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lavoro pubblicato martedì 9 giugno 2009
ultima lettura mercoledì 16 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Alexander - (19) Elemòn

di aNoMore. Letto 851 volte. Dallo scaffale Fantasia

Dopo un'assenza straordinariamente lunga eccomi di nuovo qui. La mia storia continua e come sempre aspetto feedback, consigli, impressioni e tutto il resto. Le mie scuse a tutti quelli che mi seguono e un saluto a tutti quelli che mi leggeranno.

1

A seguito del silenzio tombale che era calato nell'ufficio dell'archeologa vi fu un concitato scalpitare in tutto l'appartamento, adibito a centro di ricerca e coordinamento: chiunque avesse sentito il tonfo era accorso per affacciarsi alla porta del piccolo ufficio.

Al suo interno vi era un uomo, seduto, aveva capelli grigi che se pur radi erano tagliati e pettinati con cura, anche se di spalle mostrava vistosamente i suoi chili di troppo. Rebecca non c'era, ma tutti avvertivano la sua presenza, stava armeggiando dall'altra parte della scrivania e i rumori di cocci che si levavano non lasciavano presagire a nulla di buono.

«Tutto bene Rebecca?» Era stato uno dei ricercatori a parlare, alla ragazza veniva da ridere ogni volta che un inglese pronunciava il suo nome, trovava esilarante l'accento che usavano, ma quel giorno per qualche motivo non riuscì a farci caso.

Quando la sua faccia fece capolino da dietro la scrivania non sembrò distrutta e colma di disperazione come Mr. Ross avrebbe creduto probabile, era più che altro stupita. Tutti si accorsero di quell'espressione, non era quella di una persona che aveva appena combinato un disastro, sembrava più che altro quella di uno che aveva appena visto un fantasma o qualcosa di simile.

«Tutto bene Miss?

Mi dispiace tantissimo, è tutta colpa mia.» Disse Aaron Ross.

«Cosa?» La ragazza sembrava non aver collegato bene le parole che l'uomo aveva appena pronunciato, fissava la sua faccia bianca con delle rosse sfumature sulle guance che scendevano fino al collo, ma era come se non lo stesse guardando per nulla.

Gli occhi verdi dell'uomo la fissavano piuttosto stupiti, dimostravano che neppure lui fosse realmente certo di cosa stesse succedendo, avevano appena mandato in malora un reperto unico nel suo genere, non era quella l'espressione che avrebbe dovuto avere l'archeologa!

«È tutto a posto Miss?» Ripeté Aaron Ross.

Questa volta lei si riprese, riuscì a comprendere il significato della domanda e farfugliò parole sconnesse:

«Non lo so, credo di si.» Riuscì a dire infine.

Nel frattempo assistenti e ricercatori avevano fatto irruzione nella stanza, mediante passaparola tutte e nove le persone presenti nell'appartamento avevano scoperto che qualcosa non andava, ma ancora nessuno era riuscito a capire l'entità dei danni.

Come succede spesso in quelle situazioni, il tempo stava giocando un brutto scherzo, era come se avesse subito un terribile rallentamento, tra un tic e un tac dell'orologio appeso al muro, sembravano trascorrere anche tre o quattro secondi.

Dopo una netta sensazione di freddo e di brividi che le avevano percorso la schiena, la ragazza ora sentiva la testa pulsarle, le guance e la faccia stessa sembravano andare a fuoco e le mani non sembravano voler stare ferme.

Rebecca si levò in piedi, tra le mani reggeva qualcosa e no, non erano dei cocci neri di ossidiana, bensì qualcosa di molto più chiaro e lucente.

Era come un bastone, leggermente ricurvo, per gran parte sembrava fatto in oro e argento con numerose piccole gemme incastonate a formare complessi disegni, l'unica parte esclusa era quella più vicina alla mano destra della ragazza, era un'estremità lunga circa una spanna che non presentava alcun genere di decorazione, era liscia e sagomata, di un color panna con sfumature di tenue giallo antico.

Tutti rimasero ammutoliti in solenne contemplazione, più di qualcuno fu quasi in procinto di dire qualcosa, ma vedendo e sentendo che nessuno rompeva quel religioso silenzio, decise di rimandare domande e considerazioni a dopo.

I ricercatori accorsi più che altro si domandavano da dove saltasse fuori quella “cosa” e perché Mr. Ross e Rebecca avessero quell'espressione tra l'angosciato e lo stupefatto. Tuttavia era comprensibile, dalla porta d'ingresso non erano visibili i cocci di ossidiana e quindi nessuno di loro poteva riuscire a collegare i due eventi.

Aaron Ross dal canto suo era scosso, malediceva la sua innata goffaggine, era sempre stato così ed in gioventù i suoi amici lo avevano sempre preso in giro per quanto era maldestro. Non lo faceva apposta, ma se camminando aveva la possibilità di inciampare o voltandosi poteva rovesciare a terra un vaso di fuori, lo faceva e con la vecchiaia tutto questo non era migliorato poi molto.

L'uomo ripensava al danno appena causato e silenziosamente si stava maledicendo in continuazione. Maledetta la sua curiosità, maledetta la sua goffaggine, maledetta quella volta che aveva detto alla sua segretaria di cancellare un appuntamento a favore di questa improvvisata.

A questi pensieri però era immediatamente seguito un attimo di confusione, quando Rebecca si era sollevata reggendo in mano una sorta di bastone ingioiellato non sembrava distrutta all'idea di aver perso quel reperto, ad essere precisi aveva un'espressione del tutto indecifrabile. Aaron si stava sforzando di capire, ma poi i suoi ragionamenti vennero interrotti dal sopraggiungere del resto dei ricercatori.

Con fare solenne Rebecca appoggiò l'oggetto sulla scrivania e si lasciò cadere sulla sedia, nella sua mente i cocci non erano più di alcun interesse, per raccoglierli ci sarebbero stati altri momenti.

«Mr. Ross credo che lei abbia appena fatto una scoperta sensazionale.»

«Quella era dentro il cilindro?» L'uomo pretendeva che gli fosse confermato l'ovvio, era in un momento in cui non se la sentiva di dare nulla per scontato.

«Sì.» Rispose la ragazza con sicurezza e per la prima volta in quella situazione la sua faccia tradì la solennità del momento con un sorriso euforico.

Dalla porta i ricercatori ebbero contrastanti reazioni: c'era chi diceva «Impossibile», altri erano raggelati alla notizia che il reperto fosse andato distrutto, altri ancora che non facevano tesoro della loro euforia di poter partire con un nuovo filone di teorie e ricerche.

«Rebecca come é possibile? L'avevamo passato ai raggi, dentro non c'era niente, doveva essere pieno, anche il peso era corretto al grammo!» Johnatan, il più posato dei ricercatori, era andato subito a colpire nel segno, il fatto che aveva scaturito la maggior parte dello stupore era proprio quel insignificante dettaglio, che tanto insignificante non era. Su quel cilindro erano state fatte analisi di ogni genere e nessuna aveva mai neppure vagamente rivelato una simile possibilità.

«Non lo so, sono stupita almeno quanto voi...» ma allo stesso tempo sono felice che forse non mi butteranno fuori dal progetto per questo incidente, avrebbe voluto aggiungere, ma non lo disse.

Ritrovare quel bastone ingioiellato aveva leggermente alleviato l'opprimente angoscia che aveva seguito il rumore del cilindro che si infrangeva, purtroppo non era importante che la colpa fosse anche di Mr. Ross, lui era uno di quelli che pagava ed era lei a doversi preoccupare dei reperti. Dopo un furto, questo nuovo incidente sarebbe difficilmente passato in sordina.

Nonostante il colpo di fortuna, per Rebecca più il tempo passava più era difficile gioire, i suoi pensieri erano volati ai fiumi di polemiche sulla veridicità del suo ritrovamento. Negli ultimi mesi gli animi si erano finalmente un po' acquietati, gli estenuanti sforzi tesi a dimostrare come tutto lo scavo e il polverone che aveva sollevato non fossero altro che una grandissima montatura, avevano finalmente trovato sosta. Questa scoperta avrebbe gettato nuova benzina sul fuoco e probabilmente sarebbe stata nuovamente un'impresa trovare qualcuno che finanziasse le ricerche con nuovi fondi.

2

«Ci stanno prendendo in giro, purtroppo alla luce di questo ne sono quasi del tutto convinta pure io, non ci sono spiegazioni.» Rebecca si stava rivolgendo al resto dello staff e la sua espressione era più cupa che mai.

Erano trascorsi diversi giorni dalla visita di Aaron Ross, che per inciso era durata appena una manciata di minuti, in quanto dopo la catastrofe lo stesso Ross aveva preferito andarsene e lasciare spazio agli addetti ai lavori.

«Non so Rebecca, - intervenne Hiroki - credo che ormai siamo tutti arrivati al punto in cui dobbiamo decidere il nostro futuro: o prendiamo per normali le assurdità di questa storia, facendoci prendere in giro da tutta la comunità scientifica, ma sforzandoci di scavare a fondo fino ad arrivare ad una nostra verità dietro tutto, oppure dobbiamo mollare ora, quando la nostra reputazione non è stata ancora totalmente distrutta.

In fondo abbiamo lavorato bene, se è un brutto scherzo o ci sono stati degli errori, di certo non era alla portata dei più accorgersene, per questo ritengo che se ci fermiamo ora il nostro futuro lavorativo non sarà del tutto compromesso.»

Hiroki Koga si era unito al team fin dai primi momenti di quest'avventura, era arrivato dal Giappone con il suo inglese dallo stranissimo accento, il che lo aveva immediatamente reso popolare tra gli addetti ai lavori per le frequenti storpiature nel parlare, questo ben prima che le sue straordinarie qualità di fisico si rivelassero fondamentali e lo trasformassero dal “buffo giapponese” nel “rispettato uomo di punta delle analisi di laboratorio”. Ogni perizia affidata ad esterni passava sempre prima per le sue mani, cosicché potesse tradurla in un linguaggio comprensibile anche a chi aveva meno di tre lauree. La stessa Rebecca aveva imparato a stimarlo, avendo sempre grande considerazione delle sue opinioni, anche perché con i suoi 48 anni era il membro dello staff più anziano e sebbene non avesse lavorato spesso con équipe occidentali, la sua esperienza aveva spesso salvato tutti dalle ire dei pezzi grossi, che spendevano, ma ottenevano pochi risultati.

«Vuoi mollare dottore?» Rebecca si era rivolta al fisico con il solito tono rispettoso, che però tradiva un pizzico di mal celata delusione.

Tutti e nove i presenti avevano puntato i loro pesanti sguardi su Hiroki, la maggior parte delle espressioni svelava un certo stupore misto ad una punta di delusione, gli altri manifestavano più che altro una nascente forma di rabbia. L'uno per tutti, tutti per uno, che aveva caratterizzato il loro lavoro di squadra, stava per raggiungere il punto critico.

«Ehi giovane, per chi mi prendi?

Sono dei vostri fino alla fine, io rispetto a voi sono in una posizione piuttosto solida, ormai la mia posizione negli anni me la sono costruita, parlavo più che altro per te Rebecca. Sei quella che rischia più di tutti e sarebbe un peccato che già alla tua età...» Koga lasciò cadere il resto della frase, era piuttosto scontato che il finale potesse suonare come “ti bruciassi ogni possibilità di fare carriera” o qualcosa di quel tipo.

Giovane, dottore, erano tutti soprannomi che erano nati dopo le prime settimane assieme, erano un gruppo insolitamente giovane e l'iniziare a chiamarsi per soprannome era avvenuto con grande naturalezza.

Rebecca veniva chiamata giovane da tutto lo staff, anche dai tre che in realtà erano più giovani di lei. Il soprannome era nato in modo piuttosto infelice, uno dei finanziatori aveva trovato da discutere sul modo in cui erano stati spesi alcuni capitali e l'archeologa aveva perso le staffe rispondendo in modo velenoso alle provocazioni. L'uomo punto nell'orgoglio aveva reagito malamente chiamandola appunto giovane anziché dottoressa o signorina, il tutto era sfociato in un vero e proprio litigio, in cui Rebecca ne uscì moralmente vincente, anche se sconfitta sulla pratica (fu costretta a ridurre sensibilmente le spese) e tutto lo staff iniziò a chiamarla giovane prima per prendere in giro il modo in cui era scoppiato il finanziatore e poi per commemorare la prima vittoria politica del team sugli squali interessati solo ai profitti.

«Allora dottore si continua!

Quest'occasione mi è caduta tra le mani, se mi tiro indietro forse salverò il mio futuro, ma non avrò una seconda possibilità di arrivare così avanti, quindi per me continuiamo fino alla fine.» La ragazza aveva un espressione determinata, i giorni di vacanza avevano ricaricato le sue energie e ora era pronta ad estrarre gli artigli e andare avanti.

Verso l'infinito e oltre dicevano in Toy Story, nel suo caso era più sensato dire verso un funerale alla carriera e se fosse successo, probabilmente avrebbe aperto una pasticceria: aveva sempre desiderato aprire una pasticceria, poteva essere un'ottima occasione per rivedere la sua vita.

Rebecca scacciò a forza quei pensieri anche se in un angolo remoto del suo cervello continuava a chiedersi come avrebbe potuto chiamare la sua pasticceria.

«Allora io direi di aprirla, - affermò Josef, il più giovane dell'ufficio appena uscito dall'UCL - per i Raggi-X è una specie di spada, apriamola e vediamo com'è dal vivo. Voi cosa dite?»

«Sembrava incastrata quando abbiamo provato, cosa hanno riportato le altre analisi?» Chiese Rebecca.

«Sembra che sia fatto appositamente l'incastro, per evitare che l'arma fuoriesca dal fodero, quindi credo che la soluzione sia quella di usare la forza. So che sembra brutto da dire, ma non penso ci siano altre possibilità.» Intervenne Johnatan.

«Non dimentichiamoci che è una spada uscita da un cilindro di ossidiana senza giunture, - continuò Josef - che ha fregato non so quanti milioni di sterline di strumentazione e poi avete visto l'aspetto esteriore... è perfetta!»

«Già, il fatto che il tempo non sembri averla esteriormente intaccata è di per sé un mistero. L'impugnatura in osso sembra non avere più di un anno di vita.

Per me possiamo provare, se Mira e Rick dicono che possiamo procedere, non vedo perché tenerci la curiosità. Potrebbe essere il nostro ultimo mese di lavoro, almeno andiamocene di qui senza rimorsi.» Disse Rebecca.

«Per noi - le rispose Rick - si può fare, abbiamo finito di catalogare vasi e statuette, ci mettiamo a lavorare su quella già da ora.»

«Bene, vengo con voi.» Consluse Rebecca.

«Veniamo anche noi!» Urlò in coro metà del gruppo restante.

«Non ci possiamo perdere il pezzo forte!» Aggiunse Johnatan.

«Va bene, vi chiamo quando siamo pronti per aprirla.» Nonostante il momento di crisi Rebecca era contenta che il morale si fosse risollevato.

3

Mira non si aspettava nulla da quella spada, era un reperto molto interessante per la fattura, la solita datazione improbabile e molti altri motivi, ma difficilmente la semplice estrazione dal fodero avrebbe portato a sconcertanti rivelazioni, era comunque felice di avere accanto in quel momento le persone con cui aveva litigato e gioito in quei mesi di duro lavoro.

Mira era croata, Rick, per esteso Richard, era gallese, si erano conosciuti ai tempi dell'università e dopo aver convissuto un paio d'anni a Cardiff, città natale di lui, si erano sposati. Da sempre a detta di tutti formavano la coppia perfetta.

Era la prima volta che riuscivano a lavorare assieme, la ricerca della stabilità economica era stato un punto focale dei primi anni del loro matrimonio, si erano trovati praticamente a saltare da un lavoro all'altro con l'unico scopo di riuscire a reinserirsi nel mondo dell'archeologia e alla fine ci erano riusciti, purtroppo lei era finita in Francia e lui aveva dovuto trasferirsi nei pressi di Londra.

Per anni avevano continuato ad inseguirsi rimbalzando per mezza Europa all'inseguimento delle occasioni che si presentavano, alla fine superando i 35 avevano deciso di mollare tutto e dare un taglio alla carriera nel tentativo di farsi una vera famiglia.

Poi era capitata l'occasione di lavoro a Londra, la paga era pessima rispetto al loro standard, avrebbero dovuto lavorare per un archeologa giovanissima, sui due piedi pensarono che si trattasse della classica raccomandata, in sostanza era ben lontano dal lavoro dei sogni, ma vista la volontà della dirigenza di assumere entrambi decisero di lasciarsi coinvolgere.

Fu una fortuna. Mira trovo in Rebecca una copia di lei da giovane, Rick si appassionò immediatamente ai ritrovamenti, la strumentazione era all'avanguardia e c'era parecchio lavoro che lui (e solo lui) reputava estremamente divertente.

Nel loro lavoro i coniugi erano precisi e pignoli al punto da risultare irritanti, erano proprio fatti l'uno per l'altra. Non erano mai d'accordo su nulla, ma si spalleggiavano sempre perché tutto quello che passava sotto le loro mani ricevesse un trattamento d'eccellenza. Discutevano in continuazione, su ogni dettaglio riguardante il lavoro, ma Rebecca era abbastanza sicura di non averli mai visti litigare.

Tra le varie mansioni che avevano svolto durante quei mesi, la più importante era stata sicuramente la ricostruzione dei reperti, la modellazione al computer di quelli più rilevanti ed infine la archiviazione.

Il laboratorio, quello nell'edificio poco distante dall'appartamento, lo stesso che aveva subito il furto, era diventato il loro regno, in pratica il resto dello del team doveva avere il loro consenso per mettere piede nel “nido d'amore” dei due. Questo tacito accordo era stato accettato da tutti, quindi l'assembramento che vi fu attorno al tavolo da lavoro di colore bianco candido, diede la sensazione che vi fosse qualcosa di sbagliato, come se stessero infrangendo qualche tabù.

Tutto il team di ricerca circondava il tavolo in attesa che Mira, con le sue magiche manine da fata, sfilasse la lama dal fodero. Tutti sapevano esattamente cosa aspettarsi, mediante le analisi ne avevano fatto una veloce ricostruzione al computer, Johnatan ammise che non era fedelissima a causa della velocità di realizzazione, ma era quanto si poteva avvicinare di più alla realtà con il tempo a disposizione.

La lama era a singolo taglio, alta 5 centimetri nel punto più largo, spessa meno di 3 millimetri e lunga poco più di 90 centimetri. Aveva la forma slanciata e leggermente ricurva di una katana, anche se a differenza di quest'ultima non aveva un altezza regolare su tutta la lunghezza, bensì partiva più stretta per allargarsi verso la punta, ricordando moltissimo la forma di un falchion.

Mira afferrò la spada con fare piuttosto sicuro e decise di provare ad estrarla applicando solo un po' di forza in più rispetto a quando aveva provato l'ultima volta.

L'unica reale preoccupazione che i due coniugi condividevano, era che dalle analisi risultava che il fodero calzasse sulla lama come un guanto, quindi era possibile che la punta si spezzasse dentro o che il loro scontro con l'antico manufatto non fosse che agli inizi.

Era la prima volta che i due provavano una tale soggezione nel manipolare un reperto, l'oggetto in questione aveva sicuramente più di tremila anni di vita, ma sembrava si fosse conservato perfettamente. Esteriormente non vi era la benché minima traccia di ossidazione, a colpo d'occhio quindi la spada avrebbe potuto essere nel medesimo stato in cui era nei tempi antichi quando veniva brandita da un guerriero. Era tutto troppo assurdo.

Mira allontanò tutti quei pensieri e tirò con moderazione. Vi fu un clock. La spada uscì dal fodero accompagnata da un sibilo metallico.

Dieci persone vissero i cinque secondi più lunghi della loro vita.

4

Era bellissima e luminosa, come il giorno in cui era uscita dalla fucina dell'armaiolo che l'aveva fabbricata, la lama sembrava fatta di argento talmente puro da produrre riflessi surreali e ammaglianti. Su entrambi i lati della lama, per tutta la sua lunghezza, vi erano splendide decorazioni color verde smeraldo dalle forme arrotondate ed armoniose.

Rebecca pensò che non era bella, ma bellissima. Non poteva dire il contrario, era come se fosse sua figlia, era la rovina della sua carriera, non avrebbe mai potuto farla accettare alla comunità scientifica, ma era bellissima.

Erano trascorsi appena due secondi, il cuore di tutti batteva ancora forte, avevano appena cominciato ad ammirare quel oggetto che sapeva canalizzare ben più attenzione del normale. Era come se una vocina nella testa di tutti i presenti continuasse a dire Guardami! Guarda come sono bella! e nessuno riuscisse a sottrarsi a quella sensazione forte, che penetrava fino alle ossa e sfumava di rosso la faccia.

Poi lo stupore scemò, erano trascorsi appena altri due secondi, qualcosa di diverso si stava insinuando nella mente dei presenti, era più simile alla disperazione, al dolore, all'orrore, potevano essere descritti come lamenti che da un luogo lontano di avvicinavano a gran velocità.

Ne seguirono delle grida, indescrivibili, in grado di raggelare il sangue nelle vene, i dieci si scambiarono uno sguardo turbato e così ognuno seppe che anche gli altri avevano sentito.

Si guardarono attorno, non ebbero il tempo di chiedere ad alta voce cosa stesse succedendo, perché quelle grida si duplicarono, si fecero più intense, erano centinaia e penetravano nel cervello come aghi. Alcune erano più forti ed era possibile distinguere cosa dicessero: parlavano in una lingua sconosciuta, ma come in un sogno, quando le grida colpivano diventavano immediatamente comprensibili Aiuto! dicevano alcune, Liberatemi! dicevano altre, Ti prego risparmiami!, Non voglio morire!, Qualcuno abbia pietà! e così via, erano a centinaia, poi divennero migliaia ed infine furono milioni. Divennero un forte brusio indistinto che faceva pulsare il cervello con fitte lancinanti.

Ad alcuni il dolore tagliò le gambe e caddero in ginocchio reggendosi la testa tra le mani, Rebecca collassò sul tavolo incapace di mantenere l'equilibrio, Rick urlò, Mirà lasciò cadere spada e fodero sul tavolo per afferrarsi la testa, se quel dolore fosse aumentato ancora probabilmente avrebbe cominciato a strapparsi i capelli.

Sulle guance di alcuni comparvero lacrime, non vi era solo dolore, certo quello era la sensazione predominante, ciò che sovrastava ogni cosa, ma vi erano anche emozioni, come disperazione, tristezza, compassione per quelle creature che urlavano in una lingua sconosciuta.

Non erano passai che pochi secondi e già gli scienziati avevano cominciato a loro volta a implorare pietà, che qualcuno fermasse quelle voci.

Anche i loro erano lamenti sconnessi, propri di chi non era più padrone della propria mente, di chi non riusciva ad articolare alcun pensiero a causa del costante rumore che sovrastava ogni cosa e colpiva fino a far male in un luogo irraggiungibile e che pertanto poteva rendere pazzi.

Fu Hiroki il primo a unire la spada a quella manifestazione, non che la sua esperienza gli fosse stata d'aiuto, fu una semplice intuizione, totalmente irrazionale e nata all'interno del caos assoluto che le grida generavano.

Era chino a terra il dottore e per sollevarsi fino a raggiungere il tavolo gli fu necessaria tutta la forza e determinazione che aveva, un opera che come grandezza convogliava in pochi attimi la risolutezza necessaria a scalare l'Himalaya.

Si era sollevato sul tavolo con la sola forza delle braccia, era come se le gambe fossero troppo lontane e pertanto inservibili, sentiva la disperazione crescere dentro il proprio corpo, era sempre più forte e lo stava velocemente trascinando a quel baratro dove cadendo avrebbe pensato Non ce la posso fare, morirò qui con il cervello spappolato dal nulla. Si sforzò, usò ogni brandello della sua anima per impugnare fodero e spada e trascinarseli a terra.

Nella caduta si ferì un braccio, la spada tagliava come un rasoio e bastò appoggiarla sul braccio per far sgorgare il sangue, con mani tremanti punto la lama nel fodero e la spinse dentro con un urlo liberatorio, dando fondo a tutta la forza che gli era rimasta nel corpo.

Le grida cessarono all'istante.

Fu come essere liberati da una prigionia durata anni, la testa era leggera come una piuma, Josef aveva il lato destro del volto coperto di sangue, si era aperto una bella ferita tirando una testata allo spigolo di un mobile di metallo, Hiroki aveva lasciato cadere la spada e si reggeva il braccio dove il sangue continuava ad uscire copioso. Tutti gli altri erano illesi e allo stesso tempo sorpresi.

I ricercatori si guardavano attorno con aria confusa, se qualcuno estraneo alla faccenda li avesse visti ora, avrebbe pensato che erano ubriachi o sotto l'effetto di chissà che tipo di droga.

Trascorse circa un minuto prima che qualcuno dicesse qualcosa e fu Josef a farlo, «Adesso ho paura.» furono le sue uniche parole, era stato vicino al dottore per tutto il tempo e aveva visto bene quello che aveva fatto con la spada, tanto bastava a convincerlo che quell'affare aveva qualcosa che non andava.

Inoltre c'era una sensazione che serpeggiava nell'aria, era un'insensata convinzione che dal cuore cominciava a diramarsi come un veleno fino a toccare la coscienza dei dieci uomini: era la spada, dentro vi erano delle creature imprigionate, era un oggetto terribilmente sadico e malvagio. Nessuno osava esternare quei pensieri, erano troppo assurdi per essere pronunciati con le labbra di un uomo di scienza, ma era la verità. Non potevano saperlo, eppure in quel momento tutti stavano pensando la stessa cosa.

Da fuori la finestra provenivano rumori inconsueti, i clacson delle macchine andavano a tutto spiano e vi era un gran vociare di gente, abbastanza forte da superare gli spessi vetri delle loro finestre al terzo piano.

Mira e Rebecca guardarono fuori quasi all'unisono, sulla strada vi era il caos, un immenso incidente aveva coinvolto almeno una decina di auto, entrambi i sensi di marcia erano bloccati, erano i clacson di due auto coinvolte a suonare. Sui marciapiedi molti passanti erano seduti a terra, si guardavano attorno disorientati, altri si stavano rimettendo in piedi barcollando vistosamente.

«Ma cosa sta succedendo?» Domandò Rebecca ed era una quelle domane a cui non si aspettava una risposta, era un modo per sfogarsi ed ancora una volta stava prendendo forma una nuova certezza innaturale: era stata la spada, aveva colpito tutti.



Commenti

pubblicato il 09/06/2009 16.23.59
anais, ha scritto: bello complimenti..
pubblicato il 10/06/2009 2.22.00
fiordiloto, ha scritto: Ciao!!! Ben tornato!!!!Non ho ancora avuto il tempo di leggere questo tuo nuovo capitolo ma lo farò prestissimo! E' bello riaverti fra noi! Un abbraccio!!! =)

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