ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.499 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 57.540.171 volte e commentati 55.650 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato giovedì 14 maggio 2009
ultima lettura sabato 24 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Domicilio mentis

di nevedispagna. Letto 878 volte. Dallo scaffale Generico

Entrò, sul pavimento c’erano fogli di musica, foto e poesie stracciate ed un orologio rotto al centro. Sulle piastrelle opache, qua e là, quasi incoscienti , poche tracce di sangue.......

Entrò, sul pavimento c’erano fogli di musica, foto e poesie stracciate ed un orologio rotto al centro. Sulle piastrelle opache, qua e là, quasi incoscienti, poche tracce di sangue.

Senti’ dell’umido sulle spalle, alzò gli occhi e dal soffitto lacrime, lacrime, lacrime.

Non sembrava esserci praticamente null’altro in quell’ unica stanza, si sedette ed attese, raccolse qualche frammento, cercò di decifrare la scrittura ordinata, immerse gli occhi nelle “E” maiuscole, precise, accarezzo’ l’esile rotondità delle “A”, poche frasi sembravano avere senso, troppi frammenti da ricercare , troppo umido sulle spalle, sulla schiena , sul volto.

Si rialzo’ con lentezza, vide delle ragnatele, invisibili ragni probabilmente tessevano i loro misteri nell’ assoluta segretezza mentre con mortale cadenza nasceva moriva e s’accumulava la polvere.

Con dita pesanti si massaggiò la fronte , prese da terra delle foto e le asciugò’ con cura.

Frammenti di volto, di chiome, di occhi, si fissò su un piccolo particolare, e con la punta delle unghie accarezzò quei capelli. Lo stridere sulla carta diventa quasi dolce nella mente, e di ogni sottile fibra avvertì’ la consistenza ondulata, lunga.

La pioggia aveva cancellato tutti i suoi passi nel fango, adesso regnava una quiete straordinaria.

In una specie di baita diroccata, in un angolo di verde disperato, l’ironia della vita posata sulla meta di quel lunghissimo viaggio.

Si avvicinò alla finestra, rami spezzati, alberi feriti dalla furia del tempo, dappertutto colava timida della resina, resina, resina.

Il vento feriva dolcemente l’erba, al centro di quel buio si ergeva storta e sballata una quercia, non vedeva altro tranne dei piccoli arbusti d’erica , erica carnea, sempreverde, fiori rossi rosa o viola in inverno.

Si mosse per uscire, ma qualcosa lo fermò, avrebbe voluto cogliere quei fiori, ma rimase dentro.

Una veste stracciata era piegata e riposta nel fondo, la luce della luna penetrava illuminandola su di una sedia. tessuto sottile, nero, strinse fra le mani quella veste lunga, la stirò trattenendola nei pugni, poi con un piccolo coltello ne recise precisamente un lembo, con un movimento quasi segreto, e se lo infilò in tasca.

Il buio nascondeva anche un divano, un divano all’apparenza piuttosto scomodo, lo calcò con i palmi.

Probabilmente quel divano era stato un letto, e dal rumore e dalla ruggine delle molle, penso’, non proprio solitario.

Volle osare, così si distese.

Il soffitto era bianco, bianco sporco, scurito nei lati, cos’era stato, fumo delle sigarette, smog, noncuranza, chissà, quel colore non riusciva a nascondere proprio niente.

Una goccia si spiaccicò sulla guancia, e poi un’ altra, e poi altre lacrime, lacrime, lacrime , rimanere li’ era forse impossibile, una gabbia per uccellini poco più in la, aperta. Canarini? Pappagalli? Uccelli senza volto e senza nome.

Un’altra goccia, si alzò, non avrebbe voluto, anzi, qualcosa del tempo s’era come fermato proprio all’ingresso del cuore, qualcosa che frenava, soffocava il ritmo dei battiti, lo trovava piacevole.

Non smettere, non smettere, ed invece smise. Percorse lentamente il perimetro con gli occhi rivolti verso l’alto alla ricerca di un segno, di qualcosa, ma in fondo cosa avrebbe voluto o dovuto vedere?

Quel bianco, quel bianco sporco non riusciva proprio a nascondere niente.

Entrò del vento, e sparse tutti i frammenti, ma non ci fece più caso, nell’angolo opposto, sulla parete che sembrava incredibilmente lontana, un quadro sgangherato.

Sentì’ subito lo scatto nella mente, e corse , avrebbe voluto sentire un fulmine, o della musica sinfonica ottocentesca e potente, ma non sentì nulla.

Si fermo, avanti al ritratto , era proprio lei.

Ne guardò intensamente i tratti, tentando di distinguere le linee del viso seguendole con gli occhi, velocemente, poi su quelle linee stese l’indice, deviando di netto all’altezza d’uno zigomo, verso le labbra scure. C’era una leggera nebbiolina proprio davanti , quasi fosse il respiro trattenuto da quel vetro protettivo.

Rimase un attimo a fissarla mentre raddrizzava la cornice.

Ebbe per un istante l’impressione che quella nebbiolina si facesse più intensa, quando il ritratto ritornò sbilenco.

Guardò istintivamente per aria, alla ricerca d’un qualcosa, nel pieno smarrimento, poi avvicinò con lentezza le mani.

Appena toccato il vetro udì chiaramente: vattene!

Allora rifece i suoi passi, con lo sguardo fisso su quel quadro storto in mezzo alla parete.

Afferò il pomello, ed uscì.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: