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lavoro pubblicato giovedì 30 aprile 2009
ultima lettura giovedì 5 dicembre 2019

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CORIMORTU

di spadero. Letto 789 volte. Dallo scaffale Fantasia

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Spadero

CORIMORTU

Era lungo e secco, con il volto pallido e le guance come succhiate, proprie di chi con gli anni non gli sono rimasti che pochi denti in bocca. Il nomignolo di «Corimortu» gliel'aveva appioppato lo stesso cazzusaro Cacaligna, quando lui da ragazzo gli girava la ruota nella fabbrica di gazzose all'angolo del Monumento. Cacaligna una mattina gli aveva detto: «Ahu, ma daccussì si ggira a rota?...Ma chi è, non n'hai forza ?!...S'i n veru cori mortu!...» (Ehi, ma così si gira la ruota? ...Ma che è, non ne hai forza? ...Sei un vero cuore morto!) Corimortu aveva l'aspetto dolente del malato cronico, ma solo in apparenza, dato che, oltre a un'affezione catarrale che certe giornate gli faceva cantare i polmoni, i medici - tutto sommato - non gli avevano mai trovato nessuna malattia preoccupante...anche se lui, specie nelle giornate umide, si lamentava di certi dolori che pareva che gli volessero
rompere la schiena; e allora, spingere quella sua carrozzella di fruttivendolo per le strade del paese era un calvario per il povero Corimortu. Contro quei dolori non ci potevano pomate, non ci potevano le cose calde che gli applicava la sua stessa consorte: non ci poteva niente.

Il suo medico cercava di fargli capire che era appunto quella carrozzella col suo peso e il suo carico di frutta e verdura, che lui ogni giorno spingeva a braccia faticando come un asino, specie in certe salite, la causa prima di quei suoi malanni di schiena, tanto più che la madre non lo aveva certo fatto né col fisico e neppure con la stessa forza del Sansone della Bibbia. Insomma lui doveva cercare di evitare quel lavoro da animale da tiro: doveva sostituire la faticosa carrozzella a mano di fruttivendolo all'antica con un moderno mezzo meccanico... come per esempio un'Ape della Piaggio...Ecco, sì, proprio un'Ape , col suo motore e il capace cassone, avrebbe fatto al caso suo. Perché allora insistere con mezzi di lavoro arcaici, dal momento che la tecnica correva più che mai incontro ai lavoratori, emancipandoli dalle fatiche degne solo delle bestie? Insomma per detta del suo stesso dottor Badalà, Corimortu doveva mettere da parte una buona volta la carrozzella e andare a comprarsi un mezzo meccanico, come del resto in quegli anni Sessanta avevano già fatto tanti altri venditori ambulanti come lui.

«A Lapa, sì: comu sâ lapa ‘a rialunu...» (L'Ape, sì: come se l'Ape la regalassero...), commentava Corimortu con quel mezzo sorriso amaro delle creature ormai rassegnate che, pur faticando dalla mattina alla sera. sentono che mai riusciranno a sollevarsi di un palmo dal loro misero stato.

Il medico Badalà parlava dava consigli: per lui, che era nato ricco,

comprarsi un'Ape sarebbe stato un gioco, con tanti soldi che aveva; ma un povero fruttivendolo come si riteneva lo stesso Corimortu, con ben cinque figli e la stessa moglie a carico, che partiva la mattina e rincasava la sera dopo aver girato per tutte le strade del paese, tornando con quattro soldi di guadagno in tasca...insomma, un povero cristiano come lui - si chiedeva Corimortu - un'Ape come se la sarebbe potuta comprare?

Certi colleghi che avevano iniziato la carriera con la carrozzella a mano, e ora giravano con l'Ape, quando incontravano Corimortu lo sfottevano, dato che loro ora erano motorizzati, e invece lui era rimasto a piedi a faticare come un animale da tiro. Col mezzo meccanico si camminava che era una meraviglia: non si faticava, e, potendo girare più rapidamente un maggior numero di strade, la sera si tornava a
casa con più soldi in tasca, mentre lui doveva accontentarsi delle quattro lire che gli portavano i suoi quattro clienti abituali.

Quelli lo guardavano con un senso di superiorità e pure con mezzo sorriso di compatimento anche perché Corimortu, non solo non possedeva ancora un'Ape, ma perché quella carrozzella non era neppure di sua proprietà... Gliel'affittava don Ciccio Bellapanza per una mangiata di pasta, non solo perché ormai di carrozzelle a mano non ne cercava più quasi nessuno, ma - a suo dire - anche per rispetto di quelle sei bocche che aspettavano a casa.

Ridevano, quelli là, si divertivano alle sue spalle, e Corimortu a patire in silenzio.

Per ventura di Corimortu, una mattina il medico Badalà incontrandolo ebbe a dirgli che, con i noli che lui per anni e anni aveva rimesso a don Ciccio, si sarebbe potuto comprare una carrozzella tutta d'oro...E chissà - si mise a pensare Corimortu - se quello non avesse proprio ragione.

L'incontro di quel giorno per Corimortu fu come un'improvvisa rivelazione. Il medico Badalà gli aveva aperto gli occhi. Era proprio vero: la carrozzella lui se la sarebbe anche potuta comprare con i soldi che aveva dovuto pagare di affitto in tutti quegli anni...Chissà perché, lui non ci aveva mai fatto caso prima; ma ora ci cominciava finalmente a pensare...Un'Ape no: troppo costosa, troppo lusso per un padre
di famiglia come lui; ma la carrozzella sì: alla carrozzella lui ci poteva anche arrivare, ragionava pieno di speranza il nostro Corimortu.

E da quel giorno comprarsi la carrozzella tutta per sé divenne il suo traguardo segreto.

Ma, pur con tutte le belle sue speranze e la buona volontà, al fruttivendolo ambulante rimaneva pur sempre il problema di dove trovare i soldi per realizzare il suo progetto. « Accattarimi a caruzzella? E unn'i pigghiu i sordi?» (Comprarmi la carrozzella...E dove li piglio i soldi?) continuava a domandarsi da mesi Corimortu, mentre come un asino spingeva la carrozzella di don Ciccio Bellapanza per le vie del paese, con quei suoi polmoni che, specie in certe salite, partivano a fischiargli quasi avesse tanti gatti dentro il petto, e quei suoi dolori che certi momenti lo assalivano furiosi quasi a volergli rompere la schiena.

Ma accadde che la Fortuna, che mai prima di allora l'aveva guardato in faccia, finalmente un giorno si rivolse a Corimortu con un piacevole sorriso. Era successo che, dopo una laboriosa carriera di vinaio e di affitta carrozze, era venuto a mancare ai vivi proprio don Ciccio Bellapanza, che per giunta era vedovo e senza figli. I suoi nipoti, che erano pure gli eredi, tanto per togliersele davanti, erano disposti a cedere in vendita - anche per una mangiata di pasta - le tre carrozzelle a mano che, sopravvissute a decenni di onorato servizio, ormai quasi più nessuno veniva a noleggiare. Infatti, la guerra era finita da un pezzo, i tempi erano cambiati, la gente voleva stare sempre meglio e faticare sempre meno; chi poteva, correva a motorizzarsi.

Che farsene dunque di quelle tre carrozzelle che si ricordavano l'inizio del secolo? Prima che qualche panettiere venisse a richiederle solo come legna per il forno, tanto valeva metterle in vendita. Quale migliore occasione, dunque! quale più bei colpo di fortuna per Corimortu! ...

Di fortuna Corimortu non è che ne avesse avuta tanta prima di allora. Ultimo di una casata di undici figli, tra maschi e femmine, i genitori l'avevano mandato a garzone fin dall'età di otto anni. Prima lo avevano mandato allo scarparo; non essendo tagliato per quel mestiere, avevano provato a fargli fare l'apprendista fabbroferraio. Ma, dato che i fumi e i fuochi gli irritavano gli occhi facendolo pure tossire, lo avevano mandato al barbiere. Poi, a sedici anni - non si sa perché - il ragazzo si era congedato da pennelli e bacinelle e si era impiegato nella fabbrica di gazzose di Cacaligna . Infine, a diciotto anni, sposatosi, c'era voluto un vero colpo di testa, uno di quei colpi di coraggio della sua vita, a fargli lasciare quel lavoro che gli fruttava un salario sicuro, ma che non gli bastava a mantenere la famiglia.

E così Corimortu si era messo finalmente per conto suo, senza più soprastanti che lo criticassero per la scarsa sua lena. Un lavoro libero, quello suo di fruttivendolo ambulante, con le sue soddisfazioni commerciali, la sua affezionata clientela: poca, in verità, ma tutta gente sicura, che non faceva credito, che lo preferiva ad altri per l'onestà, la buona educazione e il fare umile e sottomesso.

Il rispetto della clientela non mancava a Corimortu: ma, quanto a guadagni, non è che se la passasse molto meglio di quando era salariato. La famiglia nel giro di pochi anni era cresciuta, le bocche da sfamare erano aumentate, e c'era pure la spina nel fianco di quel nolo che mese per mese si doveva pagare al Bellapanza. Perciò, quando con la morte di costui, i nipoti di questi decisero di togliersi le tre carrozzelle rimaste, mettendole in vendita, e perfino a buon prezzo (purché se le prendessero), a Corimortu non parve nemmeno vero di poter diventare finalmente «proprietario» anche lui.

A detta dei nipoti di don Ciccio Bellapanza, la carrozzella a mano a Corimortu gli fu praticamente data per una vera mangiata di pasta; loro «galantuomini erano», e non volevano approfittare di un povero cristo, facendogliela pagare salata, magari avvalendosi della lunghezza del pagamento che era stato messo a tanto al mese. Corimortu diede un piccolo anticipo, il resto lo avrebbe pagato nel giro di un anno.
Ma, anche se il debito fosse stato estinto oltre la scadenza, la carrozzella, gli fu assicurato amichevolmente all'orecchio da uno dei nipoti, era lo stesso tutta sua: nessuno gliel'avrebbe toccata o sequestrata per morosità. Insomma, se lui, Corimortu, avesse saltato qualche mese. non sarebbe cascato il mondo. Bravi cristiani erano i nipoti di don Ciccio Bellapanza, e sapevano che lui era onesto e buon pagatore; se ne poteva andare dunque tranquillo con tanti auguri per il nuovo acquisto.

E tranquillo e soddisfatto se ne tornò appunto Corimortu a casa, con quella bella carrozzella a mano finalmente sua. La sera stessa di sabato e l'indomani tutta la giornata di domenica le passò a carteggiare la carrozzella e infine a ripitturarla di un bei colore verde - speranza che quando finalmente terminò pareva nuova, uscita di fresco dalle mani di don Saro Catanzaro, uno degli ultimi mastri carrettieri rimasti in paese. Ora Corimortu non si sentiva più un poveraccio che provocava sorrisi di scherno e di superiorità da parte di certi suoi colleghi motorizzati con le Api della Piaggio. Ora anche lui - si ripeteva tra sé - era proprietario: proprietario di una bella carrozzella, rimessa a nuovo, di cui poteva andare giustamente soddisfatto e orgoglioso.

***

Quella mattinata di lunedì per le strade del paese si udì una voce nuova, una voce diversa dal solito, come se il venditore ambulante Corimortu fosse diventato un'altra persona. Era una voce meno accatarrata, meno rauca e fiacca del solito. Era la voce di Corimortu che pareva un Lazzaro miracolato, talmente il suono era più vivo e più forte, diversamente dal solito.

«Aiu pipi, aiu pumaroru, aiu mulingianiii! » ( Vendo peperoni, pomodori, melanzaneee! )

Cos'era successo di bello al venditore ambulante? si chiedevano i clienti. Lo conoscevano per una persona dai modi umili, modesti, riservati. Pareva sempre affaticato, con quella sua faccia scavata e abitualmente triste, di chi non spera molto dalla vita. Si sarebbe detto un cane bastonato: un poveretto, senza ambizioni né prospettive che faticava onestamente a guadagnarsi la pagnotta. Era così evidente lo
sforzo penoso che lui - così secco, quattro ossa messe all'impiedi - faceva nello spingere la carrozzella, specie nelle salite, che perfino i polmoni nel misero torace se ne risentivano, mettendosi a suonare.

Quella mattina invece, di colpo, i clienti se lo videro davanti con un qualcosa di diverso nella persona: sembrava più diritto, sembrava meno stanco, sembrava meno pallido del solito: la voce più sicura, più agile il traino della carrozzella. Strano a vedersi, ma era proprio così: Corimortu. Per la prima volta, appariva ai suoi clienti come un uomo contento...si sarebbe detto un uomo felice. Certo che lui era un uomo felice! Si era comprato la carrozzella, finalmente. E partecipava con orgoglio alla sua spettabile clientela. Ecco perché quella sorta di mezzo sorriso di uomo triste, quel sorriso prima appena abbozzato, ora si apriva largo alla gente, con la bocca sdentata di prima - ma finalmente felice. E vociava, e vociava con voce nuova e aperta quella mattina il rinnovato Corimortu:

«Aiu pipi, aiu pumaroru, aiu mulingianiii! » ( Vendo peperoni, pomodori, melanzaneee! )

Felice, felice per così poco? commentavano certuni, che non vedevano di là dal proprio naso, incapaci di scendere a compenetrarsi nell'animo di un loro simile. Eh, in paese e ogniddove c'era gente che possedeva case, terreni, soldi a palate, ma non era felice; e felice lo era invece Corimortu, che stava a casa affittata e di suo possedeva solo e soltanto una misera carrozzella a mano! Era proprio vero quel proverbio che diceva che felice è solo chi si sente tale.

Era stata una grande giornata. Vendite e guadagni più del solito. La clientela, vedendolo con la carrozzella rimessa a nuovo e per giunta ora di sua proprietà, si era vivamente complimentata, facendo gli auguri di buona vendita al bravo e rispettoso fruttivendolo Corimortu. E ci fu persino qualcuno che ebbe ad augurargli di motorizzarsi: di comprarsi, per esempio, un'Ape: il mezzo più adatto per tipo di lavoro che faceva lui. Col tempo, certo, non c'era premura; bisognava fare il passo a poco poco... Neppure Roma si era fatta tutta in una volta.

Quella sera di lunedì, mentre il sole di metà maggio tramontava dietro l'Etna tingendo di rosa tutto il ponente, Corimortu faceva ritorno a casa, lieto e orgoglioso del giro che aveva fatto quella prima giornata con la carrozzella finalmente sua. Chissà quante altre persone, oltre gli abituali clienti, gliel'avevano ammirata con quel suo verde-speranza di pittura fiammante! Ce n'era voluto per riportarla in quello stato: si sbagliavano di grosso se pensavano che era stato un lavoro di poco
conto; quella sua carrozzella l'aveva dovuta carteggiare a lungo, poi pitturare e ripitturare, altroché! Ora lui - come proprietario di lei - non si sentiva più un nullatenente; non si sentiva più un poveraccio. Lui sentiva dentro di sé - e pienamente - di avere con quella sua carrozzella un futuro davanti: un futuro migliore, con migliori utili e soddisfazioni personali. Quel crepuscolo di metà maggio, lieto come il suo stesso cuore, gli sorrideva carico di promesse; gli annunciava una nuova vita.

Lieto, leggero, dunque si avviava Corimortu verso casa, spingendo la sua carrozzella. Cammin facendo, rifletteva, faceva progetti, sognava. Certo, lui non doveva fermarsi. La carrozzella era stata il primo passo...In seguito doveva migliorare, andare avanti...Doveva motorizzarsi, come ormai gli suggeriva più d'uno...Certo, non c'era premura; bisognava fare il passo a poco a poco; neppure Roma si era fatta tutta in una volta... Chissà se qualche giorno l'Ape della Piaggio non se la sarebbe comprata anche lui, come tanti altri... Sarebbe stato il suo trionfo, avrebbe toccato il cielo col dito. avrebbe tappato finalmente la bocca a «certuni che sapeva lui»...Eh, le rivincite e le soddisfazioni, quando ci vogliono, uno se le deve prendere, si proponeva il fruttivendolo, ignaro che non sarebbe riuscito ad attuare i suoi progetti.

Né lui fu certo il primo caso, né sarebbe stato l'ultimo, il mondo essendo fatto in questo modo. Ce n'erano stati tanti prima di lui, e tanti ce ne furono dopo; ce ne saranno sempre di coloro che sognano o fanno progetti e non vedono realizzati né sogni né progetti perché la morte taglia loro il camino, così. per puro caso. La morte venne addosso a Corimortu all'improvviso, senza che nessuno potesse prevederla,
senza che lui se l'aspettasse. E per puro caso. Bastava infatti che si fosse trovato alcuni metri più in là con la sua carrozzella, ed era fatta: quell'automobile, che andava talmente forte che proprio in quei pressi sbandò, non l'avrebbe colto in pieno.



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