasto della vecchia Zhorst, oppure tentare di oltrepassare la grande bolla ed andare a vivere nella nuova città. In passato, chi aveva tentato quest'ultima alternativa senza aver maturato una certa fede era stato ostacolato da uno strano fenomeno, come se ci fosse stato un muro invisibile che a toccarlo se ne riceveva un forte formicolio: più si cercava di passare, più forte ed insopportabile esso era, tanto da indurre chiunque a desistere.

A Ghior, nel frattempo, le notizie di quello che avveniva a Zhorst arrivavano giornalmente. Erdes inviava continuamente gruppi di cavalieri a controllare l'evolversi della situazione. Quando si rese conto che della vecchia Zhorst non era rimasto più nulla, che parecchia gente di Ghior aveva appreso, non si sa come, il tipo di vita che si svolgeva in quella nuova città e vi si era trasferita definitivamente, Erdes riunì i suoi cavalieri e, dopo un'intera notte di consiglio, prese una drastica decisione.

Nonostante il tempo passato sul pianeta terra egli aveva conservato un aspetto giovanile, non proprio come quando venne inviato in missione, ma certamente più di quanto sarebbe stato un umano a pari tempo trascorso.

La decisione da lui presa mostrò i suoi effetti quando, l'indomani, la popolazione di Ghior fu svegliata da una tremenda scossa, seguita da un forte rumore: il palazzo di Erdes si squarciò e cadde a pezzi, seminando tutto attorno un cumulo di macerie che fortunatamente, data l'ora in cui ciò avvenne, non provocarono alcuna vittima, poiché tutti ancora dormivano.

La gente che si era portata fuori dalle proprie abitazioni vide uno spettacolo stupendo e allo stesso tempo terrificante: dalle macerie del palazzo di Erdes si levava una forma di luce che alcuni, dapprima, scambiarono per il Sole nascente, mentre poi si resero conto che si trattava di uno strano fenomeno inspiegabile. Quella luce abbagliante si levò piano verso l'alto, come se si stesse ridestando da un lungo periodo di quiete. Poi si mosse lentamente, quasi a compiere una traiettoria circolare, infine schizzò via improvvisamente in direzione di Zhorst, fino a quando non fu più possibile vederla.

A Zhorst qualcuno si era già svegliato, pronto a riprendere con entusiasmo il lavoro assegnatogli: l'entusiasmo era giustificabile perché il lavoro che ciascuno svolgeva non era per niente faticoso. Era una novità in assoluto e produceva gli stessi risultati, se non più di quelli che una volta si ottenevano con i vecchi sistemi.

Il Sole si stava per levare all'orizzonte quando ci fu come un riflesso nella grande bolla e, nello stesso istante, un forte suono simile a tante trombe che suonavano a più riprese riempì quei luoghi. Quelli che sembravano grandi occhi pronti a spiare tutto intorno e che erano situati sulle ormai ben distanziate torri di quella che era stata la fortezza in origine, cominciarono a girare su se stessi. La gente, che in quel caso sapeva cosa doveva fare, corse verso delle scale che conducevano sotto terra. Queste scale, numerose e dislocate in vari punti del territorio coperto, portavano a dei rifugi sotterranei tutti collegati tra loro. In essi vi erano delle luci dallo splendore simile alle stelle che illuminavano tutti i locali ed i relativi passaggi; un'aria fresca circolava per tutti gli ambienti.

I cavalieri lucenti di Elgorn, posti a guardia dinanzi all'ingresso della torre, rientrarono immediatamente, chiusero la porta e salirono rapidamente nelle stanze del loro Signore. Nel frattempo, quello che era sembrato un riflesso si rivelò essere la forma di luce che poco prima era a Ghior. Da essa si scagliarono delle lingue di fuoco che andarono a colpire la struttura della grande bolla, mettendone alla prova la sua resistenza a causa dei tremendi colpi inferti. La forma di luce che stava attaccando era uguale a quella situata sulla sommità della torre di Elgorn e fu proprio da questa che si staccarono delle luci simili a tanti piccoli Soli per uscire fuori dalla grande bolla, guizzando nel cielo, pronti a dar battaglia.

Quello che seguì a questa scena fu di una spettacolarità unica. La forma di luce che stava aggredendo venne attaccata da tutte le parti: fu uno scambio continuo di raggi luminosi multicolori che tagliavano l'aria nel cielo. La battaglia continuò per parecchio tempo: qualche piccolo Sole venne colpito ed esplose; altri piccoli Soli si aggiunsero per dar manforte e la lotta infuriò più di prima. Alla fine, Erdes - vista la superiorità numerica dei mezzi che lo attaccavano, i quali, anche se più piccoli, erano tuttavia meglio equipaggiati in armamento e, oltretutto, di nuova concezione - considerando il fatto che tutto era perduto, diede un breve ordine ai suoi cavalieri, anch'essi tutti dentro a quella forma di luce e, in breve tempo essa schizzò via, in alto, fino a quando non fu più possibile vederla.

Il Signore di Ghior aveva capito che era giunto il momento di andare via da quel pianeta, e dal luogo che aveva amato per il suo puro tornaconto, disobbedendo al Padre che lo aveva mandato per evolvere la razza umana.

Dopo quell'evento, quel giorno fu ricordato come: " il giorno dei piccoli Soli ". La vita a Zhorst continuò come se nulla fosse accaduto: Elgorn era ormai sicuro che Erdes non sarebbe più tornato sul pianeta terra e, forse, ora si trovava in volontario esilio, in uno dei tanti pianeti abitati del profondo Universo.

Episodio V°

La nuova generazione

Erano trascorsi diversi anni da quando si erano svolti quei numerosi eventi che ora costituivano la storia di Zhorst.

Josem, alquanto vecchio, aveva vissuto a lungo per un essere umano, ma questo non era un fatto anormale a Zhorst: la longevità era una caratteristica acquisita in tutto quel tempo.

L'intera regione di Larem era stata assorbita e modificata, come era accaduto per Zhorst e Ghior; non vi erano più confini, soltanto poche suddivisioni per settore, allo scopo di dare un ordinamento al territorio. Tutto era coperto dalla grande bolla che, ora, veniva definita con il nome di: " Campo energetico ". Le abitazioni, sempre tutte uguali, erano però cresciute di numero, dato che ora gli abitanti si erano moltiplicati a dismisura.

Tuttavia, alla fine, la natura prevaleva: anche se la gente di Zhorst aveva acquisito una certa longevità, data dalle peculiarità di quel luogo, veniva sempre il momento della dipartita. Come per altri, anche per Josem venne l'ora dell'ultimo addio.

Elgorn stesso scese al suo capezzale, quando gli fu data la notizia che Josem era vicino al trapasso. Egli era lì disteso, attorniato dai suoi più cari amici, vecchi come lui, che ora erano gli ultimi testimoni della vecchia generazione.

Il Signore di Zhorst, accostatosi a Josem, lo guardò mostrando un affetto particolare. " Grazie - disse Josem tenendo la sua mano in quella di Elgorn - grazie per quello che hai donato a noi poveri uomini. Ci hai insegnato cosa vuol dire vivere con amore e in pace: come potremo mai ricambiarti ? ". " Tu lo hai già fatto per tutti - rispose Elgorn guardandolo con occhi pieni di commozione - Se la tua gente oggi è quella che è, lo deve anche a te che hai sacrificato la tua vita per gli altri: sono io che devo ringraziarti per essermi stato fedele così a lungo ".

Compiaciuto per quelle ultime parole che il suo Signore aveva appena proferito, Josem si spense, con un'espressione tranquilla stampata sul suo volto. Egli, adesso, era accanto al suo vecchio maestro: poteva finalmente riposarsi nella vera vita eterna.

Il suo corpo, dopo una solenne cerimonia venne cremato e le sue ceneri furono ridate alla terra, madre di tutti gli esseri viventi.

Quello che vide Josem fu ben poco rispetto alla successiva evoluzione che ebbe Zhorst. Man mano che i giovani crescevano, si sperimentavano nuove tecniche e si acquisivano nuove conoscenze. Diversi metodi di studio furono definiti con il nome di " scienze ". Esse comprendevano: la matematica, l'astronomia, la medicina e, non per ultima, la fisica. Questi risultati erano buoni agli occhi di Elgorn: il Padre aveva visto giusto nella gente della terra. Gli sforzi fatti erano valsi la pena e ciò era una vittoria sul Male Universale che governava su molti pianeti. Riuscire a migliorare la natura di quei mondi non solo era una soddisfazione personale, ma significava innanzitutto contribuire a mantenere l'equilibrio delle due grandi forze: il bene e il male, affinchè la natura stessa potesse fare il suo giusto decorso verso la trasformazione totale.

Certo era possibile che essi stessi, visitando molte civiltà arretrate, potessero cadere vittime dello stesso male che ivi regnava: come era accaduto a Erdes, che aveva preso gusto a usufruire dei servigi e dei privilegi che la gente della terra gli offriva. E dire che, prima di essere mandati per quel tipo di missioni, bisognava aver maturato con certezza una ben determinata preparazione alla cui base stava la Conoscenza Universale volta alla comprensione di ciò che era " il Supremo Creatore ". Occorreva molto tempo prima che questi sconosciuti cavalieri potessero essere mandati su mondi da civilizzare e da sottrarre alla predominante forza del male.

Altrettanto tempo era necessario affinché le varie civiltà potessero sviluppare la forza che le accomunava in tutto il creato: essa era la Spiritualità. Questa era la più grande forza esistente in tutto il Cosmo. Conoscere l'Unità triplice delle due grandi forze era l'ultimo gradino della spiritualità a cui accedevano soltanto coloro che avevano raggiunto un alto grado di preparazione. Solo allora si poteva ricevere l'incarico di visitare altri mondi meno evoluti, premesso che in essi vi fossero condizioni specifiche per potersi evolvere e cioè: essere abitati da creature con una struttura cerebrale idonea a poter raggiungere il livello Alpha, la soglia della spiritualità.

La nuova generazione, in questo senso, prometteva bene: la spiritualità crescente che si manifestava in essa man mano andava ad alimentare il campo energetico, controllato da Elgorn tramite un sofisticato apparato situato nella forma di luce che sovrastava la sua dimora. Quindi era un ottimo scambio tra Elgorn e il suo popolo prediletto: loro fornivano la propria energia spirituale che, di ritorno, creava per essi stessi una realtà sicura, occorrente affinché si potesse sviluppare quella nuova società, immune da ogni male e che fosse in grado, per il futuro, di generare nuovi elementi che sarebbero poi stati utili a rinforzare le fila della forza del bene.

Venne il giorno in cui gli stessi cavalieri lucenti, previo il consenso di Elgorn, decisero che era arrivato il momento della grande svolta per la loro missione: essi, composti sia da uomini che da donne, si unirono con alcuni umani dell'ultima generazione, dando vita ad un nuovo programma. Si doveva così ottenere una ulteriore e definitiva razza: un incrocio genetico, storico. Questo avrebbe dovuto rappresentare il passo decisivo per le sorti di quell'eterna lotta, rivolto a mantenere l'equilibrio tra le due grandi forze, uniche sostanze di ciò che è visibile e di quel che è invisibile di tutto l'Universo.

Il programma ebbe successo, la compatibilità genetica diede ottimi risultati, tranne per un unico neo: si credeva di mantenere, tramite queste unioni le caratteristiche fisiche fondamentali dell'ultima generazione, cioè capigliatura bionda e statura alta. Invece spuntarono fuori alcune note ereditarie terrestri: statura medio-alta e capelli di svariati colori. Vi era chi li aveva scuri, chi castani, chi ancora rossicci e infine anche quelli con capelli biondicci.

Non fu questo, però, a far considerare malriuscito il programma: qualcos'altro avrebbe successivamente rivelato un fenomeno inaspettato che avrebbe sostanzialmente modificato i progetti di Elgorn.

Episodio VI°

Una promessa per il futuro

Nonostante il tempo avesse cambiato molte cose nella vita di Zhorst, quegli ultimi eventi determinati dalla sperimentazione sull'attuale razza umana sembrarono produrre in essa un ricordo quasi ancestrale della sua origine, in parte terrestre. Questo generò gradualmente la consapevolezza che quella lunga evoluzione, sganciata dalle regole comuni del resto del mondo, le aveva fatto perdere una gran parte di personalità che, in un passato remoto, i suoi antenati certamente possedevano.

Questo non fu buono agli occhi di Elgorn: poteva significare il rischio, per il suo popolo, di fare passi indietro rispetto alla condizione di quel momento.

In seguito molti cominciarono a chiedersi quali realtà ci fossero fuori del loro piccolo mondo, manifestando sempre più il bisogno di ampliare la propria conoscenza. I sommi saggi del grande consiglio, che erano gli stessi cavalieri del Signore di Zhorst, riunivano frequentemente il popolo prediletto di Elgorn affinché potesse dibattere le varie problematiche che, di volta in volta, si dovevano affrontare, in modo che nulla rimanesse irrisolto.

Queste, oltretutto, erano magnifiche occasioni per trascorrere molte ore tutti assieme, in completa allegria e spensieratezza. Era una festa continua che si protraeva per due giorni al mese, nella quale non mancavano occasioni di divertimento, confronti di esperienze e di opinioni. Tutto ciò servì pure ad agevolare l'espansione di quella nuova forma di pensiero recentemente insinuata tra la popolazione di Zhorst che, però, veniva contrastata dalla " dottrina " di Elgorn il quale, come un padre che non si vuole rendere conto che i propri figli sono diventati adulti, redarguiva con essa chi si dimostrava parte promotrice e attiva di quella " minaccia " alla sicurezza del popolo.

Il turbamento di Elgorn non è che fosse poi tanto immotivato. Certamente, chi avesse scelto di uscire fuori da quella realtà, avrebbe incontrato molti pericoli percorrendo la sua breve strada: infatti sarebbe stato subito facile preda del male che governava il resto del pianeta terra. Esseri immondi, metà uomini e metà bestie, sottomettevano al loro crudele volere l'esistenza di molta gente, nei luoghi dove esse avevano preso dimora. Elgorn, in un primo tempo, riuscì a fare opera di persuasione affinché desistessero dai loro propositi. Era meglio rendere la loro conoscenza un tantino offuscata, anziché correre il rischio di compromettere la sua intera missione. Questo fu il pensiero di Elgorn e pure il metodo che egli decise di adottare per il tempo a venire.

Qualcosa evidentemente era sfuggita a ogni logica analisi sull'elemento Uomo. Cos'era mai potuto accadere, tanto da permettere quel risultato imprevisto ?. Era la domanda che spesso si poneva Elgorn e alla quale non riusciva a dare un' adeguata risposta.

Successivamente, malgrado Elgorn avesse tentato in tutti i modi di allontanare lo spettro di quello che egli considerava una rovinosa involuzione, quel desiderio di ricerca volto ad una conoscenza più completa delle loro origini si radicò nel pensiero di molti uomini. Man mano che il tempo scorreva lo sviluppo di quel pensiero divenne sempre più evidente; il Signore di Zhorst si vide costretto a riunire i propri cavalieri lucenti per cercare di venire a capo di tutta la faccenda e valutare il da farsi.

Nel bel mezzo della notte, quando ancora la riunione tra Elgorn e i suoi cavalieri non era conclusa, si udirono dei colpi provenire dal basso della torre: qualcuno stava bussando alla porta.

Sull'uscio, ad aspettare, vi erano quattro dei più anziani abitanti di Zhorst. Dietro di loro stava una decina di giovani coppie, quasi fosse un piccolo corteo. Rihell, il più intraprendente dei quattro, chiese di poter parlare a Elgorn, per il bene di tutta la comunità. Il cavaliere lucente che aveva raccolto quella richiesta, la riferì attraverso un congegno situato sul proprio polso e una voce, proveniente dallo stesso congegno, rispose che essa era accolta e che potevano, quindi accedere alla torre.

In passato soltanto un uomo aveva potuto oltrepassare quella soglia, e il poterlo fare ora fu considerato un evento, più che importante, eccezionale.

Il Signore di Zhorst li ricevette in una strana stanza che non aveva finestre, né porte, ma soltanto una piccola apertura invisibile che si rivelò, al passaggio di Elgorn, sulla parete in cui si trovava per poi scomparire subito dopo. Nel far ciò, essa produceva un curioso fruscio. Al centro della stanza vi era sistemato un tavolo dalla cui base partivano, a raggiera, delle protuberanze quadrate: dovevano servire da sedie. Infatti fu proprio in esse che furono invitati, da Elgorn, a prendere posto. " Ritengo che abbiate da comunicarmi qualcosa di molto importante per essere venuti qui, nel cuore della notte ": disse Elgorn. " Sì, è vero " rispose Rihell mentre gli altri, con un breve cenno del capo, acconsentirono. " Ascolta Signore - continuò Rihell - non pensare che il tuo popolo non ami più chi si è prodigato per il suo bene. Non siamo degli ingrati o dei rinnegati: se fossimo così, offenderemmo te e i nostri avi. Ma, vedi, io non so bene come spiegarmi: cerca di ascoltare il linguaggio del nostro animo ". E questo, Elgorn, non aveva alcuna difficoltà a farlo. " Il sapere che fuori da questa nostra realtà ne esiste un'altra, certamente diversa dalla nostra, in cui vivono altri esseri, a noi simili, i quali non hanno ciò che noi abbiamo come cultura, conoscenza e tutto il resto: questo ci rattrista, perché noi desideriamo che anche loro possano avere un futuro migliore simile al nostro ".

Il Signore di Zhorst aveva ascoltato con estremo interesse ciò che Rihell, col cuore in mano, aveva detto e, dopo aver tirato un profondo respiro, alzando gli occhi che aveva tenuto per tutto il tempo abbassati, così rispose: " Mi compiaccio del vostro alto spirito d'amore e di fratellanza. Questo, in un certo qual senso conferma il risultato positivo raggiunto da voi tutti. Però, ancora una volta, vi ricordo ciò che per tanto tempo vi ho già fatto presente. Il resto del mondo è governato dal male che regna incontrastato sugli uomini: esso è un avversario tanto potente quanto astuto. Riconoscerlo è cosa molto difficile poiché si annida nel cuore degli uomini e si manifesta in mille modi: a volte chiari, a volte ingannevoli ". " Sì ! questo lo sappiamo... - confermò Rihell interrompendo il discorso di Elgorn - Tu ce lo hai detto molte volte: ma è nostra convinzione che se non lo affrontiamo, se ce ne restiamo qui, circondati dalla tua amorevole protezione, non potremo mai completare del tutto la nostra conoscenza. E' anche nostra convinzione, o forse una sensazione che ci è nata dentro, che quel che riteniamo di poter ancora apprendere può derivarci solo affrontando il grande avversario: anche a costo di molti sacrifici. Crediamo che solo così facendo potremmo trarre risultati positivi che, diversamente, restando dentro questa nostra realtà, non potremmo mai ottenere ".

Queste parole, molto significative alle orecchie di Elgorn, non gli lasciarono altra scelta se non quella di dare questa importante, quanto impegnativa, risposta destinata ad essere tramandata nel tempo: " Se questo è quello che voi tutti volete, non posso certamente in alcun modo impedirvelo. Ripongo la mia fiducia e le mie speranze in questi giovani, presenti in questa grande ora. Una promessa è l'ultimo dono che adesso vi offro: se l'Uomo che voi contatterete, in un prossimo momento riuscirà, tramite il vostro aiuto, a mostrarsi capace di intuire la natura e la consistenza del proprio essere, di amare sé stesso ed il prossimo suo, di riconoscere in altri, e in tutte le altre cose, l'origine unica del Tutto, allora io, che vi avrò seguìto incessantemente in tutto il vostro tempo, mi ripresenterò più volte a voi, anche se forse non riconoscerete più la mia forma attuale, affinché possa completare la vostra opera di salvezza ".

Queste parole, dette dal Signore di Zhorst, riempirono di felicità i cuori di quella gente consapevole del destino che l'attendeva e grata per quella promessa.

Man mano che Zhorst lentamente andava svuotandosi dei suoi abitanti che, a folti gruppi, presero ciascuno una direzione diversa, le mura e il grande Campo Energetico di quella realtà si andarono progressivamente ritirando, lasciando il terreno precedentemente occupato completamente libero da ogni traccia di quella civiltà che lì si era sviluppata e progredita. Fino a quando non restò che quella grande torre alla cui sommità stava una forma di luce simile al Sole quando nasce al mattino.

Proprio quest'ultima scomparve, infine, nell'alto dei cieli, lasciando lì, ancora visibile a tutt'oggi, l'unica testimonianza degli eventi che furono.

I vari gruppi che si sparsero per il mondo andarono a costituire le scomparse civiltà progredite, che hanno lasciato diverse testimonianze della loro esistenza sul pianeta terra.

LA STORIA CONTINUA...



Commenti

pubblicato il 18/06/2009 18.45.41
anais, ha scritto: bello...al prossimo...

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