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lavoro pubblicato sabato 16 maggio 2009
ultima lettura sabato 13 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Torre di Confine

di Indianapips. Letto 1190 volte. Dallo scaffale Fantasia

...un urlo nel deserto, un vento impetuoso che dal mare soffia, la neve che cade sulle montagne ed il fuoco che brucia...tutto arde e ruggisce per poi affievolirsi in un battito di ciglia

Alta era la torre, ed invero la sua ombra lunga e scura scorreva come latte e miele sulle paludi attorno, le Montagne innevate in lontananza verso sud, ed era eguagliata solo dalla possanza della pietra nuda e fredda.

Questa, coperta di muschi ed edera antica ricopriva la fortificazione dalle fondamenta sino al primo piano: travi di legno e soppalchi ed un piccolo parapetto merlato interessavano il secondo ed il terzo.

Dinnanzi al pugno duro dei soldati di guardia la porta di legno di quercia rinforzata da fasce di bronzo e ferro si apriva nella muratura di pietra e malta e calce del primo piano, appena sopra le fondamenta che, come gabbie oscure, avrebbero potuto nascondere un sotterraneo crudele, una prigione.

Ai lati della porta, larga ben 8 piedi ed alta almeno il doppio, stavano due piccole feritoie scure, specchi di tenebra e di morte. Al secondo piano una finestra su ogni lato si apriva sul Mondo e spiava il vento che correva sopra le brulle colline di pietra nera e le bianche montagne a sud che il Sole colorava di oro grigio.

I merli di legno dell’ultimo piano nascondevano le baliste e gli arpioni e le bocche di lupo ed il calderone con l’olio bollente e la botola di accesso alla sommità.

Al tramonto del giorno mentre luci tenui di candele solitarie apparivano all’interno della torre oscura e fredda una testa ed un naso arcigno fecero capoluogo da dietro una finestra, sul versante della torre che dava ad ovest, il mare grigio e spumoso in lontananza.

<<Ancora nessuno…- disse- un’altra settimana e moriremo tutti quanti…>>.

Chi aveva parlato era Sargon, il Mago, e l’ombra rossa che proiettava sulle pareti foderate di stoffa della sua stanza all’interno della torre di confine sembrava parlare più all’anima che la smuoveva e la rendeva inquieta piuttosto che ai tre truci guardiani di cuoio e ferro che sedevano ad una rispettosa distanza dallo scrittoio di Sargon il Rosso, su tre sgabelli di legno quasi marcio.

<< Non che di tempo me ne rimanga molto…>>.

<<Mio signore- esordì Gunteroff- temi forse che Jorge abbia fallito?>>.

Sargon non rispose continuando a scrutare l’orizzonte nero e nebuloso che con lampi muti e violacei feriva il mare lontano.

Ulrich Occhio di formaggio sedeva su uno sgabello di ferro accanto alla postierla del primo piano, a custodire le lance e le spade dell’armeria.

<<Levati quel ghigno dalla faccia ragazzo>> gli disse Martello, il vecchio fabbro del fortilizio, ormai in servizio da anni; il fumo della pipa che lo avvolgeva rendeva il suo volto di un infinità di rughe ancora più segnato e pieno di ombre.

Vedendo in quell’abisso di oscuro timore il giovanissimo Ulrich sputò per terra, smise di dondolarsi e tornò a fissare il pavimento senza dire più una parola.

<<Meglio così, va decisamente meglio, abbiamo già pochi uomini al Cornoroccia, non vogliamo che siano anche stupidi, giusto Formaggio?>> disse Martello, e sputò anche lui per terra.

Un’aria stantia e piena di sedimenti di fuliggine era intrappolata tra le pareti muffite della vecchia armeria; una candela bruciava senza ardore in una piccola nicchia nella parete, dove erano pure due boccali luridi di legno ed una brocca di pietra.

Alzatosi improvvisamente dallo sgabello tirando su con il naso, Occhio di Formaggio, due occhi tondi e sporgenti come un formaggio con i buchi e le guance butterate, prese boccale e brocca e si versò un sorso di acqua putrescente e più calda del piscio.

<< Comincio ad avere paura; che non torni più…- esordì- è partito ormai da molto tempo e l’oscurità sembra addensarsi ogni notte in più che passa. Voglio solo prepararmi a morire, e vorrei sorriderle in faccia quando accadrà…>>.

<< Non preoccuparti stupido ragazzo, ha fatto un giuramento ed una solenne promessa che sarebbe tornato dal Mare con i rinforzi del Principe nero attaccati a quel suo maledetto culo bordato di stoffa; abbi un po’ di fiducia, e prega il dio invece di bere…>>.

<<Si, ma pregherò che ci diano almeno un po’ di vino, o della birra ogni tanto, invece di darci sempre questa sporca acqua di palude>>.

Il vecchio Martello sorrise e per un attimo le rughe sembrarono appiattirsi e gli occhi blu acquosi divenire nuovamente scintillanti ed azzurri.

<< Poi non ti si rizza più se bevi molto, questo lo sai…e sai anche che qui non ci sono donne per soddisfare la tua libidine, che crescerebbe, distogliendoti dalla battaglia e dal tuo dovere>>.

Occhio di formaggio bevve quel suo ultimo sorso, sputò di nuovo per terra e si rimise a sedere, dondolandosi sullo sgabello.

L’alba si levò come un fuoco senza centro dall’Est remoto e piatto.

<<Sono le sei e tutto dabbene>> urlò la guardia di vedetta, la lancia in pugno.

Dalla torre solitaria e silenziosa si alzò un tramestio di suoni.

Poi, alcune ore dopo l’alba il portone si aprì improvvisamente ed un uomo in cotta di maglia con usbergo calato e casacca di nero cuoio uscì all’ombra ancora bassa della torre.

Fece una pisciata sulla brulla collina e si guardò attorno.

<<Nulla?>> urlò verso l’alto voltando solo la testa e non il corpo.

La sentinella di guardia gli rispose di rimando << Nulla mio signore Guntaroff>>.

<<Bene, avvertite Sargon che ancor...>>.

La sentinella non fece in tempo a voltarsi che subito sentì un urlo provenire da basso e vide il suo signore afflosciarsi sul piscio ancora fresco e fumante con una freccia conficcata all’altezza dell’inguine.

<<All’arme,all’arme, all’arme!! I barbari attaccano! Alle armi uomini, sugli spalti, rinforzate la porta, fuori gli archi!”.

E mentre diceva ciò un nuvoloso polverone si spostava sulle pianure ad est.

Ora più che mai la sentinella s’avvide che quella polvere non si spostava con il vento, come prima, ma sembrava prendere una direzione precisa.

<<All’arme- ripetè a gran voce- Lord Gunteroff è caduto, ai posti di combattimento! I barbari, i barbari!>>.

Sargon era ancora a letto quando la battaglia ebbe inizio.

Svegliato dal tramestio e dal suo personale inserviente, Serpe, si diresse sugli spalti e, sportosi dai merli, poté vedere chiaramente l’accozzaglia variopinta dei barbari spingersi quasi fin sotto la collina del Cornoroccia e scagliare nugoli di frecce dalle cavalcature, per poi ritornare indietro una volta che gli uomini di guardia rispondevano al fuoco nemico con baliste trabucchi ed altri proiettili.

Vide le bocche di lupo e gli scorpioni piazzati tra le dune di sabbia ed erba ed intorno all’altura difensiva fare strage di cavalli, inghiottendo cavalcatura e cavaliere in abissi oscuri di morte irti di spuntoni malefici e colmi di sangue rappreso.

Erano mesi che le incursioni si erano fatte sempre più imponenti.

Abbisognavano di ulteriori rinforzi, motivo per il quale una settimana fa aveva mandato il giovane Jorge alla ricerca di aiuto.

Dall’alto della torre Sargon iniziò a ponderare sul suo destino e su ciò a cui sarebbe andato incontro se Jorge avesse fallito o non avesse fatto ritorno in tempo…

La lunga chioma bianca gli ricadeva sulle spalle in fili sottili. Il volto completamente glabro si sforzava di osservare il comportamento di quei bruti uomini selvaggi dalle cavalcature indomite che mangiavano combattevano e dormivano sempre su quelle bestie infernali.

Gli uomini del Mare non comprendevano l’utilità di quel mezzo quando potevano solcare gli oceani con le loro navi lunghe, eppure Sargon aveva a lungo studiato gli usi e i costumi degli altri popoli e si sforzava di comprenderne il comportamento.

Mentre pensava a ciò, sollevò in alto un braccio e mentre il vento cominciò a soffiare dal mare e gli smuoveva la chioma in una danza selvaggia ed isterica aprì il pugno chiuso e distese tutte e cinque le dita.

Allora il vento si riversò da quel fulcro con inaudita violenza verso lo stormo dei cavalieri già impacciati dagli ordigni di difesa campestre, trasformando il terreno sabbioso in un turbine di terra ed aria.

Poi arrivò l’acqua e la terra si tramutò in fango ed il fango inghiottì il sangue e le urla dei feriti ed i nitriti dei cavalli furono spenti dalla furia del vento e degli elementi.

Ma quell’incantesimo portentoso non si spinse oltre i malcapitati della prima incursione che erano stati tanto sciocchi da avvicinarsi alle difese esterne ed al perimetro di palizzate che circondava la torre.

<<Aye! Brutti foruncoli di pus del deserto!>> ringhiavano i guardiani.

<<Bel colpo mio signore!>>

<<Aye!Ricacciamoli in mare>> urlò qualcuno.

<<Idiota, nel deserto vorrai dire…>> rispose un’altra voce nel clangore della battaglia.

Gli altri cavalieri, armati pesantemente, si erano tenuti alla larga aspettando un momento propizio alla carica di cavalleria.

Fortunatamente, pensò SArgon, ciò non sarebbe accaduto…gli animi si quietarono e la Furia del Deserto venne ancora una volta respinta dal tempestivo vigilare della Torre di Confine.

<< Prego ogni volta il dio che questi uomini non abbiano la forza per proseguire ed andare oltre, ogni volta le parole arcane trovano la strada per il dio, ma sempre più spesso, ora, cominciano a smarrire la via>>.

Il mago ripensò al turbine di fango e si appoggiò ad un merlo di legno, stanco ed affaticato.

<<Quanto ancora potrò resistere? Per quanto tempo ancora dovremmo difendere la terra del Re…>>

Poi sul suo volto si dipinse ancora più sconforto quando vide i signori delle dune non tornare nel deserto, ma accamparsi a qualche iarda di distanza dal fortilizio…

<<Jorge…>> mormorò ancora una volta, accasciandosi a terra.

Poi, rivolto a Serpe disse <<Portami del latte di luna, ed una sedia a dondolo ché ho bisogno di riposare>>.

Occhio di formaggio fu svegliato improvvisamente dal vecchio fabbro.

Sogghignava e sembrava in preda alla follia.

<<Hai visto che fine ha fatto il lord?>>

Ulrich sembrava molto spaventato da quella uscita.

<<E’ morto nel suo piscio.. il Lord degli Escrementi lo chiamano ora, sissignore, il lord della merda!>>.

Il vecchio fabbro rise e ritornò sul suo giaciglio.

Era notte, una notte buia e tempestosa ed il terrore e la paura di un altro attacco erano più vivi che mai e serpeggiavano tra la truppa come serpenti infidi e velenosi.

Era morto il comandante, si diceva, non c’era più speranza, ed il vecchio SArgon, anche lui era febbricitante. La tensione era più alta che mai.

Occhio di formaggio si alzò nuovamente dal giaciglio, era stanco si, ma si sentiva anche soffocare dal tanfo e dal puzzo di quel luogo oscuro, poteva sentire quasi l’odore del sangue trasudare dalle pareti.

Era una torre antica, gli aveva raccontato Martello, costruita dagli Uomini del Mare tempo addietro, quando ancora il Ferro non era stato scoperto e le lance avevano le punte di Bronzo…

Uscì dalla postierla che aveva il compito di vigilare, sempre, ad ogni costo.

La porta dava sul retro della fortificazione, all’opposto della porta principale, ora massicciamente sorvegliata.

Una ventata d’aria gli accarezzò il viso giovane e butterato e fu contento di essere uscito da quel luogo triste e tetro, lontano soprattutto da Martello.

Deve essere impazzito pensò, si, deve aver bevuto troppo quell’acqua schifosa e deve aver perso qualche rotella si.

Osservò per qualche minuto l’orizzonte, domandandosi cosa l’avesse spinto a lasciare casa e famiglia per arruolarsi in un luogo di confine, una striscia desolata, lontana e distante dal dio.

Si appoggiò alla lancia sollevò la testa e vide le stelle del cielo fare capolino tra qualche nuvola, un luccichio inaspettato, quasi insperato.

Dopo la battaglia aveva aiutato a costruire una pira per bruciare il corpo di lord Guntaroff.

Nello spiazzo antistante la porta sul retro c’erano ancora le ceneri, ancora si alzava qualche lingua di fumo nelle tenebre notturne, risalendo il fianco della torre ed oscurando quasi il lume di candela proveniente dalle finestre dello studio del mago.

Vide poi, in lontananza, nell’oscurità oltre il fumo e l’ombra delle stelle nascoste un luccichio rosso ardere prepotentemente.

<<una stella- disse- una stella arde e brucia più delle altre…che gli Dei ci assistano…>>.

Sputò e rientrò, un poco infreddolito.

L’indomani il sole sorse a rischiarare un giorno diverso dagli altri.

Martello svegliò il giovane Ulrich ed insieme andarono ad ingrassare le difese sul parapetto.

La sentinella pareva ancora dormire e Martello le diede un calcio.

Ad Occhio di Formaggio pareva che la follia se ne fosse andata da quegli occhi blu e lattiginosi e si sentiva più tranquillo.

<<Svegliati cane-ringhiò Martello alla sentinella- dormito bene signorina?>>.

Gli occhi della torre si aprirono e videro il terrore nell’abisso striato del volto del fabbro, poi furono rassicurati dalla luce del sole giovane.

Balbettò qualche cosa e si tirò subito in piedi.

<< Questi giovani>> .

Martello sogghignò e sputò per terra, poi disse <<Va, bambina, le disse, va a prenderti un goccio di acqua fresca e a defecare, e prega che non ti succeda la stessa cosa che successe al povero nostro Lord eheh>>.

Sempre più intimorita la sentinella scese dalla botola e scomparve nelle viscere della torre.

<<Bene Formaggio- disse poi Martello- ora io e te da soli eh? Aye!>>.

C’era un suono nella voce che ad Ulrich non piaceva affatto.

Sargon, il Rosso, si alzò presto, e questa volta non svegliato dalle urla della battaglia.

Incuriosito salì all’ultimo piano, incontrò la sentinella e la fulminò con uno sguardo ed un’espressione interdetta. Ma sbuffò, ed uscì alla luce del sole.

Occhio di Formaggio e Martello stavano chiacchierando amabilmente oliando i meccanismi di difesa e le altre opere ingegnose costruite dagli scienziati di guerra.

Quando la sua ombra, lunga e stretta, parve sovrastare le loro misere forme entrambi alzarono gli occhi.

Occhio di Formaggio si alzò e piegò il capo in segno di un rispettoso saluto, Martello si limitò a berciare un buongiorno mio signore, senza smettere di lavorare.

<<Martello- esordì il mago- tu sei vecchio almeno quanto questi miseri marchingegni di difesa che poco servono se non che a tenere occupati uomini della tua risma>>.

C’era una sottile venatura di scherno e nobile intonazione di coscienza di superiorità intellettuale e spirituale nella voce del vecchio sapiente, vecchio quasi quanto le ossa di quella torre oscura e grondante sangue da centinaia di anni.

<<Come piace a vossignoria>>.

<<Credi forse che questi macchinari possano più della mia arte?>>

<<non ho detto questo mio signore>>.

Martello continuava a pulire, ora ancora più meticolosamente di prima, ma il giovane Ulrich si era tirato in disparte, sentendosi troppo un giovane fuscello per stare tra due querce così antiche.

<<E allora perché non ti alzi e mi guardi in faccia, razza di viscida canaglia?>>.

Martello voltò lentamente il viso, e di nuovo comparve quel suo ghigno poco rassicurante, ma che ora assumeva un aria tutt’altro che minacciosa.

Quello stupido vecchio, pensò Ulrich osservando tutta la scena, si sta ficcando in un bel pasticcio…

<<Strappati quel sorriso da ebete dalla faccia, idiota di un villico, ed alzati, o pulirai questi macchinari per il resto della tua vita>>.

<<Si mio signore!-urlò Martello alzando il viso come fanno i lupi quando ululano e simulandone il lamento- siiiiiiiiiiii, uhuuuuuuuuuuu, si, Sargon, il Sommo…>>.

Martello si alzò e sputò per terra, cosa che, a quanto pare, amava fare spesso.

<<E cosa potrà ancora difenderci da quei barbari, quei demoni di sabbia? La tua magia forse? Sai che ti dico, non mi interessa più. Io sono vecchio si, ma anche te, a quanto vedo, stai arrivando alla fine dei tuoi giorni. Preparati nobile Sargon…l’unica cosa che rimarrà di te, forse, saranno solo i tuoi libri e quanto tu hai appreso te lo porterai nella tomba, per intrattenere qualche vermetto…>>.

Sargon alzò una mano di velluto e lo schiaffeggiò sul volto.

Martello sputò un grumo di sangue, poi si chinò, prese gli attrezzi da terra e scese nelle viscere della torre.

Sargon assunse un espressione severa poi, improvvisamente, notò Ulrich.

Le rughe ed il cipiglio si distesero.

<<Mio signore, Martello, lui…è buono in realtà…non avrebbe voluto…>>.

<<E tu, ragazzo- non c’era più ostilità nella sua voce né arroganza nella sua nobile favella- tu cosa pensi di tutto questo?>>.

Occhio di Formaggio era sicuro che non avrebbe saputo dire nulla al riguardo e, dopo essersi cortesemente inchinato, sparì anche lui sotto la botola.

Solo Sargon rimase ad osservare l’orizzonte, ora più triste che mai.

Osservò l’accampamento barbarico, udì le risate e le grida provenienti dalle baldracche e dai guerrieri nerboruti, sicuri, per quel che li riguardava, che ormai non valeva neanche più la pena di combattere, che la torre sarebbe crollata su se stessa da sola, roccia infranta e vecchia, all’ombra della quale molto sangue era stato versato ed orride torture perpetrate al sangue del popolo dell’Est.

In nome delle stelle e del cielo e del Sole, invocava dentro di se Sargon, tutto ciò che ho studiato… tutto ciò che ho appreso…a cosa…; girò lo sguardo su quei macchinari di guerra vecchi e consunti, i rostri non più acuminati ma sporchi ancora di un sangue vecchio migliaia di anni…

E se dopo, alla fine di ogni cosa, dovesse cadere tutto? Quanto vale un intera e lunga vita dedita sempre allo studio di un’ombra senza corpo…?

un ombra? Vide un’ombra sull’acqua, sul mare lontano, si, la vedeva bene.

Aguzzò la vista… Jorge… le palpebre si fecero sottili, due piccole fessure nere, senza pupilla.

Vide un fuoco ardere morente e materializzarsi una barca: dall’oscurità ad occidente, residuo di una notte trascorsa tra le nubi, emerse una lanterna issata su un bastimento veloce.

Presto toccò terra e da li scesero alcuni uomini.

Sargon chiamò la sentinella a lungo obliata. Emerse dalla botola alla luce abbacinante che segue l’alba.

<<Laggiù-gli disse- cosa vedono i tuoi giovani occhi?>>.

<<Una vela mio..>>

<<Si si! E poi? Cosa? Presto!>>

<<una vela- alla sentinella gli si illuminò il volto contrito- una vela nera! E l’emblema del Principe nero! Mio signore siamo Salvi!>>.

Jorge… Sargon rilassò le membra appoggiandosi al parapetto, lo sguardo ad occidente… siamo salvi

Quella sera ci fu festa alla Torre di Confine e SArgon accolse il ritorno del giovane mago Jorge più con affetto e amore che con onore, doni e cibarie varie.

In mancanza di altro era stato servito finalmente vino, per la gioia di Ulrich e Martello.

Per il momento l’ombra sembrava essere stata scacciata, ma Jorge non vide luce sul volto del nobile Sargon.

Ben presto si avvide che le tenebre incombevano fortemente su quel bastione di difesa.

Si dice che nel fior fiore degli anni

Capita che si compiano azioni avventate

Ma le ombre fredde della morte non possono che essere scacciate che dall’ardore del coraggio;

Lla tristezza, invece, dorme nei cuori attempati…

Questi i versi del ricordo nell’Urlo del Deserto, in quel canto che ricordò l’ultima e strenua difesa di un pugno di eroi allo sbaraglio…

Sulla torre sembrava essersi addensata una coltre di tempesta mentre da basso i fuochi dell’accampamento dei barbari gli si opponevano con l’intento di rischiarare la tenebra.

Ma dal mare era giunta la nebbia e la salsedine ed il sale, tutta la forza degli uomini delle lunghe navi.

Poi fu l’alba.

Dalla nebbia che l’ebbe preceduta si udì un suono ed il corno tuonò quando le porte si aprirono vomitando uno sciame di uomini di ferro.

Un nugolo di frecce si alzò dal campo nemico ed abbatté i più sprovveduti.

<<Ecco si!>> tuonò Jorge dall’alto della torre.

<<Concentrati>>, la voce di Sargon gli giunse come un’eco lontana tra le forre di mille montagne.

<<Guarda che impeto, che coraggio; colpiti non si fermano, avanzano! o Dei!>>.

Ma SArgon era impegnato nel dare gli ordini e confabulava anche con se stesso.

Tra i barbari si alzarono le prime urla di comando ad ingaggiar battaglia.

<<Non perdere tempo ragazzo-disse poi il vecchio mago- fai buon uso della tua favella!>>.

Poi Sargon si rivolse alla truppa <<arcieri, mirare...>>.

Gli archi furono tesi e le frecce incoccate mentre gli uomini del deserto avanzavano.

<<Pronti? Non ancora, non ancora…>>.

Mentre Jorge manteneva la concentrazione, la Furia dell’Est si faceva strada tra i cadaveri dei compagni e le bocche di lupo intrise di sangue ed escrementi.

<<…non ancora…>> disse nuovamente Sargon.

Il capo barbaro urlò e comandò la carica contro la fanteria della torre uscita allo scoperto.

<<ORA!>> tuonò il vecchio mago con tutto il fiato che aveva in gola.

Un nugolo di frecce nere attraversò quel poco spazio che separava i due piccoli schieramenti e fu fatta strage tra i barbari incauti.

<<Dannazione, non basta>> disse Jorge, il volto giovane rischiarato da una rada peluria solo sulle guance.

<<Ora è troppo tardi, colpiremo anche i nostri uomini>>, il volto di Sargon era una maschera di desolazione…

Quanto accadde dopo fu ricordato negli anni che seguirono.

La battaglia durò per molti giorni stremando i contendenti, scuotendoli fino a farli divenire spettri che corrono nella notte.

L’ultimo giorno, ricordarono i pochi sopravvissuti, Sargon impazzì.

C’è chi disse che prese un’arpa dal suo studio e che si mise a suonare seduto sul suo scranno al centro del parapetto, osservando la battaglia ed ascoltando le urla dei morti con un sorriso oltre l’umano.

<<Ogni cosa deve appassire, deve perire, deve cadere dopo la rosa che fiorisce!>> .

Una nube nera avviluppò il mago e dopo averlo sollevato in aria esplose in un turbine di fiamme che invasero tutta la torre ed il campo di battaglia ai suoi piedi uccidendo tutti coloro che erano allo scoperto.

Tra i sopravvissuti, tra coloro che si erano andati a riparare in qualche andito di pietra, ci fu chi disse di aver udito al di sopra di tutto quel clangore di ossa rotte e membra squarciate un urlo terrificante.

L’Urlo del Deserto…

Non da ultimo ci fu chi vide il giovane Jorge uscire da quella ombra, contemplare quello che era stato il campo di battaglia ed i suoi morti ed andarsene.

Si disse che allorché Sargon impazzì egli fu l’unico a mantenere la calma ed a comandare gli uomini, senza perdere la speranza...o la testa.

<<Coraggio maestro!>>.

<<E’ inutile- sembrò rispondere – è tutto inutile!>>.

Il vecchio mago urlò e scagliò l’arpa contro i vecchi macchinari di guerra arrugginiti.

<<E’ tutto inutile! Come quei vecchi aggeggi… >>.

Dopo la nube nera ci fu chi ricordò queste parole: niente altro che nebbia, ora.

Come quella che ricopre l’antico campo di battaglia e le macerie della vecchia torre…



Commenti

pubblicato il 19/08/2009 12.36.58
Giusepperi, ha scritto: Complimenti, ho veramente apprezzato molto questo racconto ed il tuo stile di scrittura.

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