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lavoro pubblicato lunedì 11 maggio 2009
ultima lettura domenica 21 aprile 2019

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DUE PICCOLI COMPAGNI (Storie di amori e amicizie ai piedi dell'Etna)

di spadero. Letto 2507 volte. Dallo scaffale Fantasia

Spadero                         DUE PICCOLI COMPAGNI(Storia di amore e di amicizia ai piedi dell'Etna)      .......

Spadero

DUE PICCOLI COMPAGNI

(Storia di amore e di amicizia ai piedi dell'Etna)

Romanzo

TURIDDU SI DEVE FARE DOTTORE

Che il figlio del segretario Raciti andasse agli studi sembrava cosa del tutto naturale e sacrosanta: aveva studiato il padre, ora studiava pure il figlio. Ma che uno come Iaffiu Passereddu mandasse anche lui il figlio Turiddu - signori miei, al ginnasio - invece di farlo sgobbare come i suoi fratelli gemelli Maru e Tanu nello stabilimento del Commendatore, sembrava a certuni una cosa che un cristiano non poteva sopportare. C'era da farsi il sangue acqua. « Chi si crede di essere quello là?» si chiedeva Santu Iacitusu che, da quando il suocero nell'andarsene all'all'albero pizzuto1 aveva lasciato un giardino di limoni, all'acido che gli era abituale aveva aggiunto anche la superbia, e diceva a questo e a quello: «Uno che non possiede nulla...uno che mèndica un po' di lavoro a destra e a manca...un pezzente che va anche a carriare rassura (trasportare letame)...e poi, signori miei, costui pretende di mandarti il figlio al ginnassio...al ginnasio, come i figli di papà. »
Ma Iaffiu Passereddu, non solo pareva che non sentisse queste cattiverie di Santu Iacitusu, ma neppure le altre malignità che gli piovevano addosso da ogni parte del paese. Chinava il capo, e con­tinuava a lavorare al suo solito come un mulo, pensando alle altezze dove un giorno sarebbe asceso suo figlio Turiddu. Infatti, padre don Concetto Cardillo, alla chiusura delle scuole comunali, lo aveva chiamato e gli aveva detto: « Iaffiu, tuo figlio Turiddu è uno che promette. Il ragazzo ha la testa che è un brillantino. Man­darlo a lavorare dalla mattina alla sera nelle fabbriche, come quelle teste dure degli altri tuoi figli Maru e Tanu, sarebbe un vero pec­cato. Quando uno ha ricevuto dal Padreterno la grazia d'un figliolo così intelligente e volenteroso, lo deve fare studiare.» Qui ci fu una pausa. Poi, il prete, guardando fisso nel mezzo degli occhi il brav'uomo, alzò l'indice verso il cielo e sentenziò che Tu­riddu un giorno poteva diventare anche dottore. Iaffiu ebbe come un sobbalzo, si rimescolò tutto, udendo a quali altezze poteva salire il figlio Turiddu. Si confuse, arrossì fino alle orecchie. « Patri don Cuncettu, feci sempre come mi consi­gliò vossia. Mandai per cinque anni Turiddu alla scuola comunale, anche se vossia fu tanto buono...fu come un patri col suo figlioccio Turiddu e con tutta la famiglia...Sono cose che io e mia moglie non possiamo scordarci fino a quando il Signore e San Leonardo ci fanno campare » Ma dottore...dottore come il figlio di don Nicola Cassaniti, gli pareva troppo per un poveraccio come lui. « Dominiddiu mi può anche castigare, patri don Cuncettu, » esalò il brav'uomo con gli occhietti smarriti per cotanto ardire. E, quando il prete ricordò che anche la buon'anima di suo padre, andava a lavorare a giornata, eppure lui era diventato sacerdote, il povero Passereddu, più confuso che persuaso, balbettò: «E i soldi...i soldi, per man­dare vostro figlioccio Turiddu al...al ginnaso, dove li prendo, patri don Cuncettu?» « Eh? i soldi... Non ti preoccupare per i soldi! » assicurò il prete. «Fino a quando campo io, il mio figlioccio Turiddu può stare tranquillo...e anche dopo. Poi, noi due sconteremo con i lavori che mi farai in campagna, e tua moglie resterà qualche ora in più in casa mia a dare una mano alla povera serva Santa che, vecchia com'è, e per giunta malandata in salute, ogni giorno che passa sta più a letto che alzata, povera anima. »

PADRE DON CUNCETTU

Il prete era un gran pezzo d'uomo alto e corpulento. Il suo collo era così pieno e tarchiato che gli avresti dato una gran manata per farlo suonare; ma nessuno in paese avrebbe osato un'uscita simile, non solo per timore dell'abito che portava, ma soprattutto per rispetto di don Cuncettu "uomo".
I vecchi del paese raccontavano che da giovane il prete si faceva guardare. Si ricordavano di un picciotto venuto fresco dal seminario, alto, dritto, latino2, con un bel colorito roseo e occhi cele­sti, vivi e penetranti che non pareva nemmeno prete. Quando lui diceva la messa, pare che certe ragazze al termine della sacra fun­zione si attardassero più del solito in chiesa a pregare davanti alle statue dei Santi, come prese da un più acceso fervore religioso. Poi, tutto all'improvviso, il giovanotto partì. Si disse per disposizioni venute dall'alto. Su quella partenza così repentina vennero dette tante cose, nei saloni, nelle putìe (botteghe), al Circolo dei Nobili. Ma pare che c'era stato un parrocchiano del quartiere Ponte che aveva giurato di tirare al signor ecclesiastico una schioppettata quando lui meno se l'aspettasse, malgrado quel malintenzionato fosse un devoto cattolico, lui e la propria signora.
Cuncettu era entrato in seminario per volontà di padre don Cola, lo zio materno, che così lo aveva avvertito: « Si non trasi nto siminariu e non ti fai parinu, i beddi iardini di Carabba e Passagliastru, la gran vigna dâ Cutùla e a comoda casa dû quartieri Spizziu tî poi scurdari. » Se lui non entrava in seminario e non si faceva sacerdote, i floridi giardini di Carrabba e Passagliastro, la opulenta vigna della Cutula e la comoda casa del quartiere Ospizio se li poteva dimenticare. Padre don Cola questi beni li avrebbe associati agli altri beni della Chiesa di Màscali... E così Cuncettu, che amava andare scorrazzando per Màscali e dintorni, e d'estate il suo gioco preferito era acchiappare lucertole col cappio di erba nel Vallonazzo, insieme al compagno di giochi Puddu, per amore dello zio padre don Cola, che gli aveva promesso che gli lasciava tutti quei beni, entrò in seminario.
Dopo una lunga assenza, che fece seguito a quell'improvviso "esodo", su cui tanto ragionarono i suoi concittadini, padre don Cuncettu aveva fatto ritorno al paese natìo...«Per motivi di salute, » diceva il suo vecchio compagno di giochi Puddu, che gli portava rispetto e cercava di ripararlo dalle malignità e da certe dicerie come meglio poteva. Ma nel paese il miglior cliente delle chianche (macellerie) e dei pisciari (pescivendoli) era proprio lui - per cui:
« Altro che motivi di salute ! » dicevano i più.
Le solite buone lingue sostenevano invece che dal posto dove si trovava il prete se n'era dovuto andare "per ordine di Sua Eccellenza il Vescovo" in persona, a motivo che stava dando scandalo.
« Signori miei, » aveva insinuato subito lo Iacitusu, la lingua più informata del paese: « a Caltagirone padre don Cuncettu ha lasciato "moglie" e figli: un giovanotto e due belle signorine...Una baronessa, una signora baronessa con tanto di giardini e palazzi aveva preso al laccio, col marito miccitedda3 e perfino "cornuto consensiente"! Ma siccome poi lui mise gli occhi sulla giovane cugina della signora baronessa - signori miei, un pezzo di figliola di quelle come si deve - la baronessa, gelosa e vendicativa come sono tutte le donne passionali, tanto fece con le autorità ecclesiastiche che lui dovette far fagotto e andarsene.» E, con la sua solita malignità, che gli aveva fatto aggiudicare il titolo appunto di "iaci­tusu4", l'uomo ghignando acido aggiungeva: « E così il reverendo fu rispedito al punto di partenza. "Se continuerà a far danno," si dis­sero i suoi superiori, "se lo piangeranno i compaesani mascalesi."»
Ritornato al paesello natìo, padre don Cuncettu si era sistemato nella comoda casa del quartiere Ospizio, lasciatagli dalla buon'anima di suo zio prete, che - come si vede - aveva mantenuto la parola; e ora viveva con la serva Santa, la quale prima aveva servito padre don Cola e dopo era passata al servizio del nipote appunto. Lo serviva come meglio poteva, dato che ormai si era fatta vecchia, e ogni giorno che passava stava più a letto che alzata, e per i dolori reumatici faceva sempre più fatica a camminare, povera anima; e, se non fosse stato per la mano che ora, ogni giorno, le veniva a dare la gnà Maria - che era la moglie di Iaffiu Passereddu, la madre di Turiddu e di quelle due teste dure di Maru e Tanu - la grande casa del quartiere Ospizio di padre don Cuncettu se la sarebbero mangiata la polvere e le fuliggini. Padre don Cuncettu badava personalmente alle floride proprietà che assieme alla casa dell'Ospizio gli aveva lasciato lo zio prete, e per le feste e i funerali importanti non diceva di no al parroco del paese se veniva a chiedergli una mano. Passava le giornate o a guardarsi gli interessi in campagna, dove si recava col carrozzino, lasciatogli anch'esso dal munifico zio, dato che - come diceva con gli antichi l'amico Puddu - «L'occhiu du patruni ngrassa u cavaddu» (L'occhio del padrone ingrassa il cavallo ), oppure alla Camera del Fascio a giocare alle carte, dov'era assai difficile da battere, non solo perché ci sapeva fare con re, regine e assi, ma anche perché le carte pare che se le ricordasse una per una, dall'asso di mazzi al Re di Coppe. I soci del "Circolo dei Nobili", che poi era divenuta "Camera del Fascio", quando c'era padre don Cuncettu stavano sulle spine, dato che alle carte metteva saliva sul naso a tutti e di regola vinceva sempre lui; e, se non giocava, quelli pensavano che lui facesse iettatura; e quindi, appena lui metteva piede nella "càmmira"5, ognuno di loro, sotto sotto, si toccava. Ma quei galantuomini, davanti al prete, si sentivano a disagio, non solo perché non erano liberi di parlare come volevano - cioè di dire parolacce a volontà o di bestemmiare - ma neppure di raccontarsi storielle piccanti, aventi come protagonista per l'appunto il rinomato ecclesiastico.
Certe male parole leggere, e anche talune "rumorosità", padre don Cuncettu poteva anche far finta di non sentirle, per amor di pace; ma, perdio, le bestemmie, contro il Signore e i Santi, no!...Questo era veramente troppo. Perciò, fulminava con sguardo leonino il malcapitato di turno, e lo investiva con tali insulti e minacce e scrolloni di petto che quello malediceva il momento che in uno scoppio di bestialità si era lasciato andare alle sacrileghe imprecazioni, le quali da un lato erano indecorose per la recente romanità del luogo e dall'altro imprudenti e pericolose dato che lì a difendere gli interessi della religione trovavasi proprio tanto ferrigno paladino della Chiesa. Perché il prete - tra le altre virtù di cui andava famoso - dicevano che non avesse paura di nessuno, e, se gli capitava l'occasione, lasciava andare scorciacollo6 anche a gente maritata, « perché con Dio e con i santi non si scherza. »
Di regola, dopo la sfuriata, che lo portava in malabestia, padre don Cuncettu, per non esser costretto a fare qualche sproposito e compromettersi con quegli scomunicati, se ne usciva dalla càmmira, borbottando contro il malcostume e la mala educazione dei tempi nuovi. E andava a sfogarsi o nella putìa di donna Rosa dû Vinu (che, vedendolo così rannuvolato, subito andava a riempirgli il solito bicchierotto di marsala all'uovo, o nel salone da barba di do' Lunaddu, oppure - se non era tardi - dal vecchio compagno Puddu, che faceva lo scarparo a lato della piazza, col quale di solito - ora che ormai avevano passato da tempo la quarantina - soleva rievocare i tempi andati, quando erano ancora carusi, e il loro maggiore divertimento era l'andare a caccia di lucertole col cappio di erba nel Vallonazzo, il torrente che attraversava il paese da ponente a levante, costeggiando la stessa Chiesa di San Leonardo, il Magazzino Enologico e la Camera del Fascio, per parlare degli edifici più notevoli.
Erano già passati dodici anni e mezzo dal suo ritorno al paesello natìo, e agli inizi di quell'estate padre don Cuncettu, tra le altre sue faccende che aveva da sbrigare di primo mattino, ebbe anche una diversa occupazione: dare lezioni private al suo figlioccio Turiddu, che a ottobre doveva entrare al ginnasio di Giarre. Se vi entrava preparato, conoscendo le declinazioni del latino già a memoria, e anche un po' di Iliade, il ragazzo avrebbe dato ai professori una bella impressione.
« Un santo!...un santo è patri don Cuncettu!» andava cantando Iaffiu Passereddu a quelle teste dure degli altri due figli Maru e Tanu, i quali però sotto sotto mugugnavano. «Tanti insegnamenti a vostro fratello Turiddu, senza pretendere denari in cambio. Oggi ho sentito che gli faceva ripetere "rosa, rose, rose" e tante altre cose che non sono riuscito a capire...Cose difficili, che bisogna impa­rare per diventare dottore...Dottore!...Dottore come il figlio di don Nicola Cassaniti, che possiede giardini, vigne, castagneti e soldi a palate! »
Ma, appena durante quell'estate si facevano le dieci, e il sole centrava le cinque stanze tutte messe in fila della grande casa dell'Ospizio, e il caldo saliva, allora il figlioccio veniva mandato a giocare. Dentro, la madre del ragazzo, la gnà Maria "a linguarussisa" (chiamata così perché era originaria del paese di Linguaglossa), la quale dava una mano alle vecchia serva Santa, secondo quei buontemponi della Camera del Fascio capiva che era l'ora di preparare al prete l'acquazuccheroelimone. «Vai, vai fuori a giocare, figliolo. Ripigliamo domani mattina col fresco, » diceva il padrino al figlioccio Turiddu, quando era giunta l'ora della limonata...
MARIA LINGUARUSSISA
Come la gnà Maria Linguarussisa - che era una femmina alta, ben piantata, dritta come un palo, con certi fianchi e certe braccia che ti sollevavano le gabbiette di limoni e i sacchi di farina come se niente fosse - si fosse potuta maritare con Iaffiu Passereddu - un soldo di cacio che lei si poteva mettere nella tasca del grembiule - per la gente che li vedeva tutt'insieme una volta la domenica, quando andavano alla messa da bravi cristiani, avanti lei col figliolo Turiddu, poi il marito Iaffiu e indietro quelle due teste dure di Maru e Tanu, era una cosa che non si riusciva a spiegare.
« Una come "a niura" - come la chiamava lui per via della carnagione piuttosto bruna - non la darei a mio figlio Bastiano, dichiarava Santu Iacitusu, che la gnà Maria se la vedeva passare due volte al giorno davanti alla sua botteguzza di merceria, la mattina quando lei andava da padre don Cuncettu ad aiutare la vecchia serva Santa e la sera quando faceva ritorno alla sua casa di fronte all' ultima delle Sette Torri del paese.
Ogni paesano diceva la sua. « A ggenti parra e ddici; e, quannu a ggenti parra e ddici, sutta sutta c'è sempri n funnu di virità, » (La gente parla e dice; e, quando la gente parla e dice, sotto sotto c'è sempre un fondo di verità), dicevano le sorelle Liccasarde, che erano vicine di casa, e stavano nella stessa strada di padre don Cuncettu, al quartiere dell'Ospizio. « Occhi ladri, neri, brillanti, di una che ha qualcosa dentro che ribolle! » insinuava quel buontempone di Cicciu Beccu alla "Camera del Fascio", beninteso se lì dentro non era presente il temibile padre don Cuncettu. E per fare ridere anche gli altri galantuomini della càmmira, ammiccando verso la donna che attraversava la piazza, Cicciu Beccu aggiungeva con la sua solita risata grassa e sguaiata: «Quella sarebbe capace di issarsi una guarnigione di soldati, come fece la famosa regina Giovanna sotto il Castagno dei Cento Cavalli7!» E, se lì dentro c'era quel libertino di don Vincenzino Musarra, il farmacista, alle altre amenità aggiungeva anche la sua: « Oggi la Linguarussisa cammina piano piano...Vuol dire che ha scherzato troppo con la durlindana che sappiamo noi. Lascia il segno per almeno tre giorni, e forse più. »
Ma c'era anche chi la pensava diversamente, o aveva altre teorie in testa. « Ecco perché Iaffiu Passereddu ogni giorno che passa pare più picciriddo e più sucato8, » insinuava Gnazziu " u sciancatu", uno che abitava lì in piazza, e guardava i compaesani seduto dietro i vetri della porta di casa, per ripararsi dalle correnti d'aria, compagne dei dolori reumatici che - signori miei - se lo mangiavano vivo dalla mattina alla sera, anche d'estate, con quel caldo. E aggiungeva immancabilmente: « Certo, quando si ha dentro una giumenta come quella che ti stuta (ti spegne) la notte!...» «Malignità!... malignità! » si opponeva donna Sara, la moglie dello Sciancato, alla quale Maria una sera sì e una sera no mandava le uova fresche del suo pollaio col suo figliolo Turiddu...e gliele passava meno degli altri. « Maria, » assicurava la brava donna, « è una buona cristiana, timorata di Dio, sempre cogli occhi bassi per educazione e le labbra cucite, che sbatte dalla mattina alla sera per la famiglia.» «Guardati da quelle che paiono sante! » avvertiva don Gnazziu: «Quella farebbe fare mali pensieri perfino a un San Leo nardo! » « Siete proprio uno scomunicato, se dite questo!» lo rimproverava donna Sara, facendosi il segno della croce, per cotanto sproposito del marito. E, a mo' di difesa nei riguardi della gnà Maria, aggiungeva: « Ma che ci può fare, se sua madre la fece così bella picciotta e gli uomini la guardano e nell'animo fanno peccato mortale per lei?»
« Se si prese a Iaffiu Passereddu per marito, » spiegava donna Ciccia, la madre di donna Sara, ogni qual volta si toccava questo tasto (E ciò avveniva quasi ogni giorno, dato che ogni giorno passava per la piazza la gnà Maria, e don Gnazziu da dietro i vetri, quasi sempre nel seguirla con occhio intento - un occhio da peccato mortale - si lasciava andare con qualche variante sempre alla solita considerazione) « vuol dire che il Padreterno nei suoi misteriosi disegniha voluto così...Eh, contro il destino uno non ci può andare.»

IAFFIU PASSEREDDU

Iaffiu Passereddu aveva conosciuto Maria in una vendemmia nelle campagne di Linguaglossa, il paese di lei. Le malelingue dicevano che i parenti della donna gliel'avevano buttata addosso perché lei era ncignata (provata), e Iaffiu si era trovato fuiuto9 con la bella Maria senza nemmeno accorgersene. E, senza nemmeno accorgersene le aveva fatto fare Maru e Tanu; e, per ultimo, era nato Turiddu, per il quale il brav'uomo aveva un particolare occhio di riguardo, non solo perché, a differenza di Maru e di Tanu che non parlavano quasi mai, lui aveva una bella parlantina, ma anche perché era figlioccio - l'unico suo figlioccio in paese - del signor patri don Cuncettu Cardiddu, che era uno che contava, che contava a Màscali . Ed ora il buon diavolo addirittura stravedeva da quando aveva saputo che il figlio Turiddu da grande doveva fare il dutturi...Dutturi!...dutturi come il figlio di don Nicola Cassaniti, che possedeva giardini, vigne, castagneti e soldi a palate!
Alfio Bucca, che tutti chiamavano "u passereddu", forse perché d'inverno, tutto raggomitolato per il freddo, sembrava un passerotto intirizzito, quando camminava accanto a Maria - lei alta e dritta come un palo, lui piccolo e curvo che le giungeva appena al seno - ad alcuni dava l'impressione di un cagnolino da latte. L'omino faceva i lavori più disparati pur di buscarsi la giornata; e, quello che faceva, lo faceva sempre di corsa, come se c'era uno di dietro che lo incalzasse facendogli premura. E chiamava con rispetto tutti di "voi", anche quelli - ed erano la maggioranza - che gli davano il "tu". Iaffiu zappava, potava, lo chiamavano per togliere le erbacce, per spulicare10 le viti, per la raccolta delle olive, delle nespole, degli agrumi...Insomma, quando lo chiamavano per lavorare, lui come ogni buon lavoratore di razza non si tirava mai indietro; anzi si buttava subito a testa sotto a faticare con la tenacia d'un mulo. A volte, era tale e tanta la sua compenetrazione nell'opera sua che bisognava dirglielo più di una volta di smettere per quel giorno e che era ora di ritornare a casa. Iaffiu aiutava pure a scaricare nelle putìe di vino; se gli capitava, e non c'era altro lavoro da fare, trasportava a spalla lo stesso letame che serviva per concimare i campi. Faceva pure cumanni (piccole commissioni), spingendosi a piedi fino a Giarre, a più di quattro chilometri di distanza: un paese grande, grande come tre Màscali!, con una chiesa più grande e più alta di quella di San Leonardo, e uno stradone lungo e dritto che arrivava fino al mare!...e tante, tante putìe, dove uno con i pìccioli (soldi), come don Nicola Cassaniti, poteva riempirsi il carrozzino di ogni ben di Dio. Un principio di gobba, dovuta allo zappone che lui maneggiava senza risparmiarsi, lo faceva apparire ancora più piccolo e anche più timido di com'era, dato che Iaffiu camminava con la testa china e la fronte bassa, come uno che cerca qualcosa per terra, ma anche con la modestia di uno che è consapevole del proprio essere, dato che il pover'uomo aveva dentro coscienza della propria pochezza. Insomma, Iaffiu Passereddu sapeva che lui in paese, e in tutto il resto del mondo, era "u zzu Nuddu" (lo zio Nessuno). Tuttavia, sotto sotto, da quell'estate, l'omino aveva cominciato, per la prima volta in vita sua, ad alzare un po' il capo e a covare un'ambizione, da quando padre don Concetto Cardillo lo aveva chiamato in disparte per dirgli che il suo figlioccio a ottobre doveva andare al "ginnaso"(al ginnasio) di Giarre perché doveva studiare per diventare dutturi, Quando quell'estate Iaffiu ci pensava, mentre tirava colpi di zappone senza risparmio nei giardini di Carrabba e di Passagliasto o nella vigna della Cutula, sotto un sole che - come si diceva a quei tempi - cuoceva anche le corna più dure, il poveretto arrossiva per cotanto ar­dire, gli girava la testa...Lui, Iaffiu "u passereddu", patri di dutturi... patri di dutturi!

IL FARMACISTA E SUA MOGLIE

Nella piazza della Chiesa di San Leonardo, alla Camera del Fa­scio (un tempo Circolo dei Nobili), i galantuomini che lì dentro passavano il tempo o giocando alle carte, o discutendo del più e del meno, o raccontandosi di questo e di quello, non si può dire che avessero avvertito il clima d'austera romanità diffuso in tutta la penisola dal nuovo Regime. I cultori della pipa e del mezzotoscano, come don Saru Ullica, don Fulippu Cipuddazza, don Cicciu Scarpazza, e qualche altro specialista, tra una boccata e l'altra continuavano come in passato a far gustare ai neocamerati le solenni fasi della scaracchiata: inspirazione ed emissione del proiettile schiumoso nella sputacchiera di latta smaltata; e c'era anche chi, conscio di non avere parenti nobili tra i suoi antenati, ogni tanto si sollevava di lato e, nella quiete sonnacchiosa in cui era quasi sempre immerso il paese, sparava unaduetre rabbiose schioppettate ai piccioni della chiesa di San Leonardo lì di fronte, ferendo il silenzio fin oltre la stessa piazza.
« Colpito! » esultava Pappaciau, il vecchio cameriere della càmmira. « Ora li vado a raccogliere. » E rideva allegramente, con la bocca sdentata che gli arrivava alle orecchie di pipistrello. Per quel tiro al piccione quotidiano, i cui colpi si udivano fin oltre la piazza, specie nel silenzio dei primi pomeriggi estivi, quando tutto era immobile e anche i gatti del paese dormivano, l'ex "Circolo dei Nobili" - per i mutati tempi divenuto "Camera del Fascio" - si era guadagnato da tempo, nel piccolo e tranquillo paese, la fama di "Circulu di Cacciaturi"(Circolo dei Cacciatori).
Quando non c'era la moglie dentro la farmacia, lì alla porta accanto, o non era affacciata al balcone di sopra (Aveva il brutto vizio di mettersi ad ascoltare, e poi di presentargli la nota delle infrazioni la sera, quando loro due si trovavano a tu per tu - lei grande e grossa, lui piccolo e mingherlino), piombava spesso nella càmmira, con quel suo fare di topo in azione, il dottor Vincenzino Musarra, il farmacista del paese. Il Musarra, al cui occhio acuto difficilmente sfuggiva una sottana che attraversava la piazza, visitava la Camera del Fascio non certo per passione politica, ma per tenersi aggiornato sui fatti del paese: soprattutto su quelli cosiddetti "grassi", che con dovizia di particolari raccontava quel buontempone di Cicciu Beccu, che se la faceva lì dentro, giocando e scherzando su questo e su quello, quasi che il medico gli avesse prescritto la cura del non fare nulla dalla mattina alla sera e di lasciare lavorare solo gli altri. Il farmacista amava ascoltare e riascoltare soprattutto le cose belle della vita di padre don Cuncettu: e cioè le sue notevoli imprese, quando egli esercitava il sacro suo ministero lontano dal paesello natìo: cose che quello sfaccendato di Cicciu Beccu conosceva meglio della stessa storia di Orlando e Rinaldo. Ma don Vincenzino amava prestare orecchio anche a quei pettegolezzi e a quelle "certe dicerie" sul rinomato ecclesiastico che in paese crescevano ormai da diversi anni, in gran numero, come i funghi dopo un bell'acquazzone nei grandi castagneti dell'Etna; dicerie che il prete pare che leggesse nelle stesse facce dei suoi compaesani, avvertendole e fiutandole come fanno con l'aria i cani da caccia. Lo mandavano in malabestia, incupendolo come un Etna tutto incappucciato di nuvole nere in una fosca giornata dicembre. Don Vincenzino, dato che c'era, coglieva l'occasione per fare il solito sfoggio della sua erudizione, raccontando ai galantuomini qualche novella proibita e le barzellette moderne che lui leggeva con avidità sulle riviste che si faceva mandare, di nascosto dalla moglie, dal lontano Continente. Se per ventura giungeva nella càmmira al momento dei "tiri", s'accendeva di entusiasmo, come uno studente. « È tutta salute!... è tutta salute, galantuomini!» sghignazzava: « ve lo assicura la stessa scienza di un chimicofarmacista, specie se vengono eiettati in modo dirompente come appunto codesti!...Dovete sapere che l'orifizio di dietro è stato destinato dalla natura a due uffici: quello che tutti sappiamo e quello di eiettare i gas dell'intestino che, altrimenti, premendo sui visceri, li forzerebbero con nocumento alla persona. Ma, ci sono alcuni però, » aggiungeva quel libertino del farmacista, scatenando una fragorosa risata che, traboccando, irrompeva nella piazza di fronte, giungendo come un'onda marina fino al largo di San Cristoforo, « ma, per fortuna, qui in paese, a memoria di storico, di quei tipi non ne attecchiscono che del budello culare fanno un terzo uso non proprio naturale!»
Questa battuta era l'asso, il cavallo di battaglia del farmacista; e ogni volta che se la sparava - bene inteso se non era presente nella càmmira padre don Cuncettu - essa sortiva sempre lo stesso effetto tra quei buontemponi: cosa che riempiva di legittima soddisfazione professionale il simpatico speziale. Ma, se udiva la moglie Lidia che lo richiamava - come al solito, acida e risentita - dalla farmacia, o dal balcone di sopra, allora don Vincenzino si zittiva di colpo...s'intontiva, come se qualcuno all'improvviso gli avesse calato a tradimento una pesante rozza manata proprio al centro della schiena, o una scorciacollo di quelle che fanno alluciare...Il farmacista, tra il risolino appena soffocato dei presenti, che conoscevano bene il senso di quell'antifona, se ne ritornava quatto quatto dietro il bancone della sua bottega, come un alunno che viene pescato per le orecchie e portato fuori da un'arcigna maestra. Se in bottega vi trovava la moglie, che non voleva che lui frequentasse quell'ambiente rumoroso e paesano della Camera del Fascio, allora egli prendeva a canticchiare un motivetto, cercava di darsi da fare come se nulla fosse stato; dava una passatina ai barattoli con lo straccio, spazzava per terra anche se era pulito, come un lieve bacio mandava un soffio alla polvere del bilancino...ma con la testa altrove.
La moglie di giorno non era solita dirgli cosa. Lui, quando si vedeva colto in fallo, non osava guardarla in viso, ma ne sentiva lo stesso la massiccia inquietante presenza; presenza che esplodeva, a chiusura di bottega, là, nelle ultime stanze della casa, lontano da occhi e da orecchi indiscreti. La donna, orgogliosa di essere moglie di un chimicofarmacista, ci teneva alla riservatezza; la sua alta posizione in paese sarebbe stata sminuita se la gente di fuori avesse avuto sentore di certe faccende private della sua casa che dovevano interessare solo lei e suo marito.
La signora Lidia aveva un faccione ampio, e due occhi porcini, lividi dietro le tonde lenti di miope, che sembravano trafiggere tutto quello che incontravano. Le labbra brevi e sottili erano quasi sempre incollate, increspate in una smorfia da eterna musona indispettita. Era una forestiera di Catania che, per necessità, si era piegata a vivere in paese dopo avere sposato il figlio di un rozzo carrettiere sol perché farmacista. A Màscali questa forestiera di Catania ci stava con una certa degnazione, lei, abituata a vivere in grande città! Quando si affacciava sul balcone, lanciava occhiate di superiorità ai paesani della piazza sottostante, alla botteguzza di don Santu Iacitusu che le sembrava veramente misera, a quella di scarparo di don Puddu; e, più in là, dal lato opposto, a quelle del largo di San Cristoforo: ben poca cosa, ringhiava la cittadina, di fronte ai grandi negozi della via Etnea!...E, roteandosi, pettoruta, il ventre e il deretano straripanti, la signora Lidia degnava della importante sua attenzione gli altri quartieri del piccolo paese: dalla Càzzera a Sant'Antonino, che erano veramente fortunati di vedersela là, assieme a loro, l'importante signora Lidia!...E quelle occhiate parevano sfidare la maestà dello stesso monte Etna, che torreggiava alto sul paese e che tante volte aveva osato seppellire la sua città di Catania, e pure tante volte era sceso dalle parti del paesino di Màscali. Insomma, pettoruta, spigolosa, superba e bardata di tutto punto in qualità di cittadina e di moglie del farmacista del paese, la domenica, quando si trascinava dietro don Vincenzino nella Chiesa di San Leonardo per la messa, la signora Lidia Giuffrida in Musarra, a Gnazziu Sciancatu che se la vedeva passare davanti faceva esclamare puntualmente - con disappunto di sua moglie Sara per la volgarità: « Sta passando la "Regina della Sapizzata"11.

IL SEGRETARIO RACITI

Quando, per evitare qualche grosso sproposito che avrebbe fatto a pugni con l'abito che portava, padre don Cuncettu usciva dal Circolo dei Nobili ( che quell'estate, ormai da qualche anno, aveva cambiato nome e veniva chiamata dai paesani "Camera del Fascio" ), non andava a calmare la sua sacrosanta indignazione solo nella putìa di donna Rosa dû Vinu, o nel salone da barba di do' Lunaddu, o dal vecchio compagno d'infanzia Puddu, che faceva lo scarparo a lato della piazza, ma da qualche tempo andava pure a trovare il cavaliere Isidoro Raciti, uno del vicino paese di Giarre, da più di quindici anni trapiantato a Mascali, dove faceva il segretario comunale. Era un tipo alto, magro, di poche parole, vestito sempre di nero, da quando era rimasto vedovo dell'ancor giovane signora Nina. Dalle labbra di quell'uomo mesto, che non si aprivano al riso ormai da tempo, uscivano sempre parole miti pronunciate a bassa voce. Mai un rilievo all'altrui operato, mai una qualsiasi maldicenza, un pettegolezzo, un moto d'ira verso qualcuno. Era egli stesso che esortava il sanguigno don Cardillo alla tolleranza, quando se lo vedeva arrivare come un bufalo rannuvolato, a causa di quegli sciagurati di senzadio della Camera del Fascio che, bestemmiando, gli avevano mancato di rispetto...lui, che lì dentro, in quella càmmira, con quel suo abito rappresentava lo stesso Padreterno!
« Sbagliare è umano, sbagliare è umano, » cercava di sdrammatizzare il Segretario con quella sua voce pacata e lo sguardo rassegnato di chi con la scomparsa immatura della moglie aveva toccato il culmine della sventura, e quindi tante cose di questo mondo gli paiono vane e non certo degne di eccessiva considerazione, come invece apparivano al prete, il quale era turbato, non solo per il comportamento indecoroso di certuni alla Camera del Fascio, che per quel vizio delle carte si lasciavano andare come tanti scomunicati alle parolacce e alle bestemmie, malgrado la sua temuta presenza, ma soprattutto per talune dicerie che da qualche tempo si erano messe a circolare in paese sempre più insistenti, che lui con le sue antenne pareva che captasse - non solo in quella càmmira ma in ogni angolo del paese - o fiutasse come la stessa aria, traendone nervoso e astioso turbamento.
Padre don Cuncettu avrebbe voluto sfogarsi l'animo e scaricare finalmente l'ampio petto, proprio davanti a quel sant'uomo, non solo contro i senzadio della Camera del Fascio, ma contro tutto quel paese pettegolo. Ma finiva con l'inghiottire la sacrosanta sua indignazione, dato che, di fronte a quell'uomo esile, dal volto mesto, affilato come un Cristo, che si muoveva come un'ombra in quella casa sempre odorosa dei fiori che non faceva mai mancare al ritratto della moglie, lo sguardo che certi momenti pareva emanare quasi una luce dai grandi occhi liquidi, che a volte sembrava che si smarrissero come se fissassero il vuoto, cominciava a risentirsi calmo, come se, entrando in quella casa gli avessero offerto un prodigioso sedativo per l'animo.
Nel salottino spoglio in cui veniva accolto il sacerdote seguivano di regola dei momenti d'impacciato silenzio. Il prete, che prendeva posto nella pur robusta sedia di vimini con i braccioli, invano cercava di non farla scricchiolare sotto la sua mole. E allora si vedeva l'omaccione quasi arrossire, tutto imbarazzato abbozzare all'altro un sorriso goffo come per scusarsi. Non poteva farci nulla, voleva dirgli, se lui era così pesante e invadente. Il Segretario invece prendeva posto su un'esile sedia di finocchino, sulla quale al prete ogni volta pareva che si posasse una piuma o un'ombra.
Era quasi sempre il Segretario a rompere quel silenzio impacciato del prete, che da qualche tempo accorreva lì dentro, anche quando non ce l'aveva con quei senzadio della Camera del Fascio. Padre don Cuncettu da qualche tempo frequentava la casa del Segretario soprattutto per parlare e fare progetti sull'avvenire di Nino e di Turiddu...Nino era l'unico figlio del Segretario, rimasto orfano dalla nascita; Turiddu era il figlio più piccolo di Maria e di Iaffiu Passereddu, e anche l'unico figlioccio che aveva in paese padre don Cuncettu.

TURIDDU

Turiddu e Nino erano nati nello stesso paese di Màscali, lo stesso anno lo stesso mese lo stesso giorno, e quasi alla stessa ora; e si erano entrambi attaccati alle stesse minne (mammelle) di Maria Linguarussisa, che la gente, con la solita esagerazione propria dei piccoli paesi, diceva che erano sode e imponenti come due montagne, e che potevano saziare tutti i lattanti di Màscali senza pericolo che si potessero prosciugare.
Turiddu e Nino erano stati compagni di banco con la stessa maestra per tutti gli anni della scuola elementare; e ora sarebbero stati anche compagni al ginnasio di Giarre. Avevano studiato e giocato sempre insieme, inseparabili, come se un filo, sorto col latte stesso che avevano succhiato al medesimo gran petto, avesse unito le loro anime. Ma era difficile immaginarsi due ragazzi tanto diversi di anima e di corpo che avessero attinto allo stesse monumentali minne di Maria Linguarussisa, la quale aveva sostituito nell'allattamento la signora Nina Marano, la povera moglie del segretario Raciti, che se n'era andata nel dare alla luce il suo primo figliolo.
Più d'uno spiritoso, in paese, quando vedeva insieme i due ra­gazzi, esclamava, per far ridere: « Guardate che c'è là: un tizzone stutatu (spento) che cammina accanto a un giglio!» Turiddu era snello, ed era stato sempre piuttosto alto e sviluppato per la sua età. Aveva capelli corvini e carnagione brunoscura, come la madre, alla quale somigliava anche nel viso e nel porta­mento. Alla fine di luglio di quell'estate, dopo meno di due mesi di lezioni sotto la guida del suo padrino, il ragazzo sapeva le cinque declinazioni del latino a memoria e le loro eccezioni, e pure a memoria aveva imparato ben duecento versi dell'Iliade.
« Questo ragazzo si farà strada nella vita; un giorno sarà qualcuno, » diceva don Puddu "u scarparu", che aveva un occhio di riguardo per il figlioccio del suo fraterno amico Cuncettu, che una sera sì e una sera no gli veniva a portare le uova, e diceva quanto venivano a costare facendosi il conto a mente.« Questo pupetto nero! » ringhiava Santu Iacitusu, che sentiva la cosa dato che abitava proprio di fronte a don Puddu: « è uscito fuori razza. Sentite come si fa i conti a mente!Non sembra nemmeno fratello di quei babbasoni (babbei) teste dure di Maru e Tanu...Quegli occhi celesti e vivi, poi, sono tali e quali quelli del prete...Mah! La gente parla e dice; e, quando la gente parla e dice, c'è sempre sotto sotto un fondo di verità. Proverbio antico. E gli antichi quasi mai si sbagliano.»
Quando Turiddu andava alla farmacia per comprare le medicine della vecchia serva Santa, don Vincenzino, se lì dentro non c'era la moglie, gli faceva una festa. Al vecchio libertino ridevano gli occhietti grigi; si sentiva rimescolare il giovanile sangue goliardico, che non aveva perduto malgrado l'età; come ai vecchi tempi, quando, dopo le lezioni all'Università di Catania, lui e certi altri suoi compagni di pari lana si facevano il giro delle più importanti case della città, senza saltare neppure una sola quindicina...Che tempi! e che pezzi di femmine! che non avrebbero sfigurato nemmeno accanto a una Maria Linguarussisa...E che lavori fini!...Gioventù...
Dato che in ogni piccolo paese d'un tempo la vita era sonnacchiosa e monotona, e la gente era portata a parlare e riparlare delle stesse cose e a ripetere spesso le stesse battute, il piccolo farmacista, malgrado i suoi studi scientifici, non faceva certo eccezione. Perciò, quando il ragazzo, avendo prese le medicine della vecchia serva Santa, faceva per andarsene, don Vincenzino gli dava puntualmente la solita pacca sulla spalla e due caramelle, dicendogli: «Eh, i proverbi antichi della nostra cara terra siciliana non sbagliano mai!Cu mangia fa muddichi (Chi mangia fa molliche). Salutami tanto il tuo reverendo padrino. » E quell'estate, avendo saputo che il ragazzo avrebbe studiato per diventare medico, aggiungeva: « E studia, studia, Turiddittu! Quando sarai grande dovrai fare il dottore. Mi devi mandare tanti clienti...Non devi fare come il giovane medico Cassaniti, venuto fresco fresco di laurea dalla capitale, con la testa piena di nuove teorie intorno alle medicine da dare e non dare ai malati, come se a me - signori miei - la laurea di chimicofarmacista me l'avessero regalata!»
« Quando sarò grande, » replicava Turiddu con un largo sorriso, « farò il dottore, come il figlio di don Nicola Cassaniti, che possiede giardini, vigne, castagneti e soldi a pala
te! »
Un giorno il ragazzo chiese al farmacista cosa mai significasse quel proverbio che lui gli aveva recitato tante volte. Il vecchio libertino - che non aveva potuto avere figli - ebbe come un lampo negli occhietti grigi. Guardò sorridendo il figlioccio del prete, sorpreso, compiaciuto per tanta diligente curiosità. « Eh, la curiosità è madre di scienza. Sei intelligente, tu; farai strada nella vita, come dice di te anche don Puddu "u scarparu". Vedi, figliolo, quando tu mangi un gran pezzo di pane...un gran pezzo di pane di quello di casa, non fai forse delle molliche per terra?»
« Certo, » confermò il ragazzo, che aveva ascoltato attento la spiegazione e guardava lo speziale con i suoi soliti occhi celesti vivaci e intelligenti.
« Bene...Devi sapere che questo gran principio generale della Natura vale non solo per il pane, ma - seppure con qualche eccezione - per tante altre cose...e anche per le mangiate, in generale.» E sorrideva sotto i baffetti, il libertino, gli occhi che gli brillavano furbastri e la mano che andava lisciando la barbetta caprina che gli scendeva dal mento adunco di vecchio satiro. «Quando sarai grande, capirai da te la profonda verità di questo principio naturale. Anche se io, » aggiunse don Vincenzino cambiando il tono della voce, « pur avendo mangiato alla grande mensa di donna Lidia giorno per giorno, e per quanto ancora mascolino e ferrigno. Vedi?...le eccezioni...eh, le eccezioni...»
Dentro di sé Turiddu quell'estate si sentiva un ragazzo importante. Sarebbe andato al ginnasio come i figli di papà, e, se aveva testa allo studio, gli aveva detto padre don Cuncettu, da grande avrebbe potuto fare il medico. Sarebbe diventato un uomo ricco, e con i soldi che avrebbe guadagnato si sarebbe comprato tante cose. Il ragazzo era perciò più allegro e più vivace del solito. Nella casa del padrino si metteva a scherzare con la mamma, ostacolandola nelle sue faccende: balzava sul letto mentre lei rimestava il crine, o ballava davanti alla scopa mentre lei toglieva la polvere. Ma il ragazzo andava a molestare anche la stessa vecchia gnà Santa, strusciandole sotto il naso una frasca mentre quella dormiva. E allora, la vecchia domestica, svegliandosi di soprassalto, gridava: « Morti subbitania!12» Perciò il prete finiva quasi sempre col richiamarlo dal suo studio, all'estremità della casa:«Vieni qua, niurittu mpiciatu (negretto impeciato) » gli diceva sorridendo: « fammi una commissione: vai dalla Prazzitedda e dille di darti due soldi di trattinitimi13. »
A Turiddu il suo padrino l'aveva potuto babbiare (celiare) solo la prima volta, quando la Prazzitedda lo aveva trattenuto per più di mezz'ora nella sua bottega della piazzetta di San Cristoforo, e alla fine, lo aveva rimandato a casa con pugno di caramelle di carruba, ma senza vendergli anche quella merce dallo strano nome di trattinitimi che aveva mandato a comprare padre don Cuncettu....E perciò Turiddu, che aveva già mangiato la foglia, dato che era un ragazzo abbastanza sveglio, quando il suo padrino gli cantava quella musica, non correva certo dalla Prazzitedda, ma partiva a razzo, col suo cerchio di fil di ferro, il cerchio avanti e lui di dietro che lo spingeva con un'asta piegata ad u; e andava a scorrazzare per le strade del paese, oppure andava a trovare il suo amico Nino, che abitava in piazza, al piano superiore della casa di Gnazziu Sciancatu, di cui lui e il padre da qualche anno erano inquilini.

NINO

Nino invece era pingue e un tantino basso per la sua età. Aveva capelli biondicci, il viso tondo con grandi occhi castano-chiari e il colorito d'un bianco avorio. Le carni tornite e delicate parevano di porcellana, come quelle della madre morta nel partorirlo. Gli anni trascorsi nella casa solitaria in cima alla salita della strada del Ponte, dove avevano abitato prima di trasferirsi in piazza, l'avevano assimilato a suo padre nel carattere. Come a lui, Nino parlava a voce bassa e conduceva un'esistenza ordinata e metodica. A scuola con i compagni il ragazzo era benevolo; non lesinava suggerimenti; aiutava tutti quelli che poteva, anche perché lui era il primo della classe, più bravo persino di Turiddu, che lo superava solo nella ginnastica e nelle attività manuali. Nino era così riflessivo, equilibrato e giudizioso, dava risposte e faceva domande così pertinenti che non sembrava un bambino della sua età. La disgrazia che aveva colpito la famiglia e la vita piuttosto solitaria che aveva condotto col padre parevano che gli avessero acuito la mente e fortificato l'animo. I compaesani avevano idee diverse su di lui. Per la sua maestra egli era un genio in erba; per alcuni un angelo, i quali dicevano che la domenica, quando Nino soleva fare il chierichetto, sembrava un San Luigi Gonzaga...Per il parroco Patané il ragazzo aveva tutte le carte in regola per abbracciare la vita sacerdotale; e si meravigliava che il signor segretario Raciti - una persona così religiosa e pia - non indirizzasse il figliolo al seminario. Per altri, invece, Nino appariva troppo delicato e casereccio. La maggior parte di quelli della Camera del Fascio dicevano che il ragazzo era troppo attaccato ai pantaloni del padre "come una femminedda, e nella simpatia gli preferivano il suo compagno Turiddu, che era altrettanto intelligente, ma più spigliato, furbo e mascolino, ed era anche "birbante e maschio come quel gran pezzo d'uomo di padre don Cuncettu", come propugnava davanti agli amici della Camera del Fascio don Vincenzino Musarra, che di caratteri diceva che se ne intendesse, dato che vantava studi ed esperienze delle cose del mondo. Comunque, la maggior parte dei compaesani aveva per Nino un particolare occhio di riguardo, non solo perché era figlio del Segretario, di uno cioè che contava al Municipio, ma anche per via di quella disgrazia che lo aveva colpito assieme al padre, privandolo della madre "appena messo piede nella valle di lacrime che è questa terra". Anche padre don Cuncettu era stato conquistato da quello spirito...uno spirito così diverso da lui, uomo piuttosto sbrigativo, fatto essenzialmente per le cose pratiche, e non certo per la teoresi e la contemplazione. Il nostro prete nutriva per l'orfano quel sentimento di ammirazione misto a una sorta d'invidia che suscitano in noi le anime che ci appaiono destinate fin dalla tenera età a un'esistenza superiore: a diventare vescovi, cardinali, ma anche scienziati, ministri, grandi principi del foro. Quando entrava il prete, il ragazzo gli andava incontro a baciargli la mano, così come gli aveva insegnato suo padre. L'altro, dapprima cercava di ritrarsela, ma poi finiva col cedere al piacere di quelle labbra riverenti, pure, rosse come il corallo, che sfioravano la sua carne ruvida che lui sapeva debole, fin troppo attaccata alle cose di questo mondo. Ogni volta gli portava un pugno di caramelle; ma Nino ne prendeva sempre una sola, nonostante le insistenze dell'altro e la neutralità del padre, impassibile, spesso come distratto, smarrito davanti al ritratto della povera consorte alla quale egli non faceva mancare mai i fiori. Il prete, alla fine, mezzo irritato per tanta insistenza che rasentava quasi la superbia, e mezzo divertito per il fiero autocontrollo che gli opponeva quel piccolo uomo, sbottava ridendo: « Va bene, va bene!...Ma sono sempre le tue...Non le darò a nessun altro, neppure al tuo compagno Turiddu...Te le conservo per la prossima volta, piccolo birbante. »
Il prete che era persona navigata, esperta delle cose del mondo, un giorno, agli inizi di quell'estate, disse al Segretario: «Cavaliere, ma perché tenete questo benedetto figliolo sempre tappato in casa? Ne volete fare un santo o una femminella?» Il Segretario cercava di schermirsi, alzava le sopracciglia, si stringeva nelle spalle, serrava le labbra tentennando il capo scarno, dalla faccia che aveva sempre seria e dalla foggia leggermente cavallina.
« Lasciatelo andar fuori insieme a Turiddu a scorrazzare liberamente come due puledrini!...Aria, aria, ci vuole per Ninuzzu!» consigliava il prete, che a differenza del Segretario, era persona pratica ed esperta delle cose del mondo. « Padre Cardillo, » cercava di obiettare il Segretario: « il mio figliolo non è abituato ad uscire...Potrebbe farsi male...ritornare a casa ferito...Dopo la disgrazia, Nino è l'unico bene che mi sia rimasto a questo mondo.» « Ma Cavaliere!» protestava l'altro: «nemmeno voi mi sembrate!...Il vostro figliolo da ottobre in poi dovrà recarsi ogni giorno alla scuola di Giarre...È una strada piuttosto lunga...Deve affrontare una vita diversa che potrebbe essere anche piena d'imprevisti...Potrebbe incontrare ragazzi aggressivi, malintenzionati. Volete che il vostro figliolo, che è così delicato e mite, porti botte a casa?...se non qualcosa di peggio?...Volete che qualcuno approfitti della sua mansuetudine, della sua finezza, della sua bontà, e che Ninuzzu faccia la pecora?...Insomma: non mi fate dire quello che non posso dire con questo benedetto abito che porto!» Il Segretario tutto frastornato faceva col capo disperatamente di no...Il ragazzo, dopo la disgrazia della moglie, era l'unico bene terreno che gli fosse rimasto; ormai viveva solo per lui. Sapeva che lì in paese, tutti lo volevano bene...ma fuori? Il prete incalzava: « Io, all'età di Ninuzzu, scorrazzavo liberamente per tutta Màscali e dintorni, e me la sapevo sbrigare con tutti, anche con le mani. "Mens sana in corpore sano", signor Segretario! Sveglia! Lasciate che il vostro figliolo impari a conoscere la vita pratica e ad affrontarne anche le insidie...Non si può vivere solo di testa...Ci vogliono pure virtù empiriche a questo mondo...Se ben ricordo, il sommo poeta nell'Eneide dice: "Experto credite": credete a chi ha acquistato pratica con l'esperienza.» « Be'...per questo...» aggiunse timidamente il Segretario: « ci sarebbe anche Tacito: "Experientia docet"...ma...»
« Non vi preoccupate, non vi preoccupate! » garantì il prete: « Il mio figlioccio Turiddu baderà che Ninuzzu non si faccia alcun male, e che ritorni a casa sano e salvo.»

PER MÀSCALI E DINTORNI

Da quando il Segretario si era fatto convincere dal prete di far prendere un po' di svago a Nino, i due ragazzi uscivano sempre più spesso insieme, specie di mattina, dopo che Turiddu aveva studiato sotto la paterna guida del padrino. Il fatto che Nino rientrasse in casa "sano e salvo", senza quasi neppure un graffio - e questo lo riferiva donna Sara, la padrona di casa, al Segretario, quando rientrava dal Municipio - contribuì mano mano ad allentare i vincoli che il prudente genitore teneva sull'unico suo figliolo, caro a lui più della stessa vita.
Nino, ora che usciva col suo compagno Turiddu, e andava liberamente per il paese e i suoi dintorni, ogni giorno che passava, appariva sempre più svelto, agile e dinamico. La sera apprendeva pure lui i primi rudimenti del latino che gli impartiva il padre, su consiglio di don Cardillo, "affinché si trovasse avanti nel programma di studi della prima ginnasiale - come il suo compagno Turiddu - e facesse pure lui buona impressione ai signori professori di quella Regia Scuola."
E, ogni giorno che passava, il figlio del Segretario appariva anche sempre più contento e soddisfatto di se stesso, insomma libero e felice...felice come può essere un fanciullo finalmente sciolto dal trantran di una vita monotona in una casa sempre silenziosa e piena di mestizia, con un padre affettuoso, sì, ma che non sorrideva mai e aveva la testa e il cuore sempre lontani. E così il Raciti ebbe conferma dai suoi stessi occhi del detto latino ricordatogli da don Cardillo della necessità che una mente sana stia in un corpo sano, dato che suo figlio alle sue naturali doti intellettuali stava aggiungendo una sano senso pratico unito a una vigoria fisica che non aveva mai posseduta prima. E ciò rendeva nel fondo dell'animo meno triste l'appassito genitore.
Dapprima i due ragazzi si limitarono a giocare nel Vallonazzo, non oltre il Magazzino Enologico da un lato e la Camera del Fascio dall'altro, entrambi costeggiati da questo torrente che attraversava il paese. Ma, visto che nessuno diceva cosa, i due si sentirono via via sempre più liberi; e Nino, ogni giorno volle avventurarsi sempre più lontano per conoscere posti nuovi: luoghi conosciuti a memoria dal compagno, al quale erano perfettamente familiari il paese e i dintorni, anche perché accompagnava sua madre quando lei andava a raccogliere minestra di campagna14.
Turiddu insegnava tante cose al suo compagno. Gli parlò della Torre con tale ricchezza di particolari come se abitasse lì dentro. Si entrava attraverso una porta vecchia e sgangherata; all'interno il terreno nudo era tutto cosparso di pietre che gli avevano detto erano cadute dall'alto durante i terremoti che si erano succeduti nei secoli, poiché Màscali dicevano che avesse una lunga storia antica. Una scala a forma di vite saliva fino a un certo punto, dove si interrompeva dirupata. «È pericoloso salirvi! » lo aveva avvertito il padrino, guardandolo negli occhi con severità: « dato che potrebbe crollare sotto il peso di chi per imprudenza vi sia salito sopra, anche se si tratta di un ragazzo di poco peso, come te o come il tuo compagno Nino. »
« Padre don Cuncettu mi ha detto che nei tempi antichi in cima alla Torre ci stava un uomo di guardia, che dava l'allarme con un corno quando sulla spiaggia di Fondachello sbarcavano i Saraceni. E mi ha detto pure che a Màscali una volta, quando ancora non era nato neppure il nonno di suo nonno, c'erano sette torri. Quella di fronte alla mia casa è l'ultima torre rimasta...le altre non si vedono più.»
Delle Sette Torri di Màscali a Nino gliene aveva parlato pure il padre; e gli aveva anche detto che una volta Màscali era stata il centro di una contea. Quando viveva il suo bisnonno, che era di Acireale, l'unico paese che esisteva tra quel grosso centro e Calatabiano era appunto Màscali; tutti gli altri paesi che vedevano adesso erano piccoli villaggi, come Giarre, o non erano addirittura ancora nati. «Il grande territorio» spiegava Nino, che mostrava al compagno che anche lui era erudito in storia locale, « si chiamava contea perché apparteneva al vescovo di Catania che a quei tempi era anche conte. »
I due piccoli compagni, risalendo il Vallonazzo, giungevano al ponte che in quel punto lo attraversava. Di fianco, sulla sinistra, si stendeva un grande spiazzo di terreno nudo cinto da mura, dove ogni anno per sei giornate si teneva un'importante fiera: la Fiera di San Leonardo: cosa che Nino non aveva mai vista di presenza, e che ora desiderava tanto di vedere. « Quest'anno, nel mese di novembre, » promise Turiddu, « andremo insieme alla grande fiera; ci sono animali di tutti i tipi: cavalli, asini, muli, buoi, pecore, capre, maiali, e gente che viene da tutte le parti della Sicilia, e persino dalle Calabrie.»
E, un giorno che il cielo da quelle parti era senza foschia, e il mare di Taormina pareva che si potesse toccare con le mani, Turiddu mostrò all'amico laggiù laggiù a nordest - come gli aveva insegnato il padrino - la lontana Calabria, che Nino aveva vista solo sulla carta geografica della scuola. « È oltre il mare di Messina,» indicava Turiddu stendendo il braccio.
« Invece laggiù...vedi? Lontano lontano, verso Riposto, se uno va dritto dritto giunge in Africa, da dove venivano i Pirati Saraceni che sbarcavano all'improvviso sulla spiaggia e facevano suonare il corno alla guardia della Torre.»
« Quante cose utili sai tu!» diceva spesso Nino al più esperto Turiddu. Tutte quelle cose a Turiddu gliele insegnava padre don Cuncettu. Gli aveva insegnato pure dov'era la Stella Polare, dov'erano i Carri: il grande e il piccolo. Al ginnasio, gli aveva detto, quelle nozioni gli sarebbero state utili, e al momento opportuno, lui avrebbe fatto la sua bella figura con i professori. Le due Orse sembravano davvero due carretti; a Turiddu, chissà perché, facevano venire in mente il carretto di don Puddu Làstima, che ogni sera, di ritorno dalla giornata di lavoro, spaiava il suo mulo nel cortile di fronte a casa sua. Una di quelle sere Turiddu avrebbe fatto vedere le Orse al suo compagno Nino. Così le avrebbe conosciuto pure lui, e al ginnasio avrebbe potuto fare pure lui la sua bella figura con i professori. « Quello che so io,» diceva il figlioccio del prete al suo compagno Nino, « lo devi sapere pure tu...Non siamo amici forse, e per giunta fratelli di latte?»
Quando Turiddu gli diceva che tutt'e due erano fratelli di latte, Nino sorrideva compiaciuto. Un giorno Nino espresse il desiderio di andare oltre lo spiazzo della Fiera, fino al piccolo cimitero del paese, dove suo padre, per un'altra strada, lo conduceva ogni domenica a far visita alla tomba della mamma morta. Il Segretario al piccolo cimitero vi andava anche da solo, quando ne sentiva il bisogno, anche nel mezzo della settimana, sempre a capo chino, con il mazzo di fiori in mano. Quando c'era il figlio, questi, dopo qualche preghiera era mandato a giocare con discrezione sotto il muro di cinta. Il Segretario rimaneva, a capo chino, immobile davanti alla tomba della cara consorte. « E rimane in quel modo a lungo, come se parlasse sottovoce con la mamma, poverino, » confidava Nino al compagno, il quale, quando si toccava quell'argomento triste, cercava di cambiare discorso perché non gli piacevano quelle storie di morti e di tombe, anche se si trattava della povera mamma di Nino, morta giovanissima nel dare alla luce il figliolo.
Giunti al Macello, di fronte al quale, spinto dalla grande saia15, girava il Secondo Mulino, Turiddu mostrò al compagno, verso il centro del paese e nella direzione della chiesa di San Leonardo, la Torre mezza diroccata di cui gli aveva parlato. Ma, non gliel'avrebbe portato, dato che padre don Cuncettu gli aveva raccomandato: «Non andare con Ninuzzu in posti pericolosi come la Torre, che, mezza diroccata com'è, proprio in quel momento che ci entrate voi, qualcosa di dentro potrebbe mettersi a crollare...e vi potreste fare male, se non addirittura andare in cielo senza nemmeno avere il tempo di dire cicilìu ( amen )Non si sa mai: Satanasso è sempre in agguato, e anche i ragazzi, non solo i grandi, devono guardarsi dalle sue insidie. »
Una volta, giunti nel loro giro nei pressi del Cimitero, Nino disse: « Un giorno anche noi verremo qui, » mi fa certe volte mio padre...Ma per me, dice lui, ce ne vorrà ancora del tempo!» I due ragazzi scoppiarono a ridere; per loro la morte era dei vecchi o dei bambini molto piccoli: qualcosa di lontano lontano che non si vedeva, come l'Africa oltre l'arco del mare di Riposto. Per cambiare discussione Turiddu disse:
« Ci vuoi venire con me a vedere la fabbrica di limoni16 del Commendatore?» Qualche volte a Nino il suo papà gliene aveva parlato, ma lui non v'era mai entrato. Il papà gli aveva spiegato che era il più grande stabilimento agrumario del paese, e che il titolare era un suo vecchio compagno di collegio. In quello stabilimento, osservò pensoso Turiddu, vi doveva lavorare pure lui, dalla mattina alla sera, come i suoi fratelli gemelli Maru e Tanu, se il suo buon padre don Cuncettu non avesse convinto suo padre a mandarlo al ginnasio... E invece a lui l'avrebbe mantenuto il padrino agli studi fino a quando non fosse diventato dottore. Più di una volta Turiddu, quando quell'estate parlava con Nino del suo padrino, ne ricordava la notevole generosità: «Quant'è buono padre don Cuncettu, » diceva: « e quanto ci vuole bene! La sera, quando io e mia madre ce ne ritorniamo a casa, mia madre gli dice sempre: "Basta, basta, è troppo...Il Signore vi ricompensi". Mia madre è costretta dal padrino a mettere nella truscia (sporta) ogni ben di Dio: formaggio, salame, molte volte pure il pesce...la carne e il pesce per tutta la famiglia, almeno due volte la settimana.» Quel cristiano, confidava Turiddu al suo compagno, aveva il cuore grande grande; voleva tanto bene sia lui che sua madre; e quando lui andava con lei a raccogliere minestra di campagna, il padrino gli raccomandava sem­pre: «Non lasciarla sola...non lasciare sola la mamma!»
Ma un giorno Turiddu confidò una cosa al suo compagno: «Don Santu Iacitusu l'altra volta mi disse ridendo in modo strano: "Pupetto nero, un giorno i giardini di Carrabba e di Passagliastro, la vigna della Cutula e la casa dell'Ospizio saranno tuoi." Ma poi don Santu, fissandomi negli occhi, aggiunse: "Se mia madre era buttana, a quest'ora ero fortunato pure io!" »
«E che significa questo? » chiese il compagno. « Booh!...e che ne so?! » fece Turiddu. «Quando raccontai al padrino quello che mi aveva detto don Santu, lui si rannuvolò tutto...Ma da allora in poi, don Santu non mi ha detto più niente. Anzi, un paio di volte, passando davanti alla sua bottega, mi ha chiamato tutto serio e mi ha dato due caramelle. Cosa davvero strana, dato che lui, che io sappia, di caramelle ai ragazzi non ne regala mai.»
Sulla strada per Giarre sorgeva l'importante stabilimento agrumario del Commendatore. Lo aveva fondato alcuni lustri addietro. Era una costruzione estesa, massiccia, composita, costituita da edifici che l'imprenditore nel correre degli anni aveva aggiunto alle precedenti, man mano che l'azienda diventava più produttiva. Numerose finestre a lieve arco difese da inferriate guardavano fuori o nei vasti cortili interni. Da un'alta ciminiera si spandeva nell'aria dall'alba a sera inoltrata un pennacchio di vapori scuri, che a un viaggiatore posto in basso, a levante, verso il mare, poteva anche dare l'impressione (ma solo per effetto di prospettiva) di sfidare e vincere lo stesso pennacchio dell'Etna Mongibello. Turiddu spiegava che Maru e Tanu gli ave­vano detto che nello stabilimento erano in tanti a lavorare, grandi, piccoli, maschi, femmine, dalla mattina alla sera. Facevano spirito, pastazzo e citrato17, tutto preso dai limoni ai quali con un coltello speciale veniva levata la polpa. Se uno non stava attento, con quella specie di coltello si poteva anche fare male. «Ma il pane è pane, caro mio!» diceva Turiddu al suo compagno: «Maru e Tanu non sono mica figliocci di padre don Cuncettu!...Sono stato veramente fortunato io.»
Sul lato orientale, dopo un pezzo di cammino attorno allo stabilimento, i due compagni giunsero in corrispondenza dei cortili interni. Certi operai erano intenti a svuotare carretti pieni di gabbiette di limoni. E c'era pure un grosso camion che veniva dalle campagne di Giarre, pronto anch'esso ad essere scaricato, per poi ripartire per un nuovo carico. Tuttavia, dato che lavoravano nei locali interni, dove assieme ad altri operai ed operaie di tutte le età estraevano con lo speciale coltello la polpa ai limoni, i due non riuscirono a vedere i gemelli Maru e Tanu. Maru e Tanu somigliavano tutt'e due a Iaffiu Passereddu; come lui erano piccoli di statura, tardi e quasi sempre taciturni; non sembravano nemmeno fratelli di Turiddu, e sì che erano sortiti pure loro, come il fratello minore Turiddu, dalla stessa grande matrice di Maria Linguarussisa, una picciotta latina, alta di statura e di notevole gioventù. Maru e Tanu erano inoltre veramente due teste dure; a scuola avevano ripetuto tre anni ciascuno la prima elementare, e poi due anni ciascuno la seconda, tanto che, su consiglio dello stesso padre don Cuncettu erano stati avviati al lavoro, come altri ragazzi a quei tempi, fin dalla tenera età. Turiddu mostrò al compagno un uomo distinto, con i baffetti, vestito pulito, con la giacca e la cravatta, che dava ordini e veniva da tutti ubbidito a bacchetta: era il Commendatore, il padrone dello stabilimento. «Viene qui ogni mattina da Giarre con l'automobile, guidata dall'autista come ogni ricco signore, » spiegò Turiddu al suo compagno. « Il padrino mi ha detto che a Màscali la prima automobile la fece vedere lui...Ce ne vogliono dei soldi per comprarne un' automobile!»
«Mio padre mi ha detto che bisognerebbe lavorare quasi due anni col suo stipendio per poterne comprare una...»
«E nel frattempo che mangi?»
I due scoppiarono a ridere.
« Ma oggi, qui fuori, non vedo l'automobile del Commendatore,» osservò Turiddu. « Maru e Tano mi dicono che il Commendatore la porta quasi sempre dentro, al chiuso... forse perché teme che fuori si può sporcare.»
« Chissà, forse la prossima volta che verremo qui, potremo vederla...»
« Il padrino mi ha detto che l'automobile del Commendatore si chiama...Fiat. »
« Mio padre mi dice che se studio e avrò fortuna, anch'io un giorno potrò avere un'automobile. »
« Chissà se, quando sarò grande e diventerò dottore, ne posso avere una pure io come te...»
« Bene! Così avremo un'automobile ciascuno. »
« Certo!» esclamò Turiddu, accendendosi negli occhi di vivo entusiasmo: « Noi due siamo compagni inseparabili e anche fratelli di latte. Perciò, quello che ho io, lo devi avere pure tu, e viceversa!» Nino sorrise, compiaciuto per l'affetto che gli mostrava il suo compagno.
« Però, sai che ti dico? » aggiunse Turiddu, che era un tipo pratico come il suo padrino: «Volevo essere al posto del ricco Commendatore con tutti quei soldi che possiede; così l'automobile la compravo molti prima di diventare dottore...» disse ridendo il figlioccio del prete, con quegli occhi celesti che gli brillavano vivaci.
«Mio padre,» rispose contegnoso il figlio del Segretario,
« mi dice che non bisogna mai desiderare di essere al posto degli altri, né provare invidia per il prossimo, perché ognuno ha quello che vuole Dio.»
Un giorno i due ragazzi, facendo lo stesso giro, si spinsero più lontano del solito, fino alla stazione ferroviaria. Era un posto già noto a Nino; vi era venuto una volta, durante le vacanze della Pasqua scorsa, quando suo padre lo aveva condotto a Catania da un medico specialista con un treno che si fermava in tutte le stazioni. A Catania Nino aveva visto tante cose che, o non conosceva affatto o le aveva viste solo in fotografia: il tram, che era una specie di treno che camminava sulle strade, le navi del porto grandi come palazzi, un elefante di pietra che gli abitanti di Catania chiamano liotru. La via Etnea era lunghissima, con tanti negozi molto più grandi e più belli di quelli di Màscali. E Nino vide pure la villa Bellini, dove c'era uno strano calendario disegnato da piante.
Mentre Nino raccontava di questo suo viaggio straordinario viaggio a Catania, e delle cose sorprendenti che aveva visto, Turiddu rimase ad ascoltare attento e a bocca aperta. Il medico, aveva raccontato poi Nino, lo aveva fatto spogliare tutto nudo. Lui si vergognava...ma papà gli disse che "doveva". E lui ubbidì. Quel signore lo cominciò a toccare tutto, sotto le ascelle, al collo...dove non si poteva dire. Alla fine disse a suo papà che non c'era da preoccuparsi, dato che era nello sviluppo e quel falso allarme si sarebbe riassorbito da sé.
« E allora a Catania hai visto automobili Fiat, come quella del Commendatore? » chiese Turiddu, incuriosito. Ce n'erano tante, ce n'erano tante di automobili!...piccole, grandi, di tante forme. E c'erano pure certi autocarri come quello che l'altra volta essi ave­vano visto nello stabilimento del Commendatore.
« Un giorno ne avremo una ciascuno di automobile...Ricordi? » disse Turiddu con un sorriso affettuoso.
« Quello che avrò io, lo dovrai avere pure tu... dato che siamo compagni inseparabili e anche fratelli di latte.»
« Se riesco negli studi, voglio anche viaggiare su quelle navi grandi come palazzi che ho visto nel porto di Catania.»
« Ci voglio viaggiare pure io...»
« E visitare i paesi che abbiamo studiato a scuola con la maestra, ricordi?: l'Europa, l'America, l'Africa...»
« L'Asia, l'Oceania, l'Antartide...»
« Mi piacerebbe tanto vedere l'Egitto, la Sfinge, le Piramidi...Li studiammo a scuola, ricordi? »
« E come no! Mi ricordo pure l'altezza della piramide di Cheope: 146 metri!»
« Ma chissà perché quei re si facevano seppellire in tombe tanto grandi, molto più alte della chiesa di San Leonardo...quando in­vece la tomba della mamma è alta poco più di un palmo...»
Nel ritornare dalla stazione in paese, i due compagni quella volta vollero fare una nuova strada, quella della fossoiattu (Fossa del Gatto): una strada che sembrava come sospesa alle due estremità, paurosa di notte, con quella ripida discesa da un lato e quell'altrettanto ripida salita dall'altro. In fondo alla fossa, Turiddu disse: « Mia madre mi dice che in questo punto nel filo della mezzanotte escono i fantasmi.» Nino, che aveva teso l'orecchio, incuriosito, disse che suo padre non gliene aveva mai parlato.
« Don Carminu Rascaporti racconta che una notte, mentre passavano per questa strada di ritorno dall'Opra dei Pupi di Riposto, lui e altri suoi amici che poi andarono in America, furono inseguiti da quattro fantasmi, alti come alberi e bianchi come lenzuoli...E loro a correre verso il paese tutti cacati di sotto per il grande spavento! Tanto ne avevano parlato di fantasmi per la strada buia, mi spiegò poi il padrino, che quelli a un certo punto li videro davvero!»
Nino si era sforzato di non diventare rosso. Turiddu riprese tutto eccitato: « Nel salone di do'Lunaddu, dove il padrino mi manda a farmi tagliare i capelli, la gente racconta tante di queste belle storie di fantasmi, di animali fatati, di truvature...Mi appassionano molto...Tu ci credi?»
« Non saprei...Mio papà non me ne parla mai.»
« Padre don Cuncettu, quando gliene parlo dice che sono tutte sciocchezze, anche se mia madre ci crede. "Anima superstiziosa!" le grida lui: "Povera credulona"!...»
Ai fantasmi, agli animali fatati e alle truvature ci credevano pure Maru e Tanu. Quando le sere d'inverno uscivano a un'ora di notte dallo stabilimento del Commendatore, nel ritornare alla loro casa piuttosto fuori mano nei pressi della Torre, se la facevano tutta di corsa, perché avevano una sacra paura che nella strada buia gli potessero apparire i fantasmi. E certe volte, nelle serate di fine dicembre il buio era talmente fitto e la tremarella talmente grande che Tanu, che era il più tardo dei due fratelli e il più pavido, arrivava in casa non solo tutto ansante e tremante ma addirittura pisciato addosso...Ma padre don Cuncettu diceva al suo figlioccio che erano tutte leggende, tutte invenzioni della fantasia popolare. Prendiamo, per esempio, diceva il padrino a Turiddu, le storie mirabolanti sorte attorno al famoso personaggio chiamato l'Africano: quell'uomo che dicono che era talmente forte perché era nato con la coda...E che era animale?!...Di quell'Africano, raccontava Turiddu al suo compagno, ne parlavano spesso nei saloni, sulla scalinata della chiesetta di San Cristoforo...e anche nella Camera del Fascio, dove una sera due compaesani per poco non erano venuti alle mani. Chi la raccontava d'un modo, chi di un altro; non si potevano mettere d'accordo su come fu sparato all'Africano.
Sulla morte dell'Africano, aveva detto padre don Cuncettu al suo figlioccio, « non trovi due compaesani che dicono la stessa cosa. C'è chi dice che lo sparatore tirò a tradimento, chi invece che affrontò l'avversario con coraggio leonino faccia a faccia. Chi dice che l'Africano, prima di cadere, inseguì il suo assassino e fece ben cinque giri attorno al quartiere dove abita il tuo compagno Nino - l'assassino avanti che scappava e lui dietro che lo inseguiva con lo spadino sguainato! « Che se lo prendeva ne faceva salsiccia!» era solito urlare Fulippu Scarpazza, quando rievocava quel memorabile evento assieme agli amici. C'era invece chi sosteneva che l'attentatore, dopo avere sparato, saltò il cancello, e fuggì gettandosi nel giardino di Bugno. «Vedi, vedi che fantasia!» diceva padre don Cuncettu al figlioccio. « L'unica cosa certa della storia è che l'Africano venne ucciso da uno che gli sparò. Il resto di quello che si dice sono solo supposizioni, anche perché, appena uditi gli spari, ci fu un fuggifuggi e la gente andò a rintanarsi in casa sotto il letto!»
I due compagni quel giorno per la prima volta avevano fatto per intero tutto il giro di Màscali. Erano partiti alle otto, dato che padre don Cuncettu se n'era andato di prima mattina assieme a Iaffiu Passereddu per dei lavori alla vigna della Cutula, e ora arrivavano in piazza che da poco l'orologio aveva suonato mezzogiorno. La piazza era deserta. Faceva caldo, il sole del mezzodì aveva costretto al fresco delle loro tane persino i piccioni della chiesa di San Leonardo. Don Puddu aveva lasciato da poco il deschetto di scarparo, che d'estate sistemava fuori, al fresco di lato all'uscio della sua casa la mattima, e all'altro lato della strada nel pomeriggio, e se n'era andato a mangiare. La Camera del Fascio era aperta, ma dentro c'era solo quello sfaccendato di Cicciu Beccu che ronfava beato con la testa rovesciata su un tavolino da gioco. Il farmacista, che stava chiudendo anche lui bottega, appena li vide mandò ai due ragazzi un sorriso, e un saluto con la mano, come di compiacimento per la sana vita che essi facevano ogni giorno sotto l'alto patrocinio e la guida illuminata di quel grand'uomo di padre don Cuncettu. I due ragazzi, a quel gesto del piccolo e simpatico farmacista si guardarono negli occhi, e si misero a ridere pure loro.
« Ah, ora che ci penso, » ricordò Turiddu, che non si decideva a distaccarsi dal compagno: « mentre mi trovavo nella farmacia per comprare lo spirito canforato della zza Santa, le grida della Camera del Fascio, dove stavano parlando appunto del famoso Africano, si sentivano forti anche da lì dentro. C'era la signora Lidia che faceva la calza, in silenzio come sempre. Don Vincenzino allora mi portò fuori con delle strizzatine d'occhio, e, con un occhio alla schiena di sua moglie e con l'altro a me, mi strinse il braccio e mi disse, piano piano: « Fantasie, fantasie... Io e il reverendo tuo padrino abbiamo studiato; siamo con i piedi a terra, abbiamo menti positive: non mangiamo certe favate (fandonie) di cui si nutre il popolino ignorante...Io e lui abbiamo in comune la fede il Dio, in San Leonardo e in tutti gli altri santi, l'amore per il sapere... e per un'altra cosa che tu, figliolo, potrai capire e apprezzare solo fra alcuni anni, eh. Vai, vai: un'altra volta ti do le caramelle...E studia, studia, se vuoi veramente diventare dottore.»
« Anche a me, » intervenne Nino, « donna Sara racconta certe volte delle storie. Mio padre non dice niente, pover'uomo; è sempre così silenzioso pure in casa, sempre così assorto e triste. Ma, un giorno che ascoltava dalla stanza accanto pure lui, una storia che mi stava raccontando donna Sara su un tesoro nascosto qui nei dintorni, ma in un posto a nessuno conosciuto...»
« Una truvatura18?...»
« Appunto...così la chiama anche donna Sara...»
« Se uno scopre una truvatura, mi dicono Maru e Tanu, uno diventa ricco...Sai? A volte loro due escono la domenica e partono per la campagna circostante; ma finora non hanno mai portato in casa nessuna truvatura..."da quei veri babbei che sono", mi dice padre don Cuncettu...»
« Mio padre, alla fine del racconto, poi in disparte mi disse: "Da che mondo è mondo la gente sente come un bisogno di creare e di credere in leggende e in miti...Anche tu, nel corso dei tuoi studi incontrerai e studierai dei prodotti analoghi del pensiero umano". »
« E che significa? »
« Booh...I grandi a volte parlano difficile, e non tutto quello che essi dicono noi lo possiamo capire. »
« Padre don Cuncettu invece mi ha ripetuto più di una volta che la gente spesso parla a vanvera, e soprattutto si inventa cose che non sono vere...anche cose cattive.»
« Mio padre dice che la gente in fin dei conti è buona, anche se alcuni non lo sembrano. E che anche nel più incallito delinquente c'è un fondo di umanità.»
« Tuo padre, mi dice padre don Cuncettu è troppo buono. » "Il segretario Raciti" diceva padre don Cuncettu, "è un santo laico: un perfetto cristiano da prendere a modello". Quando il prete esprimeva pubblicamente simili giudizi sul Segretario, gli si velava la voce; abbassava lo sguardo, come pensoso.
« Ah! ora che ci penso, » riprese Turiddu: « sai cosa ho sentito dire l'altra volta mentre entravo nel salone di do Lunaddu? »
« Cosa hai sentito? »
« Don Cicciu Beccu diceva ai presenti che era padre don Cuncettu che doveva fare il segretario comunale, e invece il cavaliere Raciti doveva farsi prete...»
Nino scoppiò in una sonora risata . Era da poco tempo che aveva preso l'abitudine di ridere liberamente a bocca aperta a talune uscite spiritose del suo compagno; prima lo faceva a labbra strette, vergognoso.
« Quando entrai, a don Cicciu morì la parola di bocca, ma tutti i clienti del salone ridevano da pisciarsi addosso!»
Il compagno arrossì; s'affrettò a cambiare discorso.
« Quando il parroco Patané disse a mio padre: "Perché non manda il suo figliolo in seminario?" egli rispose: "Si può essere dei buoni cristiani anche allo stato laico."...Così disse: laico, cioè senza esser preti...»
« Il padrino non mi ha mai detto se voglio farmi prete come lui. Lui, ubbidiente, fece quello che vollero suo padre e suo zio padre don Cola...Io faccio quello che mi dicono padre don Cuncettu e mio padre insieme...mi farò dottore.»
« Mio padre non mi ha mai detto cosa dovrò fare da grande. Egli dice che sarò io stesso a scegliere la strada, dopo che avrò terminato il liceo. »
« Mio padre invece mi dice sempre una cosa. » E il figlioccio del prete rideva, e rideva... « Quando sarai grande farai il dutturi!... Dutturi!...dutturi, come il figlio di don Nicola Cassaniti, che possiede giardini, vigne, castagneti e soldi a palate! »

MALELINGUE

Nel tempo, man mano che il figlioccio cresceva, padre don Cuncettu, che aveva l'occhio acuto e l'udito fine, ed era inoltre - come diceva don Vincenzino il farmacista - di mente positiva, aveva acquistato sempre più consapevolezza di certi pettegolezzi che circolavano in paese. E quindi andava sempre più cogitabondo e ingrugnito, dato che le dicerie si erano messe a circolare sempre più infittite e insistenti, e lui - anche senza udirle fisicamente - pareva che le captasse nell'etere del piccolo paese, quasi avesse l'antenna come una radio di Guglielmo Marconi. Ma le dicerie aveva anche l'impressione di fiutarle nella stessa aria, appena lui metteva piede fuori dalla porta di casa. Certe volte avvertiva la sensazione, si direbbe fisica, che tutto il paese, strada per strada, casa per casa, parlasse di lui, di Maria, di Turiddu, e di quel povero disgraziato di Iaffiu. E ciò feriva il suo orgoglio, non tanto di uomo quanto di sacerdote che aveva giurato precisi voti a se stesso, e a Dio precise rinunce.
Quando Maria lavava nella grande saia, insaponando sbattendo sciacquando instancabile come una cavalla da tiro, lo sguardo fermo, serio al proprio lavoro (che in paese dicevano faceva per dieci donne messe assieme), era oggetto di occhiate oblique: di quelle occhiate che si mandano rasoterra, facendo finta di guardare a terra appunto; occhiate che prima o poi sfociavano alla fine sempre nel solito fitto chiacchierio, dove trovavano sfogo certe massaie venute anch'esse al pubblico lavatoio, e dove, oltre ai pettegolezzi sulla Linguarussisa e su padre don Cuncettu, si mescolavano - chi lo faceva con astio, chi per invidia, chi tanto per parlare, chi tanto per spettegolare - tutti i fatti seri, minuti o grassi del paese, in un unico calderone: dove tuttavia Maria Linguarussisa e il prete erano i piatti preferiti. Spesso dalla turba ciuciuliante (pettegolante) si levavano certe risate sguaiate, specie quelle delle sorelle Liccasarde, che erano vicine di casa e abitavano nella stessa strada di padre don Cuncettu, ed erano pure le prime pettegole del paese: zitelle sempre in attesa di un marito che il destino ancora non si era deciso di mandare. Un giorno una di tali massaie, una certa Nedda Minnazzi, levatasi dal mucchio di comari che parlottavano e lavavano in gruppo, col piglio di chi, avendo fatta una scommessa, avanza a sfidare qualcuno con una cert'aria e con sicumera, si piantò davanti a Maria Linguarussisa, che lavava sempre in disparte, a una certa distanza dalle tutte le altre[ps1] , apostrofandola con un risolino strascicato:
« Gnà Maria, di chi ne prese vostro figlio Turiddu per gli occhi color del cielo?...Eh, eh: sia voi che vostro marito, avete gli occhi neri come due pezzi di carbone!...»
La Linguarussisa, che sopravanzava la Minnazzi d'una spanna di mano bella grande, e - malgrado con fiera riservatezza camminasse a fronte alta e gli occhi bassi - aveva l'animo e la capacità di scaraventarla con una sola manata nella saia a farle fare il bagno - a lei e pure alle sorelle Liccasarde che se la stavano ridendo più in là - rispose con calma, frenandosi, contenendo lo spirito fiero che si intravedeva negli occhi grandi, neri di saracena: « Turiddu ne prese da mio nonno...da mio nonno, il padre di mia madre, che aveva gli occhi celesti perché veniva dal continente.»
Quelli che in paese padre don Cuncettu considerava amici, oltre la cerchia domestica, erano davvero pochi: il segretario Raciti - che lui giudicava "uomo privo di macchia: un santo" - il vecchio compagno di giochi Puddu (che, come sappiamo, si industriava come poteva di disfare quelle dicerie che correvano da tempo in paese, specie sulla vera paternità di Turiddu Bucca: argomento preferito nei saloni del paese, nelle càmmire, specie nella Camera del Fascio, dove su di esso teneva spesso lezione, con largo e attento uditorio, quello sfaccendato di Cicciu Beccu, quando bene inteso non c'era padre don Cuncettu, e qualche altro, come per esempio il defunto cavalier Leonardo Guzzardi, di cui diremo tra poco. Lo stesso chiassoso farmacista Musarra, che a modo suo era entusiasta ammiratore del prete, non poteva considerarsi amico a tutti gli effetti, dato che non faceva che tenere accesi i pettegolezzi della Camera del Fascio condendo le malignità di Cicciu Beccu col suo inguaribile spirito goliardico. Per cui padre don Cuncettu, anche se forse nell'intimo della sua complessa coscienza teneva il Musarra in umana simpatia, cercava il più possibile di evitarlo, e ufficialmente trattava con un certo contegnoso distacco il piccolo invadente farmacista.
Quelle volte che padre don Cuncettu entrava nella farmacia per le medicine delle vecchia serva Santa - alto, imponente, distaccato - per lo speziale era l'avvenimento più importante e atteso della giornata...una giornata, in verità, magra, con quei quattro gatti di clienti che volevano spendere poco, e quel nuovo medico - il figlio di don Nicola Cassaniti - che era venuto fresco fresco di laurea dalla capitale, con la testa piena di nuove teorie sulle medicine da dare e non dare ai malati...come se a lui, signori miei, la laurea di chimicofarmacista gliel'avessero regalata!...Ma a don Vincenzino Musarra quanto guadagnasse in bottega importava tanto e non più. Non avevano figli, le spese erano poche, e perciò lui e sua moglie Lidia potevano vivere tranquilli con la gamba a cavallo con quello che fruttavano i due bei giardini di limoni di Santa Venera e di Gona.
Erano altre, erano altre le cose che veramente interessavano a don Vincenzino...Quanto piacere aveva la sua modesta farmacia nell'accogliere tra le sue vecchie mura un sì grand'uomo!...un uomo che aveva navigato nel gran mondo in lungo e in largo...signori miei, l'alta aristocrazia! canonici, vescovi, baroni...signore baronesse!...Eh padre don Cuncettu: un uomo di panza19 ,che se voleva poteva darle anche allo stesso diavolo bruttubbestia (brutta bestia) in persona...un uomo di curria20, con tanto di fegato da poter fare il capo brigante oppure il generale!...Una come sua moglie Lidia poi, accanto a quel grand'uomo, avrebbe perso in un battibaleno quella tale sua cera di importante cittadina che la rendeva antipatica a tutti, anche a quelli usciti freschi freschi dal confessionale...E zitta! e senza fiatare! altrimenti c'erano scorciacollo da farla alluciare...E senza controllare il marito: dove va, dove non va, con chi parla, cosa guarda lassù, cosa legge di nascosto, perché se ne va spesso in quella càmmira di scansafatiche...E senza osare di sgridarlo e minacciarlo con le dita negli occhi, là, in fondo alla casa, dove di sera non la udiva nessuno...Donna Lidia Giuffrida, ridotta a una pezza, avrebbe servito umile umile, con la devozione di una sguattera di sacrestia...- E quante cose belle, quante cose grasse si raccontavano di lui!... E ora, come un vecchio generale, che ha fatto tante battaglie, che ha raccolto tanti ricchi bottini, tanti buoni bocconi, di quelli che ti squagliano in bocca, e che farebbero squagliare la cera anche a un San Leonardo...ora lui si era ritirato in pensione, sazio...Ma anche qui mica se ne stava a oziare il veterano!...Padre don Cuncettu era in pensione, sì, ma aveva conservato tutta la grinta del combattente di prima linea che si butta a testa in giù nella battaglia, senza starsene a guardare come un babbeo in retroguardia in attesa dei passoloni21...E il "generale" aveva inoltre conservato tanti colpi in canna da sparare, dopo tanti e tanti che ne aveva sparati!...E che canna, benedetto lui!...E tirava, e tirava ancora molto bene con quella canna!
Don Neddu il sagrestano più di una volta, proprio là, davanti ai Santi, si era sfogato con i praticanti più intimi e fidati della Chiesa di San Leonardo: « Signori miei, non c'è madre di famiglia con la testa a posto che piange o si veste di nero se padre don Cuncettu non è proprio tanto di casa nelle tre chiese del paese, e in materia religiosa lascia campo libero al nostro bravo parroco. »
« N santu parrinu, Madunnuzza bedda! (Un santo prete, Madonnina bella!) » giuravano i bravi fedeli. « Ddiu ci â mmannari cent'anni di saluti! ( Dio gli mandi cent'anni di salite!) »
«Un prete, signori miei,»sottolineava don Neddu,« sopra tutto con i sensi quieti, che davanti alle donne se ne sta con gli occhi bassi come un San Luigi Gonzaga.»
« Un uomo pio, un perfetto cristiano, » diceva del bravo parroco Patané un suo estimatore come il segretario Raciti.
« Un verginello consacrato al signore, puro, candido come quegli angioletti con la tromba del gran quadro dell'Ascensione...Dopo una vita santa e immacolata, salirà dritto dritto in paradiso...» commentava il solito Vincenzino Musarra, quando la discussione cadeva sul bravo parroco del paese.
« È come se padre don Cuncettu abbia avuto una speciale dispensa papale, » diceva il sagrestano: « una dispensa papale per starsene come un barone in famiglia, andarsene a caccia, andarsene nella càmmira, in campagna quando vuole e decide lui, insomma un via libera per farsi comodamente i cazzi suoi...San Leonarduzzo mi perdoni per cotanta parola proprio nella sua santa casa!...» Campagne che, aggiungeva il brav'uomo, dando una schiacciatina d'occhi, un giorno, un giorno andranno a quello lì...via, lo sanno tutti, anche le pietre, com'è nato quel figlio di buona madre! Signori miei, è tutto lui, scorciato (identico): magari in faccia rassomiglia a sua madre, ma gli occhi, eh, e la grande intelligenza, la grande spirtanza22, l'intraprendenza, di chi sono, eh? Se era figlio di Iaffiu Passereddu, era un babbasuni (babbeo) come gli altri due gemelli Maru e Tanu, che a quasi diciott'anni pare che cinquesei volte l'anno ancora pisciano il letto!...» E i conti, l'avevano visto quei suoi compaesani come Turiddu si sapeva fare i conti quando vendeva le uova? Non sbagliava mai: gli piacevano, gli piacevano i soldi al figlioccio del prete!...E come curava gli interessi!
Signori miei, si accalorava il bravo sagrestano, quel figlio di buona madre era tale e quale padre don Cuncettu, che da ragazzo se li seppe fare pure lui i conti, quando, ubbidendo allo zio padre don Cola, entrò dritto dritto in seminario, altrimenti a quest'ora...a quest'ora, lui era a zappare come tanti altri, dato che quello in caso contrario i suoi beni alla Chiesa di Màscali li voleva lasciare, seh!
Ma il sagrestano, dopo tali sacrosanti sfoghi della lingua, specie quando si era lasciato troppo andare all'oratoria, ritornava indietro, la fronte e le sopracciglia aggrottate: « Mi deve seccare questa maledetta lingua...Le cose, mi dice sempre mia moglie, me le devo tenere dentro! » sbottava tra sé, facendo dietrofront, e dandosi per punizione una smanacciata sulla gamba destra, che era quella buona. « Ohè, compaesani...zitti!...pipa23!» scongiurava il brav'uomo, gli occhi schizzati di fuori. « Quello che abbiamo detto deve restare tra noi galantuomini...mi raccomando, mi raccomando!...» E si mordeva il taglio della mano, scongiurando. « Quello non ci pensa due volte...sapete?...Stiamo attenti, se veramente ci teniamo alla salute del vostro sagrestano, che ha moglie e tante bocche ancora piccole da sfamare...» L'uomo di chiesa era giustamente preoccupato, anche perché in paese si era saputo che da quando quella buona lingua di Santu Iacitusu di recente aveva avuto una certa discussione a tu per tu con padre don Concetto Cardillo, era diventato, come si suol dire, un po' lento di reni. « Lui sazio (soddisfazione) non ne dà. Rimane sempre una buona lingua; ma parola mia, che sono vecchio e conosco bene il cuore degli uomini, Santu Iacitusu non è più quello di prima... Ora lui parla di altre cose: altri pettegolezzi, di paese, insomma; ma delle cose di padre don Cuncettu pare che non ne parla più...Anzi, dicono che se uno gliene accenna, lui subito si trasforma in faccia e cambia pure discorso...Dicono che questo particolare lo ha confermato con grande soddisfazione lo stesso don Puddu "u scarparu", che è grande amico e soprattutto confidente del prete. »
Che Iaffiu Iacitusu, malgrado avesse solo quarant'anni, fosse diventato all'improvviso un po' lento di reni per via di una discussione avuta col rinomato ecclesiastico, aveva naturalmente entusiasmato il nostro farmacista. « Chi pezzu d'omu stu patri don Cuncettu, e chi cugghiuni di liuni ha traspurtari sutta dda tonaca niura! » Che pezzo d'uomo, quel padre don Cuncettu, e che coglioni di leone doveva trasportare sotto quella tonaca nera!
Tuttavia, malgrado il gran rispetto unito a una certa soggezione per il nostro prete, in paese non proprio tutti erano uniti in tale generale unanimità. Infatti, quando padre don Cuncettu usciva dalla farmacia, donna Lidia non si degnava di ricambiare il saluto, come del resto faceva con tutti gli altri paesani. Rimaneva rigida nel busto di musona paffuta, insaccata, come una nobile gran dama impettita, piantata con abbondante deretano straripante sulla sedia, la quale, meschina, mandava gemiti a ogni movimento della soprastante di lato dell'uscio della bottega, il posto preferito da lei, dove cuciva o lavorava a maglia, o leggeva sorniona, col sussiego dell'alletterata, il "Corriere di Catania".
Ma don Vincenzino - che ogni volta perdeva quasi la testa davanti al suo padre don Cuncettu - accorreva trotterellando sulla soglia. Frugandosi con la manina inquieta la rada barbetta di satiro, rimaneva là ad accompagnare il suo idolo e alto modello di vita che si allontanava con quel suo passo di gran generale. Lo seguiva con sguardo sognante, in estasi: « Quanti cosi ranni ha fattu st'omu! Luntanu di stu paiseddu, troppu troppu picciriddu ppi iddu: a Gghiaci, a Catania, a Caltaggiruni! » Quante cose grandi aveva fatto quell'uomo! Lontano da quel paesino, troppo troppo piccolo per lui: ad Acireale, a Catania, a Caltagirone! - Vincenzino si vedeva accanto al suo Cuncettu...nelle stesse battaglie, nelle stesse cavalcate...gli stessi trionfi...coronati da uguali allori! E, se in quei momenti d'alto volo lo distoglieva la moglie, che d'inverno era solita chiamarlo per rimestare il braciere, e d'estate per spalancare qualche porta o finestra di dietro onde fare entrare aria fresca, e quasi sempre per raccattare il gomitolo o la spagnoletta che di solito le cadevano per terra - dato che difficilmente la cittadina Lidia si scomodava - allora don Vincenzino con uno scattino nervoso si rivolgeva al santo Patrono di fronte, e poi verso il cielo, soffocando a malapena un altrettanto pensiero anche agli altri beati del paradiso.
Donna Lidia non piaceva nemmeno al nostro prete. Quando passava lì davanti, o attraversava la piazza, e lei era affacciata al balcone, o sulla soglia della farmacia, ma anche quando era appostata a osservare con quel suo particolare piglio dietro i vetri del finestrone, don Cuncettu, malgrado avesse la meritata fama di uomo di panza e di sostanza, nel vederla si metteva in un certo disagio, anche perché - vero o falso che fosse - aveva l'impressione che quella donna gli fosse ostile. Era l'unica persona in paese che non lo salutasse. Non gli mostrava né come uomo e né soprattutto come sacerdote alcun formale rispetto... quando invece c'erano taluni che, guardati in un certo modo da lui, specie quando lui era di tramontana, si turbavano e facevano per prudenza un passo indietro. Per cui il prete, davanti all'ostile forestiera, affrettava, infastidito, stranamente inquietato, il passo, anche perché quegli occhi freddi gli davano l'impressione che lo studiassero con fredda scienza, come per sondarne l'anima complicata e scoprire certi suoi tormentosi segreti.

INTERMEZZO: DISPUTE ALL'EX CIRCOLO DEI NOBILI

Alla Camera del Fascio, dove quell'estate si recava sempre più di rado, padre don Cuncettu aveva perduto una persona che riteneva pienamente onesta e leale, degna di rispetto, anche se bizzarra: il vecchio cavalier Leonardo Guzzardi, per anni severo, anche se disatteso presidente onorario di quello che era stato il cosiddetto Circolo dei Nobili. Il Guzzardi era un tipo alto e segaligno, dalla faccia di asceta, che non rideva quasi mai. Durante la sua vita aveva nutrito una sola vera passione, che era stata esclusiva e aveva assorbito tutta la sua attenzione, tutto il suo interesse, tutto il suo cuore: la cosiddetta storia patria, che poi era quella del suo paese natìo, al quale lui si intestardiva di accreditare, oltre che al prestigio, soprattutto una nobile antichità: dato che una famiglia, un'istituzione, una nazione, quanto più antiche sono tanto più ricche di prestigio sono ritenute e di rispettosa venerazione. Anche oggi, magari falsificando le date, si fa a gara per arretrare la nascita persino delle botteghe di vino. "Questo negozio è stato fondato il tale anno del secolo scorso", "Quest'altro negozio è stato fondato dieci anni prima..." Un Iaffiu Passereddu, che non aveva albero genealogico, non era di certo assillato da problemi di nobiltà; ma il cavaliere Guzzardi, aveva scovato antenati che risalivano nientedimeno che all'anno 1655, i quali erano tutti nobili, e quindi pure lui si riteneva tale.
Il cavaliere Leonardo Guzzardi trascorreva gran parte della giornata nella sua vecchia casa di scapolo solitario al quartiere Ponte, dove studiava certi libri antichi nella speranza di potervi scoprire nuove notizie storiche sulla sua città...Ed era tale l'amore per le cose antiche, ch'egli scriveva e parlava, non come scrivevano e parlavano gli altri cristiani suoi contemporanei, ma col linguaggio involuto dei tempi andati. Per la maggior parte dei compaesani lui era un tipo strambo, uno strologo, "uno tutto per conto suo", cioè diverso da tutti gli altri cristiani. Per padre don Cuncettu invece il Guzzardi era una persona onesta e rispettabile, seppure un po' bizzarra: uno che soprattutto si faceva i fatti propri, che non spettegolava e non insinuava malignità sul prossimo, come purtroppo tanti altri in paese. Per il farmacista, invece, il cavaliere Guzzardi, dato che in tutta la sua vita non aveva mai cercato donne, era un povero miccitedda.«Signori miei,»diceva don Vincenzino: «quando uno non guarda e non cerca donne, o non è capace di far loro nulla, è meglio che prenda la strada di Fondachello, e si vada a buttare a mare...» E siccome era figlio di carrettiere, e quest'origine gli pesava, specie quando glielo ricordava donna Lidia - che si vantava di avere una discendenza nobiliare, lei! - e gli pesava pure che il Guzzardi non lo degnasse di confidenza - a lui, a un chimicofarmacista! - il Musarra ghignava: « Quant'è nobile questo cavaliere! è un nobile, un nobile miccitedda! »
Il Guzzardi, malgrado i tempi nuovi, continuava a chiamare la càmmira con il suo vecchio nome di Circolo dei Nobili, il quale, secondo le sue ricerche ("ponderosi studî" li chiamava lui) era stato fondato dal suo bisavolo materno: il dottor commendator nobile, declamava lui, Leonardo GrassiLuciani allo spirare del secolo diciottesimo...E continuava a considerarsene Presidente onorario nonché "garante delle buone costumanze antiche". Ma in verità nessuno dei soci della càmmira se ne prendeva briga o si preoccupava; anzi, qualcuno, come quello sfaccendato di Cicciu Beccu gli rideva tranquillamente in faccia. E siccome Cicciu Beccu, oltre ad essere uno sfaccendato, aveva la fama di essere un ebbreo (ebreo), "di non aviri né Ddiu né Madonna e mancu santi" (di non avere cioè né Dio, né Madonna, e neppure santi ), insomma di non credere a niente, a volte, quando il Cavaliere si ostinava a ricordare a quelli della càmmira di essere un nobile (quasi che quei galantuomini, da un giorno all'altro, l'avessero dimenticato), poi quando lui se ne andava, gli cantava a tergo, suscitando la risata grassa di tutto l'uditorio:
« Eh, Cavaliere: voi sarete magari nobile...Ma, se andiamo indietro nel tempo, di figlio in padre, di padre in nonno, di nonno in bisnonno, e così via per secoli e secoli, troveremo per strada sì dei nobili, e pure gente di panza e di sostanza come il nostro padre don Cuncettu, ma anche gente che nobile non è: incontreremo pure dei ruffiani, dei cacasotto: e anche buttane, finocchi, e miccitedda come a vossia!» E se presente c'era pure don Vincenzino, che nobile non era, questi dava del molto bravo a Cicciu Beccu per cotante argute considerazioni, degne non di un ignorante come lui, ma addirittura di un antico filosofo.
Il presidente Guzzardi, sempre distratto e lontano dalle misere faccende terra terra di tutti i giorni che interessavano i più, aveva la mente e l'animo sempre volti ai tempi che furono, dato che la sua città tanto antica ( il cui nome menzionato dagli storici risaliva alla più remota antichità cristiana) ormai il Tempo l'aveva declassata a piccolo paese, al quale sia le guerre secolari e sia i frequenti tremuoti avevano spazzato ogni nobile vetustà. E lui invece, alla sua città avrebbe tanto voluto restituire l'antico prestigio e la storica nobiltà! Ma del passato alla càmmira era rimasto solo il tabellone, che portava i segni del tempo, dato che pareva che acqua e vento vi avessero ballato sopra fin dai tempi dei Paladini di Francia, tanto era vecchio e sconquassato. Nemmeno i più vecchi in paese si ricordavano chi l'avesse costruito, né chi l'avesse portato fin lassù. Non c'era paesano al quale importasse la sua età, tranne al Guzzardi, che ne aveva calcolato ("ponderosi calcoli", diceva lui) una vetustà di oltre un secolo, e ogni tanto pertinace industriatasi a farlo ridipingere a proprie spese da Pappaciau, il cameriere del Circolo: scritta nera su fondo azzurro, a imperitura memoria dei nobili del paese; e questo fino a quando il tabellone non venne ricoperto definitivamente - con profondo cordoglio del Presidente - dalle nuove insegne del Fascio... O tempi! o tristi tempi! La classe de' patrizi ne'secoli erasi a poco a poco assottigliata e solo lui, il Guzzardi, oltre a pochi altri privilegiati in paese, rimaneva ormai a rappresentarla!
Era quella una pretesa di nobiltà che faceva storcere il faccione di donna Lidia in una smorfia che era insieme d'insofferenza e di compatimento...lei! che proveniva dalla grande città, dove c'era veramente una fioritura di nobili d'antichissimo casato...ed era patrizia lei stessa, la signora Lidia...La facevano ridere quei paesani con quelle pretese di nobiltà!
« Quattro case, tre fabbriche e tanti morti di fame...» grugniva acida la cittadina.
Né si può dire che i sodali del Circolo onorassero il luogo, secondando i sani principî del nobile Presidente...anzi...Ma, quando per accidente veniva ferito dai cacofonici rumori (ch'egli nomava "sagrileghi romori"), egli fuori nell'antistante piazza, o mentre veniva allo stesso Circolo, o si trovava nella sala del barbiere, allora il Presidente - come un nobile impettito tutt'acceso da sacro sdegno, il volto procelloso, incartapecorito come i tomi che studiava - piombava lì dentro con svelto piede affinché nessuno dei presenti avesse da sfuggire alla sua presidenziale censura, e seduta stante pronunciava una filippica contro quegli sconsiderati...filippica che diventava travolgente, se qualche sciagurato - lui di spalle - osava strombettar, inaudita audacia! alla sua nobile presenza.
« Un tempo, » rimembrava il Presidente, « gli antichi nobili che frequentavano questo glorioso Circolo, giammai osaron esibirsi in pubblica trombetta!» E ricordava altresì a quegli sconsiderati che quella nobile istituzione era stata fondata più d'un secolo addietro dal suo bisavolo materno: il dottor, commendator, nobile Leonardo GrassiLuciani...E rimembrava altresì che l'istituzione venne destinata agli inizi a soli nobili, e solo in seguito, con liberalità, aperta anche ai non patrizî.
Se non c'era la moglie nella farmacia, o non era affacciata al balcone, interveniva di regola don Vincenzino a sdrammatizzare con goliardica allegria il sagrilego accaduto. «Tempi nuovi, tempi nuovi, Cavaliere! » irrompeva il piccolo farmacista con quella sua faccia di topo in azione. « Siamo nel ventesimo secolo! La nobiltà è in declino...Guardate, exempli gratia, quello che sta succedendo in Russia! » E, roteando lo sguardo sopra le lenti per pregustare de visu l'effetto che avrebbe ottenuto la battuta tra quei galantuomini(ai quali la reprimenda del Guzzardi non aveva fatto né caldo né freddo, specie a quello sfaccendato di Cicciu Beccu, che se la rideva), il piccolo farmacista sghignazzava: « È tutta salute, Cavaliere! ...ve l'assicura la scienza di un chimicofarmacista, specialmente se vengono eiettati con fragorosa nobile dirompenza!»
« Come osate?!...come osate?! » protestava il nobile Presidente.
« Ce li raccomandava lo stesso ordinario di fisiologia dell'ateneo di Catania: il professor Niccolò Maria Guglielmini! Ce li prescriveva, addirittura, la buon'anima, possibilmente dirompenti, come appunto quelli di codesti nobili signori. »
« Come osate?!...come osate?! » replicava veemente il Guzzardi con nobile sdegno - l'occhio procelloso nel volto in fiamme tra la scompisciata generale - per quell'intromissione di colui che "pur dovea pe' lunghi studî conoscer le Regole della Buona Creanza". Poi, quando, fieramente indignato, il Presidente si accomiatava declinandosi da quegl'indegni, per ritornare a immergersi nella sua magione nei soliti antichi e ponderosi tomi, copiosi negli alti scaffali tra le umbratili ragnatele, il piccolo e pepato farmacista, lisciandosi la barbetta caprina, commentava tra il fragore che, lacerando l'aere della piazza, investiva a tergo lo stesso Guzzardi: «Se ne va, se ne va a casa, dai suoi libri, il nobile Miccitedda...» E rideva pure Cicciu Beccu, che per rispetto - e anche per ragioni di anzianità - lasciava la precedenza di quella battuta sempre al farmacista.
Se in quel momento usciva dalla strada dell'Ospizio il reverendo Cardillo, alto, imponente, che - come aveva fatto notare il Musarra - quando camminava, sembrava un generale, allora don Vincenzino sentenziava a bassa voce, ma tuttavia con la solennità di un aforisma: « Picciotti, il paese è piccolo, e, avrà magari perso per la strada tutti i suoi nobili...ma, quello che è fuor di ogni dubbio è che esso può vantare figli in gamba - e di tutte le categorie -che tengono alta la bandiera della virilità. »
Ma appena giungeva il prete, don Vincenzino s'azzittiva, s'acquattava, perdeva il fiato, tanta era l'estasi che provava davanti al grand'uomo e suo alto modello di vita. Se non se n'era già ritornato ai suoi ponderosi studî, il presidente Guzzardi - che si distraeva facilmente e dimenticava in breve tempo il grave affronto subito con quei "sagrileghi romori" da un sito sì antico "ch'avea visto all'opra i nobili del passato" - affrontava, dicevamo, a singolar tenzone, l'irriducibile avversario don Cardillo, sempre sugli stessi argomenti. E i due con quei dibattiti non ce la finivano più quando prendevano a disputare al Circolo, facendo sotto sotto mugugnare certi galantuomini che lì dentro, invece di mettersi a prestar orecchio a cotali chiacchiere, avrebbero preferito concentrarsi nel gioco delle carte, della dama o del tritrì .
Nel piccolo paese, dove il tempo che scorreva lento e sonnacchioso pareva che non volesse passare mai, e il silenzio era per lo più rotto dal rumore dei carretti, o dal vociare di don Paulu "u pisciaru" che saliva da Fondachello quando il mare era stato buono, o dallo scampanellìo dei greggi dei caprai di Sant'Antonino, era abitudine antica rimestare sempre la solita minestra. Così come ogni giorno i galli del paese da tempi immemorabili salutavano il sole che spuntava dal mare di Fondachello, e il parroco alla messa ripeteva sempre le stesse sacre formule, sempre le stesse cose con poche varianti ripetevano come formule il farmacista Musarra, Santu Iacitusu, Cicciu Beccu, Gnazziu Sciancatu e tutti gli altri. Donna Lidia mostrava ogni giorno il faccione di caciocavallo stagionato, lanciando le solite occhiate di superiorità al paesino e ai suoi abitanti, e Gnazziu Sciancatu, quando lei attraversando la piazza per andare in chiesa passava davanti alla sua porta, esclamava, incurante delle proteste di moglie e di suocera, per la volgarità: « Sta passando la Regina della Sapizzata. » Quando il figlioccio del prete passava davanti alla Camera del Fascio, c'era sempre qualcuno che lì dentro diceva:« Cu mangia fa muddichi» (Chi mangia fa molliche); e nei saloni, nella piazzetta di San Cristoforo, ogni mattina, puntualmente, se non era scassata la Montagna25, o caduto qualche fulmine, riprendevano le solite appassionate discussioni e dispute su Orlando, su Rinaldo, su quel traditore di Gano di Magonza ( che non era mai stato colpito abbastanza dai pomodori fradici che gli venivano scagliati all'Opra dei Pupi )...su compare Turiddu e compare Alfio e il loro gran duello col coltello...e, da qualche tempo in qua, anche su quell'eroe cittadino che nel tempo era diventato l'Africano, che era così forte e coraggioso che, signori miei, era nato con la coda!...E così passava il tempo.
Altri che avevano fatto studi, specie se di storia antica - fatta eccezione per il taciturno Segretario che non frequentava né la piazza né la càmmira, e per don Vincenzino Musarra che aveva altre cose per la testa - si affrontavano su argomenti più sofisticati, ma sempre gli stessi...Il cavalier Guzzardi, ancora all'impiedi, ancor prima di prender posto al solito tavolo in fondo alla nobile sala dov'era aduso assidersi di fronte all'interlocutore, sferrava intanto la solita possente bordata contro quelli del paese di Giarre, e cioè avverso quelli del "quartiere delle Giarre", come lui ancora chiamava il grosso paese vicino, che un tempo era stato solo una frazione e ora aveva superato in estensione e in popolazione la vecchia madre Màscali...bordata che serviva da preludio alla tenzone "col pertinace ostinato avversario don Cardillo".
Màscali, tuonava il Presidente, non era affatto decaduta a villaggio povero e insignificante come volevano quelli del quartiere delle Giarre, che tanto in passato avevano calunniato (dicendo persino che nel paese c'era aria malsana, e scrivendo persino a Re Borbone), tanto avevano imbrogliato le carte, avvilendo la madre Màscali, che questa, stanca di cotante angherie da parte della figlia degenere, lasciò senza più lottare che questa sua frazione si distaccasse dal suo seno, erigendosi nel 1815 a Comune autonomo...dopo, signori miei, che Màscali per secoli e secoli era stata l'anima della Grande Contea, e, sin dal tempo dei Saraceni, cinta da ben sette torri...da ben sette torri!
All'ex Circolo dei Nobili, la maggior parte dei galantuomini che lì ammazzavano il tempo, era sorda alle solenni dissertazioni patriottiche del presidente Guzzardi, il quale non giocava mai, non aveva vizi, era scapolo, viveva della rendita di un giardino di limoni, e aveva come unica passione il culto del suo paese natìo e della sua storia. « Se fosse nato a Giarre, o a Riposto, o ad Acireale, tanto per dire, » commentava quello sfaccendato di Cicciu Beccu, che pure era senza Dio, senza Madonna e senza Santi: « il Cavaliere avrebbe difeso a spada tratta la gloria e l'antichità di quelle altre patrie...» Ma il Musarra mai e poi mai avrebbe desiderato di non nascere nel suo caro e glorioso paese natìo, e, quando Cicciu Beccu, sorridendo gli faceva quest'osservazione, il Guzzardi gli dava dello scettico e dell'antipatriottico disfattista...a lui, e pure a quel libertino scostumato del farmacista - che lo appoggiava - al quale non importava se il suo paese fosse antico o no, e aveva l'ardire di sostenere di amarlo perché vi era nato, perché lì erano nati suo padre e sua madre, e perché lì era sempre vissuto, eccetto il periodo degli studi universitari di Catania...Ma don Vincenzino, non solo in questi casi teneva bordone a Cicciu Beccu, e ne elogiava le sottili osservazioni quasi fossero quelle di un filosofo antico, ma plaudiva anche a coloro che, appoggiandosi alle sue teorie scientifiche, commentavano l'alte dissertazioni con i cosiddetti indecorosi romori, i quali sempre giungevano come una mazzata al costato del rincoglionito Presidente.
Ma, se al Circolo si trovava padre don Cuncettu, allora quei soci, taluni con vivo interesse, ma tal'altri annoiati e rassegnati, lasciate le carte, le dame e i tritrì, s'industriavano sui seggi, e, dato che non c'era certo di meglio fuori della càmmira, silenti apprestavansi con teso orecchio a seguire l'alta tenzone...che sempre promettèa spettacolo.
Sferrato il solito attacco di prammatica "avverso color ch'avean tradito"(che erano quelli di Giarre, o meglio "delle Giarre", come diceva il Presidente), smembrando il glorioso Comune che aveva una storia millenaria, il presidente Guzzardi, passava di solito alla tenace sua tesi intorno alla città di Callipoli...città greca di Sicilia, menzionata da taluni antichi storici, e poi misteriosamente scomparsa. E la tesi guzzardiana era questa: "Là ove trovavasi attualmente la città di Màscali, un tempo - e precisamente ben sette secoli avanti la nostra èra - sorgeva la bella città di Callipoli, colonia greca della nostra Sicilia." E il Cavaliere elencava tutti gli autori antichi e meno antichi che avevano parlato di Callipoli e di tutti quelli che avevano ipotizzato che quella città sorgesse nel territorio di Màscali, il quali si estendeva da Fiumefreddo al Torrente Màngano, dal mare all'Etna Mongibello.
« Territorio, territorio! » obiettava il prete in modo antipatriottico come se fosse un forestiere: « non Màscali paese, badate, Cavaliere!» E il Cavaliere indomito, continuava instancabile, e ricordava ancora una volta che "distrutta Callipoli dai Siracusani, sulle rovine di quella bella città poi sorse a poco a poco un altro agglomerato urbano, che poi acquisì il nome di Màscali"...Màscali!...e quando il Presidente pronunziava questo nome per lui sacro, lo scandiva: Mascali, ed empivasi la bocca, il cuore, l'indomito spirito di cotanto nome...Guai poi a sostenere - come osava il reverendo Cardillo - che l'ultima torre rimasta a Màscali era servita solo di vedetta, per segnalare di lassù il saraceno periglio. Il cavaliere andava su tutte le furie, e dava del disfattista al testardo suo interlocutore, "che parea uno straniero nella sua cittade": «La torre di Mascali » proclamava vibrante di patriottismo, « è l'ultima delle sette torri dell'alte mura che ergevansi in circuito attorno alla fortificata città di Màscali, che, nel corso della sua storia millenaria subì assedi, assalti, e fu persino distrutta dal nemico oltre che dalle lave dell'Etna Mongibello e dai sommovimenti tellurici...Ma ogni volta i suoi laboriosi abitanti, protetti dal Santo Patrono Leonardo, la ricostruirono più bella di prima! »
E il canto del Guzzardi elevavasi solenne, e la possente sua voce udivasi dalla piazza antistante la Camera del Fascio ove tenevansi tali campanilistiche discussioni; e si udiva pure dalla vicina piazzetta di San Cristoforo...dove, quando c'era bel tempo, sulla scalinata si vedevano seduti dei paesani che s'interessavano di altre questioni più terra terra, e dove c'erano la putìa di donna Rosa dû Vinu, la putìa della Prazzitedda, la putìa di don Saru u ciciraru26, un tabacchino, due chianche (macellerie) e i tre saloni del paese.
Padre don Cuncettu, malgrado fosse prete, era uno che - come diceva il farmacista - almeno nelle cose di questo mondo, ci voleva mettere sempre le mani dentro...Non che avesse qualcosa di contrario alla teoria secondo cui Màscali fosse sorta proprio sulle rovine di quell'antica città; anzi, era assai probabile che fosse così, dato che ogni città non sorge in un luogo a casaccio, ma dove l'uomo ne vede la convenienza: la conveniente posizione strategica, la presenza di acqua, la fertilità del suolo, insomma nel luogo più favorevole; e dato che anche Màscali dovette sorgere nel luogo più favorevole, è molto probabile che i due luoghi siano più o meno coincisi. Sì, sì; ma quello che urtava il prete, che era uomo pratico, e - come diceva il farmacista - di mente positiva,era l'ostinato accanimento col quale il Murarra propugnava le sue tesi campanilistiche, come se fosse questione di vita o di morte. Il prete era uno che sosteneva che si deve amare il padre e la madre non solo se sono nobili, ma anche se sono dei poveri plebei ignoranti. Ragion per cui - non tanto per convinzione quanto per il gusto di contraddire l'ostinato Presidente, egli gridava: « Prove!...prove concrete ci vogliono, Cavaliere!» E il Cavaliere indomito citava ieratico le parole con le quali lo storico Vito amico annunciò che "Non altro luogo è da cercarsi per Callipoli se non alle falde dell'Etna, dove oggi trovasi Màscali". Dunque: "Non alius itaque locus Callipoli quaerendus, quam ad Aetnae montis radices, ubi hodie Mascalis extat"! E il prete di rimando, a gran voce: « Voi, Cavaliere, avete sbagliato a nascere a Màscali...Dovevate nascere a Roma o a Siracusa, o nella stessa Taormina. Lì, seppellito da tutte quelle antichità autentiche, sareste stato felice...senza avversari scettici che vi potessero con­traddire!
« Prove ci vogliono, dite voi?» urlava il cavaliere tutt'acceso di furor patrius perché egli giammai avrebbe accettato di non nascere nel suo caro e glorioso paese... Allora, rimembrando che il gioventù era stato fervente seguace epigono delle dottrine degli Enciclopedisti francesi - i cosiddetti Lumi - il presidente Guzzardi, certo d'infliggere all'incredulo avversario una pesante disfatta, controbatteva esultante:
« Prove concrete, dite voi?...E dove sono, di grazia, le prove concrete dell'esistenza di Dio?...Non l'ho mai visto; quindi dovrei avanzare dubbi sulla sua reale esistenza...Sarebbero adunque fandonie quelle che voi ecclesiastici propinate ai popoli ignoranti?» Il prete, che, anche se non era un santo e nemmeno un teologo, quando gli toccavano Dio e la santa religione si arrabbiava davvero... Ma che stava dicendo quello là ?!...E lo diceva proprio davanti a lui: a un ministro del culto?... E, se non fosse stato per il rispetto che il ferrigno ecclesiastico aveva per l'età veneranda del cavaliere, allora lui, lui... E, non potendo alzare le mani, don Cuncettu si sfogava con la sua possente voce, alla quale il Presidente tenea testa, dato che non era certo il coraggio patriottico che mancava a colui che sia Cicciu Beccu che don Vincenzino chiamavano "Miccitedda", dato che quello per la "defensione della sua cittade" avrebbe immolato la sua stessa vita!...E allora le urla dei bellicosi contendenti dalla càmmira giungevano sino ai confini del paese. Nella farmacia, che era proprio di fianco alla càmmira, don Vincenzino, nell'udire il suo Cuncettu che ruggiva come un leone dei tempi di Sansone, da quel grand'uomo che era, rideva con gli occhi. Se non era presente quella mummia di donna Lidia, lui in un fiat accorreva ad ammirarlo de visu, il suo alto modello di vita, che stava surclassando con la sua saggia filosofia pratica quello strologo del Miccitedda. Se invece c'era Donna Lidia, che se ne stava seduta al suo solito posto, con quel deretano straripante che sopravanzava abbondante sulla sedia, ella si metteva a saettare occhiatacce d'insofferenza alla parete della bottega, oltre la quale c'era quella càmmira di scansafatiche, dove dei paesani presuntuosi si combattevano a chiacchiere, scaldandosi per nulla. La facevano ridere quelli lì con le loro pretese di grandezza e di antichità!...Eh, quel paese...quel paesucolo: « Quattro case, tre fabbriche e tanti morti di fame...» ringhiava la cittadina.
Ma in fin dei conti il Guzzardi, malgrado quelle dispute, dove si accendeva di furore patrio, e magari a volte sconfinava in campi che non gli appartenevano come la religione, era considerato dal sua avversario un bravo diavolo: un onesto idealista visionario, diceva di lui padre don Cuncettu, che con quelle sue fisime non faceva male a nessuno. E, quando all'inizio della primavera di quell'anno il nobiluomo se ne andò ai Campi Elisi, portando gelosamente con sé lo sviscerato amore per il paesello natìo, a padre don Cuncettu cristianamente dispiacque. Comunque, con la scomparsa del Guzzardi, pare che nella Camera del Fascio più d'uno di quei galantuomini ebbe a tirare un sospiro di sollievo, dato che per i più il nobiluomo era un vero rompiscatole. Ora senza di lui finalmente essi avrebbero potuto giocare in pace, senza inutili interruzioni e soprattutto senza che alcuno avesse a ridire su quelli che quel miccitedda chiamava, chissà perché, "indecorosi romori", dato che, come dicevano gli antichi, "chi ha culo considera".
Ma, dato che in fin dei conti il Guzzardi era abbastanza vecchio, e quindi il suo tempo lo aveva fatto, per taluni compaesani aveva campato abbastanza. « Ci putissi campari iù quant'a iddu!» (Potessi campare io quanto a lui!), diceva Santu Iacitusu. «Putevu aviri iù a so saluti!» (Potevo avere avuto io la salute che ebbe lui!), diceva don don Gnazziu il marito di donna Sara, che al Guzzardi, con quei dolori che se lo mangiavano giorno e notte, aveva sempre invidiato la salute di ferro. « Signori miei, mai un giorno a casa con la febbre, mai che l'abbia visto passare zoppicante per un colpo di sciatica davanti alla mia porta, ma sempre dritto, impettito e in buona salute...E invece io, io... non per invidia, ma, signori miei non è giusto che certuni debbano vendere salute, e tanti altri invece la debbano desiderare, e magari si devono accontentare di guardare quelli che passano seduti dietro la vetrina come me.» « Beato lui che non ebbe buttane in casa!» commentava invece quello sfaccendato di Cicciu Beccu, il quale, dobbiamo finalmente dirlo, non era di certo un tipo del tutto negativo. E se lo abbiamo chiamato e continueremo a chiamarlo così -"sfaccendato"- è perché tutti lo chiamavano in questo modo. Quello di "Becco" era un soprannome diventato ormai ereditario, dato che così come il padre, anche lui era stato reso becco dalla moglie, una forestiera, che se n'era fuggita dal paese con uno più giovane di lei; e quindi Cicciu aveva dato a mezzadria il suo giardino di limoni, e aveva piantato ufficio nella càmmira del Fascio: luogo che lui lasciava solo la sera per andare a riposare le quattro ossa. La malasorte, diceva di lui don Vincenzino, aveva come ripiegato don Cicciu su se stesso, portandolo a meditare più di tanti altri sulle vicende della vita, e facendo così di lui una specie di filosofo cinico e irridente, incline allo scetticismo.
Ma anche il farmacista, dalla vita, aveva avuto le sue, dato che si era lasciato incantare da quel bel tipo di sua moglie, la quale dicono che ai suoi tempi si facesse guardare; anche se, stando a qualche spiritoso del paese, il farmacista, che aveva ammirato per la prima volta la donna al lido di Ognina, da quel libertino che era pare fosse rimasto incantato soprattutto da una qualità fisica di donna Lidia, che ora il tempo aveva reso pesante e marchiana come certi monumentali deretani di scrofe o di elefantesse dell'Africa tropicale. «Eh, ognuno ha la sua croce, pazienza, » sospirava tra sé don Vincenzino, nei momenti critici che aveva spesso con la sua signora. E in questo anche lui era un po' filosofo come Cicciu Beccu...
La scomparsa del Guzzardi dispiacque non solo al nostro prete, ma pure al Musarra, che, come ogni buon sodale, nel cordoglio si sentì unito al suo Cuncettu, che oltre ad essere quel grand'uomo che sappiamo, il farmacista diceva che era anche buono d'animo e generoso come i forti. Il prete più d'una volta ebbe a dire che in paese doveva crescere il numero delle persone come il cavalier Guzzardi, oneste e integerrime che badavano ai fatti propri, e diminuire invece le malelingue, i pettegoli, quelli che dalla mattina alla sera, non avendo altro da fare, spargevano calunnie sul prossimo. Al prete non sfuggiva nulla. Sapeva che in tutto il paese malignavano su di lui e sulla sua casa; che, quando per la strada passava quel povero disgraziato di Iaffiu, dalle botteghe degli scarpari, dai saloni dei barbieri, dalle putìe di vino, dalla Camera del Fascio - e persino da alcune abitazioni civili - partivano frizzi, lazzi, gesti e fischi che dicevano tutto...Ma Iaffiu seguitava ad arrancare per la sua brava strada con quelle gambette arcuate e svelte, senza capire nulla, anche perché la sua mente - specialmente quell'estate - era altrove: era ai fatti suoi. Ed erano fatti importanti: erano le cure, o meglio tutto il lavoro che lui poteva cristianamente dare nelle tre proprietà di padre don Cuncettu, che per il brav'uomo era diventato una specie di santo come quelli che abitano in paradiso e proteggono gli uomini, le famiglie e i paesi di quaggiù: un santo mandato dal Padreterno e da San Leonardo a vegliare sulla sua modesta casa: sulla sua povera persona, su sua moglie Maria, su suo figlio Turiddu e persino sui gemelli Maru e Tanu, che, se avessero avuto testa, chissà se, con l'aiuto di quel santo protettore, non sarebbero diventati dei pezzi grossi pure loro, come Turiddu! - Il prete vegliava soprattutto sull'avvenire del suo figlioccio Turiddu...avvenire che nella mente di Iaffiu era diventato ormai un'idea fissa che lo dominava dal canto del gallo fino al tramonto, quando lui andava a buttarsi stanco morto sul giaciglio, addormentandosi di colpo, felice, pensando che sarebbe diventato patri di dutturi, come don Nicola Cassaniti, che possedeva giardini, vigne, castagneti e soldi a palate!
E padre don Cuncettu sapeva pure che, quando per la strada passava Maria, le piovevano addosso occhiate concupiscenti, o invidiose per quella picciotta fortunata che si portava a casa la borsa bella piena di ogni ben di Dio; e soprattutto allusioni e frecciate che lui sapeva maligne. La sera, dal balcone, lui tante volte aveva visto Rita e Mela Liccasarde che si affacciavano quando Maria passava davanti alla loro porta. Deposti in un fiat i telai del ricamo, irrompevano nel vicolo, si sgomitavano, e, ossute, gli occhi pizzuti e le labbra sottili incollate in una smorfia, seguivano la donna attente, indispettite, le mani sui fianchi e il malanimo proprio di certe zitelle incartapecorite, fino a quando Maria non spariva in fondo alla strada, laggiù, nella piazza della chiesa di San Leonardo, dove l'attendevano altre occhiate, altri commenti cattivi. L'uomo allora si ribellava; e, anche se sapeva che non era da buon cristiano, e soprattutto da sacerdote, gridava dentro di sé a quel mondo che ai suoi occhi appariva ostile e pettegolo.
Eh, quel prete avrebbe avuto la pretesa che il paese se ne fosse stato muto sordo assente, come un cieco che non vede: lui, con tanti trascorsi, specie a Caltagirone, e con tanta vigorosa giumenta a disposizione dalla mattina alla sera proprio nella sua stalla! La testa, diceva un saggio antico, è fatta per pensare, la lingua per parlare. Se non si hanno cose importanti cui badare, si finisce sempre col ruminare su quello che fanno gli altri. E, da che mondo è mondo, i pettegolezzi sono stati sempre diffusi e coltivati allo stesso modo del basilico sui davanzali delle finestre, specie nei piccoli centri. Quindi non dobbiamo meravigliarci se, anche in quel paese di tre fabbriche e di quattro case, come diceva donna Lidia, la gente parlava e magari ci inzuppava il pane. Del resto le particolari grandi qualità del nostro reverendo Cardillo stavano belle spiegate davanti a tutti in paese; sventolavano come una bandiera dalla grande asta. E d'altra parte, considerava don Vincenzino agli amici della Camera del Fascio, che amavano anche dissertare su certe gran virtù fisiche che la voce popolare attribuiva al nostro prete, cos'altro avrebbe potuto fare un sì grand'uomo, con quel tal affare che la natura gli aveva gettato addosso quasi come una croce? Se la stessa natura si era voluta scapricciare, imponendogli una tal pertica - gloriosa, smaniosa, ferrigna, pronta e sempre piena di novello vigore - avrebbe dovuto forse lui portarsela, quella sua gran pertica, come un bastone da penitente, magari da fustigare, da mortificare, da macerare nell'acqua e nell'aceto? o addirittura da farsi sistemare una volta per tutte da una squadra di tagliaboschi? Via! la carne è carne: « E scagli la prima pietra chi non ha mai desiderato la roba degli altri, » soleva dire lo stesso farmacista davanti a sua moglie, quando costei lo sorprendeva a contemplare certe compaesanotte ben fatte, o quando la stessa faceva la moralista e lanciava certe battute sulla vita privata di don Cardillo: "un prete", diceva lei, "tutt'altro che casto e dalla condotta tutt'altro che irreprensibile..."
E forse era pure vero che padre don Cuncettu era entrato in seminario e si era fatto prete senza vocazione, rifletteva lo stesso farmacista, che, quando voleva, era anche capace di acute osservazioni; ma l'alternativa sarebbe stata la zappa: zappare - signori miei - dalla mattina alla sera, come aveva sempre fatto suo padre, oppure andare a chiudersi a lavorare dalla mattina alla sera in qualche stabilimento agrumario del paese, col rischio magari di farsi tagliare un dito da quella diavoleria che usavano a quei tempi per estrarre la polpa ai limoni...«Eh, i genitori del ragazzo erano poveri in canna: non potevano mandarlo agli studi, così come fece mio padre, buon'anima...» diceva il Musarra agli amici della Camera del Fascio. E così, il giovane Cuncettu, che fin da ragazzo era stato un tipo in gamba, non poté che ubbidire al desiderio dello zio padre don Cola, che altrimenti avrebbe lasciato tutti i suoi beni alla Chiesa, dato che la buon'anima era di parola, e quando diceva una cosa la faceva davvero. In gamba, in gamba era sempre stato il suo padre don Cuncettu per quel libertino del farmacista; e quel suo figlioccio Turiddu ne aveva preso tutto da lui...

LA MALATTIA DI NINO

Alla fine di agosto il paese e i suoi dintorni non avevano più segreti. I due compagni si erano spinti persino in alcune contrade vicine. Non c'era alcun pericolo; tutti ormai li conoscevano, e tutti avevano rispetto e ossequio per il signor Segretario, e soprattutto per padre don Cuncettu, che era noto, oltre che come prete, come "uomo di panza e di sostanza". In paese e nei dintorni si andava dicendo, che se lui si levava la tonaca, era capace di affrontare chiunque - compreso il diavolo bruttubbestia - con le mani, col bastone, se non addirittura con l'arma bianca o con la pistola. All'uso di queste armi pare che il nostro reverendo fosse stato istruito da certi suoi amici laici, quando lui operava nella lontana e piacevole Caltagirone...Altro che Africano, dunque.
Certi compaesani che lavoravano a giornata nelle campagne vicine, raccontavano che non era raro udire dei colpi che venivano dal cuore del gran giardino di Passagliastro: era lui che si esercitava con la pistola! « Padre don Cuncettu si tiene in esercizio con diversi tipi d'arme! » commentava tutto allegro e compiaciuto quel solito li­bertino del farmacista, quando i clienti glielo raccontavano. «Le solite esagerazioni!» protestava don Puddu, che era a conoscenza di tutto quello che si diceva in paese del suo antico compagno di giochi, comprese le dicerie su Maria e sull'ultimo suo nato Turiddu. Infatti, che il prete fosse "uomo di panza e di sostanza" non c'erano dubbi, dato che lo era stato fin da ragazzo ( e qualche volta ne aveva dato anche prova pratica, come per esempio quella notte che lui tornava a casa, al chiaro di luna, tranquillamente col carrozzino, dopo una festa di battesimo a Santa Venera, quando due malcapitati giovinastri che si erano mascherati tentarono di togliergli la borsa...«E le scorciacollo ancora quei due se le ricordano!...E an­cora quei due stanno correndo tutti pisciati di sotto! » esclamava don Bastianu Làppara, quando sulla scalinata della chiesetta di San Cristoforo soleva raccontare agli amici che ascoltavano con tanto di bocca aperta certe imprese di padre don Cuncettu.) «Ma tante altre cose che si dicono di lui, » argomentava don Puddu, « sono per lo più delle favate (balle). » E questo poteva anche esser vero, dato che da che mondo è mondo, il popolo suole lavorare di fantasia sui vari eroi che prende a modello, essendo per sua natura irresistibilmente portato a esagerare e a creare miti. E questo lo diceva pure il Segretario.
Il Segretario, da parte sua, tollerava le lunghe escursioni del figlio non solo perché si era finalmente convinto che non ci fossero pericoli, ma soprattutto perché il nuovo vigore che Nino stava mostrando comprovavano l'ottimismo che aveva espresso il sanitario catanese a proposito di quell'allarme.
Un giorno della metà di agosto i due compagni si spinsero fino a salire fin sulla timpa27 di Monte Bonanno, alle spalle del villaggio di Nunziata. Ai piedi della timpa partiva fresca e sonante la grande saia che - secondo quanto si raccontava - aveva fatto girare per secoli e secoli i famosi Sette Mulini di Màscali. Di lassù Nino e Turiddu si divertirono a osservare il paesaggio circostante, facendo a gara nell'indicarsi le cose note, anche quelle stesse che si vedevano dal basso.
« Là c'è il Magazzino Enologico!»
« Là c'è il palazzo di Bugno!...Però non si vede la Camera del Fascio perché c'è la chiesa di San Leonardo davanti!»
« Là c'è la Fabbrica del Commendatore!»
« Là c'è la mia casa, davanti alla Torre! »
« Là c'è Fiumefreddo! »
« E lè c'è la chiesa di Puntalazzo!...Lo so perché me l'ha detto mia madre...»
« E là ci sono Taormina e Castelmola!...Lo so perché me l'ha detto mio padre...»
« E là ci sono Giarre, Riposto e il porto!...Laggiù c'è Fondachello!...Andando dritto dritto, oltre il mare, c'è l'Africa, da dove venivano i pirati saraceni!»
« No!...non oltre il mare, » intervenne a correggere il figlio del Segretario: « Mio padre mi ha detto che il mare si trova a est, dove sorge il sole; invece l'Africa, da dove venivano i Saraceni, si trova a sud, dove sta il sole a mezzogiorno...verso il paese di Giarre.
Turiddu sapeva che il compagno gli era superiore, anche perché Nino era il figlio del Segretario, che aveva studiato, e quindi gli insengnava tante cose; lui, invece, assieme a Maru e Tanu, erano figli di Iaffiu Passereddu, che - poveretto, non sapeva né leggere e né scrivere - e quindi non poteva insegnare niente ai suoi figlioli. Va bene che c'era padre don Cuncettu, che a Turiddu lo voleva bene come un padre, e che quell'estate gli aveva insegnato il latino e l'Iliade, ma Nino gli era superiore per origini familiari e per educazione. Nino non diceva parolacce, non parlava in dialetto, non chiamava le persone con i soprannomi - come facevano tutti in paese, compreso padre don Cuncettu. Se Nino riceveva qualcosa, diceva grazie; era molto fine nel porgere e prudente nel ricevere. Anzi, bisognava pregarlo tante volte per fargli accettare qualcosa...E invece, quando la domenica, padre don Cuncettu comprava ai tre fratelli un coppo di calia29 ciascuno, perché da bravi ragazzi se n'erano andati a messa, assieme a padre e a madre, Turiddu diceva grazie - ma Maru e Tanu si buttavano sui ceci a testa in giù, come se non ne avessero vista mai grazia di Dio, e subito andavano a nascondersi sotto il ponte del Vallonazzo, a mangiare da soli, quasi fossero dei cani...
« Vedi, » diceva Turiddu alla madre,quando commentavano questi fatti: « Vedi che significa essere figlio di Segretario!...Né tu né mio padre avete insegnato a Maru e a Tanu a dire "grazie"! »
Iaffiu, in verità, non aveva mai insegnato ai figli a dire grazie, perché - poveretto - certe finezze a loro volta a lui non gliel'avevano insegnato né suo padre, mastro Tanu Faviana, buon'anima, e nemmeno sua madre, la gnà Pudda Lupitta, la quale ancora, grazie a Dio e a San Leonardo, campava, e abitava, per chi veniva da Màscali, nelle prime case di Nunziata con sua figlia Minica. Iaffiu, quando gli davano qualcosa, non diceva grazie, dato che lui - chissà perché - questa parola la considerava una finezza da signori; ma diceva " Sa' Lunaddu, bbi ricumpensa n paradisu!" (San Leonardo vi ricompensi in paradiso) così come avevano sempre insegnato a dire ai figli suo padre e sua madre, che erano tanto devoti al loro santo Patrono.
Comunque, il Passereddu, anche se non aveva insegnato a dire "grazie"- come fanno i signori - ai suoi figli, era orgoglioso di quell'amicizia che suo figlio Turiddu aveva col figlio del Segretario: una persona importante...che - signori miei30 - gli avevano detto, che contava, che contava tanto al Municipio. Né il brav'uomo nascondeva la legittima sua soddisfazione di padre, dato che suo figlio Turiddu, che da grande doveva fare il dutturi, come il figlio di don Nicola Cassaniti, era - signori miei - non solo l'unico figlioccio in paese di patri don Cuncettu Cardiddu (padre don Concetto Cardillo), ma era anche il solo compagno del figlio del signor Segretario del Municipio! « Bbrau, bbrau! » diceva a suo figlio Turiddu: « Tâ mmmentiri sempri ccu cchiddi cchiù mmegghiu di tia!» (Bravo, bravo: ti devi mettere sempre con quelli meglio di te!). Tuttavia, il poveraccio, quell'estate, malgrado fosse sempre su di giri da quando aveva saputo che da grande suo figlio Turiddu doveva fare il dottore, come il figlio di don Nicola Cassaniti, ad onor di cronaca dobbiamo anche registrare un suo segreto cruccio: lui non si capacitava come mai quelle due teste dure dei gemelli Maru e Tanu non ne avessero preso un pelo del loro fratello minore. E a volte doman­dava, così, a bruciapelo, a quei poveracci, magari quando essi tornavano a casa dal faticoso lavoro, sempre stanchi, e col buio della strada se l'erano fatta tutta di corsa per paura che gli uscissero i fantasmi: « Ma picchì non ni pigghiastuu di vostru frati Turiddu?! Ma picchì non ni pigghiastuu di vostru frati Turiddu?!...(Ma perché non ne avete preso da vostro fratello Turiddu?! Ma perché non ne avete preso da vostro fratello Turiddu?!...)
Turiddu aveva pure coscienza di essere fisicamente più forte del compagno, e sentiva in cuor suo di doverlo proteggere. Perciò, vegliava che Ninuzzu non si facesse male, così come gli dicevano pure sua madre e padre don Cuncettu. Quando essi dovevano superare qualche ostacolo naturale, o un muro, lui dava una mano a Nino. Nino era per lui come una cosa preziosa che non si doveva rompere, e possibilmente neppure scalfire: non solo perché gli voleva bene come amico e fratello di latte, ma anche perché lo vedeva così delicato, ancora così vulnerabile. Si sentiva perciò responsabile della sua incolumità...- Il padrino, la mattina, prima che lui uscisse come una bomba di mortaio infilandosi di corsa nella strada dell'Ospizio con l'inseparabile cerchio di fil di ferro, gli raccomandava: « Bada che Ninuzzu non si faccia male. Fatti magari male tu, che sei carni di zzicca31, ma non Ninuzzu, che è tanto delicato e a casa non trova la mamma che lo possa medicare...anche se donna Sara - una brava donna che si fa i fatti suoi - pare che ogni giorno che passa si affeziona sempre di più al tuo compagno, come una madre.» Turiddu annuiva, rideva, felice di andare dal suo compagno per un'altra memorabile giornata:
« Vossia non si preoccupi, patri don Cuncettu: in mano mia Ninuzzu è al sicuro!» E rideva, e rideva, con quegli occhi intelligenti, furbi, di ragazzo in gamba, che, come diceva don Vincenzino Musarra, ne aveva preso tutto dal quel grand'uomo del suo padrino.
« Lo vuoi un limone?» oppure: « Ne vuoi prugne?» oppure: « Ne vuoi pesche?» Nino non aveva avuto ancora il tempo di dire di no che il compagno, posati a terra il cerchio e la staffa, partiva come una bomba di mortaio a invadere le proprietà altrui, ma guardingo per timore del padrone o di qualche cane sciolto...Se per caso qualche proprietario o qualche massaro lo coglieva in fallo, dato che tutti conoscevano il figlioccio di padre don Cuncettu, non gli diceva nulla; anzi quello non si faceva nemmeno vedere, sia per rispetto di quel tal prete, che era buona politica tenerselo amico, e sia perché a quei tempi si diceva che i preti le mancanze se le appuntano nel libro nero, e, prima o poi, te le mettono in conto...tanto più padre don Cuncettu che era uno che di preti ne valeva dieci. Quando Turiddu tornava con la pettorina piena di frutta, e si presentava al compagno, tutto trionfante, il figlio del Segretario gli esprimeva il proprio disappunto di ragazzo perbene, e si schermiva per un pezzo alle sue moine...Alla fine, dopo tante e tante insistenze, ne accettava con ritrosia un pezzettino, tanto per fare contento Turiddu che lui sapeva molto affettuoso, ma che non voleva capire che le cose degli altri non si dovevano toccare.
« Mio padre dice che non si deve rubare...È anche un comandamento di Dio - sentenziava contegnoso il figlio del Segretario.
« Hai ragione: non si deve rubare; ma, padre don Cuncettu non mi ha mai detto che in campagna è peccato cogliere qualche frutto per farsi la bocca dolce...»
« E mio padre, quando gli racconto queste cose, dice che è furto sia cogliere un sacco di frutta che raccoglierne una soltanto. »
Ma Turiddu, malgrado la posizione critica del compagno, preferiva seguire le orme del padrino, che, quando era ragazzo, e d'estate se ne andava per le campagne circostanti con l'amico Puddu, tra una lucertola e l'altra, si buttava nei giardini, e faceva man bassa di tutto quello che gli capitava, incurante di proprietari, di massari e degli stessi loro cani, mentre Puddu - che in verità per queste cose era piuttosto peritoso (anche perché non aveva alle spalle uno zio padre don Cola che gli avrebbe poi preso le difese) se ne stava ad aspettare sotto il muro, sulla strada, e al sicuro.
Una mattina della metà di settembre i due compagni dovevano fare una puntata alla stazione ferroviaria, ma il figlio del Segretario non si fece trovare, come di solito, davanti al portoncino ad attendere il compagno. Il padrone di casa don Gnazziu, alla cui moglie il Segretario aveva affidato il figliolo per la mattinata, disse a Turiddu: «Ninuzzu questa notte ha avuto la febbre; ora sta riposando; passa domattina. » L'indomani mattina Turiddu seppe da donna Sara che la febbre non aveva dato pace neppure un minuto al suo compagno, che però aveva sopportato cheto cheto, senza lamentarsi, povero figlio. La donna disse: « Oggi Ninuzzu sta prendendo una medicina che ha ordinato il dottore Cassaniti...Speriamo che gli faccia bene...Torna domani: troverai Ninuzzu senza febbre e pronto a uscire. » La cosa si ripeté per altre due volte. Il quinto giorno donna Sara, appena aperto il portoncino, disse: « Ninuzzu non è ancora guarito; il Segretario mi ha detto di farti salire in casa.» Il ragazzo seguì la donna per la stretta scala che portava al primo piano, nell'abitazione dei Raciti, i quali da due anni abitavano in quella casa. I proprietari erano contenti nonché onorati di avere quegli inquilini, e ne parlavano con tutti.
« Mai bucce gettate dal balcone, come facevano quelli che ci stavano prima.» « Mai rumori da lassopra.» « E sempre grande puntualità nei pagamenti...Come un orologio è il segretario Raciti.» « Tosto un giorno prima che un giorno dopo.» « Che signore, che finezza!» « Poveraccio, restare vedovo a trent'anni!...E che santa donna la signora Nina, buon'anima!...Così bella, così fina...» « Il Padreterno certe volte pare che si distrae, ci fa mancare la sua santa protezione...e - pirippuffiti - uno se la quaglia, anche se è giovane e nato da poco...Ma a che pensa il Padreterno? Dove guarda?» « Voi siete il solito scomunicato!» protestava donna Sara, rivolta al marito,che, avendo chiamato il Padreterno in causa, aveva detto degli spropositi sulla santa religione. « Ognuno di noi nasce con la sua stella. Ogni cosa è destino. È tutto scritto, tutto scritto. Se è scritto che devi morire, anche se giovane, nessuno ti può salvare, nemmeno se vai a nasconderti tra le gambe di tua madre.» Don Gnazziu e la moglie Sara, non solo erano molto contenti e onorati dei due inquilini venuti ad abitare al piano di sopra della loro casa; ma, dato che né il Padreterno in persona né San Leonardo, patrono del paese, avevano mandato figli, si erano a poco a poco affe­zionati al figlio del Raciti, quasi fosse una loro creatura. E dato che il Segretario non aveva più la moglie, buon'anima, donna Sara da qualche tempo si sentiva come un dovere di andare lassopra a lavare, a stirare, soprattutto le cose del ragazzo. Faceva anche da mangiare. Insomma donna Sara si comportava spontaneamente e senza secondi fini, e per l'affetto che portava a quel ragazzo, come una della famiglia del Segretario, il quale invano si schermiva, protestava, diceva che non era giusto che la signora di disturbasse e che addirittura non volesse alcuna ricompensa per quel che faceva per degli estranei come loro.« Ma che dice, Segretario, » faceva don Gnazziu, ridimensionando la cosa: «Sono fesserie! Cosa vuole che possa costare a mia moglie dare una scopata, lavare due bicchieri, quattro piatti...» Le sere di quell'estate, Don Gnazziu si tranquillizzava solo quando aveva visto rincasare il figlio del Segretario. Nino, prima di salire di sopra, veniva a salutarlo. Gli dava anche un bacio sulla guancia, come sicuramente gli aveva insegnato il padre, che aveva riconosciuto quanto i coniugi Sciacca (dato che questo era il cognome di don Gnazziu "u sciancatu") volessero bene al figliolo...
«Viene, signori miei, a darmi un bacio, con rispetto - un figlio di Segretario di Municipio! - come se io fossi uno zio di primo grado!» « Che educazione!...che finezza, quel benedetto ragazzo!» diceva donna Sara, che chiudeva la sua giornata dopo aver coricato il suo Ninuzzu. » « Eh, quando uno proviene da una buona famiglia!Il segretario Raciti, » declamava don Gnazziu, che, essendo uno del paese di Giarre trapiantatosi a Màscali, si accalorava di genuino entusiasmo ogni volta che gli capitava di parlare dei suoi concittadini notevoli: « aveva un fratello medicochirurgo, un altro avvocato coi fiocchi, tutt'e due caduti nel compimento del proprio dovere durante l'ultima guerra...Il padre, il commendatore Antonio Raciti, era un notaro che tutti ricordano per bravura e onestà...»
« Ma anche la signora Nina, buon'anima, non era di meno, » diceva donna Sara, che come mascalese, aveva l'interesse di celebrare i suoi compaesani di prestigio. « La signora Nina apparteneva - signori miei - a una delle più antiche famiglie di Màscali...e, se per una noce fradicia - quel donnaiolo scansafatiche di suo fratello Ninì, ricordate? - dovettero vendere tutto, riducendosi quasi in povertà...una famiglia che - signori miei- era una delle più antiche, ricche e nobili del paese! »
Il figlioccio del prete trovò il compagno coricato a letto nella sua stanzetta che si affacciava sulla piazza. Era tutto sudato; sembrava più bianco del solito: un bianco che non aveva mai visto sul volto di lui. Nino disse che anche quella notte non si era sentito bene, aveva sofferto con quella febbre alta. La mattina era venuto a visitarlo il dottor Cassaniti, che gli aveva fatto prendere delle medicine di brutto sapore; ma lui si era sentito sempre lo stesso.
« È come se il dottore Musarra ci avesse dato acqua fresca, invece di medicine, povero figlio! » commentava donna Sara; e diceva al marito: « Chissà se nel paese di Giarre, che è più grande di Màscali, si trovano medicine buone?»
Nino raccontò come aveva trascorso le giornate prece-denti: coricato, con la febbre, che ora si alzava e ora si abbassava. Ogni tanto egli andava a sedersi dietro il fine-strone a guardare giù nella piazza la gente che entrava, che usciva dalla chiesa, quelli che andavano alla Camera del Fascio, alla farmacia del dottor Musarra, alla merceria di don Santo. Il figlio del Segretario raccontò a Turiddu che aveva notato che il dottor Musarra, certe volte, prima di entrare nella Camera del Fascio, alzava la testa un paio di volte a guardare verso il balcone di sopra alla farma-cia, dov'era solita affacciarsi la signora Lidia. « Chi sa perché fa quel gesto buffo?» chiese Nino al suo compa-gno. « Perché lo fa?» sorrise Turiddu. « Ma lo sanno tutti che don Vincenzino ha timore di quella marescialla di donna Lidia!...È possibile che solo tu ancora non lo sai?! ...Padre don Cuncettu dice che donna Lidia è una persona superba; e che il farmacista invece è una persona perbe-ne, colta e anche di buon cuore, malgrado certe sue "go-liardiche manie"...E che sarebbero queste "goliardiche manie"?» chiese lumi Turiddu al compagno, dopo una pausa. «Boh,» fece Nino: « Potrei chiedere a mio padre il significato di tali termini...»
E Nino guardava pure il calzolaio di fronte (che sarebbe don Puddu "u scarparu", per chiamarlo alla paesana). Don Puddu se ne stava fuori, seduto al suo deschetto, a menare colpi di martello e di trincetto all'ombra del pomeriggio sul marciapiede di fronte. Ogni tanto chiamava la figlia Bastiana, che arrivava poco dopo con un boccale colmo di acquazuccheroelimone. Ma una volta Nino aveva sentito il calzolaio che si lamentava con la figlia; le aveva detto forte, mezzo arrabbiato: "La prossima volta mettici più zucchero, stunata! (sbadata)"
« Il padrino dice che don Puddu è un amico, » osservò Turiddu.
« Quando loro erano ragazzi, e io e tu non eravamo ancora nem­meno nell'uovo, andavano per tutto il paese e i suoi dintorni, così come abbiamo fatto noi due. Poi le strade si divisero...Don Puddu non aveva certo uno zio che si chiamava padre don Cola! » La battuta fece ridere il compagno, come del resto accadeva spesso, dato che Turiddu era anche un tipo spiritoso. « Ma, anche se l'uno è scarparo e l'altro sacerdote, il padrino mi dice che tra loro due è rimasta intatta l'antica amicizia, anche se non è mai riuscito a convincere don Puddu a dargli il "tu", come quando erano ragazzi.»
« È bello avere un amico, » disse Nino, guardando negli occhi il compagno tanto intensamente che quello, malgrado quel suo carattere spigliato e tutt'altro che timido, li abbassò un po' confuso.
Il figlio del Segretario raccontò pure di aver visto due volte padre Cardillo che si intratteneva a parlare col calzolaio, seduto al deschetto di fronte a lui...Quasi ogni sera aveva visto pure la madre di Turiddu che portava le uova ai suoi padroni di casa; prima di andarsene, Nino la sentiva che diceva: "Il Padreterno, la Madonna e San Leonardo vogliano che Ninuzzu guarisca presto."
Il decimo giorno di malattia, il figlioccio del prete seppe che l'indomani il suo compagno doveva ritornare da quel dottore di Catania per un'altra visita...E siccome, aveva ancora la febbre, ci andava con la macchina...Il Commendatore aveva messo a disposizione la sua Fiat con l'autista, per via di quell'antica sua amicizia col Segretario.
Il canto del primo gallo era giunto dalla Càzzera, gli aveva fatto eco un compagno del quartiere Ponte, e poi via via tutti gli altri, assieme a qualche cane, nella quieta luce dell'alba di quel giorno autunnale. Quando don Vincenzino apparve sulla soglia della bottega con la coppola in testa, per riguardarsi dall'umido, per prima cosa allungò il collo e protese il faccino di topo, annusando l'aria fresca del primo mattino; poi sgambettò nella strada e diede una guardata indagatrice al giro della volta del cielo ancora in parte stellato. I due Carri, guide sicure per i naviganti, che al figlioccio del prete quando li guardava ricordavano il carretto di don Puddu Làstima, stazionavano ancora per poco nei pigri cieli di Taormina, in un aere privo di nuvole dopo il gagliardo acquazzone della nottata.
« Bel tempo, oggi, alla vendemmia di padre don Cuncettu alla Cutùla!» si rallegrò il farmacista, fregandosi le mani, mentre rientrava in fretta a prendere la scopa, prima che scendesse donna Lidia, che aveva l'abitudine di destarsi al canto del gallo. Nel silenzio, nella quieta luce del primo mattino, cominciavano a giungere nella piazza i primi rumori del giorno: usci di case, di stalle che stridevano ada­gio adagio, sommessi, passi di scarponi lontani. Poi si udirono chiari, da potersi contare a uno a uno, i primi carretti che si mettevano in marcia: « Ddà c'è don Giuanni u Catanisi, ddà c'è don Bastianu Mulinu, ddà c'è don Puddu Làstima ca parti ppi Santa Vennnira a purtari rassura nto iardinu du nutaru Calì » (Là c'è don Giovanni il Catanese, là c'è don Bastiano Mulino, là c'è don Puddu Làstima che parte per Santa Venera a portare letame nel giardino del notaro Calì.) E lontano si udivano tintinnare le campanelle delle capre di Sant'Antonino che trotterellavano allegre, arrancando vispe con buon appetito per la salita della strada del Ponte, dove, nella piazzetta a imbuto che questa formava di fronte alla chiesetta di San Cristoforo, prima donna Rosa dû Vinu, poi don Cicciu dû Tabbacchinu e la Prazzitedda, poi via via tutte le altre putìe e i saloni aprirono ai paesani che si affrettavano ad andare a lavorare, chi nelle campagne circostanti, chi invece nelle fabbriche di limoni.
« Mezzo litro di pestaimbotta! » « Un rotolo32 di pane e una cartata di olive nere!...Presto, donna Rosa, che è tardi: chi lo sente il Commendatore!» « Ma perché non vi alzate più presto la mattina? Sempre con premura venite, don Sabbaturi? » rispondeva per le rime la bottegaia. E da don Cicciu del tabacchino: « Don Cicciu, un pacchetto di trinciato forte!...» Oppure: « Don Cicciu, datemi un pacchetto di cartine e una scatola di iettafocu! (fiammiferi di legno).Ecco il libretto della credenza (del credito) »
Come formiche che sciamano dalla tana alle prime luci del giorno per andare a buscarsi la loro onesta giornata, i braccianti si sparpagliavano chi di qua chi di là, per le ricche campagne, per i giardini di limoni di arance di mandarini, opulenti intorno al paese; oppure si avviavano alle varie fabbriche di limoni, il fagottino della colazione sotto il braccio e la coppola ben calata sulle teste dato che il tempo era cambiato e di mattina presto ora spirava un certo freschetto. La giornata era magra ma sicura per chi ne mangiava travagghiu (mangiava lavoro), grazie a Dio e a San Leonardo. Chi invece aveva del suo - magari un solo giardino - poteva anche esimersi dall'andare a faticare: poteva vivere onestamente di rendita, andando a caccia o passare qualche ora della giornata nelle varie càmmire, come quella del Fascio, e scambiare quattro parole con gli amici, parlando del più e del meno, fare qualche partita a carte, o alla dama o a tritrì...come faceva del resto onestamente Cicciu Beccu dalla mattina alla sera, senza fare male a nessuno.
Il palazzo di Bugno dapprima si proiettò come un'ombra sulla chiesa di San Leonardo; poi, quando il sole d'improvviso fece come un balzò e si issò sul mare - che Nino e Turiddu si erano ripromessi di percorrere in lungo e in largo con quelle navi, quando si fossero fatti grandi - anche le tre finestre della facciata del tem­pio del Patrono, assieme a quelle della lanterna della cupola che alluciavano da un pezzo, si misero a brillare come per un incendio. Quando scoccarono le sette meno un quarto, si udirono due colpi di tromba; era l'autista che aveva mandato il Commendatore per portare il Segretario e il suo ragazzo a Catania. La grossa berlina nera - che forse era la stessa Fiat che i due compagni avevano ammirato nel cortile del grande stabilimento - partì sotto lo sguardo degli abitanti della piazza, curiosi ma anche preoccu­pati, dato che tutti in paese ricambiavano il rispetto che aveva per la gente il segretario del Municipio, e quindi ora a maggior ragione essi erano sulle spine per la salute del suo figliolo: «Mi­schinu, tantu sfurtunatu...» (Meschino, tanto sfortunato) « Ca persi a matri appena natu» (che aveva perduto la madre appena nato) « Ci mancava macari sta malatia!» (Ci mancava anche que­sta malattia!) ...Una malattia che resisteva alle cure, alle medicine ordinate dal figlio di don Nicola Cassaniti, che aveva preso, signori miei, la laurea di dottore nella stessa capitale Roma, dove abitavano il Re e Musolino (Mussolini), e, come andava dicendo don Nicola, era bravo...bravissimo...una cima: uno che avrebbe fatto parlare di sé a Màscali e nei dintorni. Non ci sarebbe stato bisogno che uno, per avere un bravo medico, si scomodasse ad andare nel paese di Giarre, se non addirittura nella stessa Catania...« Se il ragazzo non è ancora guarito, » andava dicendo don Nicola Cassaniti in paese, dove si era propagata a macchia d'olio la notizia della brutta ma­lattia del figlio del segretario Raciti - la colpa non è del medico, ma delle pessime medicine che prepara quello sconclusionato del farmacista: « bbonu sulu ppi cuntari bbarzelletti rassi e ppi vvad­dari i fimmini » (buono solo per raccontare barzellette grasse e guardare le donne).
Quando la macchina partì alla volta di Catania, Cicciu Beccu, che aveva preso già servizio alla Camera del Fascio appena Pappaciau ebbe aperto i battenti, ammiccando al farmacista che stava salutando con la mano il triste Segretario, sentenzio: «Megghiu ca veni u pannitteri ca u medicu.» (Meglio che viene il panettiere che il medico) Don Puddu, già seduto a lavorare al suo deschetto di scarparo dal lato del fresco, borbottò: « Pani, cipudda e saluti.» (Pane, cipolla e salute) Don Santu Iacitusu, mentre la grossa berlina passava davanti alla sua botteguzza, protese la testa dal vano della porta, come una tartaruga, e con la sua solita invidia per le ricchezze altrui, sentenziò acido: « I dinari sunu u re du munnu. I dinari arrusbigghiunu i morti. » (Il denaro è il re del mondo. Il denaro sveglia i morti)
Verso le cinque del pomeriggio di quel giorno, mentre Turiddu andava a trovare il suo compagno, incontrò il Segretario che il quel momento usciva dal portoncino di casa e pregava donna Sara di badare al suo figliolo ammalato perché lui stava recandosi al cimitero. Turiddu lo vide scuro, come se la signora Nina fosse morta in mattinata. Nino era seduto sul suo letto; stava ripassando il latino: aveva davanti gli specchietti delle declinazioni con le relative eccezioni compilatigli dal padre. Nino raccontò al suo compagno che il medico di Catania, dopo averlo visitato, aveva chiamato il padre il disparte e si era messo a parlare con lui. Ogni tanto tentennava il capo. Dopo che furono usciti, chiese al padre cosa avesse detto il medico. Egli rispose che lui non aveva nulla e che ben presto sarebbe guarito. « Però, poi, mi guardò fisso negli occhi con un'espressione che non gli avevo mai vista prima; mi abbracciò e si mise a piangere piano piano davanti all'autista del Commendatore e alla gente che passava per la via Etnea, che stamattina era più affollata della prima volta che andammo a Catania nelle vacanze della scorsa Pasqua...»
« Dunque, ora guarirai, guarirai finalmente! » esultò il compagno. « Tutto tornerà come prima! »
« Certo che guarirò... "Ci vuole pazienza", ha detto il papà. Alla fine del mese sarà tutto finito, e a ottobre andremo assieme al ginnasio, a Giarre, eh? Non vedo l'ora che arrivi quel giorno...» Quando, al crepuscolo, Turiddu lasciò il compagno per far ritorno a casa, incontrò davanti al portoncino il padrino che veniva a fare visita al suo amico Segretario. Col volto ridente e gli occhi celesti che sprizzavano riflessi le ultime luci del sole che calava dietro la Montagna, il figlioccio balbettò: « Ninuzzu guarirà, Ninuzzu guarirà!...Lo ha detto il bravo medico di Catania!» E, per la gran gioia che il suo compagno stava guarendo, si lanciò per le strade del paese, il circolo di fil di ferro davanti e lui che tutto esultante lo spingeva di dietro. - Quella volta, padre don Cuncettu, che da quasi una settimana trascurava l'amico Raciti per via della grande vendemmia nella vigna della Cutula, era andato a trovarlo un po' prima del solito. E, da quel giorno, il prete ritornò in quella triste casa tutte le sere...Ora che era terminata la grande vendemmia, la mattina, quando faceva studiare il figlioccio, il prete, vedendolo in pensiero lo lasciava in libertà prima del solito. « Eh, benedetto ragazzo, » gli diceva carezzandogli il mento: « vuoi molto bene a Ninuzzu, vero?Se il Padreterno e San Leonardo vogliono, vedi che guarirà. Pregate insieme Dio e il Santo Patrono...Pregateli...» I due compagni fecero quello che aveva detto padre don Cuncettu, ma senza risultati. Tuttavia, il 28 di settembre, agli occhi di Turiddu si era accesa una speranza: aveva trovato finalmente il suo compagno senza febbre. « Dio e il Santo Patrono hanno dunque ascoltato le nostre tante preghiere! » ...Lo aveva detto il figlio del Segretario che per la fine del mese sarebbe guarito, che tutto sarebbe ritornato come prima, che sarebbero andati insieme al ginnasio di Giarre. - E, per la gioia che il suo compagno non aveva più la febbre, il figlioccio del prete tornò ancora tutto contento a girare e a girare col circolo per le strade del paese. Alle sorelle Liccasarde, che gli chiedevano perché corresse in quel modo tutto esultante, egli annunciò che Ninuzzu stava guarendo: « Ninuzzu non ha più la febbre, Ninuzzu sta guarendo!» Ma, donna Nedda Minnazzi, affacciata all'uscio di casa, lì di fronte, emise un sogghigno acido accompagnato da una smorfia...
Il primo di ottobre Turiddu dovette partire da solo per il ginnasio di Giarre. Come gli aveva detto il padrino a giugno, dopo gli esami di ammissione, lui e il suo compagno erano stati messi nella stessa sezione e allo stesso banco, com'era sempre stato fin dalla prima elementare. La malattia del figlio del segretario Raciti aveva coinvolto la casa del prete. Padre don Cuncettu e la gnà Maria, vedendo il ragazzo così pensieroso, angustiato per la malattia del suo caro compagno, soffrivano pure loro. Turiddu aveva perso il suo buon appetito e quel sorriso che prima aveva sempre pronto e aperto. Non sembrava più lui, sempre così gaio e spiritoso: "nsurtanti"33, come diceva di lui la vecchia serva Santa, che si lamentava che quello spatiolo34 andava a svegliarla con la frasca sotto il naso, mentre lei, poveraccia, trovava un po' di requie solo nel sonno a quei tanti dolori che se la mangiavano viva, del tutto insensibili alle preghiere e ai massaggi che le praticava la gnà Maria con lo spirito canforato che preparava il farmacista Musarra.
« Perché non mangi, Turiddu?» si lamentava la madre. «Mangia, ché sei nello sviluppo...hai bisogno di sostanze e devi pure studiare tanto! » gli diceva il padrino. E, se nello stanzino la vecchia serva Sana era sveglia, anche lei faceva sentire la sua voce di buona vecchia che gli voleva bene: « Mangia, s'annunca non crisci!» (Mangia, se no non cresci). Ma il ragazzo non aveva fame, quel poco se lo mangiava con svogliatezza. Verso le due e mezza, quando tornava dalla scuola, buttava di corsa qualcosa dentro lo stomaco, e via dal suo compagno per vedere se fosse guarito. E, ogni volta, salendo di corsa quelle scale strette e ripide, sperava di trovarlo all'impiedi e sorridente, dato che la malattia era finalmente scomparsa: pronto a uscire con lui come prima. Ma Nino ancora non era guarito. I due compagni rievocavano le belle ore trascorse insieme quell'estate che se n'era andata. Si rammentavano a vicenda i luoghi, le cose viste per il paese e i suoi dintorni, le puntate alla stazione , alla timpa di Nunziata...E poi...e poi, di colpo...quella brutta cosa che, ora, essendosi aggravata, costringeva Nino addirittura a stare a letto...Pareva assurdo, un brutto sogno di quelli che si fanno la notte e ci fanno svegliare di soprassalto col cuore che galoppa...Ma quella malattia, prima o poi, doveva andarsene...andarsene per sempre, e loro sarebbero ritornati come prima; sarebbero ritornati in quei luoghi, le domeniche, quando faceva buon tempo, per le lunghe vacanze di Natale, per le vacanze di Pasqua, e si sarebbero ritornati pure l'estate successiva, dopo la promozione al secondo ginnasio. - Entrambi "dovevano" crescere insieme, insieme farsi grandi, guadagnare, comprarsi l'automobile e fare inoltre quei tanti viaggi di cui tante volte avevano parlato durante quell'estate che ormai non c'era più...Doveva, "doveva" essere così! Sarebbe stato ingiusto, cattivo da parte della sorte - da non credere - se non fosse stato così come essi speravano...Ci avrebbe pensato il Signore a togliere a Nino quella malattia che non voleva guarire. E, se non ci pensava lui, ci avrebbero pensato i Santi del Paradiso, primo fra tutti San Leonardo, che da secoli e secoli proteggeva il paese e i suoi abitanti. Turiddu pensava che Nino e suo padre erano devoti cristiani, che ogni domenica andavano a messa e si facevano la comunione; Nino per di più faceva il chierichetto, assisteva il parroco durante le funzioni religiose, e quindi Dio lo doveva proteggere, lo doveva aiutare . No, no: Dio e i Santi del Paradiso non avrebbero abbandonato il suo compagno!
Il Segretario pareva invecchiato di vent'anni. Dopo la giornata d'ufficio, nel pomeriggio era buttato in chiesa a pregare per il figliolo, ora davanti a un altare, ora davanti a un altro. Ogni tanto si alzava, andava a casa, lì di lato alla chiesa, per vedere se Nino avesse bisogno di lui; poi ritornava in chiesa a prostrarsi. Quando padre don Cuncettu andava a trovarlo, e lui non era in casa, allora il prete veniva in chiesa, e, vedendolo così ottusamente immerso nella preghiera, cercava di convincerlo di smettere per quel giorno dato che aveva pregato abbastanza per il suo figliolo. Il Segretario con un filo di voce si giustificava: « Dato che la scienza non può far nulla, non mi resta che pregare...»
Erano parole, quelle, che giungevano al cuore del prete come una frustata. Si sentiva come in colpa, l'abito che portava un involucro inutile...« Tanto per prendere in giro la gente, » come gli gridò una volta durante una lite quello scomunicato e di don Ninì Marano che aveva alzato il gomito (Anche se lui, poi, gliel'aveva fatta pagare, da par suo, assicurava il farmacista). Dunque, lui, sacerdote - indegno, d'accordo, per i suoi tanti peccati, ma pur sempre intermediario tra l'uomo e il Padreterno - non contava proprio nulla? non poteva far proprio nulla per quel figlio innocente e il suo povero genitore tanto disperato? Quel ragazzo lui lo voleva bene, e dato che era il grande amico del suo Turiddu, considerava anche lui sotto la sua protezione di uomo e di sacerdote. Il prete non riusciva a capacitarsi come mai tutta quell'estate lui e quel pover'uomo avevano tanto parlato dell'avvenire dei due ragazzi...e ora, invece...Quel caro figlio, tanto dotato di cuore e di intelletto, pareva toccato dalla stessa Mano divina; pareva destinato a grandi cose...Mah, c'era da perdere la fede! - Così, più o meno ragionava quel padre don Cuncettu, che al termine di tanto inutile elucubrare, finiva con l'inginocchiarsi, pure lui, e a buttarsi a pregare accanto a quel genitore tanto infelice, così colpito - una dietro l'altra - dalle sventure. Ci sarebbe da dire che padre don Cuncettu era sì un gran pezzo di uomo pratico, che con le cose concrete se la sapeva sbrigare con abilità, ma come pensatore non era un'aquila, e tutto quindi poteva essere tranne che un sottile teologo, malgrado i suoi studi al seminario. E che lui non fosse un granché come teologo, di questa opinione era pure quel libertino del farmacista Musarra, che lo aveva capito da un pezzo, e che, quanto voleva, era capace anche di acute osservazioni.
I due compagni si sentivano così legati che ora Turiddu stava in casa del Segretario anche di sera, anche di notte, dormendo in un lettino accanto all'amico. Lo lasciava soltanto la mattina per andare a scuola. Quando Nino gliel'aveva detto di non lasciarlo solo la notte, perché aveva tanta paura di morire, lui non se l'era lasciato dire due volte. Il figlio di don Nicola Cassaniti aveva assicurato tassativamente che la malattia del figlio del segretario comunale non era affatto contagiosa...Ma, anche se lo fosse stata, Turiddu voleva tanto bene al suo compagno, che ci sarebbe andato lo stesso a trovarlo, e pure a stare con lui la notte. Ma anche la gnà Maria e padre don Cuncettu avrebbero spinto ad andare il loro ragazzo dal suo caro compagno, dato che come tutti gli altri in quel piccolo paese - ad eccezione, forse, del Musarra che aveva fatto studi scientifici - erano più o meno superstiziosi, e per loro in ogni cosa era destino: destino la nascita, destino il matrimonio, destino le malattie...e destino la stessa morte, "che, quando deve venire, ti prende anche se vai a nasconderti nel cunno di tua madre..."
Era un tiepido pomeriggio della metà di ottobre. La pioggia e il vento della mattinata avevano spazzato il cielo e i punti cardinali. A ponente, la Montagna si stagliava nitida e tranquilla, sorniona, con quel suo pennacchio di fumo con cui in paese faceva a gara dall'alba al tramonto l'alta ciminiera della grande fabbrica del Commendatore. Guardando verso il mare di Taormina, si vedevano laggiù laggiù persino i monti delle Calabrie e piccole macchie chiare che dovevano essere paesi. L'aria era così limpida che tutto il levante, occupato come una muraglia dal largo mare, e il porto di Riposto con barche e bastimenti parevano che si potessero toccare. I bastimenti in questo periodo caricavano soprattutto mosto, dato che nella zona la recente vendemmia era stata grassa, opulenta, da far traboccare i tini e le stesse grandi botti. Erano venuti persino picciotti di Randazzo, di Maletto e persino di Bronte e di Adrano a dare una mano nelle vigne, da Màscali fino a San Leonardello, molto oltre il paese di Giarre. Padre don Cuncettu, diceva con orgoglio don Vincenzino Musarra, aveva fatto, signori miei, ben centocinquanta carichi35 di vino nella grande vigna della Cutula!... Tanti pìccioli nelle tasche di quel grand'uomo: alla faccia degli invidiosi! - In paese c'era aria d'attesa di grandi avvenimenti. Si stava avvicinando il mese di novembre con la sua importante fiera del bestiame, che durava sei giornate; e, soprattutto, si avvicinava il giorno sei, quello della festa del Patrono San Leonardo, che richiamava tanti forestieri della zona; ne venivano persino da Riposto, persino da Giarre e da Sant'Alfio! - Ebbene, quello stesso giorno tiepido e così carico di attese, il figlio del Segretario ebbe un improvviso aggravamento. Erano le due e mezza. Turiddu ritornava proprio in quel momento dalla scuola; era giunto a metà scala, quando, si sentì gridare donna Sara:
« U picciriddu!...u picciriddu! » (Il piccino!...Il piccino!)
« Chi cc'è?...cchi iavi Ninu, donna Sara?» (Che c'è? Cos'ha Nino, donna Sara?)
« Ninuzzu non si senti bbonu!...Ninuzzu non si senti bbonu!...Ninuzzu si senti vèniri menu!» (Ninuzzu non si sente bene!...Ninuzzu non si sente bene!... Ninuzzu si sente venire meno!)
«Ma comu?! » (Ma come?!)
«Sùbbitu!...sùbbitu! vai a cchiamari a sso patri!...Mi chiamunu u dutturi!...Mi chiamunu a patri don Cuncettu!» Subito! Subito! Che andassero a chiamare suo padre! Che chiamassero il medico! che chiamassero padre don Cuncettu!
Turiddu vola a chiamare il Segretario nella chiesa di San Leonardo; padre don Cuncettu, che stava parlando con l'amico Puddu, udito l'allarme, e intuita la gravità della situazione, blocca a sua volta il medico Cassaniti, che proprio in quel momento stava passando per la strada della Càzzera, di ritorno dalle campagne ( tranquillo: col suo carrozzino nuovo, figlio unico, con tutti quei soldi che fra cent'anni gli avrebbe lasciato un giorno suo padre, e soprattutto con quella sua bella laurea in medicina e chirurgia, presa fresca fresca nella capitale Roma, che lo faceva andare orgoglioso: "a lui e a tutta la famiglia," sottolineava don Nicola, suo padre.)
La sonnolenta piazza subì come una scrollata. Il vocione del prete che urlava agitato: « Prestu, prestu!...u picciriddu!» (Presto, presto!...il piccino!) fu udito fino a San Cristoforo, dove i quattro amici, che non mancavano mai sulla scalinata della piccola chiesa, per un momento smisero di chiacchierare e si guardarono nelle facce. Dal salone di do' Lunaddu due garzoni saltarono sulla strada a guardare verso la piazza con occhi attenti e orecchie tese. La Prazzitedda e donna Mela dû Vinu si affacciarono all'unisono sulla strada del Ponte e dissero: « Cchi ffù?» (Che fu?) Nel piano terra, sotto l'abitazione del Segretario, don Gnazziu, il padrone di casa, dava colpi alla porta interna delle scale, chiamando a gran voce sua moglie Sara. Lì, di fronte, appoggiato allo stipite della porta della Camera del Fascio, era giunto da poco in attesa di compagni per la briscola Cicciu Beccu, per il turno di lavoro pomeridiano in quel suo ufficio - come lo chiamava lui - dove era sempre il primo ad arrivare e l'ultimo ad uscire. L'uomo faceva dei gesti a don Puddu laggiù, come per dirgli « Ma che è successo?» dato che colui, chissà perché, aveva fama di sapere tutto di quel che succedeva in paese, manco se fosse una spia o lo stesso maresciallo dei carabi­nieri. Nella farmacia accanto, don Vincenzino, seduto davanti alla porta, col Corriere di Catania del giorno avanti, stava guardando al di sopra delle lenti il suo padre don Cuncettu e quel presuntuoso del giovane medico Cassaniti, che, signori miei pretendeva di saperne più di lui, con la sua lunga e sperimentata esperienza! I due attra­versavano svelti la piazza solitaria, e infine infilarono uno dietro l'altro il portoncino della casa del segretario Raciti. «Ma che suc­cesse?!» chiese il farmacista a Cicciu Beccu. Quello sfaccendato di Cicciu Beccu, che finalmente aveva capito la cosa, sentenziò: «Megghiu ca ni veni u pannitteri ca u medicu.» (Meglio che venga il panettiere che il medico.)
« Saggia sentenza degli antichi,» rispose il farmacista, che aveva capito pure lui di cosa si trattava: « Certo, è centomila volte meglio che alla nostra casa venga il panettiere a portarci una bella forma di pane, piuttosto che il medico a tastarci il polso o ad auscultarci il petto...Ma, vedete, don Cicciu, purtroppo, dal momento che per nostra disgrazia a volta ci piombano addosso certe malattie, a casa nostra deve venire pure il medico...E il medico Cassaniti va proprio a visitare quel benedetto ragazzo... - Che ci volete fare?...Ci sono tante cose storte nella vita! E anche questa, tra le altre, povero figlio... »
« Eh, caro farmacista, » considerava Cicciu Beccu, che non solo aveva fama di sfaccendato, ma anche di uno che non aveva né Dio, né Madonne, e né santi: « Se c'era veramente Dio, certe cose storte come appunto questa non sarebbero successe!...»
« Ma che fesserie andate dicendo, don Ciccio?! Ma che c'entra Dio con le malattie umane?! ...Le cose storte che ci possono capi­tare mica ce li manda il Padreterno!»
Don Vincenzino Musarra, va bene che per certe faccende della vita era un libero pensatore, e, come diceva lo stesso padre don Cuncetto, aveva "certe manie", ma era un sincero credente, e, quando gli insinuavano dubbi sulla sua santa religione non era più lui, e perdeva le staffe, come del resto il suo Cuncettu, alto e inarrivabile suo modello di vita, e campione di cristianità, con tutte le sue umane debolezze, certo: con tutte le sue umane debolezze, dato che nessuno è fatto di ferro, e la carne è carne... Ma, ma che c'entrava però Dio con certi guai che possono piombare su noi poveri umani?... Che se ne stesse dunque zitto, quello sfaccendato di Cicciu Beccu.
Mentre il prete e il giovane medico Nicotra scomparivano dietro il portoncino, era apparsa sulla soglia della sua merceria la figura alta e allampanata di Santu Iacitusu con espressione interrogativa. Sua moglie Tudda gli aveva cantato il fatto, mentre lui stava zappando nell'orto dietro la casa. Ma don Santu da un certo tempo delle cose che riguardavano padre don Cuncettu e la sua casa non ne parlava più né a voce alta e né a voce bassa...Ma, dato che era un curioso che voleva sapere tutto quello che succedeva e si diceva in paese, se ne stette per un pezzo lì, sulla soglia, come un lampione, con occhio vigile e le larghe orecchie tese, a raccogliere tutti i suoni che venivano dalla piazza. Lui era per natura un tipo casalingo, raramente scendeva sulla strada, e mai andava come tutti gli altri cristiani nelle càmmire o sulla scalinata della chiesetta di San Cristoforo. E, siccome era per giunta spelacchiato, e quei pochi capelli glieli sistemava donna Tudda, sua moglie, lui non spendeva nemmeno soldi di barbiere. Le notizie le apprendeva dai clienti; una volta c'era don Puddu, suo dirimpettaio, a rifornirlo, ma da quando lui aveva avuto quelle due parole con padre don Cuncettu, non osava più chiedere nulla allo scarparo, dato che lo sapeva in grande dimestichezza col prete. Ci voleva prudenza... Chissà quello come se la pensava...Una parola di malinteso con don Puddu potevano portare al suo ritorno...e la sola prospettiva teorica di una rivisitazione di padre don Cuncettu nella sua merceria, faceva correre al cesso don Santu Iacitusu, dato che era diventato lento di reni.
La visita da parte del giovane Cassaniti fu lunga. «Coscienziosa e scrupolosa, » andò poi dicendo don Nicola, suo padre, che stravedeva per lui. « Coscienziosa e scrupolosa,» come la cittadinanza si attendeva da uno che si era sacrificato per sei lunghi anni nella lontana Roma per diventare medico e portare prestigio alla propria famiglia e al proprio paese natìo. « Laureato a Roma!» andava declamando a petto all'infuori don Nicola Cassaniti, che da quando aveva il figlio dottore suonava spesso la tromba, dove gli capitava capitava. « Una laurea a Roma è una laurea a Roma!» E, dicendo così, faceva arrabbiare il farmacista che, avendo avuto il padre semplice carrettiere, si era dovuto accontentare della più modesta Università di Catania.
Mario Cassaniti (perché così si chiamava il figlio di don Nicola) era un giovanotto bello grasso, colorito e chiapputo, come piaceva a donna Nardina, sua madre, che aveva allevato quel suo unico figliolo senza mai fargli mancare la mattina l'uovo sbattuto con la marsala. Padre e madre lo avevano allevato, come si suol dire, nella bambagia. Anche ora, che lui aveva raggiunto il venticinquesimo anno, donna Nardina la notte scendeva dal letto e andava a risiste­margli le coperte che lui era solito farsi scivolare a terra, con quel sonno profondo che aveva, santo ragazzo. Eh, le madri sono sem­pre madri, e i figli per loro sono sempre dei bambini.
Il giovanotto si affaccendò attorno al lettino del piccolo malato, sudando, il faccione roseo tutt'acceso nell'intensa concentrazione clinica, ritornando sugli stessi passaggi, ripetendo più volte palpazione e auscultazione, misure di temperatura e di pressione, dialogando con se stesso: recitandosi oscuri termini medici, inaccessibili ai presenti, che se ne stavano attenti, col fiato sospeso, in muta preghiera, tutti attaccati a un filo di speranza...E, in particolare, egli insistette su: eziologia, sintomi, decorso e prognosi della particolare patologia in oggetto, secondo le più accreditate correnti del pensiero medico contemporaneo, tale e quale come se stesse sostenendo un arduo esame al cospetto di accigliati docenti d'Università. Dopodiché, si lasciò cadere pesante su una sedia a braccioli: la visita era terminata. Donna Sara, tutta trepidante, gli aveva portato un bel boccale colmo di acquazuccheroelimone: lo tracannò con sitibondo orgasmo; quindi, immerse le mani grassocce nella fresca acqua del bacile che gli reggeva la brava donna; li insaponò per bene, li asciugò con la tovaglia nuova delle importanti occasioni, e infine, mentre terminava di asciugarsele, traendo un faticoso respiro, con voce grave, commossa da quello che nella sua incipiente carriera per la prima volta stava per emettere, disse che la sua scienza non poteva purtroppo far nulla ormai, e che non rimaneva che affidarsi alla fede e alla preghiera.
S'udì in risposta una specie di ruggito, come d'animale ferito. Padre don Cuncettu si era tutt'acceso, stravolgendosi; gli occhi fuor dalle orbite, la voce tremante di rabbia impetuosa, urlò a quello che intanto scendeva in tutta fretta le scale:
« Ma cu fu ddu sceccu ca a Roma ti desi a lauria?! Cu fu ddu cretino patintatu ca ti fici ddivintari dutturi?!» (Ma chi fu quell'asino che a Roma ti diede la laurea?!...Chi fu quel cretino che ti fece diventare dottore?!)
« Don Cardillo, per gentilezza, si calmi, » supplicava il povero Segretario, con un filo di voce, oppresso, schiantato, invecchiato di vent'anni da quando aveva saputo l'ultima volta da quel medico specialista di Catania.
Il prete, lo sapevano tutti, era un tipo tutto d'un pezzo ed esageratamente impulsivo, che quando perdeva le staffe, per la sua grinta unita a quel suo imponente personaggio faceva tanta impressione; ecco perché il giovanotto stava scappando.«La fede e la preghiera» si mise a urlare il prete, « non hanno potuto nulla?...Ebbene, la Scienza lo salverà!...la Scienza lo salverà!» E torreggiava l'ecclesiastico, in cima a quelle scale, minaccioso come un iracondo Grizzly delle Montagne Rocciose, ferito dai cacciatori, la sua possente voce come un'onda paurosa su quel malcapitato che se la dava a gambe, dato che per fama conosceva il ferrigno e irruente compaesano.
Ma cos'era successo di speciale?...Possibile che un religioso, per professione di mentalità conservatrice, si era convertito, così... ex abrupto alla filosofia dei Lumi? e non aveva più fede nella fede, ma fede nella Scienza?... Era stato lo stesso giovane Cassaniti che, nel lavarsi lentamente le mani, si era lasciato dire che nel vicino paese di Giarre era tornato per alcuni giorni, pare ospite di un suo fratello, un celebre esponente della medicina. Uno che insegnava all'Università di Roma: un'arca di scienza del tempo, che lo stesso padre don Cuncettu aveva sentito nominare. Un luminare che durante il suo studentato romano lo stesso Cassaniti aveva avuto la fortuna di ascoltare in chiare e memorabili conferenze con vasto uditorio internazionale. « Un'autorità medica che ha risolto numerosi casi disperati: guarigioni che sono apparse dei veri prodigi, e le sue terapie entrate ormai de iure negli annali della scienza medica! » aveva testimoniato il giovane Cassaniti, anche se aveva subito aggiunto: « Ma questo caso, purtroppo...questo caso...»
Concepire la folgorante intuizione e metterla in atto fu un tutt'uno per l'impetuoso ecclesiastico. Padre don Cuncettu si lanciò per le scale, irruppe sulla piazza; in corrispondenza della Camera del Fascio ordinò al Cassaniti di scendere dal carrozzino, e, siccome quello lo guardava intronato, per svegliarlo lo afferrò per un braccio e lo tirò giù con uno strattone. E, montato su al posto di quell'incapace di principiante, che non aveva saputo far nulla per il suo piccolo protetto, via di gran galoppo per la strada della Càzzera, e poi giù a rompicollo in una nuvola di polvere per la discesa della strada dei Mulini, frustando con rabbia la cavalla, verso il paese di Giarre, dal gran luminare venuto da Roma, che avrebbe salvato il compagno del suo figlioccio Turiddu...un'anima innocente e sfortunata che aveva perduto la madre appena nato e che ora non doveva, non doveva morire!..E ci credeva, e ci credeva fermamente il prete, nella guarigione di Nino ad opera della scienza più aggiornata, così come credeva fermamente nel Padreterno, nel Patrono San Leonardo, e in tutti i Santi del paradiso. Quell'uomo tutto d'un pezzo, irruente quanto generoso, era fatto così; e, anche per tali sue caratteristiche, in paese tanti lo temevano e lo ammira­vano, compreso quello sfaccendato di Cicciu Beccu, e sopra tutti quel libertino del farmacista Musarra che ne aveva anzi fatto il suo idolo e l'alto suo modello di vita.
La notizia dell'improvviso aggravamento del figlio del segretario del Municipio e dell'importante visita di un eminente medico che veniva dal paese di Giarre, dov'era andato a prenderlo personalmente padre don Cuncettu - che aveva avuto non si sapeva tanto bene che cosa col medico Cassaniti - si era propagata per il paese come un boato dell'Etna: dalla Càzzera a Sant'Antonino, dall'Ospizio al quartiere Ponte. Per tutta Màscali non si parlò d'altro fino a sera. E, siccome la gente, come accade spesso in tutto il mondo, è portata per sua natura a fare di un pelo un palo, non solo quel pomeriggio ma anche in seguito, ci fu chi disse che il prete, scontento della visita, afferrò il medico Cassaniti per l'orecchio sinistro e lo buttò fuori, con la forza e la capacità sua solita; chi disse che per poco con un potente spintone non l'aveva fatto ruzzolare per le scale. Sulla scalinata della chiesetta di San Cristoforo si disse addirittura che il giovanotto aveva incassato come onorario per il suo disturbo due scorciacollo di quelle per le quali andava famoso il reverendo ecclesiastico.
« Signori miei, » si mise a dire Cicciu Beccu, « mi hanno detto che le due scorciacollo il figlio di don Nicola Cassaniti se le prese senza dire pìu...tutto intronato, tutto una vampa fino alle orecchie!...» E, se lì era presente il farmacista, che ce l'aveva non solo col giovane medico per ragioni professionali, ma anche col padre di lui, dato che andava gettando discredito sulle medicine che preparava nel suo laboratorio, immancabilmente esultava: «Pìgghia e sabba!... pìgghia e sabba! » (Prendi e conserva! prendi e conserva!)
Due ore dopo padre don Cuncettu portò finalmente in paese l'eminente professore Isidoro Maria Nestorini, dell'Università di Roma. Il carrozzino aveva fatto il viaggio al passo, dato che così aveva disposto il professore, che non poteva soffrire scossoni e sbalzi di sorta. Il prete, oppresso, ingrugnito come un cane bastonato - che, da parte sua, avrebbe voluto squassare il veicolo, magari am­mazzando la cavalla, pur di arrivare presto - dovette suo malgrado piegarsi alla volontà di quel portento della medicina che veniva per guarire il piccolo Nino. Dato che era per fini superiori, pazienza; perché altrimenti gliel'avrebbe permesso lui a quel signore di vo­ler comandare, con quella sua aria di gran Capitano di lungo Corso sul carrozzino degli altri...seh!
Lungo la strada della Càzzera, che sboccava nella piazza, i paesani affacciati agli usci e alle finestre assistettero al passaggio del carrozzino, dove l'eminente personaggio, inarcando le folte sopracciglia, si compiaceva ora a dritta ora a manca di posare lo sguardo sulla brava gente che sicuramente si era affacciata per vederlo, per ossequiarlo, e forse anche per ringraziarlo della molto autorevole visita medica ch'egli di lì a poco avrebbe prestata al loro giovane compaesano infermo.
Nei piccoli paesi, si sa: la gente per sua natura tende al facile pettegolezzo; ma ci sono anche persone buone, affettuose, devote; e spesso il dispiacere di uno diventa il dispiacere di tutti, specie se si tratta della salute o addirittura della stessa vita di un ragazzo di appena undici anni. Perciò, i più in quel piccolo paese erano in grande apprensione per la salute del povero Nino, un ragazzo tanto sfortunato per aver perduto la madre appena nato, e ora addirittura con una malattia molto brutta, che neppure il dottore Mario Cassaniti, che si era fatto medico nella capitale Roma, aveva saputo guarire. La strada della Càzzera era tutta piena di gente affacciata, ma si erano affacciati pure quelli della piazza della chiesa di San Leonardo, quelli della Camera del Fascio, e pure quelli dei saloni e delle putìe. Al largo di San Cristoforo gli abituali galantuomini della scalinata si era alzati all'impiedi, a guardare, riparandosi gli occhi con la mano sulla fronte perché il sole stava tramontando. Più d'un anziano, seduto davanti alla porta di casa, si alzò all'impiedi, e si tolse rispettosamente la coppola...Così fece pure per buona educazione don Puddu, che lavorava al suo solito deschetto all'ingresso della piazza. Ma don Santu Iacitusu, che da qualche tempo come un cane da caccia avvertiva la vicinanza di padre don Cuncettu anche a porte chiuse, per prudenza si limitò a sporgere e a rientrare subito la testa un paio di volte, così come fanno le tartarughe, tanto per spiare...Cicciu Beccu e il farmacista Musarra erano naturalmente pure là, presenti anch'essi con le coppole in mano per tutto il tempo di quello straordinario passaggio: un evento che, come si disse in seguito non si era mai verificato prima in paese.
« E tutto questo, » commentava sottovoce il farmcista,
« per merito di quel grand'uomo del nostro insigne compaesano padre don Concetto Cardillo, che con la sua autorità e capacità ha portato un sì grande clinico in questo modesto paese... Signori miei, ne ho sentito parlare pure io di questo professorone Nestorini: per la nostra piccola comunità la sua venuta è paragonabile in importanza quasi a una visita del Re o dello stesso Mussolini! »
Proprio di fronte alla Camera del Fascio, il carrozzino si fermò; appoggiato all'aitante ecclesiastico, saltò finalmente giù con un lieve tonfo l'eminente professore dell'Ateneo di Roma: piccolo di statura, quasi privo di collo, con una signorile pappagorgia che enfiavasi all'autorevole suo dire, e una bella pancetta tonda come un uovo; lunghi capelli lisci e bianchicci scendevan sulle spalle da una gran cervice pelata alla sommità...Ne doveva avere dentro scienza quella gran testa, pensarono un po' tutti in piazza. Tuttavia, qualche ragazzotto spiritoso ridaccchiò: quel busto tondo, arrancando ciondolando sopra due gambette secche arcuate, gli ricordava in modo irresistibile certi pupazzotti a corda che vendevano ogni anno sulle bancarelle, proprio in quella piazza, per la festa di San Leonardo Abate. « Eh, » commentò filosoficamente il farmacista, che nemmeno lui era un gigante, «fatta eccezione per il nostro padre don Cuncettu, che quando raccoglie i fichi usa raramente la scala, i grandi uomini non si misurano certo col metro del sarto o del falegname...A volte la natura si scapriccia, e mette una grande mente, come per esempio quella del noto Leopardi, in un corpicciuolo come quello là, che rifiuterebbero gli stessi pescecani affamati del Mar Rosso...» Ma il Nestorini non soffriva di complessi: anzi, sgambettò arzillo alla volta della casa del piccolo infermo, affiancato dall'aitante ecclesiastico con la stessa tranquilla disinvoltura di un magnifico principe accanto al suo fedele scudiero.
Il sole tramontava dietro l'Etna; di lì a poco sarebbero discese le tenebre; ma il professore poteva stare tranquillo: non avrebbe rifatta la strada in carrozzino, al buio, dato che il cortese Commendatore per l'illustre clinico aveva messo a completa disposizione la sua stessa auto.
Il verdetto di Isidoro Maria Nestorini fu chiaro, inequivocabile, inappellabile. Specie i grandi medici, si sa: stanno in continuo contatto con le malattie, le guarigioni, ma anche con la stessa morte. Sarebbe troppo pretendere da loro che ogni qual volta pronunciano una prognosi infausta, debbano partecipare anch'essi al cordoglio degli interessati. Se così fosse, la loro vita sarebbe un calvario: i medici dovrebbero essere perennemente tristi, e piangere di frequente, assieme ai malati o ai moribondi e ai parenti che stanno loro attorno. No: un medico che emette una prognosi infausta con algore clinico non è certo inumano:è solo un medico. Il mestiere e l'abitudine alle malattie e alla morte lo devono necessariamente rendere freddo e anche un apatico quanto basta. - Neppure dal Nestorini, quindi, anche se in gioco c'era una creatura innocente e sfortunata come il piccolo Nino, che anche noi abbiamo imparato ad amare, si poteva pretendere commozione o addirittura il pianto, ma solo competenza unita alla cosiddetta onestà intellettuale.E sarebbe stato strano se quell'autorevole uomo di scienza, anche se sgraziato e buffo, si fosse messo a piangere assieme al Segretario, a Turiddu, a padre don Cuncettu e a donna Sara, allorché nella piccola stanza di Nino risonarono le sue fredde, oneste parole. La sua vocetta argentina, nitida e melodiosa, confermò la diagnosi dei colleghi di Catania e di Màscali...cosa che promosse un brivido di orgoglio nelle fibre del giovane Cassaniti, il quale se ne stava lì impalato, sull'attenti, tutt'orecchi e avvampato come un pomodoro da salsa, agli ordini, alle direttive di quel padreterno della scienza medica, che si era degnato di confermare pubblicamente la diagnosi infausta ch' egli stesso aveva emessa in precedenza, indipendentemente dall'altro medico di Catania, del quale sconosceva il parere clinico. Una conferma che era come un elogio: paragonabile a un trenta e lode in un esame al cospetto di severi e accigliati esaminatori universitari....E, in quel momento il giovanotto pensò che, se fosse stato un altro, e avesse avuto un po' di coraggio, si sarebbe rivolto a quel pretacchione ignorante e gli avrebbe detto in modo trionfale: " Teh!..Vedi, vedi, reverendo dei miei stivali, che io avevo ragione, e non sono affatto un asino come tu mi ha chiamato?" Sarebbe stata una giusta e sacrosanta rivincita, la sua. Ma il Cassaniti il suo orgoglio se lo tenne in gola, anche perché ancora tremava al ricordo, e nelle orecchie e nelle cavità del suo cuore continuava a circolare l'eco paurosa della voce del temibile ecclesiastico, esplosa proprio un paio d'ore addietro. - Comunque, la rivincita che non si poté prendere il giovanotto, poi in un certo qual modo se la prese don Nicola Cassaniti, suo padre, che stravedeva per quel suo figlio dottore, e disse poi strada per strada e per tutti i quartieri del paese, di quella conferma...di quella solenne lode fatta al suo figliolo da quel padreterno della scienza medica venuto dalla capitale Roma. « Signori miei, non sono cose che capitano ogni giorno!»
Come si sarà già capito, la prognosi fu infausta: l'exitus, sentenziò l'eminente professore col linguaggio tecnico che imponeva la circostanza, era previsto non oltre il terzo dì a far tempo da quel consulto...ora più, ora meno.
« Solo un miracolo, » aggiunse, prima di congedarsi, « potrebbe strappare il paziente al decesso.»
E così fu. Il terzo giorno il piccolo malato confermò, con precisione - si direbbe clinica - la prognosi infausta del professor Isidoro Maria Nestorini. Per tutta quella sera e la notte che seguì non ci fu modo di staccare Turiddu dal caro Ninuzzo che non c'era più. Il suo sguardo si era come incollato sul piccolo morto; ma non una lacrima gli colò dagli occhi, dopo tutte quelle che nei giorni precedenti avevano versato insieme i due compagni. Il dolore di Turiddu era stato come ricacciato nel fondo del cuore, e ora lui - e in questa caratteristica era tutto il suo padrino - aveva un'espressione cupa, di piccolo uomo ferito. Era come se ce l'avesse con qualcuno che l'aveva offeso, illuso, tradito; pareva che gridasse a un nemico inafferrabile: « Perché è successo tutto questo?...perché?» Ma non giungeva risposta alcuna. Il ragazzo non riusciva a capacitarsi come mai lui e il suo compagno erano stati tanto lieti in quelle loro scorribande, avevano fatto tanti progetti per il futuro, credendo, così come fanno tutti i ragazzi, di poter vivere per molti e molti anni ancora...e invece: e invece, di colpo, era successa quella cosa terribile...e proprio a Nino, un compagno così buono, così intelligente, così giudizioso e affettuoso ...Il nipote del prete non pensava che quella stessa malattia avrebbe anche potuto colpire lui e mietere la sua stessa vita, e di dire quindi di averla scampata bella. Per un ragazzo della sua età la morte di chi non è ancora vecchio era qualcosa di incomprensibile, e anche di profondamente ingiusta, specie se - come in quel caso - si trattava di un grande amico.
Ma Turiddu era ancora troppo ragazzo per aver potuto profondamente capire, per esperienza vissuta, che la morte può colpire chiunque, così, alla cieca, senza distinzione di sesso e di età: un vecchio o un giovane, un ragazzo stupido come un ragazzo di qualità notevoli come appunto era Nino...E che sarebbe stato davvero strano se a morire fossero stati solo i vecchi, o le persone cattive o stupide, e non anche le buone, e i ragazzi come Nino al quale per le sue doti pareva gli si dovesse aprire un grande futuro. E siccome Turiddu non aveva ancora vissuto abbastanza per capire come sta la situazione, egli era profondamente turbato, non solo per la morte del suo grande amico, ma anche perché non riusciva a capire "il perché" di quella fine così immatura.
Nella casa del povero Segretario padre don Cuncettu e la gnà Maria vollero vegliare pure loro. Nella cameretta del piccolo morto Turiddu se ne stette per tutta la notte con lo sguardo fisso su di lui, immobile come una statua. Gli altri della famiglia, Iaffiu e i gemelli Maru e Tanu, che pure loro si erano umanamente dispiaciuti, erano troppo stanchi dopo una giornata di lavoro, per costringerli là, poveracci, dove, dopo alcuni minuti di veglia, sarebbero piombati nel sonno, russando come anime di purgatorio. Per cui, dopo una breve visita, vennero rispediti a casa. Donna Sara di tratto in tratto scoppiava in singhiozzi per il suo Ninuzzu che non c'era più, che giorno dopo giorno, lei e suo marito avevano imparato ad amare. A don Gnazziu i tanti malanni avevano impedito di arrampicarsi in quelle erte scale per andare pure lui a vegliare quel povero ragazzo; ma ogni tanto, nel silenzio cupo della casa, si udiva al piano di sotto che l'uomo piangeva pure lui e si lamentava. Non avendo avuto figli, donna Sara e don Gnazziu si erano umanamente attaccati a Nino come se fosse carne della loro carne; i due coniugi tra loro ne parlavano come se fosse un loro figliolo, e avevano addirittura stabilito che alla loro morte Nino sarebbe stato l'erede di quella loro casa e anche di una proprietà. Sul ragazzo avevano anche fatto progetti e luminose previsioni: da grande lui sarebbe stato un personaggio importante, ricco, famoso; insomma, un pezzo grosso. Lui non li avrebbe dimenticati: anzi, li avrebbe rispettati, protetti, sarebbe stato l'orgoglio, il conforto, il bastone della loro vecchiaia, uno sul quale essi avrebbero potuto contare, come su un figlio, come su un nipote. Da quando il Segretario col suo ragazzo erano venuti ad abitare in quella casa, Nino era divenuto giorno dopo giorno il loro principale interesse. Non solo il pensiero e la cura di lui aveva riempito tutta la giornata, ma aveva dato senso a quella loro esistenza che altrimenti sarebbe rimasta vuota come nel periodo precedente. E ora era tutto finito: i due rimanevano soli come prima: don Gnazziu solo con quei suoi dolori che lo divoravano, e donna Sara con la sua inconsolabile solitudine di madre mancata e delusa.
Padre don Cuncettu andava avanti e indietro nel corridoio; si era tolto il collarino e slacciato i primi bottoni della sottana sull'ampio petto che trasudava, che ribolliva. Roteava a destra e a manca gli occhi gonfi, umidi di pianto; borbottava sordamente, le labbra che montavano senza che ne uscisse suono,come se ce l'avesse con qualcuno. Di tratto in tratto si fermava, fissando lo sguardo verso l'alto, ora torvo, ora sottomesso, come implorante perdono, verso il regno di Colui dal quale dipendono - nella fede comune - tutti i destini di questo mondo. Il prete, che come teologo e come pensatore non era granché (in tanti in paese avevano avuto il sospetto che lui fosse entrato in seminario per interessi materiali e non per vocazione ) non riusciva a capire perché Dio (che manda la salute, ma anche la morte, dato che tutto in questo mondo dipende da lui, e non si muove foglia senza la sua volontà) aveva fatto nascere quel benedetto ragazzo, l'aveva dotato di qualità morali e intellettuali elevate, l'aveva fatto crescere tanto bene, e poi all'improvviso, così giovane, ad appena undici anni, se l'era ri­preso, lasciando il padre, ma non solo il padre, ma anche Turiddu, il suo più grande amico, e anche tanti altri lì in paese nel dolore e nella costernazione.
Il prete sapeva perfettamente che la mortalità infantile era elevata, che non passava quasi giorno che dalle campane delle tre chiese del suo paese, o di Nunziata, o di Santa Venera, o di Giarre, o di Riposto non si sentisse il suono che annunciava che qualche bambino non c'era più. Però, Nino era Nino: non era più un bimbo; era un ragazzo di grandi doti intellettuali e morali che doveva entrare al ginnasio, e poi al liceo, e poi all'Università, per diventare, chissa: un grande medico, un grande ingegnere, un grande giurista, un grande scienziato...Per qual motivo era nato? Si chiedeva il prete: perché era vissuto, così, quasi inutilmente, senza poter crescere, senza potersi realizzare...e per poi dare un così grande dolore a suo padre, a Turiddu, a lui stesso? Era l'uomo Cuncettu, che riflet­teva così, non certamente il prete Cuncettu, dato che un prete, ma anche un qualsiasi credente, avrebbe detto che così aveva voluto il Signore; sia fatta la volontà di Dio.
Ma il nostro uomo più di una volta quella notte e nei giorni successivi, lasciato il campo teologico, in cui non era molto versato, fece pure certe considerazioni più terra terra; pensava che, se in quel periodo avesse messo da parte la vigna della Cutula con i preparativi di quella benedetta vendemmia, e fosse intervenuto prima, lui, con le sue tante amicizie politiche e nell'alto clero, chissà, se forse il ragazzo, portato in città, non sarebbe stato curato e guarito da medici certamente migliori di quel medico di Catania, di quel cetriolo del figlio di Cassaniti e anche di quel ranocchio e sedicente Nestorini, che si dava arie di chi sa che...
« No, no, non è stata colpa dei medici, » diceva il povero padre di Nino: « Vuol dire che il Signore ha voluto così...»
All'alba, prima di aprir bottega, fece una rapida apparizione don Vincenzino Musarra. Il piccolo libertino non aveva mai tenuto in grande considerazione il segretario del Municipio, per via di quel suo fare troppo riservato, così poco virile: tutto Municipio, casa e chiesa. Signori miei, cosa ci aveva concluso a restarsene casto, sposo fedele della signora Nina Marano, da tanto tempo tranquilla nell'aldilà?...Avrebbe potuto riprender moglie, generare altri figlioli...godersi le buone cose che ci dà la vita. - Il farmacista soleva dire ai galantuomini della Camera del fascio: « Bisogna prendere la giornata e goderla, perché domani si può anche morire. "Carpe diem", diceva un nostro antico poeta latino. » E il piccolo libertino raccomandava di esercitare diuturnamente le virtù virili che con l'uso quotidiano si consolidano, dato che, come dice un antico motto "La pratica val più della grammatica", e, come scrisse lo stesso sommo Cicerone: "Usus magister est optimus": il miglior maestro è l'esercizio. Comunque lui, davanti al Segretario non s'arrischiò di palesare questa sottile sua filosofia di vita, non solo in rispetto al piccolo deceduto, ma anche perché nel corridoio c'era il suo padre don Cuncettu, che andava avanti e indietro, e intimidiva tutti con quel suo aspetto cupo come una nube temporalesca. Ma, prima di andarsene ad aprire la farmacia, stringendo ancora una volta la mano al povero padre in lutto, tanto per consolarlo gli disse che tutti erano soggetti a morire, grandi e piccoli, ricchi e poveri: la Morte veniva senza rispetto per nessuno, nemmeno per i bambini, nemmeno per i ragazzi come il povero Nino, che, gli avevano detto che era un tipo assai in gamba e che da grande avrebbe fatto parlare di sé.
Al funerale di Nino parteciparono tutti in paese, di persona, o affacciati agli usci o alle finestre. I più, alla vista della bara e del carro funebre, tirato da due cavalli, guidato dal cocchiere col cilindro e sormontato da un angelo bianco che suonava la tuba, spinsero il pollice tra l'indice e il medio in segno di scongiuro. Il Commendatore aveva concesso due ore di congedo regolarmente retribuito a chi dei suoi operai avesse voluto partecipare al funerale del suo distinto amico e compaesano cavaliere Isidoro Raciti. Risposero all'appello i gemelli Maru e Tanu e una ventina di altri operai dello stabilimento. Il Commendatore avrebbe voluto inviare la rinomata banda della sua Città, ma l'opposizione del Segretario fu cortese ma decisa. Il padre del piccolo defunto, dopo la tenace insistenza di padre don Cuncettu, accettò solo la ghirlanda a nome del Commendatore e della sua Azienda e la grossa berlina nera che seguì passo passo il corteo funebre fino al cimitero.
La Chiesa Madre si era riempite come solo per le grandi feste di Natale, di Pasqua o del Patrono San Leonardo. Per rispetto al Segretario e al giovanissimo defunto, andatosene troppo presto da questa vita come la signora Nina Marano, in chiesa erano accorsi un po' tutti, sia quelli che contavano che il popolo minuto. Erano venute le autorità del paese: il Podestà, il Maresciallo, e da Giarre persino il cavaliere Bugno, ricco proprietario terriero e padrone anche del palazzo dove a pianterreno sorgeva la Camera del Fascio. Erano venute pure le stagionate zitelle Rita e Mela Liccasarde, che lanciavano occhiate pizzute di sotto lo scialle, e non perdevano occasione per farsi notare - loro, così massariate! - sempre in attesa del marito che il destino invidioso ancora non si era deciso di mandare. Quando alla Camera del Fascio si faceva la rassegna delle compaesane, il farmacista, da quell'inguaribile libertino che era, diceva che le stagionate sorelle Liccasarde avevano bisogno urgente di una buona cura di quelle che sapeva prescrivere lui, specialmente per Rita, la più ossuta, che era quella che più dell'altra saettava certe occhiate ai maschi, non solo per far metter loro un po' di carne, ma per togliere quel certo acidume che mettevano in ogni cosa che facevano o dicevano.
Assieme a tanti altri in paese, anche don Vincenzino era naturalmente dispiaciuto per l' immatura scomparsa del figlio del segretario Raciti. Ma dispiaciuto fino a un certo punto. Lui era un uomo che credeva in Dio, nei santi e nel Patrono San Leonardo; e, anche se non pregava spesso i Celesti (Il farmacista pare che le appassionate preghiere le rivolgesse spesso solo a donna Lidia, addirittura ogni sera: e certe volte - per punizione - in ginocchio; e la donna lo accontentava, quel libertino, ma in cambio si faceva pagare salata, facendo da padrona in quella casa, e anche da tiranna.) il farmacista aveva una sua teoria: dato che quel povero ragazzo era tanto buono e religioso, a quest'ora era volato in paradiso, e giocava con gli angeli. Quindi, lui era dispiaciuto fino a un certo punto; anzi, a rigor di fede, sosteneva che bisognava rallegrarsene, dato che Nino era a godere in paradiso e, morendo, aveva schivato i tanti dispiaceri di cui è pieno il mondo di quaggiù. Ecco perché, durante la cerimonia funebre in chiesa, invece di piangere come tanti altri, lui non fece che tenere gli occhietti su Maria la Linguarussisa: una donna da letto, signori miei, da far commettere peccato persino a un San Leonardo. Con una come lei in casa, ragionava il farmacista, un cristiano poteva gridare ai quattro venti la propria beatitudine. Lui, personalmente, non avrebbe scambiato tale posto con quello di barone. Educata, massariata, che lavorava per dieci, c'era da scommettere che la sera la gnà Maria sfilava lei stessa le scarpe al suo uomo, incurante del puzzo di sudore che saliva da quei piedi, dopo una giornata nelle campagne della Cutula, di Carrabba o di Passagliastro, per immergerli nella buona acqua calda fumante, con amorosa umiltà...Signorsì...come vossia comanda...tutto quello che vuole...a disposizione...« Signorsì, tuttu chiddu ca oli ossia...tuttu.» Signorsì, tutto quello che voleva lui...tutto!... Ah, che occhio, che sveltezza che aveva avuto, appena rimesso piede al paesello natìo, quel grand'uomo di padre don Cuncettu!...Il povero ragazzo era ormai andato in Paradiso, con Dio, con San Leonardo, con tutti gli altri Santi, a quest'ora stava giocando con gli angeli e ci guardava ridendo di lassù...A lui era dispiaciuto...aveva sofferto come tutti in paese...Lui aveva fatto il suo dovere di chimicofarmacista, mettendosi a preparare le medicine col materiale migliore che avesse in bottega. Ma ora, pianti i morti, bisognava
pensare ai vivi. E c'erano certi vivi che facevano svegliare anche i morti!
Anche donna Lidia, dopo tutto era fatta di carne e aveva un cuore come tutti gli altri, grande o piccolo che fosse. Ma, passato il cordoglio del primo momento, era ritornata la solita: col cappellino da signora e il ventaglio col quale si cacciava l'aria attorno, impettita, il gran sedere buttato all'indietro e il seno enorme, tronfio davanti, concedeva le solite occhiate di sufficienza ai paesani attorno. Affollavano la chiesa come fosse una festa. Quanti cafoni con la coppola! Quanti morti di fame vestiti di domenica... Aria, aria!
Donna Nedda Minnazzi sotto l'altare di San Giuseppe guardava accigliata, con tanto di muso, la piccola bara sopra il catafalco coperto per l'occasione dal migliore drappo nero che avesse il Parroco in sagrestia, non solo perché il defunto era figlio di un'autorità del paese, ma perché l'anima santa in vita aveva dato il suo cristiano contributo domenicale allo svolgimento delle sacre funzioni.
« Ah, » aveva detto quel sant'uomo di don Patané, a proposito del piccolo defunto: «l'avesse avviato, il signor Segretario, al seminario - come tante volte aveva proposto lui, umile parroco - Chissà se il destino non sarebbe stato diverso?...Chissà se la Mano Divina, nella sua infinita misericordia, in considerazione che avrebbe avuto un suo degno sacerdote, non deviava il colpo ferale da quell'anima eletta? »
Eh, l'aveva detto donna Nedda che il figlio di Raciti andava ben presto a far compagnia a sua madre!...A lei erano stati rubati due figli teneri da una stessa bella malattia...La Minnazzi, sotto l'altare di San Giuseppe, sparava occhiate a destra e a manca. Dentro il gran petto malediceva la povertà che aveva vietato la stessa cerimonia ai suoi due poveri figlioli, morti senza padre, senza che nessuno se ne preoccupasse tanto, oltre a lei,come se erano animali: quattro parole brontolate in fretta dal prete, quattro gatti dietro il carro dei poveri, e tutto era passato... Eh, il mondo era andato avanti lo stesso. « E dicono che come cristiani siamo tutti uguali!» brontolava a denti stretti donna Nedda Minnazzi,nel vedere tutta quella folla, tutta quella gente che aveva smesso di lavorare per venire a quel funerale, quasi fosse una festa grande! E si brontolava impettita, le minne imponenti, con le quali pareva voler travolgere tutto e tutti.
Don Neddu il sagrestano era cristianamente soddisfatto col suo piattino della questua colmo traboccante. Non c'era una sedia vuota in tutta la chiesa; non solo, ma la gente, commossa per quest'altra disgrazia del segretario del Municipio, si era lasciata andare in generosità senza farsi pregare. Lui, dopo tanti anni di onesta professione, ormai era abituato: ci aveva fatto i calli, ai funerali, anche a quelli prematuri dei bambini. E, per quanto anche lui, come cristiano, fosse dispiaciuto per quella dipartita, eh, il mondo strano era fatto proprio così: mors tua, vita mea:la prossima domenica per i tanti figli di don Neddu ci sarebbe stato qualche boccone di carne o di pesce in più.
Uno dei motti preferiti da don Puddu, saggio scarparo che era solito emettere sentenze antiche, era: "U picca m'abbasta, l'assai m'assupecchia" (Il poco mi basta, il troppo mi soperchia); ma, davanti alle malattie, era solito dire: "Pani, cipudda e saluti", cioè, preferisco mangiare pane e cipolla e avere anche la salute. Era venuto pure lui, portandosi dietro la sedia dalla casa vicina. Faceva il proprio dovere di cittadino, e onorava pure l'antica amicizia con padre don Cuncettu, che sapeva colpito dalla morte del ragazzo quasi fosse un suo parente stretto.
Erano venuti pure Cicciu Beccu e tutti gli altri della Camera del Fascio, da buoni cristiani, con Pappaciau che portava la bandiera tricolore. Cicciu Beccu, come sappiamo, non solo era uno sfaccendato, ma non aveva neppure né Dio né Madonne e nemmeno Santi. In chiesa ci andò perché ci andarono tutti gli altri. Anche lui, che pur non aveva figli, si era dispiaciuto; ma, a differenza dei tanti cristiani, come per esempio il farmacista Musarra, non credeva che Nino fosse in Paradiso; il ragazzo purtroppo era destinato ad andare sottoterra; e la differenza tra un uomo seppellito e un qualsiasi altro animale (come un cane, come un gatto, come un topo, diceva lui) era che che l'animale, a differenza dell'uomo, giaceva nudo, senza il "vestito di legno". Le sparate di Cicciu Beccu spesso trovavano l'applauso di don Vincenzino, ma quando invece esponeva tali teorie, mandava in malabestia il farmacista, che lo prendeva per asino miscredente....peggio di un ebreo, gli diceva che era.
E alla messa funebre venne pure don Santu Iacitusu, in rispetto al signor Segretario, che, secondo lui, era quello che metteva le tasse comunali, e soprattutto in ossequio al reverendo padre don Cuncettu, che, da un po' di tempo in qua mandava a salutare anche col suo figlioccio Turiddu, al quale non aveva ripetuto più quella faccenda della casa dell'Ospizio e delle tre proprietà.
Don Gnazziu, il padrone di casa del Segretario, che in cuor suo si era sentito come un padre, come uno zio, come un nonno per quel ragazzo, venne in chiesa trasportato sulla sedia da due volenterosi compaesani, piangente come un bambino. In prima fila, come un parente, continuò a piangere sommessamente con la moglie Sara per tutta la durata della cerimonia funebre.
Padre don Cuncettu, che nelle vesti cerimoniali tutto paludato sembrava un altro, sforzandosi invano di non provare commozione, pronunciò un discorso che toccò anche le scorze e le teste più dure. E, dobbiamo dire che ce n'erano altre, che ascoltavano con la bocca aperta o con lo sguardo ottuso, oltre a quelle di Iaffiu Passereddu e dei gemelli Maru e Tanu, i quali, pur non capendo granché, si commossero fino alle lacrime, tanto fu la commovente passione del discorso di quell'uomo. Quando la piccola bara bianca uscì dalla chiesa di San Leonardo, ancora una volta suonarono le campane a festa perché un'anima innocente era volata in cielo verso il paradiso; e don Saru, il pirotecnico, da dietro il palazzo di Bugno sparò undici colpi di mortaio: undici com'erano stati gli anni di vita del piccolo morto. Poi il corteo si mosse lentamente verso la piazzetta di San Cristoforo, dove i saloni e le botteghe si affrettarono a chiudere mezza porta, e i paesani, seduti sulla scalinata della piccola chiesa, si alzarono all'impiedi e si tolsero per rispetto le coppole. La piccola bara bianca, portata a spalla da quattro picciotti, chiamati da padre don Cuncettu, era preceduta dalle ghirlande del Segretario, di Turiddu, di suo padrino il prete, dell'Azienda del Commendatore, del Podestà e degli impiegati del Municipio che vollero associarsi al dolore del collega. Davanti, padre don Cuncettu, che volle portare di persona la grande croce d'argento con l'asta di legno fino al cimitero, il Parroco e il sue vice. Dietro la bara procedevano a capo chino il segretario e Turiddu, affiancati; la gnà Maria, i grandi occhi umidi, fissi davanti a sé; donna Sara, che continuava a singhiozzare; i due fratelli Maru e Tanu, dagli sguardi ottusi e intronati, vestiti di domenica, promossi pure loro tra i parenti; e c'era pure Iaffiu Passereddu, vestito con l'abito stesso col quale lo avevano maritato vent'anni prima a Linguaglossa, alle sei del mattino, l'ora dei peccatori, dato che lui e Maria erano fuiuti. Il brav'uomo cercava di camminare, non come se andasse a zappare, ma dritto, con un certo contegno, dato che era consapevole, orgoglioso di essere il padre del compagno del figlio del signor cavaliere Isidoro Raciti, che era di un paese grande come Giarre, ed era uno che comandava al Municipio, e gli si doveva ubbidienza e tanto rispetto.
Poi veniva il carro funebre di prima classe, tirato da due cavalli grigi coperti di drappi neri, guidato da un vecchio Caronte in livrea e cilindro. Sulla sommità del carro, un angelo di legno vestito di bianco suonava la tuba, simile a quelle del Giudizio Universale. Al passaggio del carro funebre, che a tutti incuteva un'istintiva paura, dato che richiamava l'idea della morte, del cimitero, della sepoltura, più o meno tutti quelli che sugli usci o alle finestre stavano a seguire, sotto sotto facevano scongiuri... Poi seguiva la folla silenziosa, tutti quelli che vollero partecipare di persona a quell'evento triste. E, in fondo, per ultima, a passo d'uomo, la grossa berlina nera mandata dal Commendatore. Dopo la salita della strada del Ponte, da dove si prendeva per il cimitero, il corteo si sciolse, e la piccola bara fu deposta sul carro funebre. Era un carro di prima classe, di lusso, che padre don Cuncettu, per meglio onorare quell'anima benedetta, a sue spese aveva fatto venire dal paese di Giarre, contro la stessa volontà del Segretario che per il figliolo avrebbe voluto una cerimonia quanto più modesta possibile.
La folla si era allontanata per la discesa della strada del Ponte, ma i tre sacerdoti, per espresso volere di padre Cardillo precedettero a piedi raccolti in preghiera dietro al carro fino al piccolo cimitero, dove Nino fu poi sepolto accanto alla madre. Dietro il carro seguivano il Segretario, donna Sara, Turiddu e i suoi familiari. E in fondo, a passo d'uomo, a una certa distanza, la grossa berlina nera mandata dal Commendatore.

ETNA

Il primo di novembre, giorno di Ognissanti, il tempo si era alzato imbronciato. Tuonava sopra la nuvolaglia che gravava bassa sul paese e le campagne circostanti. La foschia come un grigio sipario nascondeva il mare,i monti di Taormina, il Mezzogiorno. La Montagna brontolava anch'essa sotto dense nuvole nere che si srotolavano giù pigre, roteando, fumando lungo il gigantesco pendio. A seconda del vento, si riuscivano si e no a intravedere, ora la cupola della chiesa madre di Giarre, ora quella di Riposto, due paesi da dove tra cinque giorni sarebbe accorsa la maggior parte della gente forestiera a divertirsi alla festa del Patrono San Leonardo.
Alle otto del mattino il grande spiazzo del quartiere Ponte era quasi pieno di animali e di uomini venuti da ogni dove a trattare affari, incuranti del brutto tempo che minacciava di scatenarsi sulla loro fiera, che durava sei giornate, dal primo al sei di novembre, il giorno della festa del Patrono. Nelle putìe di vino, piene zeppe di commercianti e di sensali, gli animi si scaldavano col buon pestaimbotta, per prepararsi ai grandi cimenti della giornata di fiera. Nella piazza, don Micu "u lantirnaru"36 aiutato da due garzoni, iniziava a montare gli archi luminosi all'acetilene; don Sidoru l'elettricista, che era stato apposta fatto venire da Giarre, per la prima volta nella storia del paese parava l'esterno della chiesa madre dedicata al Patrono con lampadine: si arrampicava, saliva, scendeva, andava di qua e di là, senza che gli girasse la testa. «Signori miei, sembra un gatto!» commentava don Neddu il sagrestano,che se ne stette un bel pezzo a guardare a bocca aperta quell'uomo lungo e secco con la sigaretta in bocca che passeggiava per ogni dove sulla sua chiesa, camminando per i cornicioni con la noncuranza appunto di un gatto. - Le lampadine elettriche dovevano arrivare fino alla cupola, fino alla lanterna lassù, perché le luci della festa le dovevano vedere perfino dalle lontane Calabrie! Aspirazione del popolo, volontà del Comune: espresso desiderio e ordine del Podestà in persona, che quell'anno aveva voluto fare le cose in grande in onore di Colui che dall'alto dei cieli proteggeva il paese e i suoi abitanti, che tante volte aveva salvato nei secoli dai terremoti e dalle ire della Montagna.
La gente, turbata e in lutto appena due settimane prima per la morte di un ragazzo, che i più avevano preso in simpatia, anche perché era un povero orfano e all'ultimo per quella sua brutta malattia, aveva quasi dimenticato.
« La vita è stata sempre così: oggi piangi e domani ridi, » filosofava il farmacista, che non si lasciava sfuggire mai nulla degli usi e del carattere dei suoi simili. E del resto era giusto che fosse così: non si poteva certo piangere in eterno. Perciò, malgrado il cielo scuro e brontoloso, in paese c'era aria d'imminente festa. Era da un anno che i cittadini attendevano quelle sei giornate che culminavano con i festeggiamenti di San Leonardo: la messa, la processione per le vie del paese, le bancarelle dei venditori di torrone, di zucchero filato, di caldarroste, di ceci abbrustoliti, di noccioline americane!Don Giuanni che veniva da Giarre a vendere le arancine, le sfingi, le pizze belle calde!...E c'erano anche la grande vendita all'incanto, le nache37, le gare della ntinna38!...E, per finire, a coronamento della memorabile giornata, gli spari finali: razzi, bombe, rotelle pazze39!
Soltanto nelle case di Isidoro Raciti e di padre don Cuncettu non v'era attesa di festa. Il Podestà, visto come si era ridotto quel povero segretario del Comune - pelle ed ossa, dicevano i più; un eccehomo, diceva il farmacista col suo latino di persona addottorata -gli aveva consigliato di riposarsi per qualche settimana, di ritornare in ufficio dopo la festa di San Leonardo. Anche padre don Cuncettu non pareva più lui; l'maccione pareva che avesse perduto quel l'abituale suo piglio fiero, che faceva abbassare gli occhi a certuni quando li guardava fisso leonino; pareva un generale depresso, sconfitto, che aveva sbagliato la strategia dell'ultima battaglia. Da quell'uomo tutto d'un pezzo, impulsivo e passionale che era, aveva confidato tanto - e ciecamente - prima nella fede, e poi nella scienza del medico Nestorini, senza però alcuna conclusione. Il povero ragazzo era morto lo stesso...e quello che ora lo impressio­nava era l'idea - che solo ora lo aveva colpito, e stranamente non prima - che di quella malattia che aveva ucciso Nino, o di un'altra altrettanto brutta malattia, al posto di Nino sarebbe anche potuto morire il suo Turiddu. Eh, sì: anche il suo Turiddu, senza alcun rispetto per l'abito sacerdotale che portava, e senza tener conto che lui - malgrado i suoi peccati di uomo - era pur sempre un ministro di Dio... L'uomo insomma aveva sperimentato personalmente che la vita era incerta, e che è ingenuo sognare, fare progetti per il futuro, se poi d'un tratto ti deve giungere a tradimento il colpo della morte, che non risparmia nessuno, e non guarda in faccia vecchi o bambini, ricchi o poveri. Insomma, anche perché non era certo un forte teorico né un profondo teologo, l'uomo Cun­cettu, riflettendo per la prima volta nella sua vita su queste cose, proprio in occasione della scomparsa del figlioletto del Segretario, entrò in crisi, e non fu più quello di prima: il personaggio ammirato e temuto in paese, l'uomo che aveva incantato soprattutto quel libertino del farmacista,che lo aveva preso a suo alto modello di vita, era caduto in crisi.
Il primo e il due di novembre, nella chiesetta del piccolo cimitero, padre don Cuncettu volle celebrare la messa dei morti, assistito dal chierichetto Turiddu. Il figlioccio del prete era ancora molto triste, sempre con il pensiero fisso al suo compagno, che ora si trovava lì vicino, sotto pochi palmi di terra...dopo tutti quei loro progetti e sogni di avvenire inutili, crollati in quel modo brutto, come un brutto sogno. Chi l'avrebbe mai pensato, all'inizio di quell'estate, che poi sarebbe finita in quel modo?...La morte, che non solo si prendeva i vecchi, ma anche i ragazzi, anche quelli intelligenti e buoni come Nino...
Durante la cerimonia in chiesa, e per tutto il percorso a piedi, Turiddu si era sforzato di non riprendere a piangere. E, per non piangere, si era messo a pensare al suo compagno, quand'era vivo, e alle belle giornate passate insieme nel corso di quell'estate...Per lui, pensare a Nino e a quelle giornate, era come ridare vita al suo povero compagno, che sì, ormai abitava in cielo, e giocava con gli angeli - come gli dicevano sua madre e il padrino - ma che non avrebbe più visto in carne ed ossa e col quale non sarebbe andato al ginnasio, né sarebbe uscito più per quelle memorabili escursioni per il paese e per i suoi dintorni. - Quante volte si era arrampicato sugli alberi a caccia di nidi da portare all'amico!...Un giorno si era messo a piovere, e loro due si erano riparati dentro la casupola in pietra lavica di un pecoraio...Un'altra volta, nell'attraversare una proprietà, furono inseguiti da due cani arrabbiati; fortuna che c'era il proprietario, che richiamò i due cani, e a lui disse: « Porta i saluti di Saru Nicotra a padre don Cuncettu. » ...E quando erano saliti sulla timpa di Monte Bonanno, a Nunziata? Lui si voleva sporgere, ma Nino gli aveva detto:« Stai attento che cadi!»; « Non ti preoccupare,» lui gli aveva risposto: « A me non mi tira già la Marabbecca40», cosa che aveva fatto ridere Nino, che però non ci credeva nella fantomatica Maga Becca, dato che così gli aveva insegnato il povero Segretario...E quando si erano spinti fino alla spiaggia di Fondachello, dove un tempo sbarcavano all'improvviso i pirati saraceni, e al ritorno don Puddu Làstima li aveva fatti salire sul suo carretto nella strada di Carrabba? Quante lucertole aveva preso al cappio mentre Nino lo guardava affascinato per tanta sua bravura!...C'erano stati due vecchi che, incontrandoli, un giorno avevano detto: « Hai la stessa passione tale e quale di padre don Cuncettu, che, quando era ragazzo, se ne andava con Puddu a caccia di lucertole!»...Turiddu pensava pure a quando aveva insegnato a Nino a correre dietro il circolo. E, dietro la bara, gli aveva parlato mentalmente: « Ti ricordi?...dapprima lo facesti cadere tante volte. Quello ti sgusciava di sotto ora a destra ora a manca, e io mi sciaccavo dalle risate!»...E, quando gli aveva insegnato a giocare al tuppettu41, a tirarlo con la lazzata... a giocare al ligneddu42...e a dare pedate alla palla di pezza, come gli aveva insegnato il padrino che aveva appreso quel gioco al seminario?
Nella casa del prete, né padrino né figlioccio parteciparono per quell'anno alla festa del Patrono. Padre don Cuncettu mandò a dire che era malato; non avrebbe officiato in chiesa, né partecipato alla processione per le vie del paese. Per quella volta se la sbrigassero il Parroco e il suo vice; lui era a letto, indisposto.
Turiddu, per un certo tempo, quasi ogni giorno, di pomeriggio, seguì il Segretario che andava al cimitero dai suoi morti, l'animo colmo di inconsolabile rimpianto per quei suoi due cari che se n'erano andati troppo presto, lasciandolo così misero e solo. Poi, com'era naturale e umano, le visite alla tomba del compagno scomparso si fecero a poco a poco meno frequenti: si diradarono...Turiddu, frequentando la nuova scuola, era diventato più diligente, più volenteroso e studioso di prima; perciò, il tempo per farsi i tanti compiti non era mai abbastanza sufficiente. Padre don Cuncettu, che ce l'aveva sempre con certi suoi compaesani, non frequentava più la Camera del Fascio; ogni sera andava a far visita a quel povero padre tanto afflitto, che era diventato ancor più sottile e con le guance ancor più incavate, come un Cristo sulla croce, dopo la scomparsa del suo figliolo. Turiddu, chiuso in casa, studiava con tenacia, perché quello di farsi medico era diventato per lui un impegno, un traguardo da raggiungere, più importante di ogni altra cosa.
I giovani, diceva il prete al povero Segretario che annuiva mesto con un lieve gesto del capo...i giovani, al contrario degli adulti, hanno la grande fortuna di dimenticare presto, intenti come sono al pensiero dell'avvenire. Essi non guardano al passato, ma al futuro...Guai se non fosse così... Né si può piangere in eterno. «Quel ragazzo non poteva certo continuare piangere il suo compagno, » commentò il farmacista, quando, passato un certo tempo, vide padre don Cuncettu che la sera andava da solo, senza più il figlioccio, a fare la visita serale al segretario Raciti. « Eh, dopo che uno muore, il mondo non si può certo fermare!...Questa è la vita...»
Poi scomparve pure il paese, travolto dal fuoco della Montagna, che - come disse quella specie di filosofo di don Puddu "u scarparu" - si abbatté su quelle case "orbu com'u distinu" (cieco come il destino). Per ironia della sorte, erano gli stessi giorni della festa del Patrono San Leonardo...anno 1928...« Ecco, ecco la prova che sono tutte fesserie!» andava dicendo quello sfaccendato di Cicciu Beccu, che, com'era noto, non aveva né Dio, né Madonna e neppure Santi. « Se era vero che c'era San Leonardo a proteggere questo paese, me lo volete dire come la lava lo avrebbe potuto distruggere, e proprio nei giorni della sua festa patronale? » Cicciu Beccu fu uno dei primi a scappare, e si disse che l'unica cosa che poi rimpianse di quel paese fu la Camera del Fascio, dove trascorreva quasi tutta la giornata, e nei mesi estivi magari ci faceva la pennichella pomeridiana, con quell'alito che scendeva fresco come una carezza lungo il canale del Torrente Vallonazzo, che costeggiava la càmmira. La popolazione si sparpagliò nei paesi vicini. Il mesto Segretario trovò ospitalità presso un parente. Don Puddu si trasferì con la famiglia a Fiumefreddo, da dove poi ritornò al nuovo paese, che ricostruirono a valle di quello vecchio, ridotto ormai a un misero ammasso di sciara fumante. Don Vincenzino trovò una farmacia nel centro di Catania, e così donna Lidia se ne ritornò finalmente in città. Più d'un compaesano poi raccontò di aver visto il farmacista tutto intristito: proprio lui, che era sempre allegro, sempre con la sua bella battuta grassa a portata di mano, malgrado fosse spesso sulle spine e intimidito da quella marescialla della moglie. Donna Lidia invece, dentro il taxi, impettita, gongolante, pareva una duchessa che, dopo una noiosa permanenza in campagna che era piaciuta solo al marito, faceva finalmente ritorno al suo bel palazzo di città. Don Vincenzino era invece desolato, tutto preso da una sua malinconia. Aveva amato quel luogo, e ora se ne distaccava con la pena al cuore: vi era nato, cresciuto, vi aveva giocato, vi aveva avuto le sue pacifiche abitudini alle quali ora doveva dire addio. Si conoscevano tutti; quel paese lui lo poteva girare a occhi bendati, e dire porta per porta chi abitava in ogni casa...Quelli della Camera del Fascio poi, erano quattro amici. Qualche malinteso, qualche parola, soprattutto con quell'ebreo di Cicciu Beccu, che ogni tanto diceva sciocchezze sulla religione, ma poi tutto passava, si dimenticava...E ora, lui si chiedeva, a chi le avrebbe raccontate quelle sue belle storielle grasse?...E ci sarebbe stato, a Catania (dove ora si trasferiva con la moglie Lidia) un altro grand'uomo come padre don Cuncettu al quale consacrare tutta la sua ammirazione devota ? No, no, quello era un uomo unico; don Vincenzino era convinto che non ne avrebbe incontrati mai più di grandi personaggi simili.
Quando il taxi partì dietro il camion pieno di masserizie e delle cose della farmacia, don Vincenzino, tutto emozionato, con la voce strozzata e una certa enfasi che fece emettere un ghigno acido a donna Lidia, voltandosi indietro disse che in quel paese morituro gli abitanti erano stati sempre uniti e concordi: « Non solo nella comune grande fede nel santo Patrono...non solo...»...E ora invece, come tanti Giudei si sparpagliavano, chi di qua, chi di là, senza più patria. Eh, la vita era amara, piena di trabocchetti, di cocenti delusioni...E ce n'era per tutti: giovani e adulti, ricchi e poveri. Egli si sentiva piombato di colpo nella vecchiaia, pur avendo appena cinquant'anni, un superato. Quella benedetta lava, si chiedeva, non poteva prendere un'altra strada? Perché si dovevano sfasciare quelle tante piccole cose che - malgrado quella sua moglie - finora gli avevano reso tranquilla e piacevole la vita? Ironia della sorte! era da poco che avevano basolato le due strade principali, molte facciate di case erano state ripitturate, da un momento all'altro si attendeva una grossa personalità del Fascio di Catania per l'inaugurazione del monumento ai caduti...E invece, signori miei, il torrente di lava che veniva addosso a mangiarsi le case, e gli abitanti che non potevano fare altro che pregare o bestemmiare...Quel San Leonardo, poi!, incapace di arrestare il flagello, come dicono che avesse fatto tante volte nei secoli. Certe volte, a un cristiano veniva voglia di ragionare come quell'ebreo di Cicciu Beccu, che non aveva né Dio né Madonne e neppure Santi! Eh, i paesani che sfollavano, e Patron Leonardo Abate che si guardava lo spettacolo assieme ai forestieri - venuti in quantità, da Giarre, da Riposto, da Taormina, da Acireale e perfino da Catania come a una festa - senza, signori miei, scomporsi, senza muovere neppure un dito. E dire che i fedeli, proprio quel giorno, lo dovevano festeggiare! Ma quello che ancor meno riusciva a capire il piccolo farmacista era che padre don Cuncettu, con la sua tanta energia, col suo tanto coraggio - lui, uomo di panza e di sostanza, oltre che di currìa - era stato fra i primi a far fagotto e andarsene, come un generale che fugge rinunciando alla battaglia. Da quando non c'era più quel benedetto ragazzo del Segretario, il prete non pareva più lui, sembrava un altro: « Manco se gli fosse morto uno del suo stesso sangue! manco se gli fosse morto lo stesso Turiddu!»
Forse il prete era rimasto fortemente scosso dagli improvvisi e inaspettati avvenimenti: prima la morte di quel santo ragazzo, poi lo scempio che la lava aveva fatto del natio paese, che neppure il sacro simulacro del Patrono era riuscito ad arrestare, tremendo come una punizione infernale. E, chissà, forse il prete alla fine aveva fatto anche un esame di coscienza: ripercorrendo la sua vita, forse vi aveva trovato qua e là certe pecche, certe macchie che era finalmente ora di farne ammenda, di tentare di farsi perdonare da Lassù con la preghiera e la penitenza: a cominciare da quell'entrata in seminario senz'alcuna vocazione...e poi...e poi, tutto il resto. Fatto sta che, dopo una breve permanenza in un collegio di Catania, prese una decisione stoica: anziché pensare a ritornare al suo paese che sarebbe stato da lì a poco ricostruito di sana pianta, si ritirò, come per mortificarsi, lontano. Per alcuni anni fece il vice parroco in una chiesa alla periferia di Acireale. Più d'un compaesano commentò stupito che un padre don Cuncettu vice parroco come un prete qualsiasi - lui, che se voleva era capace anche di dirigere un arcivescovato! - nessuno se lo sarebbe mai potuto aspettare.
Don Vincenzino, saputo che il suo Cuncettu si trovava a fare il prete in una chiesa della vicina Acireale, un giorno - col permesso della signora Lidia che al solito l'aveva dovuta pregare in ginocchio - partì per andare a trovarlo, in quello che per lui era un pellegrinaggio laico. Però, una volta in chiesa, non trovò il coraggio di avvicinarglisi, di presentarglisi, sia per la sua antica soggezione verso quell'uomo per lui straordinario - un mito - e sia perché ne era rimasto turbato, scosso e anche impietosito...e, diciamolo, anche fortemente deluso. Perché, signori miei, padre don Cuncettu, non era più lui; al farmacista, che da dietro a una colonna della chiesa col solito timore reverenziale lo guardava a distanza, parve la caricatura di se stesso; era la parodia di quel grande uomo che lo aveva sempre affascinato, fin dal suo ritorno in paese dopo il luminoso periodo di Caltagirone, tanto ricco di glorie. Un colpo di pressione aveva menomato il prete, che ora, smagrito, tutto pelle ed ossa, spelacchiato come un vecchio gatto, se ne stava inginocchiato per ore; a tratti prendeva a battersi convulsamente il petto, interrompendosi dopo solo pochi colpi, ansimante ed esausto. E allora rimaneva come in penitenza, soffermandosi specie davanti all'altare dell'Addolorata, a tartagliare, a biascicare preghiere dietro preghiere, la bocca storta, con una voce che non era più la sua. Da quando gli aveva preso il colpo, spiegò il sagrestano, faceva sempre così.
« Possibbili, possibili ca n'omu daccussì ranni si potti ridduciri nta stu modu?» Possibile che un uomo così grande si era potuto ridurre in tale modo?...uno svanito, uno svuotato d'ogni energia, un povero rincoglionito?... lui, la cui sola sua presenza bastava a mettere in soggezione un vasto uditorio!...Il farmacista non si dava pace. « Ah, chi è sta vita, cu è l'omu? » Ah, cos'era mai la vita? cos'era mai mai l'uomo?
Poi, dopo alcuni anni, nel nuovo paese, ricostruito a valle da quello distrutto dalle lave dell'Etna, un giorno giunse la notizia che don Concetto Cardillo era stato trovato morto nel sonno. Negli ultimi mesi per carità cristiana l'avevano portato in una casa per vecchi sacerdoti.
Per alcuni anni dopo quell'eruzione del 1928, spesso, con ogni tempo - col sole, col vento, con la pioggia - si vide una figura umana, sottile come un manico di scopa, vestita sempre di nero, le mani giunte, il capo chino sulla coltre di masse scure, cupe, informi, sotto le quali era sepolto il piccolo cimitero del paesino distrutto. Poi non la si vide più. Era il povero Segretario.

IL FIGLIO DOTTORE

Una sera di una quindicina di anni dopo la scomparsa di Nino, al balcone di una delle case popolari del nuovo paese rinato si affacciò un omino incurvato, che da poco era giunto stanco morto dalla vigna della Cutula; vigna che la buon'anima di padre don Cuncettu aveva avuto la bontà di lasciare a suo figlio Turiddu, assieme ai due giardini di Carrabba e di Passagliastro. C'erano pure una casa, grande come quella dell'antico quartiere Ospizio e un conto in banca la cui entità il brav'uomo si confondeva a calcolare. Come un ubriaco, Iaffiu Passereddu si mise a urlare sulla strada, pazzo di gioia: «Haiu n figghiu dutturi!...Haiu n figghiu dutturi!...Haiu n figghiu dutturi!...» (Ho un figlio dottore!... Ho un figlio dottore!...Ho un figlio dottore!...) Il sogno della sua vita si era finalmente realizzato. Anche il Passereddu aveva un figlio dottore, come ce l'aveva don Nicola Cassaniti, che possedeva giardini, vigne, castagneti e soldi a palate. La notizia che Turiddu Bucca era uscito medico, medico nientedimeno che dalla stessa Università di Roma, dove il suo padrino aveva prescritto che lui dovesse compiere gli studi superiori, era giunta con un telegramma. E la cosa si era subito sparsa per il paese, dal "Piano dell'Asilo" fin laggiù al "Piano della Chiesa" e a quello delle scuole. «Turiddu, Turiddu Bucca, appuntu: u figghiu di Maria Linguarussisa... e dâ bbon'anima di patri don Cuncettu Cardiddu... n figghiu di buttana furtunatu...» (Turiddu, Turiddu Bucca, appunto: il figlio di Maria Linguarussisa e della buon'anima di padre don Concetto Cardillo... un figlio di puttana fortunato), commentava sotto sotto qualche invidioso in paese, dispiaciuto di tutti quei beni che Turiddu aveva ereditato dal defunto prete.
Alla Linguarussisa, alla notizia che Turiddu era diventato dottore erano sorrisi gli occhi di gioia. Eh, quel suo figliolo, non solo era diventato dottore ma alcune vicine di casa erano venute a dirle che in paese s'era messa a correre la voce che a Turiddu, appena patentato dottore, all'Ospedale per la sua spirtanza l'avevano messo per subito a fare operazioni, signori miei, anche importantissime! La notizia l'aveva portata un compaesano che faceva il soldato nella Capitale Roma. Insomma, Turiddu Bucca si era messo proprio sulla giusta strada per diventare un pezzo grosso, giusto come fin da ragazzo avevano previsto in paese che sarebbe diventato: quello spatiolo, quel figlio di buona madre, che crescendo si era fatto sempre più somigliante a padre don Cuncettu, per intelligenza, per spirtanza, nonché per personaggio: così alto, come suo padre naturale così bello, così esuberante, così aitante e imponente...E chissà - si diceva pure in paese - nella Capitale Roma quante ne aveva già combinate lui, e quante ancora ne stava combinando, con signore e signorine, e anche con le stesse pettorute e chiappute infermiere, che ce n'erano, signori miei, che ce la facevano svegliare anche a un operato grave!... Si poteva mettere tranquillamente la mano sul fuoco che anche in questa "materia pilusa"43 Turiddu ne aveva preso direttamente da padre don Cuncettu!
La Linguarussisa, se da un lato era contenta di cotanto figlio, talmente bravo che all'ospedale di Roma l'avevano messo per subito a fare operazioni, dall'altro sembrava come invecchiata, svigorita. Per rispetto ma anche per timore del figlio Turiddu ( al quale lei, come, madre sapeva meglio di qualsiasi altra leggere nel pensiero,) si era rassegnata alla casta angustia della vita domestica. Ormai faceva vita ritirata, vita di casa...anche se ancora lei se la sentiva... Altro che se la sentiva ancora la gnà Maria!..A cinquant'anni lei sentiva ancora dentro di sé la forza, l'impeto, gli stessi ardori d'una volta. Ma a legarle mani e piedi c'era quel suo figlio Turiddu. Non che le avesse mai accennato o rimproverato o rinfacciato alcunché, questo no: era un bravo caruso per fare una cosa di questa a chi lo aveva portato al mondo. Ma lui, facendosi grande, era diventato diverso; era diventato serio. Era diventato anche, come dire, «tanticchia suspittusu,» un po' sospettoso, insomma. E inoltre ora aveva « na vaddatura diversa di chidda di na ota. » Turiddu non guardava più lei, sua madre, così come la guardava un tempo, quand'era ragazzo, ecco... Insomma non se lo sapeva spiegare esattamente neppure lei, che l'aveva generato, com'era ora diventato suo figlio Turiddu.
Anche l'ultima volta che era venuto in famiglia, lui era stato « nirbusu, com'â uno ca avi l'ou vutatu » nervoso come uno che ha l'uovo voltato di traverso, che non vuole uscire. Invece di ridere, di essere allegro come quand'era ragazzo, di essere contento di trovarsi in famiglia, invece di raccontare a sua madre tante belle cose della sua vita di dottore, della sua vita nella Capitale, per esempio com'era e come si chiamava la sua nuova fidanzata, lui se n'era rimasto come un orso. Durante le ultime visite del figlio dottore, la Linguarussisa si era pure accorta che Turiddu all'improvviso chinava la testa e si metteva a pensare, chissà perché e chissà a che cosa: signori miei, tale e quale il suo padrino, ricordava la donna, dato che anche la buon'anima di padre don Cuncettu a volte aveva il vizio di cadere pure lui all'improvviso in certi suoi pensieri. Per un pezzo se ne stava in quello strano modo, in silenzio, senza neppure darle retta, neppure quando a lei veniva una gran voglia di recitare con lui le solite grandi loro preghiere.
La Linguarussisa si era rassegnata alla vita domestica, non solo perché quel suo figlio, anche se stava lontano, e in famiglia veniva di rado, era troppo intelligente, troppo sperto per potergli fare intendere pure a lui - come a Maru e a Tanu e suo marito Iaffiu - una cosa per un'altra, ma anche perché, signori miei, ogni cosa andava fatta a suo tempo... A rifletterci con coscienza, lei aveva raggiunta l'età di esser nonna e poteva considerarsi appagata, meglio di tante altre. Anche se era capace di dire ancora la sua, si era perciò saggiamente rassegnata. Ora lei badava alla casa, al marito, e anche a quelle solite teste dure dei gemelli Maru e Tanu, che ora lavoravano a giornata nei giardini circostanti, eterni bersagli dei lazzi, degli scherzi dei soliti inguaribili buontemponi. (I due giovanotti non sapevano capacitarsi come mai loro due seguitavano a essere presi di mira da quegli scherzi, dal momento che ora erano diventati importanti. Perciò, Maru chiedeva a Tanu e Tanu chiedeva a Maru: «Ancora non capisciu picchì chissi sechitanu a nsurtarci macari ora, datu ca semu divintati frati di dutturi!» Ancora essi non capivano perché quelli seguitavano a molestarli anche ora che erano diventati fratelli di dottore! ) Eh, si lamentava la Linguarussisa, quei due poveri suoi figlioli erano tali e quali quel poveraccio del loro padre! che nemmeno lui si era mai saputo difendere dalla spiritosaggine di certi approfittatori della dabbenaggine altrui.
La donna spesso amava ritornare con la memoria al vecchio paesino. Là aveva trascorso i suoi anni più fattivi; là aveva avuto picciottanza, animo, vigore. Là aveva avuto tutto quello che avrebbe potuto desiderare una picciotta vigorosa e latina come lei. « Ma sempri nell'interessi di mo figghi, ca nta casa ebbiru sempri tuttu u bbeni di Ddiu... Non disidiraru mai nenti, iddi...» Ma sempre nell'interesse dei figli, che in casa, grazie appunto a lei - la loro madre, che aveva la testa sulle spalle e la spesa se la sapeva guadagnare - avevano sempre avuto tutto il ben di Dio... Non avevano mai desiderato nulla, loro.
« Senza dari ntall'occhiu e seza dari scannalu,» amava riconfermarsi la donna: « a occhi vasci, risirvata, senza pistari a cuda e nsurtari a nuddu. » Senza dare nell'occhio e senza dare scandalo, a occhi bassi, riservata, senza pestare la coda e molestare alcuno. Lei inoltre si sentiva di essere stata sempre una cristiana educata: "Sebbenedica" a questa e "sebbenadica" a quella, alle signore che meritavano rispetto, dato che lei, anche se ogni sera faceva ritorno a casa con la truscia (sporta) piena, non si era certo montata la testa, e non si sentiva promossa a signura. Lei era una che sapeva stare nelle sue e che mai aveva pisciato fuori dall'orinale.
Ma non se la sentiva, lei, di potersi rimproverare alcunché. Nella grande casa dell'Ospizio, ormai ricoperta da chissà quanti palmi di sciara nera, non aveva mai sfasciato case, lei. « Mai fici ciangiri matri di famigghia, rubbatu mariti, mai ci livai u pani dâ ucca a poveri picciriddi. » Mai aveva fatto piangere madri di famiglia, lei: rubato mariti, tolto il pane di bocca ai loro poveri bambini. « E poi a carni è carni...e ccu so, una, si non fa mali a nuddu, è patruna di fari chiddu ca oli. » E poi la cane è carne...e col suo, una, se non fa male a nessuno, è padrona di fare quello che vuole: beninteso nell'interesse della famiglia, dato che il piacere ci voleva, sì "a ddari n certu sucu â vita, c'annunca a vita diventa liscia" a dare un certo sapore alla vita, che altrimenti sarebbe insipida; ma il piacere era la cosa che aveva sempre cercata come secondo scopo una buona madre di famiglia, massariata e con la testa a posto come lei.
E poi, in fin dei conti, da che mondo è mondo, il Signore, la Madre di Dio e San Leonardo poi tutto dimenticano e perdonavano nell'infinita loro misericordia. Bastava che dopo una, in tutta sincerità si facesse un bell'esame di coscienza.
« Basta pintirisi, cunfissarisi, ittarini n terra a ddiri avimmarii e patrinostri davanti all'artari dî Santi, e ttuttu veni sistimatu ccu Celu e ccu stissu Patriternu, eccu...» (Basta pentirsi, confessarsi, buttarsi per terra a dire avemarie e padrenostri davanti agli altari dei Santi, e tutto viene sistemato col Cielo e con lo stesso Padreterno, ecco...) Questo a Maria l'aveva insegnato la gnà Paula, sua madre. Gliel'aveva insegnato fin da ragazza, fin da quando le era venuto per la prima volta il marchese44, e lei era diventata signorina, e gli uomini avevano cominciato a guardarla e a cercarla. La gnà Paula, per tirare avanti la famiglia, alle sue cinque figlie femmine l'aveva sempre dato lei, buon'anima, l'esempio primo. « E senza tanti scrupoli di ciriveddu, » senza tanti scrupoli per la testa. Era una bella pic-ciotta, rimasta vedova, signori miei, a soli trent'anni, quando una ancora fa scintille!..« Chi autru puteva fari ccu cincu ucchi di sfamari, povera cristiana! » E, d'al-tra parte, cos'altro poteva fare con cinque bocche da sfamare, povera cristiana! Il pane era pane; e poi, l'uo-mo non è fatto di legno, e una povera donna, pure lei di carne, volente o nolente finisce anche lei con l'arren-dersi: anche lei finisce col divampare al fuoco di tutti quegli occhi di uomini che le stanno addosso senza dar-le tregua, come tanti assatanati!
Ma la Linguarussisa, che continuava a conservare una venerazione filiale per la gnà Paula, sua madre buon'anima che era stata anche la sua maestra, non solo di leggere e scrivere, nutriva anche un cruccio nel cuore. Lei si sentiva sola, non potendosi considerare di certo compagnie quelle dei figli Maru e Tanu, che non parlavano mai, o quella del marito, che appena ritornava dalle campagne, dopo un pasto frugale si buttava subita nel letto e piombava in un sonno profondo. Eh, San Leonardo le aveva fatta, la grazia di mandarle quel suo figliolo Turiddu: il suo prediletto, così bello, così sperto, un tempo così scherzoso e chiacchierino: certo, certo... Poi però lo stesso San Leonardo per volere di Dio gliel'aveva portato via. Lei lo aveva quasi perduto, quel suo figliolo, e questo nel giro di soli pochi anni. Prima, perché era andato in collegio, a Catania alla scuola del liceo, e dopo perché era andato a Roma a fare l'Università per farsi dottore, come aveva voluto padre don Cuncettu, che, quando si metteva in testa una cosa, si doveva fare sempre come voleva lui...
« Ah, cchi omu putenti, vigurusu e risulutu era ddu patri don Cuncettu, bbon'anima, ca, bbinidica, era talmenti bbunnanziusu e firrignu ca ni faceva e nn'aveva ppi ddui!» Ah, che uomo potente, vigoroso e risoluto era quel padre don Cuncettu, buon'anima, che, bontà sua, era talmente abbondante e ferrigno che ne faceva e ne aveva per due! Se lo ricordava bene lei, e con tanta nostalgia, quando il padrino di suo figlio in quell'antica casa dell'Ospizio - ormai sepolta da chissà quanti palmi di sciara nera - la faceva mettere con la faccia al muro a pregare... e lei si sottoponeva ubbidiente a quella tanta carica, a quella suprema vigoria, senza fare storie, anzi accogliendo con pieno gradimento tanta abbondanza, tanta grazia di Dio: quando e come e dove voleva lui, che certe volte, specie quando arrivavano le prime calure della primavera, le restavano certi segni per un paio di giorni...
« Eh, tempi passati, tempi irripitibbili! » Eh, tempi passati, tempi per lei irripetibili.
Turiddu era davvero cambiato. Non era più quello d'una volta: un ragazzo socievole, allegro e pronto allo scherzo. Era diventato un altro: un tipo di poche parole, che non rideva, che parlava in italiano, e, specie dopo che si era fatto medico, veniva sempre più raramente al suo nuovo paese, a trovare sua madre, quei babbasoni dei suoi due fratelli e quel poveraccio di Iaffiu che sempre lo nominava e che sempre stravedeva per lui: "il suo figlio dutturi!"« So figghiu,eh! » Suo figlio, eh!, faceva con mezzo sorriso la Linguarussisa. Al poveraccio non era mai passato per la povera testa che in quella pasta di suo figlio Turiddu, lui, di suo non ci aveva messo proprio nulla oltre al cognome! Il poveraccio non si capacitava come mai quel suo figlio dottore scrivesse solo raramente, e che soltanto poche volte aveva sentito il bisogno di venire in paese a rivedere lui, suo padre che lo voleva tanto bene, e il resto della famiglia.
Eh! il padre si lamentava dei rari ritorni a casa di suo figlio Turiddu, ma non sapeva il Passereddu dell'amaro fastidio che Turiddu ogni volta provava nel ritornare al suo paese. Dato che ogni volta che vi ritornava, nelle facce, negli occhi, nei gesti dei compaesani - lui che aveva un occhio vivo e penetrante "da chirurgo" - coglieva o credeva di cogliervi certe allusioni, certi ammiccamenti maliziosi, che pare dicessero: « Va bene che ora sei diventato qualcuno, ma lo conoscevano tutti il tuo vero padre e come ti sono piovute dal nulla tutte queste ricchezze! »
Finchè era stato studente, tutto preso dallo studio e dall'idea di riuscire a farsi medico, quel dubbio tormentoso lui era riuscito più o meno a combatterlo, a tenerlo a bada dentro di sé, rimovendolo, mettendogli davanti - come a coprirlo e nasconderlo - le materie che doveva superare per riuscire dottore. Ma, una volta liberatosi dal peso e dal pensiero degli studi e degli esami, ecco che "quel particolare altro pensiero" era balzato fuori, liberamente, quasi fosse una palla di gomma che a lungo era stata costretta in modo innaturale a stare sott'acqua.
Stranezza delle cose, a mettere legna sul fuoco, ad alimentargli ancor di più il sospetto, era stato proprio quel lascito: l'eredità avuta, ufficialmente come figlioccio, dal suo padrino. Una eredità, che se da un lato gli era riuscita assai gradita, dato che lo aveva reso ricco, dall'altro era stata per lui come una coppa di orina offertagli sopra un vassoio d'argento, con un risolino furbo appena dissimulato da quel notaro di Giarre, che gli aveva letto il testamento. Era diventato ricco, certo, ma anche con quella nomea, che non portava certo lustro né a lui né alla sua famiglia. Nomea che infamava la madre, nomea che metteva in ridicolo lui stesso, quel povero diavolo di suo padre e quei poveri cristi dei suoi fratelli...Lui avrebbe preferito di esser povero, di esser operaio, magari un povero babbeo come Maru e Tanu, pur di non avere quello stigma, quella macchia che li macchiava tutti.
Turiddu Bucca cercava di dimenticare: cercava come meglio poteva di rimuovere dentro di sé l'ingombrante immagine del prete; immagine che se da un lato gli suscitava sensi di umana riconoscenza, di amore e di simpatia, dall'altro gli dava quasi una specie di ripulsa e di fastidio. Era un fastidio che lo prendeva a tratti, specie quando, nelle ore di riposo e di riflessione, dal fondo dell'anima sentiva risalire spontanee e petulanti certe idee, certe voci moleste... Venivano a ripresentarglisi, a rivoltarglisi certi ricordi, certi particolari, certi episodi della vita di allora, in quella casa dell'Ospizio. Cose che lui a quei tempi non poteva pienamente afferrare. A quei tempi era troppo spensierato, troppo allegro, troppo innocente, per poter capire certe cose da persone grandi. Ma ora tornava a ricordare, a riconsiderare, a riesaminare in una nuova luce, con l'occhio e la mente di adulto...
Ora, malgrado il suo senso di riconoscenza, era diventata tale quella specie di ripulsa che lui provava per il prete, che ogni qual volta da quella sua lontananza romana di spazio e di tempo tornava con i suoi ricordi al
paese natìo, si sforzava di rimuovere dalla scena l'immagine del padrino. Non che fosse un ingrato, no, per carità, anzi, tutt'altro: doveva quasi tutto a quell'uomo. E lui lo sapeva. Ma il pensiero che un prete - o comunque un'altra persona - potesse essere suo padre, lo infastidiva, feriva il suo orgoglio, anche se quel prete poteva essere quell' uomo, grande, forte e generoso come padre don Cuncettu.
Comunque, malgrado non ci fossero prove certe, "scientifiche", tutto, tutto, purtroppo era possibile: anche che lui fosse realmente un bastardo...E questo lui lo sapeva, e lo turbava, e non poteva farci nulla. Con chi se la poteva prendere: col padrino?...con sua ma-dre?...E poteva, lui, mettersi ad odiare la madre che lo aveva generato e lo stesso padrino, dopo tutto quello che aveva fatto per lui?...Quell'uomo lo aveva voluto tanto bene, e lui ne era profondamente e dolorosamente consapevole...Insomma, Turiddu Bucca si trovava co-me sospeso: se da un lato non gli sembrava giusto pren-dere in odio il presunto padre naturale, dall'altro non se la sentiva di cedere all'idea di essere un bastardo senza che il suo intimo e il suo orgoglio reagissero e prote-stassero.
In verità Turiddu Bucca, che non era certo un fesso babbeo, come i sue due fratelli Maru e Tanu, aveva cominciato a insospettirsi della cosa fin dagli anni del ginnasio. Certe allusioni dei suoi nuovi compagni di scuola, certe battute del farmacista, per esempio, o di Cicciu Beccu, o don Gnazziu Sciancatu, ma anche di altri, erano stati alquanto eloquenti, e lui ne aveva riportato un segreto fastidio: ogni volta se l'era sentite penetrare nella carne come certe spine dei rovi del torrente Vallonazzo...Il padrino, suo padre? Ma via! Come potevano insinuare una cosa simile ?! aveva cercato di obiettarsi fin d'allora dentro di sé il ragazzo, anche se con una certa ombra di vago sospetto...una piccola macchia che poi si era allargata via via con gli anni. Ecco perché, anche dopo che era ormai passato tanto tempo da allora, quando riandava con i ricordi al vecchio paesello natio, Turiddu Bucca, ripercorrendone le strade e i vicoli sassosi, se in qualche crocicchio gli capitava di imbattersi nel suo padrino, al quale lui pur tanto doveva - anzi, gli doveva quasi tutto -faceva finta di non vederlo, gli girava le spalle, oppure cambiava strada.
Turiddu nei suoi ricordi sulle cose di un tempo desiderava ritrovare solo il suo compagno Nino, specie negli ultimi tempi, che erano tristi tempi di guerra, quando lui, come per sfuggire a tutti quegli orrori cercava di rifugiarsi nei puri ricordi della fanciullezza. E allora riandava con la memoria a quell'amicizia singolare col povero Nino; un sodalizio iniziato sui banchi di scuola e presto divenuto così stretto, così forte, così esclusivo...le spericolate divertenti esaltanti escursioni nei dintorni del paese, i sognanti progetti di quella loro ultima estate. Ma poi, poi, dopo tanti progetti, tanti sogni comuni, ecco giungere improvviso quel male cui nulla poté, né la scienza né le tante inutili preghiere: sue, del Segretario, del padrino, di donna Sara, di don Gnazziu, e di tutti coloro che volevano bene a quel povero ragazzo. Stavano sempre insieme; la loro amicizia "eterna" pareva non li dovesse separare mai. Mai!, anche se lontani nello spazio e nel tempo si sarebbero dimenticati l'uno dell'altro! Eppure, la morte li aveva separati assai presto, e Turiddu ora aveva sperimentato dentro se stesso che il tempo, stendendo il suo pietoso velo d'oblio, aveva spaiato anche le loro anime, che allora erano pur sembrate inseparabili.
Eh, il tempo prima o poi finisce col cancellare tutto, anche quello che ci sembrava imperituro, eterno. Ora quel ragazzo, malgrado lui nel suo ricordo cercasse di ricomporselo così com'era nella sua vita, si era ridotto solo a una vaga immagine sbiadita; anche perché, non possedendo neppure un suo ritratto, ne aveva quasi del tutto dimenticate le fattezze del volto. Strano, eppure lui si ricordava quasi di tutti: quel pettegolo erotomane del farmacista, per esempio, lo aveva come davanti agli occhi: lo avrebbe potuto disegnare, addirittura, se avesse avuto il dono del disegno! E, come lui, tanti altri di quel paese. Ma a Nino, stranamente, chissà perché, non riusciva a ricomporselo nella mente, se non in modo assai vago.
Per uno strano fenomeno che non riuscì mai a sapersi spiegare, fino alla fine, a lui, che pur avrebbe voluto che accadesse tutto il contrario, l'immagine del suo compagno Nino si era come sbiadita e quasi cancellata nella sua memoria, invece il padrino lo ebbe sempre esattamente scolpito nella mente, chiaro e distinto, quasi l'avesse davanti.
Sua madre un paio di volte sorridendo gli aveva detto che lui aveva lo stesso orgoglio, ma anche la stessa tendenza alle fissazioni di padre don Cuncettu. A che voleva alludere con ciò sua madre? Che forse lui era figlio del prete, e aveva i suoi stessi difetti? Ma lui era veramente figlio del prete?... Certezza assoluta non ce ne poteva essere, né prove scientifiche. D'altra parte, lui rassomigliava tutto a sua madre. Quanto ai suoi occhi azzurri, azzurri come quelli del padrino, beh, questo si sarebbe anche potuto spiegare ricorrendo alle stesse leggi di Mendel: vuol dire che c'era stato qualche suo antenato con questo carattere che lui ora aveva mendeliamente ereditato, ecco. E poi: non lo diceva forse la sentenza antica che "Mater sempre certa est, pater nunquam" ? Dunque: ci poteva essere solo il dubbio. Un dubbio che tuttavia lo turbava...
E questo segreto sospetto, questo segreto cruccio, questo pensiero irrisolto (che lui per il suo orgoglioso puntiglio non sapeva superare in un atto di pietà ma anche di generosità verso se stesso, verso la madre e lo stesso padrino,) fino alla fine... Dato che anche lui, poi, finì, morì. Una mattina di gennaio dell'anno 1943 un appuntato dei carabinieri portò alla famiglia di Bucca Alfio la notizia che il capitano medico Bucca Salvatore di Alfio era caduto, nel compimento del proprio, dovere durante un'incursione nemica, dove veniva colpito l'ospedale da campo. Quando il massaro venne a Catania e glielo disse, a don Vincenzino cascarono le braccia. Il simpatico libertino era invecchiato, deluso della guerra, della vita, di tutto. « Pure lui?...Turiddu?...Turiddu Bucca?» « Appunto,» confermò il massaro: «quello che dicevano che era figlio della buon'anima di padre don Cuncettu Cardiddu...Voce di popolo...» « Pure lui?...dopo tanti studi!...dopo tanti sacrifici!...E che è questa vita?» Il farmacista non si dava pace...Il suo mondo era crollato: prima il paese, poi il suo idolo padre don Cuncettu, tanti altri suoi conoscenti...e ora sentiva che era morto pure Turiddu, così giovane, pure lui.Senti, neppure Turiddu Bucca c'è più, Lidia! »
Nemmeno donna Lidia era più la stessa; aveva il diabete; aveva anche paura di rimanere sepolta sotto le macerie dei bombardamenti...L'avrebbero raccolta? L'avrebbero seppellita?...Ora, a distanza di tempo, rimpiangeva pure lei la vita semplice di quel paesino che non c'era più, dove lei faceva una vita tranquilla e dove tutti la tenevano in considerazione come moglie di chimico farmacista, mentre lì, a Catania, era una signora come tante altre...
Ma taluni del solito popolino si misero a dire che, essendo Nino e Turiddu nati lo stesso anno, lo stesso mese, lo stesso giorno e quasi alla stessa ora, e avevano persino succhiato lo stesso latte allo stesso petto, ed erano stati anche inseparabili amici, essi erano legati tra loro dallo stesso destino. Perciò, ci furono alcuni che dissero che "Ninu si chiamau a Turiddu".Cioè: Nino si chiamò Turiddu, sottinteso "nella tomba"...Anche se quella specie di filosofo di Cicciu Beccu, che continuava a non avere né Dio né Madonna e neppure Santi, e che ormai si era fatto vecchio pure lui, ebbe a dire, al suo solito, che erano tutte fesserie...
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NOTE
1.È il cimitero, chiamato così per la presenza del cipresso, dalla chioma appuntita (pizzuta), appunto.
2.Ben nutrito e colorito; bene in salute; robusto, ma non grasso.
3. Cioè dal pene (miccia) piccolo. O comunque, uomo poco virile.
4. Cioè uomo dal parlare acido, pieno di livore, risentimento, malanimo.
5. Camera; ma qui nell'accezione di circolo ricreativo, sezione di partito politico.
6. Schiaffo dato sul collo, talmente forte da poterlo scorzare (composto da scorcia = scorza e collo)
7. Gigantesco castagno nei pressi del paese di Sant'Alfio, sotto le cui frondi, secondo la leggenda tale regina Giovanna riparò con ben cento cavalieri, giacendo a turno con loro. Ed è rimasto proverbiale dire appunto a una donna:"insaziabile come la regina Giovanna".
8. Con le labbra incavate, che sembrano come succhiate ("sucate") all'indentro.
9. Cioè "fuggito". A quei tempi, quando due giovani che si volevano, non si potevano sposare per dei contrasti familiari, facevano la "fuitina": fuggivano, e poi seguiva il matrimonio riparatore.
10. Il togliere le foglie secche alle viti.
11. Espressione volgarotta; letteralmente "Regina del salame", dove per salame s'intende l'organo maschile.
12. Letteralmente "Morte subitanea", cioè "Che ti venga una morte improvvisa". Ma è un'espressione detta per ischerzo, senz'alcuna intenzione malevola.
13. Scherzo che un tempo si faceva ai ragazzi troppo appiccicosi per toglierseli davanti. Si mandavano generalmente in una bottega a comprare tot soldi di "trattinitimi"(trattenetemi) per essere appunto trattenuti un po' lì...
14.Erba mangereccia.
15. Canale di irrigazione.
16. Stabilimento agrumario, dove dai limoni si estraggono i vari prodotti, quali il cosiddetto "pastazzo"(massa graveolente del limone uscito dalla pressa) il citrato di sodio, lo spirito.
17. Citrato di sodio, usato in medicina come antiacido.
18. Personaggio realmente esistito, morto ammazzato alla fine dell'800. Su quest'uomo che pare fosse coraggioso, forte e anche prepotente fiorì una serie di mirabolanti aneddoti, ancor oggi nella memoria dei compaesani.
19. Uomo coraggioso, che non ha paura, che sa tenere il tutto nello stomaco, al contrario dei paurosi che se la fanno sotto.
20. Uomo di cintura ("currìa"), cioè capace di togliersi la pesante cintura e mettersi a dare colpi a tutti, per malandrineria o per difesa personale..
21 Fico fatto seccare per intero.
22. Intelligenza,furbizia e capacità pratica messe insieme.
23 Qui nel significato di "stare zitti" come se si avesse la pipa in bocca.
24. Tipo di gioco, nell'altra facia della dama, detto pure tre, tria, filetto, smerelli.
25. La Montagna per antonomasia è qui l'Etna.
26. Venditore di ceci.
27. Qui, nel significato di terrazzo di natura lavica, che da un lato finisce con un precipizio.
28. Magma ormai spento. Forma dei campi dette sciare.
29. Ceci abbrustoliti.
30. Quest'espressione era tipica della zona, e ricorreva spesso, intercalata nel discorso.
31. Cioè carne dura, che resiste alle ferite.
32. Circa 800 grammi.
33 Cioè, molesto, ma anche spiritoso.
34. Bricconcello. 4
35 Misura li liquidi della zona, pari a 70 litri circa.
36 Mastro che nelle feste patronali provvedeva all'illuminazione con lanterne all'acetilene.
37 Dondoli a forma di barca, un tempo spesso presenti nelle feste patronali.
38. Palo di legno, reso molto scivoloso con sapone, grasso, pale di fichidindia, con in cima premi vari: salsicce, formaggi, ricotta, ecc., bottino di chi riusciva a raggiungerli fin lassù, con grande spasso degli spettatori.
39 Girandole.
40. Storpiatura dialettale di Maga Becca, personaggio favoloso che tirava giù i ragazzi spericolati che si sporgevano eccessivamente alla finestra.
41. Trottola di legno, che si faceva girare tramite una cordicella (lazzata)
42. Letteralmente:piccolo legno. Gioco di fanciulli. 43. Letteralmente "materia pelosa", cioè materia sessuale.
44. Sono le mestruazioni.

INDICE

Turiddu si deve fare dottore
Padre don Cuncettu
Maria Linguarussisa
Iaffiu Passereddu
Il farmacista e sua moglie
Il segretario Raciti
Turiddu
Nino
Per Màscali e dintorni
Malelingue
Intermezzo: dispute all'ex Circolo dei Nobili
La malattia di Nino
Il figlio dottore
Note
39
37
38
39
46
47
48 vo
50
43
44

[ps1]Iuciuliante


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