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lavoro pubblicato domenica 26 aprile 2009
ultima lettura mercoledì 13 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

the Dream Usher - la maschera dei sogni

di cupomeridio. Letto 1413 volte. Dallo scaffale Sogni

Pagine dal diario di un giovane giapponese "hikikomori". Chiuso nella sua stanza, Hiroshi entra in contatto con una creatura sovrannaturale che gli aprirà le porte di una dimensione dove rivivono i sogni. Ma nel frattempo la vita reale continua.....

THE DREAM USHER - LA MASCHERA DEI SOGNI

(La lettura di questo racconto è riservata ad un pubblico adulto. )

Dipartimento di Polizia di Osaka

Rapporto...

...l'autovettura utilitaria nella quale viaggiavano le due vittime è stata completamente sommersa e schiacciata dalla grande quantità di detriti rocciosi che sono franati sulla strada a seguito dell'evento sismico. Dopo le prime indagini si è potuto accertare che i due erano coniugi in viaggio di ritorno verso casa, provenienti dall'Istituto di Ricovero Psichiatrico...

...per ordine dell'autorità giudiziaria la donna era stata sottoposta ad un periodo di ricovero obbligatorio presso il suddetto istituto di cure psichiatriche a seguito del tentato avvelenamento del figlio, un ragazzo affetto da tempo di classici disturbi comportamentali "hikikomori". Il giovane al momento risulta irreperibile. Nell'abitazione delle vittime, danneggiata ma non gravemente dal sisma, è stata trovata una pendrive appartenente al giovane che la usava per registrare il suo diario personale. Da una prima analisi di questo documento potrebbe prendere consistenza l'ipotesi che il giovane si trovi al momento all'estero...

...non sono però da escludere altre ipotesi perché dall'analisi del testo del diario emergono elementi che portano a supporre un forte disagio psichico del giovane, con elementi di sdoppiamento della personalità e forti crisi esistenziali e di alienazione...

§

Gli sono vicino e lo osservo da tempo ormai, sento che lui ha qualcosa di speciale.

Pur con tutto l'universo di differenze che ci distingue, sento comunque una certa affinità tra noi.

Conosco le sue abitudini, i suoi problemi, il suo passato, i motivi che lo hanno portato alle sue condizioni attuali.

È una vittima di questa società assurda che esalta i migliori, che premia quelli più bravi, che assicura vantaggi a coloro che riescono ad emergere, ma al contempo non sa cosa farsene di quelli che rimangono indietro, di quelli che falliscono per loro colpa o incapacità, o semplicemente a causa di imponderabili circostanze sfortunate.

Ho sempre pensato che il grado di civiltà di una società si possa misurare dalla sua capacità di recuperare gli ultimi, di trovare a tutti un proprio ruolo, di evitare l'emarginazione e l'esclusione dalla vita sociale e civile, o addirittura dalla vita familiare.

E invece devo per l'ennesima volta constatare che la società umana non si è molto evoluta in tal senso. Vige ancora la legge della giungla: vince il più forte e i più deboli sono destinati a scomparire, o a nascondersi.

Coloro che riescono ad avere successo, per qualità innate o per vantaggi fortuiti dovuti alle condizioni della propria famiglia d'origine, raramente si voltano indietro per aiutare i loro simili che non ce l'hanno fatta.

Tutta la vita è organizzata come una continua competizione per accaparrarsi le posizioni migliori ed essere notati, mettersi in vista insomma.

Diventa fondamentale riuscire a fare qualcosa in più rispetto agli altri per elevarsi dalla massa, o nel peggiore dei casi, per non rimanere troppo in ombra.

Ogni tanto, però, c'è anche chi si tira fuori. C'è chi non riesce più ad adattarsi a questo meccanismo folle e fugge dal mondo, semplicemente si rifiuta di continuare a lottare.

Non è un fallimento, ma qualcosa di più profondo: è il rifiuto delle regole del sistema, è la negazione di un modo d'intendere l'esistenza, è una auto-esclusione da una condizione di vita che non interessa più.

Nel caso di Hiroshi (questo è il nome del ragazzo a cui sto vicino) la sua condizione è stata determinata da un vero e proprio esaurimento, nel senso più ampio possibile del termine.

Esaurimento di tutte le energie fisiche e mentali, ma anche esaurimento della forza di volontà.

Volontà di proseguire quella lotta, quella corsa inutile verso obiettivi sempre più difficili e che improvvisamente gli sono apparsi non più desiderabili.

Ma avevano mai avuto importanza i desideri di Hiroshi?

Hiroshi sin da piccolo è stato inglobato in quel sistema altamente selettivo che è l'apparato dell'istruzione giapponese: scuola, doposcuola, corsi di preparazione agli esami per l'ammissione alla scuola di grado successivo, fino all'ammissione all'università che doveva essere la più prestigiosa, in grado di garantire, una volta conseguita la laurea, una carriera importante.

Tutto ciò era sempre stato sottilmente guidato dalla pressione psicologica esercitata dai suoi genitori: Hiroshi proviene da una famiglia della bassa borghesia e suo padre lo ha sempre considerato la sua possibilità di riscatto: un figlio di successo avrebbe sicuramente portato in alto il buon nome della famiglia.

Sua madre poi non faceva che ripetergli che, in un paese dove le pensioni non garantiscono certo un buon livello di vita, avere un figlio ben piazzato costituisce sicuramente una garanzia per una serena vecchiaia senza problemi economici.

Perciò, da sempre, i desideri di Hiroshi, le sue speranze e le sue ambizioni non avevano avuto alcuna possibilità di venire espresse, oppure con molta probabilità ad un certo punto avevano semplicemente smesso di esistere.

Hiroshi, seguendo le indicazioni della sua famiglia, indicazioni che in realtà valevano come ordini, si era sempre impegnato al massimo, aveva dato fondo a tutte le sue energie, ma poi ad un certo punto qualcosa dentro di sé si è spezzato.

Quel giorno doveva sostenere l'esame di ammissione all'università, una delle più importanti del paese. Pioveva incessantemente dal giorno precedente e fuori tutto sembrava avvolto da un velo di gelatina. L'acqua piovana si mescolava allo smog e copriva tutto con uno strato grigio e opaco.

Giunse all'istituto dove era previsto lo svolgimento dell'esame; in un cortile adiacente l'ingresso principale vide il folto gruppo dei candidati che aspettavano sotto un porticato.

Questi, che ormai formavano una piccola folla silenziosa, stavano lentamente formando una fila davanti ad un ampio portone in vetro.

Attraverso la porta di vetro ancora chiusa, s'intravedevano alcuni impiegati che stavano ultimando i preparativi per l'accoglienza dei candidati e il disbrigo delle formalità burocratiche.

L'attesa si prolungò, ma solo perché tutti i candidati si erano presentati con largo anticipo.

Nell'attesa, Hiroshi girò lo sguardo intorno a sé: ad uno a uno guardò tutti i giovani studenti che gli erano accanto; poi abbassò lo sguardo e vide la sua immagine riflessa nel pavimento bagnato del cortile: una grande lastra di pietra resa lucida dalla pioggia gli restituiva un'immagine deformata, dai bordi ondulati. Un immagine distorta di se stesso, come di lì a poco gli sarebbe apparsa distorta la sua vita fino a quel momento.

Improvvisamente nella sua mente iniziarono a comparire alcuni ricordi della sua vita: insegnanti, compagni di studio, ricordi di luoghi e persone che in quel momento gli apparvero insignificanti.

Cercò allora un ricordo di una emozione piacevole legata al realizzarsi di un suo desiderio, ma sarebbe bastato anche il ricordo di un dispiacere per non essere riuscito a realizzare qualcosa che lo interessasse veramente.

Pur sforzandosi di rammentare, tornando con la memoria anche molto indietro nel tempo, non riuscì a trovare nulla del genere tra i suoi ricordi.

Realizzò che non aveva ricordi del genere semplicemente perché nella sua vita nulla di ciò che aveva fatto e nulla di ciò che non era riuscito a fare avevano avuto qualcosa in comune con i suoi desideri.

Comprese improvvisamente che mai nella sua vita aveva avuto dei desideri suoi, dei progetti suoi e ambizioni sue e soltanto sue. Non gli era stato concesso.

Di colpo percepì un immenso senso di inutilità, di inadeguatezza e sentì tutto ciò che lo circondava come ostile. Provò dentro di sé l'irrefrenabile bisogno di fuggire da quella situazione che era diventata insostenibile.

Fu l'inizio del suo malessere, l'ingresso nel baratro oscuro della depressione.

Hiroshi uscì dal cortile, prima a piccoli passi e con l'atteggiamento di chi deve allontanarsi soltanto per un momento, poi a passo sempre più veloce raggiunse la strada.

Continuava a piovere, ma Hiroshi sembrava non sentire la pioggia che gli bagnava il viso e i vestiti; non sentiva più nulla.

Fece il viaggio di ritorno verso casa con i mezzi pubblici in uno stato di trance, riuscendo appena a reggersi in piedi. Nella sua mente riecheggiavano alternate le voci di suo padre e di sua madre che gli intimavano gli obiettivi da raggiungere: la laurea conseguita dopo un brillante percorso di studi, l'inizio di una rapida e luminosa carriera in una grande azienda di rilevanza internazionale...tutte queste cose gli giravano in testa sempre di più come un incubo insopportabile.

Giunto davanti alla porta di casa attese per qualche momento: non sapeva cosa fare, era pervaso da un senso di paura.

Poi, con le mani tremanti, aprì con molta cautela la porta di casa con le chiavi cercando di non fare rumore, aspettò qualche istante, vide che in prossimità dell'ingresso non c'era nessuno, attraversò rapidamente il piccolo corridoio, salì le scale e si chiuse in camera sua.

Non voleva vedere nessuno, non avrebbe potuto sostenere lo sguardo di nessuno, tanto meno di uno dei suoi genitori.

Sua madre, che non lo aspettava così presto, non si accorse subito del suo ritorno e per qualche momento continuò ad occuparsi delle sue faccende domestiche in un'altra stanza.

Fu poi, quando vide le impronte delle scarpe bagnate vicino all'ingresso, che capì che Hiroshi era tornato a casa molto prima del previsto. Pensò subito ad un inconveniente di tipo amministrativo, un rinvio della data dell'esame, ma rimase subito turbata quando realizzò che suo figlio non si era annunciato e non l'avesse cercata per salutarla come faceva sempre quando rientrava a casa.

Da quel momento Hiroshi non uscì più dalla sua stanza, inutili furono gli sforzi dei suoi genitori che cercarono invano di parlargli, di comunicare in qualche modo con lui.

I primi tempi furono durissimi.

Aveva un forte desiderio di autodistruzione, desiderava porre fine al suo dolore, al suo forte disagio interiore e probabilmente pensò di farlo lasciandosi morire.

Dopo un certo tempo, forse per un residuo istinto di sopravvivenza, raggiunse un certo equilibrio o perlomeno alternava periodi di malessere a periodi di maggiore stabilità emotiva.

In ogni caso, Hiroshi non voleva parlare con nessuno, non voleva vedere nessuno, e soprattutto non voleva avere contatti con i suoi genitori verso i quali provava un profondo senso di disagio e imbarazzo: si vergognava del suo stato e provava risentimento verso di loro perché li riteneva responsabili del suo malessere.

Comunque li giudicava assolutamente incapaci di fornirgli un aiuto adeguato.

Soprattutto desiderava evitare il loro giudizio, il loro malcelato senso di vergogna e di delusione per aver generato un figlio che aveva fallito, che non era riuscito a superare gli ostacoli della vita.

L'unica cosa che accettava era il cibo che la madre gli lasciava davanti alla porta della sua camera.

Per lavarsi aspettava d'essere solo in casa e andava in bagno quasi sempre a notte fonda.

I suoi genitori per un po' di tempo cercarono di ristabilire con lui un dialogo per aiutarlo, poi in loro prevalse un senso di rassegnazione e lo lasciarono in pace, considerandolo come un figlio handicappato e ammalato, qualcosa di cui si vergognavano e che tutto sommato era meglio tenere nascosto.

Hiroshi trascorreva le sue giornate a seconda dell'umore.

Ascoltava musica, leggeva articoli di riviste specializzate, disegnava, teneva una specie di diario o più semplicemente una raccolta di suoi pensieri e riflessioni su materie varie: filosofia, religione, storia, politica.

Quasi tutte queste cose le faceva utilizzando il suo computer.

Era stato l'ultimo regalo di suo padre: un nuovissimo e potente computer collegato ad una rete Internet velocissima in fibra ottica, che gli sarebbe stato utile nei suoi studi universitari.

Di giorno spesso dormiva, cosa che gli veniva facile perché abitava in un quartiere residenziale molto silenzioso anche di giorno.

Fu durante uno di questi sonni diurni che tra me e lui si verificò il primo "contatto".

§

Diario di bordo di Hiroshi K.

Data e luogo: non hanno alcuna importanza.

Perché ho scritto "diario di bordo"? Ma è chiaro, perché mi trovo pur sempre sul pianeta Terra che è un oggetto che si sposta nello spazio, no?

Posso sempre considerarla come una gigantesca astronave che trasporta qualche miliardo di passeggeri in giro per lo spazio, no? Peccato solo che la rotta sia sempre la stessa, non mi dispiacerebbe fare un giro più lungo...

Mi sembra strano riferirmi a qualcosa che viaggia, che si sposta, parole che per me ormai non dovrebbero avere più alcun senso.

Sono quasi due anni che vivo in regime d'isolamento volontario, ormai sono riuscito a prenderne coscienza.

Questo è l'unico sistema di autodifesa che sono riuscito a trovare istintivamente: soltanto tra le pareti della mia stanza riesco a sentirmi protetto dal mondo che mi circonda e da cui mi sento assediato.

Durante i primi giorni del mio malessere, non mi rendevo conto di quello che stavo facendo, non capivo il perché del mio forte bisogno di stare al chiuso, al riparo da tutto e da tutti, lontano dagli sguardi, dalle critiche, dalla commiserazione, dalla pietà altrui.

Mi odiavo, e odiavo tutti e tutto questo mondo che mi aveva spinto nell'abisso della depressione.

Sì, perché è questo quello che sono diventato: depresso.

Non è facile per me ammetterlo, ma ormai ho capito che è proprio così: il male oscuro si è impadronito del mio spirito.

La mia mente è come soffocata da una cappa grigia.

Anche se adesso ho la netta sensazione di sentirmi meglio, non posso fare a meno di rammentare la durezza dei primi tempi: è stato terribile, ero ridotto ad una larva.

Rifiutavo il cibo ed ero debolissimo sia fisicamente che moralmente.

Mi sentivo perduto, senza alcuna possibilità di recupero, costretto a vivere una vita a cui ormai avevo tolto ogni valore.

Ero convinto che l'unica via di uscita al fallimento della mia vita fosse la fine della mia vita stessa.

Ma non avendo il coraggio e la forza di suicidarmi, non mi restava che una via: l'inedia, il rifiuto della vita, l'abbandonarmi poco alla volta alla morte.

Il fatto stesso di non avere il coraggio di uccidermi mi faceva stare ancora più male, mi sentivo un vigliacco, un codardo senza dignità.

Ma nonostante avessi perso ogni desiderio di vivere, la vita continuava a pervadere ostinatamente il mio corpo: i capelli continuavano a crescere e così le unghie e la rada barba, le mie ghiandole sebacee e sudorifere continuavano a farmi sprizzare dai pori fluidi che ben presto diventavano maleodoranti ma soprattutto il mio maledetto cervello continuava a funzionare.

E quindi i miei pensieri cupi erano liberi di girare veloci nella mia mente, e di farmi provare tutto il loro ricchissimo arsenale di emozioni negative.

A volte credevo d'impazzire, sentivo come una enorme mano fredda che mi stringeva il cuore e dicevo a me stesso: "ecco, forse questa volta sono fortunato, mi viene un infarto e finalmente la faccio finita per sempre".

Altre volte provavo delle improvvise crisi di panico, sentivo le gambe che mi tremavano e vedevo tutto intorno a me oscillare e girare vorticosamente.

Speravo che fosse l'effetto di un terribile terremoto che mi uccidesse e radesse al suolo tutta la città.

Questa della catastrofe naturale era un'ipotesi che mi affascinava, se non altro perché coloro che trovano la morte in un disastro del genere sono tra loro in qualche modo tutti eguali, sono tutte vittime di un infausto destino.

E poi, delle vittime di una grande catastrofe naturale si tende a ricordare sono la tragica fine della loro esistenza e non i fallimenti o gli episodi discutibili di cui si sono resi responsabili in vita.

Solo la fine diviene importante, non tutto quello che c'è stato prima.

Il "prima" per me non esiste più. Ciò che ero prima non mi appartiene più, anzi non mi è mai appartenuto.

Un giorno piovoso mi sono improvvisamente reso conto di non aver realmente vissuto una vita mia, ma bensì di aver recitato un ruolo, una parte in una commedia scritta da altri, e di averlo fatto per tutta la mia vita fino a quel momento.

Quel giorno ebbi una "illuminazione" al contrario: l'improvvisa presa di coscienza della realtà non portò la luce nella mia mente, ma invece mi sprofondò nel buio più cupo.

Ero stato per i miei genitori come una tela bianca su cui dipingere i loro desideri e tutto quello che a loro non era stato possibile realizzare in gioventù.

Una tela su cui avevano cercato di disegnare il mio avvenire come rimedio a tutte le loro ambizioni mortificate, come riscatto agli errori commessi e ai rimpianti per le possibilità che la vita aveva loro negato.

Una tela su cui rappresentare con orgoglio la loro rivincita nei confronti del destino che li aveva costretti ad un ruolo di mediocre e assoluto anonimato nella società.

Ero anche diventato la loro speranza per gli anni a venire, la soluzione per l'incertezza della loro

vecchiaia...

Ma questa tela, su cui stavano con tanto sforzo imprimendo le linee del mio e del loro futuro, ad un certo punto si è lacerata.

Tutto ciò è stato semplicemente troppo per me. Non ho retto più.

La mia anima, la mia persona, tutto di me ha detto basta!

I loro desideri! Le loro ambizioni! I loro rimpianti! La loro vecchiaia!

Nel loro assurdo egoismo non avevano fatto altro che pensare solo a loro stessi!

Io non ero altro che uno strumento nelle loro mani, qualcosa di cui poter parlare con orgoglio con i vicini di casa o con i colleghi di lavoro, decantando le lodi del loro figliolo allo scopo di suscitare una invidiosa ammirazione.

I miei genitori, parlando dei miei voti scolastici con persone che neanche conoscevo, si sono sempre comportati come quei tipi che si comprano una automobile di lusso per pavoneggiarsi con gli amici.

Ero diventato uno status symbol!

I miei pensieri, i miei desideri non avevano mai avuto molta importanza per loro, e anzi con l'avvicinarsi di quel maledetto esame di ammissione all'università, erano diventati del tutto irrilevanti.

Mi hanno distrutto la vita impedendomi di avere i miei sogni.

I miei sogni, già...

Prima di cadere nella depressione mi capitava di rado di sognare, intendo nel senso onirico, ovvero durante il sonno.

Quelle poche volte che facevo dei sogni in realtà essi consistevano semplicemente nel rivedere gli avvenimenti della giornata, forse quelli a cui inconsciamente attribuivo una qualche importanza o che, chissà per quale motivo, mi erano rimasti impressi nella memoria.

Nel primo periodo del mio malessere invece facevo un sogno ricorrente.

Sognavo di trovarmi in un edificio privo di finestre che era come un labirinto, costituito da un cupo e intricato corridoio pieno di porte.

Aprendole speravo di trovare l'uscita, il sole all'aperto, e invece ero costretto ad entrare in un aula ogni volta diversa per sostenere l'ennesimo esame.

Mi trovavo davanti ad una commissione di vecchi burocrati che assomigliavano a degli anziani giudici di un tribunale europeo del diciottesimo secolo.

Intorno a me c'era sempre un pubblico costituito da persone maligne che avevano le facce dei miei vicini di casa, dei colleghi di lavoro di mio padre e anche di certi miei lontani parenti.

Questi si guardavano tra di loro con espressione compiacente e si dicevano sotto voce "ce la farà o non ce la farà?" e iniziavano a scommettere su di me! Mi davano tutti perdente!

Io, terrorizzato, fuggivo dall'aula e col cuore in gola mi ritrovavo di nuovo a correre nel corridoio-labirinto alla disperata ricerca di una via d'uscita.

Ma dietro ogni porta che aprivo si ripeteva sempre la stessa situazione: un'altra commissione, un altro esame da sostenere, un altro pubblico sempre formato da facce maligne.

Poi alla fine riuscivo a trovare nel corridoio una porta più piccola e logora.

Guardatomi alle spalle per essere sicuro di non avere inseguitori, aprivo quella piccola porta ed entravo di soppiatto in un modesto magazzino.

In quello che doveva essere niente più che un ripostiglio, mi barricavo e trovavo un temporaneo rifugio.

Ancora con la paura addosso e con l'udito teso ad ascoltare ogni possibile minaccia, dicevo a me stesso: "nascondiamoci qui dentro, poi alla prima occasione proverò a fuggire via da questa gabbia di matti".

Più che un sogno si trattava di un vero e proprio incubo nel quale evidentemente rielaboravo le fasi scatenanti del mio disagio.

Ora è tanto tempo che non sogno più.

Adesso la mia mente durante il sonno riesce a smettere di pensare.

Attendo con ansia di addormentarmi perché solo allora riesco, almeno per qualche ora, ad avere una pausa di pace per il mio animo.

Nel sonno ho costruito il mio eremo di silenzio e tranquillità, la mia dimensione rigenerante che è creata dall'assoluta assenza di emozioni.

Ora nel mio sonno c'è solo il nulla, un vuoto che mi isola dai pensieri che invece mi tormentano quando sono sveglio.

Pensieri opprimenti che mi obbligano a cercare continui elementi di distrazione per non subire la loro martellante tortura.

Per questo cerco di trascorrere il mio tempo tenendo la mia mente occupata il più possibile.

Occupata a scrivere, come in questo momento, oppure a leggere, a disegnare, ad ascoltare musica, a navigare su Internet.

Qualsiasi cosa pur di non pensare al mio male, pur di riuscire ad ingannare il mio cervello, tenendolo occupato con altri compiti.

In questo modo cerco di impedirgli di farmi sentire come uno che è caduto in un pozzo profondo.

Se è vero che una volta toccato il fondo non si può far altro che risalire, devo tener duro: non vorrei essere il primo che arrivato al fondo inizia a scavare per scendere ancora più giù!

Ora che sento che il peggio è passato, spero di riuscire prima o poi a venir fuori da questo pozzo maledetto!

Ho solo bisogno di avere qualche momento di tregua.

Perciò cerco nel sonno il mio porto sicuro, immerso nella calma piatta di una baia azzurra e deserta,

mentre fuori, lontano, infuria la tempesta.

Un luogo dove poter stare immobile senza far nulla, senza preoccuparmi di nulla, semplicemente perché non è necessario.

Uno stato mentale dove non occorre prevedere, organizzare, progettare niente, perché non c'è assolutamente niente da prevedere, organizzare, progettare.

Ciao, diario di bordo.

Sento che il mio desiderio di addormentarmi si sta per avverare, mi spengo per un po'.

Ci rivediamo la prossima volta che avrò voglia di raccontarti i miei pensieri.

§

Diario di bordo di Hiroshi K.

Data e luogo: della data non me ne frega niente, il luogo purtroppo è sempre lo stesso.

Mi trovo sempre rifugiato in questa stanza, sempre nella stessa sporca città che all'esterno continua a produrre, costruire, distruggere e creare ogni cosa, a spese di questo pianeta sempre più ammalato.

Mi sono svegliato da poco, ho divorato velocemente la mia cena e ho subito acceso il computer per scrivere queste mie note.

Durante la mia ultima dormita ho avuto un'esperienza onirica incredibile, il cui ricordo ancora adesso mi procura un certo stupore. Ancora faccio fatica a credere che mi sia accaduta una cosa del genere. Voglio registrare subito la descrizione di questo sogno perché ho paura di perderne memoria, come spesso accade con i sogni, anche dopo poco tempo dal risveglio.

Questo sogno è stato molto diverso dagli altri che ho fatto nella mia vita, decisamente insolito ed emozionante.

Prima di tutto ho provato una leggera vertigine, un rapida e transitoria perdita del senso dell'equilibrio. Per qualche secondo ho avuto come la sensazione che improvvisamente il pavimento della mia stanza s'inclinasse, poi ho provato una sensazione di leggerezza, e ho visto il mio corpo dall'esterno mentre dormivo! Mi sono ricordato di aver letto che questa cosa a volte succede alle persone che sono clinicamente morte, e per un attimo ho provato paura.

Subito però ho notato che il mio corpo non sembrava affatto quello di un morente, anzi avevo una espressione tranquilla, russavo in maniera sommessa e di tanto in tanto mi rigiravo tra le lenzuola con piccoli movimenti: stavo semplicemente dormendo profondamente.

Come al solito la sera prima avevo navigato su Internet fino alle prime luci dell'alba, e quindi era abbastanza normale che avessi ancora bisogno di dormire.

Prima avevo sentito il rumore del mio russare, compresi quindi che in questa nuova situazione funzionava anche il mio udito: potevo ascoltare il mio respiro profondo, il fruscio delle lenzuola e anche il ticchettio di un orologio attaccato alla parete.

Era giorno, forse di pomeriggio, e nella mia stanza la luce filtrava dalla finestra attraverso la tenda scura, ma l'ambiente era comunque abbastanza illuminato da poter distinguere chiaramente tutti i particolari.

Mi sono sentito incuriosito da questa nuova sensazione di libertà, potevo muovere il mio sguardo ovunque nella mia stanza e guardare le cose da un punto di vista del tutto nuovo.

Potevo vedere tutto come se fossi una mosca libera di volare in giro per la stanza: osservai tutto dall'alto come se i miei occhi si trovassero a pochi centimetri dal soffitto.

Mi venne in mente che la visione non poteva che essere frutto di un sogno perché vedevo tutto perfettamente, compresi i miei occhiali da miope posati sulla scrivania!

Non erano quindi i miei occhi che ricevevano quelle immagini, ma tutto ciò, per quanto possa sembrare strano, doveva per forza essere solo un prodotto della mia mente.

Spostai il mio "sguardo" su punti dove normalmente i miei occhi non avevano accesso, notai che il ripiano più alto della libreria era ricoperto da uno strato di sporco e polvere, cosa del tutto normale visto che era un punto che non pulivo molto spesso.

Pensai che, anche se quello che stavo vivendo non poteva essere reale, tutto sommato mi sarei dovuto ricordare di pulire bene quel ripiano, una volta sveglio, perché in effetti questa visione aveva ottime probabilità di corrispondere alla realtà.

Anche nella mia condizione di malessere psicologico, ho sempre conservato la buona abitudine di impormi severe norme d'igiene personale e anche dell'ambiente in cui mi sono isolato.

Osservai un piccolo ragno che aveva costruito la sua ragnatela in un angolo tra la parete e quel ripiano polveroso.

Aveva una collezione di sue prede avvolte in minuscoli bozzoli di seta, sicuramente le conservava in quel modo per poterle divorare con calma nel tempo, quando avesse avuto fame e si fosse trovato a corto di cibo.

Improvvisamente, mentre ero assorto e interessato a quel piccolo ragno, udii una voce:

"Hai intenzione di restare tutto il tempo a impicciarti degli affari di quel ragno?"

Rimasi stupito e sul momento non riuscii a reagire: avevo udito una voce e addirittura avevo compreso delle parole di senso compiuto!

Quindi non ero più solo in quella stanza, anche se solo in sogno!

Girai lo sguardo verso il punto di origine di quella voce e vidi una figura evanescente, ma che diventava lentamente sempre più definita.

Aveva le sembianze di una figura umana, un giovane uomo magro e slanciato, un viso con tratti che lo facevano sembrare una persona dei paesi del medio oriente: capelli neri ondulati, carnagione olivastra, tratti del viso marcati e occhi neri di taglio orientale.

Indossava una camicia senza colletto leggera, di un tessuto finissimo che sembrava di seta color grigio perla, con dei piccoli decori damascati vicino alle cuciture, della stessa tonalità di colore.

I pantaloni ampi, anch'essi molto leggeri, sembravano di lino di colore appena più scuro.

Ai piedi indossava quelli che parevano dei mocassini moderni in pelle scamosciata sempre dello stesso tono di grigio. Senza dubbio un abbigliamento ricercato, che ricordava quello in uso presso le classi sociali più alte in paesi caldi come l'India.

Inizialmente la sua immagine si presentò semitrasparente, sembrava quella a tre dimensioni prodotta da un ologramma, oppure si sarebbe potuta paragonare all'immagine classica di un fantasma.

Riuscivo ad intravedere attraverso di lui gli oggetti che gli si trovavano dietro: i poster sulla parete alle sue spalle, le mia pantofole di stoffa e una palla da baseball poggiata su uno sgabello, sempre dietro di lui.

Provai un forte senso di perplessità, lo osservavo incredulo senza sapere come reagire.

Notai però subito una cosa: più lo osservavo e più la sua figura diventava "densa", ovvero sempre meno trasparente, come se la sua immagine si nutrisse in qualche modo del mio sguardo o quantomeno lo utilizzasse per mettersi sempre più chiaramente a fuoco nella mia mente.

Non provai più timore.

Stranamente, in quella situazione così nuova per me, mi sentivo abbastanza sicuro di me stesso.

Subito la mia attenzione fu attirata anche da un altro particolare: contrariamente a tutti gli altri oggetti nella mia stanza, la sua immagine, diventata ormai perfettamente opaca, non proiettava alcuna ombra sul pavimento o sulle pareti, ma anzi sembrava come leggermente illuminata dal proprio interno.

Questo mi fece sospettare che la sua figura era l'unica cosa irreale che percepivo nella mia stanza. Era l'unica cosa che, in questo mio strano sogno, non corrispondesse verosimilmente alla realtà.

Continuò a parlarmi:

"Allora, ti piace il mio aspetto? Sono un po' più interessante di quello stupido insetto o no? Dovresti apprezzare il mio sforzo di apparire il più possibile attuale! In fondo cerco solo di rendermi gradevole al tuo sguardo, anche se ammetto che ho sempre avuto un debole per gli abiti di eleganza semplice e raffinata...ma sto divagando, allora ti piaccio o no?"

Non sapendo ancora se fossi in grado di comunicare con quella creatura, mi avvicinai a lui e lo guardai da più angolazioni e dall'alto in basso, ripetutamente, con sguardo esplorativo.

Lui rimase zitto e immobile, solo i suoi occhi seguivano i miei, se così posso dire, e sembrava soddisfatto del mio interesse per lui, sembrava provare piacere dall'essere osservato. Aveva sul viso una certa espressione di vanità compiaciuta e maliziosa che lo rendeva quasi ridicolo, anche se allo stesso tempo era riuscito sicuramente a suscitare in me un fortissimo interesse.

Ero stupito e incuriosito da questo essere che sembrava tenere così tanto al mio giudizio sul suo aspetto.

Non saprei dire come, ma con un certo sforzo iniziale, ancora frastornato e sorpreso, riuscii a rispondergli:

"Ma...tu...chi diavolo sei? O cosa diavolo sei? Come hai fatto ad entrare qui? Cosa vuoi da me?"

Erano domande fatte senza poter pensare a quello che dicevo, come se un intruso fosse davvero entrato nella mia stanza...o era realmente così? La sua presenza mi confondeva le idee.

"Ti prego, non proferire la parola ‘Diavolo' rivolgendoti a me! Quei vecchi pazzi antiquati non li ho mai potuti sopportare, sono così grezzi e inutili...e poi che maniere, che tono! Per essere un giovane giapponese depresso sai essere molto aggressivo con le parole, eh?"

Quelle poche parole mi sorpresero: sapeva molto di me, sicuramente mi osservava da tempo!

Dovevo aver avuto nei suoi confronti un tono minaccioso, perché adesso aveva un'espressione imbronciata.

Ma chi era? Perché aveva stabilito un contatto con me? Era lui la fonte di quella mia nuova capacità di portare i miei sensi al di fuori del mio corpo? O forse sapeva di me solo perché ero stato io stesso a crearlo nella mia mente? Il mio stato mentale stava dunque peggiorando? Stavo impazzendo?

Sembrò avermi letto nel pensiero.

"Capacità di portare i sensi fuori dal corpo...complimenti! Bella definizione! In realtà la sensazione che stai provando è solo un' estensione extracorporea dei tuoi sensi: diciamo che il tuo spirito può affacciarsi fuori dal tuo corpo e dare un'occhiata in giro anche mentre dormi, ma di solito funziona con un raggio d'azione limitato. Questo potere ha origine dalla primitiva necessità di restare in guardia dai pericoli anche durante il sonno. Ma non sono io la fonte di questa tua capacità: essa è stata sempre dentro di te, solo che prima d'ora non si era mai manifestata, forse perché non ne avevi mai avuto bisogno.

Io ti ho fornito solo un piccolo stimolo che ti ha consentito di conoscere qualcosa di te stesso che ancora ignoravi. Vedi, Hiroshi, tu sei un essere umano dotato di alcune possibilità particolari, potremmo dire che hai una sensibilità spirituale e psichica diversa e più ampia di quella della maggior parte dell'umanità, ed è grazie a questa tua grande apertura mentale che io riesco a comunicare con te. Io ho percepito questa tua dote naturale, e per me è stato come un richiamo forte, irresistibile.

Riuscire a trovare un essere come te è stato per me sempre importantissimo. Purtroppo, poche altre volte ci sono riuscito.

Nell'immensità del mio tempo, riuscire a trovare una intelligenza diversa dalla mia, ma in grado di comunicarmi emozioni e con cui scambiare pensieri è una cosa bellissima ma purtroppo rarissima.

Quando ho capito che il trauma psicologico che avevi subito aveva aperto una piccola breccia nel muro di razionalità che ti era stato imposto sin da piccolo, ho sentito che era giunto il momento giusto per entrare in contatto con te. Allora ho stimolato questa tua capacità per incontrarti qui, nella tua stanza, l'unico luogo dove ti saresti sentito protetto e a tuo agio, e infatti sento che già non hai più paura nel vedermi, ma provi solo una giusta sorpresa e un'utilissima curiosità.

La ribellione a quella che era stata la tua vita fino a quel momento e il rifiuto dei valori a cui ti avevano sempre costretto a credere hanno consentito alla tue particolari capacità mentali di venire espresse. Esse avranno probabilmente anche altre manifestazioni finora sconosciute che neanche io posso prevedere.

E non stai diventando matto! Io non sono un creazione della tua mente, anche se ammetto che il mio aspetto attuale risente della mia interazione con te.

Se tu fossi stato un uomo anziano, il mio aspetto nei tuoi confronti sarebbe stato certamente diverso, avrei avuto l'aspetto di una persona più matura, ma semplicemente come reazione al tuo bisogno di confrontarti con l'immagine di una persona abbastanza simile a te.

Viceversa, se tu fossi stato un bambino, credo che nel mostrarmi a te avrei avuto l'aspetto... di un bambino, forse... anche se mi vengono i brividi solo a pensarci!

Io non mi relaziono bene con i bambini, anzi sono proprio negato, anzi direi assolutamente inadeguato ad avere rapporti con loro! Qualche volta in passato ci ho provato, ma è stato un disastro: hanno delle menti molto aperte e disponibili, ma sono così fragili, indifesi, immaturi, instabili, inaffidabili, e soprattutto così incoscientemente crudeli e violenti!

Sarebbero capaci di tagliarti la gola avendo sul volto l'espressione di un sorriso innocente!"

Stavo ad ascoltarlo ed ero incapace di interromperlo, anche se ardevo dal desiderio di capire qualcosa di più su di lui e anche su quanto lui sapesse di me.

Parlava come un essere umano, ma sentivo che lui era qualcosa di diverso.

I suoi modi erano gentili, quasi effeminati, in ogni caso garbati come quelli di una persona che ha ricevuto una buona educazione, ma allo stesso tempo esprimevano una sottile e divertita ironia, quasi goliardica.

Il suo comportamento, l'espressione studiata dei tratti del suo viso, il suo parlare con tono falsamente superficiale, suggerivano i modi di chi fosse stato cresciuto alla corte di un antico regno.

Mi guardò, lesse sul mio sguardo tutto il mio desiderio di conoscenza ma anche il mio stupore, e mi disse:

"Scusami, non ti ho lasciato modo di esprimerti. Io e te dobbiamo conoscerci un poco alla volta, sempre se anche tu lo desideri. Lascerò che tu mi faccia delle domande e proverò a risponderti il più chiaramente possibile."

A queste sue parole, mi ripresi d'animo e mi sforzai di trovare il coraggio per riordinare le mie idee.

Con un filo di voce, quasi sospirando, dissi:

"Da quello che mi hai detto finora capisco che tu sai già tutto di me. Mi sembra giusto a questo punto che anche io possa fare la tua conoscenza. Io, come saprai, mi chiamo Hiroshi, e come hai detto prima, mio malgrado, soffro di depressione. Posso sapere il tuo nome?"

"Il mio nome...beh, vedi, io un nome proprio non ce l'ho. Tra i miei simili comunichiamo senza l'uso della parola ma direttamente col pensiero, con le idee, e l'identità di ognuno di noi non viene espressa con un nome ma direttamente con quella che potrei definire come l'impronta personale dello spirito, che è diversa e unica per ognuno di noi".

A queste parole rimasi allibito. Sempre a tono basso, quasi rivolgendomi più a me stesso che a lui, dissi:

"Cribbio! So già che mi ci vorrà un bel po' di tempo per riuscire a capirci qualcosa su ciò che mi hai detto e su quanto ancora mi dirai! Mi verrà un mal di testa terribile. Così non hai un nome...accidenti! Questo non è che mi rende più facile comprenderti! Come faccio a rivolgermi a te, se non so neanche come ti chiami?

Lasciamo perdere questo aspetto, per il momento. Penseremo più tardi ad una soluzione.

Piuttosto, capisco che la tua natura non è dunque umana, anche se hai assunto sembianze umane per entrare in contatto con me. Puoi mostrarmi il tuo vero aspetto?"

"Mostrarti il mio vero aspetto è impossibile perché è molto al di fuori della tua capacità di percezione. Per aiutarti a capire, posso dirti che io sono paragonabile ad una forma di energia che ha la coscienza di sé.

In ogni caso, se fosse possibile manifestarmi a te in tutta la mia vera essenza, in teoria ciò avrebbe come conseguenza la tua disintegrazione immediata: sarebbe come mettere un fazzoletto di carta ad un passo di distanza dalla superficie del Sole. Il tuo corpo verrebbe ridotto ad una piccola nuvola di particelle subatomiche in meno di un miliardesimo di secondo.

Ma questo non può avvenire, non preoccuparti. Io e te, nelle nostre diverse nature, siamo separati da un confine intrinsecamente insormontabile.

Solo in questa dimensione del sogno è possibile comunicare tra me e te."

Restai in silenzio per qualche minuto, continuavo a guardarlo e contemporaneamente a riflettere su quello che mi aveva detto.

Analizzai velocemente tutti gli elementi che avevo raccolto fino a quel momento per cercare di trovare una risposta logica alla situazione che stavo vivendo.

Era solo un sogno? Ero di fronte al messaggio telepatico di un alieno? Cosa rischiavo a mantenere un contatto con questa creatura? Erano tutte domande a cui non potevo trovare risposta.

Mi girai verso il mio corpo, vidi che stavo ancora beatamente dormendo, ne dedussi che, qualsiasi cosa mi stesse capitando, non doveva essere dannosa alla mia salute.

Strano pensiero per me che avevo pensato tante volte di suicidarmi!

Ero quello che avevo pensato di fare tante volte, quando credevo di non avere più uno scopo per il quale valesse la pena di continuare a vivere.

Uno scopo...già.

Tutti, presto o tardi, sentono il bisogno di avere uno scopo nella loro esistenza, o quantomeno hanno dei desideri da realizzare.

Io questo lo so benissimo e so quanto dolore si può provare quando ti viene impedito di avere dei sogni, che sono sempre dei desideri.

Mi venne in mente una domanda da fare al mio elegante ospite, una domanda che forse si sarebbe rivelata decisiva per avere un'idea più chiara sulla sua natura, ma soprattutto sulle sue intenzioni.

"Ascoltami, ho capito che riesci ad ascoltare i miei pensieri, ma voglio comunque formularti con parole chiare questa domanda: tu hai uno scopo da realizzare nella tua esistenza? Hai dei desideri?"

Mi guardò fissandomi intensamente, il suo volto cambiò espressione, non aveva più l'aria di ironica superiorità che lo aveva distinto fino a quel momento.

Forse avevo toccato la corda giusta, avevo trovato un elemento comune su cui poterci confrontare.

"Il mio scopo è stato sempre quello di essere d'aiuto agli esseri umani, e non ho desiderato altro. Neanche io so spiegarmi il perché, sento solo che è una mia intima necessità, come se fossi stato creato apposta per questo. E' come se un ordine superiore mi avesse affidato questo compito e di più non so dirti. Ho una parte del mio passato che mi sfugge, come se avessi perso una parte dei miei ricordi più remoti."

Girò lo sguardo nel vuoto e dopo un attimo di pausa continuò a parlare piano, con tono che mi parve sinceramente malinconico:

"Questo è strano perché io sono dotato di una memoria praticamente infinita. Ho sempre avuto la sensazione di aver perso un parte dei miei ricordi perché legati ad un avvenimento traumatico. Avvenimento che ho voluto o dovuto cancellare per non continuare a provare il dolore legato ad esso."

Queste sue ultime parole, pronunciate con insolita tristezza, mi provocarono un'emozione improvvisa. Mi rendevo conto in quel momento che anche questa creatura soprannaturale poteva provare dolore e sentirsi a disagio.

All'improvviso sentii che io e lui potevamo avere qualcosa in comune, potevamo tutti e due soffrire.

Provai quasi il desiderio di abbracciarlo, ma lui, come al solito leggendo i miei pensieri, mi fermò:

"No, Hiroshi. Questo purtroppo non è possibile. Non so ricreare la sensazione del contatto fisico, anche perché non so neanche che cos'è, dato che non ho un corpo materiale.

Questa è una sensazione che ho sempre invidiato a voi umani perché da quello che ho potuto osservare nel vostro comportamento, è qualcosa di molto gratificante."

Gli risposi ripensando alla mia infanzia.

"Si, lo è. Io, al contrario di te, posso saperlo ma è da tanto tempo che non provo la sensazione di un abbraccio. Forse solo mia madre mi ha tenuto stretto a sé quando ero piccolo. Sai, i miei genitori non sono esattamente delle persone espansive. Per il resto, purtroppo non ho mai avuto altri rapporti personali tanto stretti da giustificare un abbraccio dato con affetto. A questo punto non so se stai peggio tu che non hai mai potuto conoscere il piacere di un contatto fisico, o io che l'ho provato ma ne sento una terribile nostalgia!"

A queste mie parole iniziò a ridere, prima piano, poi sempre più forte cercando di trattenersi.

"Questa è proprio buona! Adesso facciamo a gara a chi si sente più triste! Ecco un'altra cosa che ho sempre adorato in voi umani: il senso dell'umorismo!"

Ci guardavamo in viso, tutti e due sorridenti, o per lo meno io provai la sensazione che si prova di solito quando si sorride. Il suo volto adesso mi sembrava quasi più umano del mio.

Poi, si ricompose, sforzandosi di riassumere un aspetto più serio:

"Adesso dobbiamo lasciarci, Hiroshi. Questo nostro primo incontro finisce qui. Avrai tempo per riflettere su questa nostra esperienza. Il tuo corpo tra poco sentirà il bisogno di destarsi, ma tu non ti preoccupare: sarà come svegliarti da un sonno profondo e ristoratore.

Nei giorni a venire ti starò vicino e saprò se avrai il desiderio di rivedermi o meno.

Ora rivolgi il tuo sguardo verso il tuo corpo e lasciati riprendere da esso."

Mi fu chiaro che il nostro primo incredibile incontro era ormai finito, era quindi giunto il momento di congedarsi. Gli risposi con quello che nella mia intenzione umana sarebbe stato un cenno di assenso, (ma come si fa un cenno solo con il pensiero?), e avvicinando il mio sguardo al mio corpo ancora addormentato, provai di nuovo quella sensazione di perdita dell'equilibrio, come se il pavimento s'inclinasse. Fu un attimo di vertigine, poi sentii subito il buio provocato dalla pesantezza delle mie palpebre. Ero tornato in me senza dubbio, perché provai, mentre avevo ancora gli occhi chiusi, una sensazione di appetito. Avevo fame! Sensazione quasi dimenticata, ormai da tempo mi ero abituato a dare scarsa importanza al cibo.

Mi destai quasi di scatto, guardai intorno a me, ma ebbi subito un'altra conferma inequivocabile del mio ritorno al mondo reale: le immagini ora erano decisamente sfocate! Per un attimo avevo dimenticato di essere miope e di avere bisogno degli occhiali per vedere bene.

Li cercai, intravedendone la sagoma opaca, lì dove li avevo lasciati, sulla scrivania.

Con le lenti sul naso che mi consentivano finalmente una buona visione, mi misi in piedi al centro della stanza e girai lentamente lo sguardo a trecentosessanta gradi, come se volessi fare una ripresa panoramica dell'interno della mia camera. Sembrava tutto al suo posto, esattamente come prima di mettermi a dormire. Potevo affermarlo con assoluta sicurezza, dato che ormai di questa stanza conosco tutti i particolari al millimetro. La porta era sempre chiusa dall'interno, la finestra pure, non c'era traccia di nulla d'insolito. Ma dovevo placare la fame! Guardai le lancette dell'orologio al quarzo attaccato alla parete, ormai mia madre avrebbe dovuto lasciarmi la cena come al solito davanti alla porta della mia camera. Per la prima volta sperai che avesse provveduto con una razione particolarmente abbondante. Girai lentamente la chiave nella serratura e aprii come al solito uno spiraglio della porta per controllare visivamente che non ci fosse nessuno nel corridoio.

Il corridoio era deserto ma sentii il televisore al piano di sotto che diffondeva il sonoro di un vecchio film western. Di sicuro c'era mio padre a guardarlo, lui adorava quei vecchi film che vedeva anche da giovane. Poteva aver visto lo stesso vecchio film anche cento volte, ma se in televisione lo riproponevano, lui certo non se lo perdeva.

Il vassoio con la cena per fortuna era lì, posato sul pavimento, al solito posto.

Allungando un braccio fuori dalla porta, presi il vassoio con una mano sola facendolo scivolare sul pavimento. Richiusi subito la porta e iniziai subito a mangiare. Per fortuna le porzioni erano abbondanti perché mia madre, con la sua solita mania di non sprecare cibo, aveva aggiunto alla cena odierna i resti che avevo lasciato il giorno prima.

Lei faceva sempre così, convinta di darmi una sorta di lezione, e rimaneva soddisfatta quando ritrovava il vassoio vuoto nel corridoio.

Non sapeva che io avevo trovato un valido aiuto in un nutrito gruppo di gatti che soggiornavano spesso sotto la mia finestra. Erano sempre affamati e divoravano tutto il cibo che gli gettavo senza lasciare traccia.

Ma stasera avrebbero aspettato invano. Il mio appetito era grande!

Mentre mangiavo pensavo convulsamente al mio incredibile sogno. Il ricordo di tutto quello che ho visto e ascoltato è ancora adesso chiaramente vivissimo nella mia mente.

Non sapevo se credere al mio istinto che mi diceva che ero entrato in contatto con una creatura soprannaturale o pensare di aver fatto semplicemente un sogno molto particolare, ma pur sempre solo un prodotto della mia mente. Oppure stavo diventando matto!

Intanto però sentivo che quel sogno mi aveva fatto consumare molte energie, sentivo chiaramente la sensazione di aver sostenuto uno sforzo intenso con forte dispendio di forze. Per questo avevo così tanto appetito!

Ma da questa fatica non ne ero uscito provato ma anzi rinvigorito, con una nuova forza d'animo e con uno spirito rinnovato nella sua voglia di vivere.

Era tanto tempo che non mi sentivo così. Speravo, volevo fortemente che nel sonno avessi avuto veramente un incontro speciale, che mi facesse sentire speciale.

Continuavo a mangiare e non riuscivo a smettere di pensare a quell'essere...divino!

Ma certo! Come avevo fatto a non pensarci prima! Io non ho certo avuto una formazione religiosa o filosofica, né tanto meno teologica, ma a pensarci bene lo spirito che mi era apparso in sogno poteva a tutti gli effetti essere un...angelo!

Un angelo! Mi torna in mente il suo fastidio quando ho nominato la parola diavolo, definire la sua esistenza come l'immensità del mio tempo, il sentire il bisogno di essere d'aiuto agli umani, e poi i suoi poteri, il suo atteggiamento...si, non poteva che essere un angelo.

Un angelo diverso però, un angelo che si è perso. Un angelo che forse si è stancato di essere un angelo e che ha dovuto dimenticare una parte del suo passato per riuscire a continuare la sua esistenza immortale. Un angelo che molto probabilmente vorrebbe vivere l'esistenza di un uomo, come quello di cui ha preso le sembianze nel presentarsi a me, con il suo debole per gli abiti di eleganza semplice e raffinata.

Certo, credo che l'iconografia classica preveda la presenza di grandi ali bianche e tuniche con i bordi dorati...ma in effetti era stato proprio lui a dirmi che il suo aspetto risentiva molto della sua interazione con me, ovvero lui aveva l'aspetto con il quale io mi sarei sentito più a mio agio nell'avere rapporti con lui. Insomma, in pratica il suo aspetto lo avevo deciso un poco anche io!

Restava solo da vedere se, come aveva detto, si sarebbe rifatto vivo. Chissà quando, poi.

Non mi restava che attendere. Nel frattempo ero diventato addirittura euforico! Mi veniva da pensare che, anche se tutto quello che avevo visto durante il sonno fosse stato solo frutto della mia fantasia, dopotutto non è da tutti riuscire a creare con la propria mente una storia del genere!



Terminato di mangiare, mi sono sentito sazio, soddisfatto, e pieno di voglia di scrivere tutto quello che mi ricordavo, caro il mio diario informatico. Sono sorpreso, scrivendo queste parole, di come mi sia rimasto tutto così chiaramente nella memoria.


Ora ti saluto, caro diario. Voglio riflettere su quanto mi è successo con più calma e per farlo mi aiuterò con il mio solito metodo: l'ascolto di un bel brano di musica classica.

Penso che i ‘Notturni' di Chopin siano adatti alla circostanza, non credi? Bye-bye



Ci sono riuscito. Ho avuto con lui il primo contatto, e mi sembra che sia andata per il meglio.

La sua reazione, come è ovvio, è stata inizialmente di sorpresa e diffidenza, ma poi sento che sono riuscito a conquistare una parte della sua fiducia.

E' un giovane straordinario, su questo non ci sono dubbi. Ho sentito subito che la sua anima ha delle capacità enormi per essere quella di un uomo. Con lui ho provato un'emozione che mi era sconosciuta. Per un momento, quando ci siamo scambiati un sorriso, mi è sembrato che lui fosse in grado di guardarmi dentro, di sentire e di capire i miei sentimenti. Ho avuto quasi paura di questo.

Non so ancora se quello che sto facendo sia giusto o no, non so quali conseguenze potrà avere su di me e su di lui. Ma sento forte il desiderio dentro di me di continuare questa esperienza, anche se non so dove mi porterà. Forse è proprio questo non sapere, questo affacciarsi sull'incognito, su qualcosa di imprevedibile, che mi attrae in modo irresistibile.

Tra qualche tempo mi metterò di nuovo in contatto con lui.

Lascerò trascorrere alcuni giorni perché voglio che abbia il tempo di meditare bene sul nostro primo incontro.

Devo essere ragionevolmente sicuro che si senta pronto a continuare il nostro rapporto.

Hiroshi mi piace, ha un bel carattere, una intelligenza vivissima.

Anche senza considerare le sue particolari qualità mentali, lo si può certamente giudicare un bravo ragazzo. Su di lui purtroppo hanno influito negativamente l'ambiente sociale e familiare in cui è nato e cresciuto. In un altro contesto Hiroshi sarebbe stata una persona felice e anche in grado di rendere felice le persone a lui vicine. Purtroppo invece, nella sua attuale situazione di ostinato auto-isolamento, non può esprimere appieno le sue qualità umane. Purtroppo i suoi genitori non possono aiutarlo, non tanto per mancanza di volontà, ma perché anche loro hanno dei forti limiti imposti dal loro carattere ma anche dall'educazione che hanno ricevuto e dalla cultura in cui vivono. Anche loro hanno subito un forte trauma: improvvisamente il loro unico figlio, su cui poggiavano tante speranze, si è trasformato. Egli, che era potenzialmente una grande risorsa, si è trasformato in un peso, in una vergogna. Hiroshi adesso viene considerato dai suoi genitori come un investimento sbagliato, come un fallimento da nascondere.

Devo riconoscere che nel loro comportamento non trovo alcuna traccia di quell'amore assoluto, altruistico e disinteressato che di solito ci si aspetta nel rapporto tra genitori e figli.

Invece mi è parso di intuire in loro una forte dose di egoismo materialistico, dettato da valutazioni e preoccupazioni esclusivamente di carattere economico.

Hiroshi rappresentava per i suoi genitori soprattutto una specie di assicurazione sulla vita.

Il suo successo infatti avrebbe dato a loro la sicurezza di una vecchiaia serena, tranquilla e ricca di tanti agi e lussuose comodità, fornite dal reddito elevato che può garantire un figlio con una brillante carriera in corso.

Di quello che Hiroshi pensava, a loro non è mai importato un gran che.

Hiroshi doveva solo comportarsi secondo i loro progetti, il resto erano solo pericolose distrazioni.

Solo che adesso stanno pagando il prezzo del loro egoismo.

Si sono resi conto che il loro piano è fallito, le loro previsioni economiche per la vecchiaia sono andate a farsi friggere.

La prospettiva di dover vivere gli ultimi anni della loro vita potendo contare solo sul magro reddito pensionistico li terrorizza.

In Giappone il costo della vita è altissimo ed è facile cadere nella miseria quando si ha un reddito basso: è sufficiente una necessità straordinaria e improvvisa, magari per un motivo di salute, e ci si ritrova subito in gravi difficoltà.

L'eventualità di potersi trovare in futuro in una simile situazione, ha prodotto nella madre di Hiroshi uno stato di grave nevrosi, che la porta a ritenere suo figlio Hiroshi responsabile di tutto ciò che le potrà accadere.

Sento che in lei si sta formando una miscela di sentimenti pericolosa, che nell'immediato futuro potrebbe farle perdere l'equilibrio emotivo, già abbastanza precario.

La madre di Hiroshi è una donna che in gioventù ha molto sofferto per essere cresciuta in un ambiente familiare ricco solo di privazioni.

Provenendo da una famiglia poverissima di un piccolo villaggio di campagna, era stata ben presto costretta a spostarsi in città per poter sopravvivere.

Qui aveva accettato i lavori più umili per poter dare sostentamento a se stessa e fornire aiuto economico alla propria famiglia rimasta al villaggio, compresi i suoi fratelli minori ancora troppo piccoli per lavorare.

Iniziò a lavorare in una ditta che faceva le pulizie nei locali pubblici, e lavorava anche di notte per poter guadagnare qualcosa di più. Aveva trascorso tanto di quel tempo a pulire i servizi igienici in giro per tutta la città, che ormai gli sembrava di aver sempre vissuto tra le pareti di un cesso.

La sua era stata senza dubbio una vita costellata di tanti sacrifici e sofferenze, vissuta sempre nella speranza di un futuro migliore.

Sperava almeno di poter avere una vecchiaia serena, in cui qualcun altro si prendesse cura di lei, come lei da giovane aveva dovuto fare con la sua famiglia.

A questo punto, l'unico che si sarebbe potuto prendere cura di lei in maniera efficace era suo figlio Hiroshi. Suo marito, il padre di Hiroshi, è molto più anziano di lei e quindi non può certo costituire un valido appoggio.

Ma Hiroshi è crollato, si è rivelato un enorme fallimento.

Alla delusione seguita alla crisi di Hiroshi,che esiliatosi nella sua stanza non voleva saperne più di studiare, seguì l'umiliazione continua che era costretta a subire dai parenti, dai conoscenti e dai vicini di casa.

I suoi parenti la criticavano apertamente perché lei, subito dopo il matrimonio, rimasta incinta, si era rifiutata di continuare a inviare aiuto ai suoi familiari, sostenendo che il danaro che il marito guadagnava bastava appena per farli vivere dignitosamente.

E poi bisognava pensare anche al bambino che sarebbe nato di lì a poco.

Un giorno però uno dei suoi fratelli, di passaggio in città, la vide per caso in una via del centro mentre stava acquistando dei capi di abbigliamento non certo economici.

Erano il frutto di mesi di creste fatte sui soldi della spesa, ma questo nessuno poteva saperlo.

I familiari rimasti al villaggio, appena furono messi al corrente, pensarono subito che la loro congiunta evidentemente li considerava meno importanti di un abito di lusso, e troncarono ogni rapporto con lei.

Da quel giorno in poi ha ricevuto sempre lo stesso trattamento ogni volta che le capita d'incontrare qualcuno dei suoi parenti: loro non rispondono al suo saluto, fingono d'ignorarla con disprezzo.

Se lei cerca di raggiungerli, tirano dritto per la loro strada voltando le spalle e allontanandosi il più in fretta possibile. Si rifiutano persino di parlare con lei anche solo al telefono, e non la invitano ai matrimoni e ai funerali che si celebrano in famiglia. Le hanno anche fatto sapere, per interposta persona, che giudicano il disagio mentale di Hiroshi una giusta punizione per l'egoismo dimostrato da lei nei confronti della sua famiglia d'origine.

Quando va al centro commerciale a fare la spesa le capita di incontrare qualche coppia di conoscenti con i quali scambia poche parole di circostanza.

In più di un'occasione ha potuto ascoltare di nascosto i discorsi che si scambiamo tra loro a bassa voce subito dopo essersi congedati da lei, credendo di non essere ascoltati.

La considerano una piccola arrampicatrice sociale, in quanto, secondo loro, ha accettato di sposare un uomo molto più anziano di lei solo perché il marito, con il suo modesto impiego, le ha permesso di smettere di lavorare, sottraendola quindi a quelle mansioni umilianti.

I vicini di casa poi, da quando Hiroshi ha deciso di isolarsi dal mondo, non fanno altro che provocarla di continuo facendole domande indiscrete e inopportune sul figlio, e in particolare sulle possibili cause che lo hanno portato alla depressione.

C'era stata addirittura una vicina particolarmente fantasiosa che, sulla falsariga di molte soap opera televisive, ha fatto circolare l'ipotesi che Hiroshi avesse reagito drammaticamente alla scoperta di essere, in prima ipotesi, figlio adottivo, e poi di essere il figlio illegittimo di una relazione extra coniugale.

Devo restare vicino ad Hiroshi, sento che potrebbe aver bisogno del mio aiuto.

§

Diario di bordo di Hiroshi K.

Data e luogo: data chi se ne frega, il luogo per il momento è sempre lo stesso, anche se ho corso il rischio di essere ricoverato in ospedale, o direttamente trasportato all'obitorio!

Il bello è che non ci sarei finito per causa mia, in un ipotetico tentativo di suicidio, come avevo sempre immaginato.

Mi ci avrebbero portato perché mia madre ha cercato di farmi fuori!

Cazzo! Non ci posso pensare! La mia cara mamma ha cercato di farmi tirare le cuoia!

È un miracolo se sono ancora vivo.

Tutto è cominciato ieri sera al mio risveglio. Da quando mi sono rinchiuso nella mia stanza preferisco dormire di giorno e vivere, o meglio sopravvivere di notte, quando tutto è più calmo e silenzioso. Di solito mia madre mi fa trovare la cena su di un vassoio posato sul pavimento nel corridoio, davanti alla porta della mia stanza. Ieri sera mi sono svegliato prima del solito, e ho sentito i passi di mia madre che saliva le scale per portarmi da mangiare.

Ho pensato che fosse strano che mi portasse la cena così presto.

Ad ogni modo, ho atteso qualche momento affinché si allontanasse, e poi ho portato dentro la stanza il vassoio con la cena. Non avevo appetito, se possibile ero ancora più giù di morale del solito perché quello che chiamo l'angelo non mi era ancora riapparso in sogno come mi aveva promesso.

Non sapevo cosa pensare, desideravo ardentemente rivederlo, ma ormai erano trascorsi diversi giorni e di lui nei miei sogni non c'era traccia. Anzi, avevo perso anche la capacità di rivedere in sogno il ricordo di quella esperienza passata. Ero tornato al sonno privo di sogni, vuoto e silenzioso, solo che adesso questo fatto mi dava ansia anziché riposo. Perché l'angelo non tornava?

Immerso in questi pensieri mi affacciai alla finestra, cosa che faccio molto di rado quando fuori c'è ancora la luce del sole perché voglio evitare gli sguardi indiscreti e indagatori dei vicini di casa che mi considerano il caso clinico del quartiere. La loro curiosità morbosa è orribile, mi fa sentire come una bestia rara. Invece ieri sera, affacciato alla finestra non vidi nessuno. Il mio è un tranquillo quartiere residenziale e quindi è probabile che la maggior parte dei miei vicini non fosse ancora rientrata dal lavoro. Quelli che invece non mancavano mai erano i soliti gatti, che gironzolavano sotto la mia finestra perennemente affamati. Senza pensarci presi un piccola porzione di cibo e l'assaggiai e allo stesso tempo ne gettai un poco anche ai gatti. In quel momento ho provato una sensazione strana nella mia testa, era come se sentissi un urlo provenire da un luogo lontanissimo.

Mi girai sospettando che il suono venisse dal televisore nel salotto giù al piano terra, ma mi sbagliavo. Dal piano terra non veniva alcun rumore, ma io continuavo a percepire quel lontano urlo, debole ma sempre presente. Pensai che doveva essere un mio disturbo momentaneo, come quando ti fischia un orecchio, e non ci pensai più. La mia attenzione fu attratta dai gatti che si erano fermati sotto la mia finestra: il loro comportamento era strano. Giravano attorno al cibo annusandolo e leccandolo di tanto in tanto, ma non lo mangiavano, erano come diffidenti.

Io avevo in bocca una piccola quantità di quello stesso cibo, ma non riuscivo a sentire nulla di strano. Non avevo mai prestato molta importanza al sapore di quello che ingerivo, ma adesso stavo concentrando la mia attenzione sul mio senso del gusto per capire se stavo per ingerire del cibo avariato. Non riuscivo a discernere le sensazioni che mi giungevano dal palato, continuavo quindi a rigirarmi in bocca quella piccola quantità di cibo, rimestandolo con la lingua.

Tutto ciò sempre distrattamente, senza pensarci troppo, e continuavo a gettare altro cibo ai gatti e ad osservarli. Arrivò un gatto piuttosto grosso, dall'aspetto sembrava essere il più vecchio del gruppo. Lo avevo notato altre volte perché portava un collare con un piccolo ciondolo rosso a forma di brillante, sicuramente qualcuno nel quartiere si prendeva saltuariamente cura di lui. Quel gatto mi aveva suscitato simpatia perché era un poco come me: di solito se ne stava in disparte, lontano dagli sguardi dei suoi simili. Con fare lento cominciò a mangiare e ingerì una discreta quantità di cibo, ma ad un certo punto si fermò. Ebbe come un soffocamento e subito dopo iniziò a vomitare con dei conati violentissimi.

Fu uno spettacolo orrendo, la povera bestia sputava schiuma, cibo e sangue con movimenti violenti tanto da farmi pensare che stesse per morire. Alla fine si accasciò per terra su di un fianco, sfinito e ansimante, ma ancora vivo. Tutti gli altri gatti si erano arretrati di qualche metro, e adesso rivolgevano il loro sguardo timoroso e interrogativo su di me.

Avevo cercato di sterminarli dando loro del cibo avvelenato?

No, cazzo! Era qualcun altro che stava cercando di mandare me all'altro mondo!

In quel momento mi resi conto che il cibo evidentemente conteneva qualche sostanza tossica.

Sputai subito fuori dalla finestra la pallina di cibo che avevo in bocca, poi presi dal vassoio la bottiglia di acqua minerale per sciacquarmi il cavo orale e bere.

Mi fermai un attimo, valutai se potesse essere stata avvelenata anche quella.

La osservai attentamente, non vi erano tracce di fori, il tappo era ancora sigillato.

L'apertura del tappo, trattandosi di una bottiglia di acqua gassata, aveva prodotto il solito tipico sibilo provocato dall'improvvisa uscita dell'anidride carbonica sotto pressione, e mai come allora questo suono mi risultò confortante.

Con l'acqua riuscii a ripulirmi la bocca da ogni traccia di cibo, mi riempivo la bocca d'acqua e facevo gli sciacqui come quando ci si lava i denti, solo che adesso sputavo tutto fuori dalla finestra!

Nel fare questo osservai il vecchio gatto che ansimava sempre più lentamente, sempre disteso sul fianco, con gli occhi semichiusi.

Gli altri gatti si erano avvicinati a lui, lo annusavano forse cercando di capire cosa gli stesse capitando.

Poi il respiro del gatto, intuibile dai movimenti dell'addome, si fece sempre più lento.

Un rivolo di sangue gli usciva dalla bocca e lentamente scorreva sul piccolo marciapiede che separava la mia casa dal vialetto pedonale. Una lunga linea di un colore indefinibile tra il rosso e il marrone che, giunta in un punto privo di pendenza, iniziava a raggrumare.

Guardai il gatto, che adesso non si muoveva più. Era morto.

Era quella la fine che avrei fatto io?

Ucciso dal cibo che mia madre mi aveva tanto amorevolmente preparato! Quella lurida assassina!

Con un moto di rabbia presi il vassoio con tutto quello che c'era sopra e lo gettai fuori dalla finestra, facendo un gran baccano.

I miei genitori accorsero fuori per vedere cosa fosse successo, prima mio padre che giunse sotto la mia finestra, osservò tutta la scena in silenzio, con gli occhi smarriti.

Vide il gatto morto, il rivolo di sangue, e comprese subito cosa era successo.

Lui da tempo aveva notato che io davo spesso un poco del mio cibo a quelle bestie, ma si era guardato bene dal riferirlo a mia madre temendo una sua scenata di spilorceria.

Io per lei ero già diventato un peso, un mangiapane a tradimento, figurarsi se avesse saputo che sfamavo uno stuolo di gatti randagi con una parte del preziosissimo cibo che mi passava.

Dietro di lui sopraggiunse mia madre, che con aria di forte disappunto realizzò subito la situazione.

Io ero ancora affacciato alla finestra, lei mi guardò con gli occhi pieni di odio, poi incontrò lo sguardo di mio padre che la fissava incredulo.

Bianca in volto si mise ad urlare furiosamente, a darsi pugni in faccia e a tirarsi i capelli.

Poi, sempre urlando, rientrò in casa, salì di corsa le scale e iniziò ad urlare dando calci e pugni contro la mia porta chiusa.

"Bastardo maledetto! Tu mi hai rovinato la vita! Se ti avessi abortito, adesso sarei la donna più felice del mondo! Lurido cane schifoso, ho dovuto sacrificare i miei anni migliori per crescerti, ho messo tutte le mie speranze su di te, ti ho messo in mano il mio futuro e tu, brutto porco, mi hai tradita, mi hai colpita alle spalle! Ho sposato un vecchio, per te! Mi sono data ad un vecchio bavoso perché era l'unico che mi avrebbe sposata anche se incinta di un figlio non suo! Io non mi merito questo, io sono una donna che nella vita avrebbe potuto fare di tutto!

Da giovane ero molto attraente e gli uomini si giravano a guardarmi, compreso il mio principale!

E io per poter mandare più soldi a casa, divenni la sua puttana! Ed è così che sono rimasta incinta di te. Hai capito, Hiroshi? Tu sei soltanto un lurido bastardo!"

Degli avvenimenti successivi conservo dei ricordi incompleti, perché le parole di mia madre mi avevano gettato in un grande sconforto.

Ricordo di aver notato una piccola folla di vicini di casa che, di rientro dal lavoro, avevano assistito a tutta la scena e si erano fermati a vedere lo spettacolo.

Attraverso la mia finestra ancora spalancata, avevano udito tutte le parole che mia madre aveva urlato da dietro quella sottile porta.

Appena mi resi conto di questo, mi avvicinai alla finestra per chiuderla, mentre mia madre continuava a battere sulla porta e a urlare, maledicendosi per non essere riuscita ad uccidermi.

Feci in tempo a vedere una mia vicina di casa, pettegola e maligna, che con aria soddisfatta diceva ad un'altra, dandogli di gomito: "Hai visto che avevo ragione? Me lo sentivo che c'era qualcosa sotto! Il vecchio non è il vero padre del ragazzo, lei era rimasta incinta di un altro prima di sposarsi!

Proprio come nel telefilm!"

Chiusi la finestra, mi misi seduto sul pavimento.

Non so quanto tempo sono rimasto così, mia madre continuava a urlare e sentivo che era scesa in cucina e stava gettando tutto all'aria, stoviglie, pentole, bottiglie.

Subito dopo è uscita fuori, ho potuto vederla attraverso i vetri della mia finestra.

In preda ad una crisi isterica ha iniziato a lanciare tazze di ceramica e bicchieri di vetro sulla folla di vicini che si era raccolta sotto casa, ferendone un paio e insultandoli con parole irripetibili. Rientrava in casa, recuperava in cucina altri bicchieri, usciva davanti alla porta d'ingresso e li tirava addosso a quella piccola folla che cercava di calmarla. Per terra era pieno di cocci.

Dopo pochi minuti è arrivata un'autoambulanza e due automobili della polizia.

Gli agenti, dopo una breve colluttazione, sono riusciti ad immobilizzare mia madre per consentire ad un medico di praticarle un'iniezione. Uno dei poliziotti ha riportato un ferita ad un mano nel tentativo di strapparle l'ultimo bicchiere rimasto, che però le si era già parzialmente rotto in mano.

Subito dopo ho visto un agente che raccoglieva le testimonianze dei vicini, tutti molto ansiosi di raccontare l'accaduto con dovizia di particolari. Il poliziotto, a mano a mano che veniva informato sull'accaduto, impartiva ai suoi colleghi le istruzioni su quello che c'era da fare.

Ho visto mio padre parlare in lacrime con uno dei poliziotti, mentre un'altro prendeva dei campioni dal cibo che avevo gettato e lo inseriva in dei piccoli sacchetti di plastica trasparente.

Mio padre rispondeva alle domande degli agenti con brevi frasi intervallate da pause in cui non riusciva a trattenere il pianto.

L'aver scoperto che non è il mio vero padre stranamente non mi ha provocato malessere, non più di tanto insomma.

Sono solo sorpreso, ma la cosa non mi tocca particolarmente.

Mi viene da pensare che quella che ha cercato di uccidermi è mia madre, proprio colei che mi ha partorito e da cui mi sarei potuto aspettare più protezione, mentre quello che credevo mio padre, con tutti i suoi difetti, ha accettato di allevarmi anche se non ero figlio suo.

Tutto questo è incredibile, non posso credere che mia madre mi odiasse a tal punto da desiderare la mia morte.

Eppure ha tentato di uccidermi, in un modo così vile.

Probabilmente aveva pensato di far passare la mia morte per un suicidio.

Tutti nel mio quartiere sanno che sono depresso, quindi non ci sarebbe stato nulla di strano.

Dopo ho visto due poliziotti entrare in casa, credo che cercassero la sostanza usata da mia madre per avvelenare il cibo, mentre un altro poliziotto è salito da me accompagnato dal medico.

Hanno bussato alla porta con decisione, se non avessi aperto subito l'avrebbero abbattuta perché pensavano che potessi essere intossicato. Il medico mi ha visitato accuratamente mentre il poliziotto cercava nella mia stanza l'eventuale presenza di altro cibo potenzialmente tossico.

Io gli ho assicurato di non aver ingerito nulla del cibo che mi madre mi aveva preparato, ma loro hanno comunque insistito per portare me e mio padre in ospedale, dove ci hanno sottoposti ad accertamenti clinici e ci hanno fatto delle analisi del sangue perché sospettavano che mia madre avesse iniziato ad avvelenare il cibo già da tempo a piccole dosi, e che anche mio padre potesse averne ingerito.

Questa possibilità mi ha ulteriormente sconvolto, ma dalle analisi non è risultato nulla in tal senso.

Dopo hanno iniziato a farmi molte domande. Erano le prime persone estranee con le quali parlavo dopo tutto quel tempo in isolamento, ed era la prima volta che uscivo di casa dall'inizio del mio malessere.

Dopo aver ricostruito per sommi capi la mia drammatica situazione, ebbero un quadro abbastanza chiaro di me, di mia madre, di quello che avevo creduto mio padre fino a poco tempo prima.

Insomma si resero conto di che casino fosse diventata la mia vita e quella della mia famiglia.

Mi hanno detto che manderanno uno psicologo dell'assistenza sociale a visitarmi e a parlare con me e con mio padre, per cercare di superare il trauma.

Mia madre molto probabilmente rimarrà per qualche tempo ospite di un centro di salute mentale.

Il medico mi ha detto di aver riscontrato in lei i chiari segni di un fortissimo esaurimento nervoso.

Forse questo le eviterà conseguenze penali gravi, a parte il ricovero obbligatorio.

Io ascoltavo le loro parole, rispondevo alle loro domande il più brevemente possibile, volevo solo che mi riportassero subito a casa e che mi lasciassero in pace.

Sono molto stanco e abbattuto, la mia vita sta complicandosi sempre di più e non riesco a trovare la luce in fondo al tunnel.

Dove sei, angelo?

Adesso ti seguirei ovunque, se tu fossi un demone ti seguirei anche all'inferno.

Ovunque, per non restare qui.

§

È stato terribile, per un momento ho temuto il peggio!

Era da tempo che avevo notato nella madre di Hiroshi dei segni di insofferenza, ma non credevo che fosse arrivata ad un tale livello di gravità. La mia sensibilità nei suoi confronti non è neanche lontanamente paragonabile a quella che ho con Hiroshi, quindi non sono mai riuscito a percepire completamente le sue emozioni e quindi neanche le sue intenzioni.

L'evoluzione dei fatti è avvenuta con tale velocità che non ho avuto modo di prevedere ciò che stava per accadere: Hiroshi stava per essere avvelenato da sua madre, che gli aveva preparato la cena con del cibo contenente una sostanza tossica!

Quando ho capito quello che stava per succedere, lo ammetto, sono andato nel panico. Hiroshi era sveglio e io non ho nessuna possibilità di comunicare con lui quando non è addormentato profondamente.

Ho urlato, ho urlato con tutte le mie forze, ho sperato che miracolosamente Hiroshi potesse sentire l'urlo mentale che il mio spirito stava producendo con uno sforzo disperato.

Non so ancora se lui sia riuscito a sentire qualcosa, ma ho provato comunque un grande sollievo nel vedere che era riuscito a sottrarsi all'ignobile tentativo materno di porre fine alla sua esistenza terrena.

Sono molto sollevato nel vedere che sta facendosi forza per superare anche questo brutto momento.

Hiroshi in fondo ha delle risorse che fanno di lui un ragazzo potenzialmente forte, il suo lato debole è dovuto alla sua sensibilità alle critiche, non sopporta di essere giudicato dagli altri.

In questo particolare del carattere somiglia molto a sua madre.

Non ha sviluppato quella corazza di noncuranza che serve a difendersi dalle opinioni degli altri.

Sto cercando di capire quale sia il momento migliore per entrare nuovamente in contatto con lui, anche se adesso non è facile. I fatti drammatici recenti lo hanno molto turbato e gli provocano disturbi del sonno. Ho percepito chiaramente che desidera rivedermi e sicuramente adesso potrei essergli di conforto e consigliarlo, ma in queste condizioni non posso mostrarmi a lui, perderei il contatto subito e finirei col farlo sentire ancora più frustrato.

Non mi resta che continuare a stargli vicino, aspettando il momento giusto.

Diario di bordo di Hiroshi K.

Data: non lo so, non m'importa, mi basta sapere che è un nuovo giorno della mia vita, uno in più che mi separa da quel giorno di merda in cui mia madre ha tentato di uccidermi.

Luogo : questa volta è diverso, più grande del solito, nel senso che adesso non vivo più confinato nella mia stanza, ma vivo confinato in tutta la mia casa.

Perché? Semplice: perché non posso continuare a stare soltanto in camera mia e anche perché non ne ho più bisogno.

Da quando mia madre è ricoverata in una clinica psichiatrica, non c'è più nessuno che si occupi della casa, quindi devo per forza farlo io, insieme a mio padre.

Non riesco a smettere di chiamarlo così, anche se ormai so che lui non è il mio vero padre.

In una lunga lettera che mi ha infilato sotto la porta, mi ha raccontato tutta la verità su di me e sul passato della nostra famiglia. Non ha cercato nemmeno di parlarmi. Lui è sempre stato un uomo di pochissime parole, in vita mia gli avrò sentito fare in tutto tre o quattro discorsi, sempre in occasioni di una certa importanza e sempre con parole molto misurate e concise. Mi padre non parla con facilità, per lui è difficile trovare le parole giuste per esprimere i propri pensieri. Quando parla, le parole gli escono dalla bocca a piccoli gruppi, intramezzati da brevi pause, come se avesse bisogno di ricaricarsi tra una frase e l'altra.

È per questo che ha preferito scrivermi una lettera. Devo dire che sono rimasto colpito, non avevo mai letto qualcosa scritto da lui. Con la carta e la penna riesce ad esprimersi molto meglio che con le parole. Ha una calligrafia ordinata e pulitissima, da perfetto impiegato contabile quale è sempre stato.

Mio carissimo figlio,

mi permetto di rivolgermi a te chiamandoti figlio, perché tale ti ho sempre considerato e continuerò a considerarti mio figlio fino alla fine dei miei giorni.

Ho deciso di scriverti questa lettera alla luce degli avvenimenti che si sono verificati nella nostra famiglia negli ultimi tempi.

Sono ancora profondamente sconvolto dalla terribile azione commessa da tua madre, non oso pensare alle possibili conseguenze di un atto così pazzesco.

Credo fermamente che solo un momento di follia improvvisa può aver portato tua madre a mettere in pratica il desiderio di ucciderti.

Anche soltanto scrivere queste parole mi sembra assurdo: come può infatti una madre provare il desiderio di portare a morte il proprio figlio, il sangue del suo sangue, partorito dal suo ventre?

È una domanda destinata a rimanere senza nessuna vera risposta.

L'animo umano resterà sempre un universo sconosciuto, e mai l'uomo conoscerà fino in fondo i processi che regolano i nostri sentimenti.

Io stesso credevo di conoscere a fondo tua madre e devo invece constatare che molto di lei mi è rimasto nascosto.

Conobbi tua madre una sera d'inverno.

Fu un fatto del tutto casuale.

La mia vita fino ad allora era stata sempre regolare e uniforme, senza grandi problemi ma purtroppo povera di situazioni che potessero suscitare in me entusiasmo e coinvolgimento emotivo.

Non mi ero mai innamorato, non avevo mai provato sentimenti nei confronti di una donna.

Ero arrivato ad un'età in cui ormai ci si rassegna all'idea che si continuerà a vivere da soli per tutta la vita.

Da figlio unico, avevo già da tempo perso i miei genitori: mio padre morì poco tempo dopo che io ebbi conseguito la maturità, e l'azienda in cui lavorava mi offrì di prenderne il posto.

Io accettai, felice di poter assicurare a mia madre il sostegno necessario, fino alla sua morte che avvenne due anni dopo. Ho sempre pensato che mia madre sia morta di crepacuore per il dolore provato dalla perdita di mio padre. Loro erano molto uniti.

Restai solo, la mia vita la dedicavo solo al lavoro.

Un collega di altro reparto si ammalò improvvisamente, e il mio superiore mi pregò di sostituirlo svolgendo ogni giorno, al termine del mio normale turno, alcune ore di straordinario nel reparto del collega assente, reparto che si trovava in un'altra ala dell'edificio.

Accettai volentieri, anche perché non avevo niente di meglio da fare.

Certo, la prospettiva di un piccolo guadagno extra mi allettava, anche se non era il danaro la cosa di cui sentivo maggiormente il bisogno.

Ero solo, e ormai da tempo sentivo sempre di più il peso triste della solitudine.

Una sera, durante uno di quei turni di lavoro straordinario, cercai i servizi igienici in quella zona dell'edificio che conoscevo poco.

Data l'ora tarda, ormai gli uffici erano deserti, quella era l'ora riservata agli addetti alle pulizie.

Trovai la toilette e vidi tua madre lì, seduta su un contenitore dei rifiuti, nel suo camice azzurro.

Provai imbarazzo perché era pur sempre una donna che si trovava nei servizi riservati agli uomini, ma poi mi accorsi che piangeva.

I nostri sguardi s'incrociarono nel silenzio di quello stabile deserto, poi lei trovò il coraggio e iniziò a raccontarmi le sue pene, come per voler giustificare lo stato d'animo in cui si trovava.

Era incinta di te, frutto di una relazione con il suo principale che, conoscendo il suo stato di bisogno, pretendeva da lei continue prestazioni sessuali in cambio di modeste maggiorazioni sul compenso lavorativo e di un trattamento di favore nella scelta dei turni e dei luoghi di lavoro.

Era disperata, non aveva rivelato ancora a nessuno il suo stato perché temeva la reazione del suo capo, un losco individuo strettamente legato agli ambienti della criminalità organizzata, che l'avrebbe sicuramente licenziata e minacciata se lei avesse avanzato qualsiasi richiesta per sé e per il bambino.

Non poteva neanche contare sull'aiuto della sua famiglia che versava in condizioni economiche molto precarie e l'avrebbe sicuramente colpevolizzata per la gravidanza.

Disse che l'unica via d'uscita era l'aborto, ma anche in questa scelta difficile non sapeva cosa fare, a chi chiedere aiuto e appoggio, si sentiva sola e disperata.

La guardai: il suo viso rigato dalle lacrime esprimeva dolore, ma era comunque una donna molto bella. Prima di allora, nessuna donna mi aveva mai considerato degno di ascoltare le sue pene.

Nessuno mi aveva aperto il suo cuore così, rendendomi partecipe del lato più intimo della propria vita. Ti potrà sembrare strano, ma m'innamorai subito di lei, perché era stata la prima persona che mi aveva coinvolto nei suoi sentimenti, pur terribili come in quel momento.

Restai con lei ad ascoltarla parlare, piano, a bassa voce, fino a tardi.

Mi parlava di come avrebbero reagito i suoi parenti. Temeva che l'avrebbero accusata di aver compromesso l'onorabilità della famiglia con la sua gravidanza illegittima.

Anche il suo principale era sicura fonte di preoccupazione: se lei avesse chiesto il suo aiuto, avrebbe potuto anche cercare di farla uccidere per evitare uno scandalo e problemi legali con sua moglie.

Mentre l'ascoltavo, udimmo i passi veloci e quasi cadenzati di due uomini: erano i sorveglianti notturni che iniziavano il loro primo giro di ispezione.

Eravamo rimasti tanto presi dal nostro inconsueto incontro da non renderci conto del tempo trascorso. Se i due guardiani ci avessero sorpreso in quella toilette, noi non avremmo saputo giustificare la nostra presenza lì a così tarda ora. Sarebbe stato molto imbarazzante.

Ci nascondemmo in un ripostiglio dove venivano custoditi gli attrezzi per le pulizie. Era uno stanzino così piccolo e così ingombro di attrezzi che dovemmo stringerci molto per entrarci.

Chiusi in due metri quadrati ascoltavamo i due guardiani che si lamentavano del fatto che c'era sempre qualche idiota che lasciava le luci accese!

Eravamo lì, stretti al buio, e senza che me ne fossi accorto mi trovai abbracciato a tua madre.

Fu in quel momento che compresi che nulla sarebbe stato come prima, il cerchio della mia solitudine si spezzò in quel preciso momento.

Mi sentii protagonista di una strana coincidenza di eventi.

Ebbi insomma la sensazione che il destino avesse disegnato per me quella situazione, in cui io potevo essere il felice risolutore di una situazione altrimenti drammatica.

Sposai tua madre pochissimo tempo dopo, con una semplice cerimonia privata a cui erano presenti solo alcuni amici, perlopiù colleghi di lavoro di entrambi.

La tua nascita portò un vento di gioia e di speranza nella nostra vita.

Ti ho sempre considerato come un figlio mio e sono sempre stato orgoglioso di te.

So che stai attraversando un periodo molto difficile, ma non ho perso le speranze di poter un giorno rivedere il ragazzo volenteroso e laborioso che eri prima.

Nel frattempo però dovremo attraversare insieme questo mare in tempesta.

Dovremo stabilire una collaborazione tra di noi per organizzare il menage familiare nel migliore modo possibile. Io sarò impegnato tutto il giorno a lavoro, potrò uscire per occuparmi delle compere nel fine settimana. Tu dovrai occuparti della casa e di tutte le faccende domestiche, so che sei per carattere molto ordinato e amante della pulizia, quindi immagino che assolverai a questo compito in maniera impeccabile. Lasciami una lista dettagliata di tutto ciò che ti occorre (...)

A seguire mi indicava una serie di istruzioni sullo svolgimento di tutte le faccende domestiche, sull'uso della cucina, e mi pregava di essere parsimonioso in tutti i consumi domestici così come lo era sempre stata mia madre.

Ho riletto la lettera tre o quattro volte, ogni volta mi sembrava di capire qualcosa di più.

Mio padre si definisce un felice risolutore di una situazione altrimenti drammatica ! Devo dire che lo è stato certamente, se ha salvato mia madre da una brutta situazione, ma nel contempo si è assicurata a vita la sua sguattera personale, per di più a gratis! E ora che mia madre è uscita fuori di testa ecco che ha subito pensato alla soluzione: mi ha immediatamente trasformato in una perfetta casalinga!

Sono convinto che non abbia mai seriamente amato mia madre, anzi probabilmente non ha amato nessuno in vita sua. Il suo matrimonio è stato solo un affare di reciproca convenienza tra lui e mia madre, e io mi ci sono trovato in mezzo, figlio illegittimo di una addetta alla pulizia dei cessi e un imprenditore yakuza!

Angelo, dove sei?

Ho deciso che stanotte farò un tentativo di entrare nuovamente in contatto con Hiroshi.

È ancora molto turbato dagli ultimi avvenimenti, sento il suo animo ancora fortemente scosso dal terribile atto materno, anche se sta già metabolizzando il suo dolore.

Più passano i giorni e più riesce a vedere con maggiore distacco gli avvenimenti della sua vita, analizzandoli quasi come se avessero colpito un'altra persona invece che lui.

Hiroshi sta scoprendo una sua qualità innata che prima non aveva avuto modo di esprimere: l'affrontare le difficoltà della vita lo rende alla fine più forte, più sicuro di sé.

Nella sua vita non aveva mai avuto grossi problemi poiché i suoi genitori lo avevano sempre protetto e assistito, nella guida opprimente che esercitavano su di lui.

Ora che si trova ad attraversare un brutto momento della sua vita è costretto a tirare fuori quelle risorse interiori che sono state sempre rimaste inutilizzate.

Aspetterò che si addormenti, e mi presenterò nuovamente a lui.

Diario di bordo di Hiroshi K.

Data : un giorno della mia vita

Luogo : l'indicazione di questo dato diventa sempre più difficile, in quanto sono stato nello stesso momento in più "luoghi" diversi, anche se il mio corpo non si è mai mosso dalla mia solita stanza.

Sono emozionato al punto che sto tremando, ho i brividi, sudo freddo e fatico a scrivere sulla tastiera del computer perché le mani mi tremano.

Ho l'ansia però di fissare nella sua memoria elettronica il ricordo dell'incredibile esperienza che ho appena vissuto. La creatura che mi apparve in sogno è tornata a farmi visita!

Mi ero addormentato con difficoltà, nel silenzio e nel buio della mia stanza. Da quando mia madre non vive più in casa con me e mio padre ho dovuto impormi un ritmo sonno-veglia più regolare perché di giorno, quando sono solo in casa, devo provvedere alle faccende domestiche.

La cosa non mi procura fastidio, anzi mi aiuta a tenere la mente occupata e a non pensare alle mie tristi vicende. A sera preparo la cena per me e per mio padre, ma io mangio da solo prima che lui rientri. Non voglio affrontare il suo sguardo, ho paura che anche lui, come mia madre, mi consideri colpevole e in qualche modo responsabile di tutto ciò che è successo alla nostra famiglia.

Con la testa piena di brutti pensieri, stanco nel fisico ma soprattutto nella mente, mi sono addormentato. Ho iniziato a provare di nuovo quella sensazione di perdita dell'equilibrio e di nuovo i miei sensi sono usciti fuori dal mio corpo. Questa volta però potevo vedere anche l'immagine del mio corpo, avevo indosso una specie di kimono, ero tutto vestito di nero!

Mi sentivo comunque preparato a questa situazione e ho subito cercato la visione di quella creatura.

"Hiroshi, come stai?", sono state le sue prime parole. Ho girato lo sguardo verso quella voce, ed eccolo lì! Grande fu la mia gioia nel rivederlo!

"Angelo! Grazie di essere riapparso di nuovo, tu non puoi sapere quanto ho desiderato rivederti, forse sai quello che mi è capitato...." Notai però che il suo sguardo che inizialmente era sorridente, era improvvisamente diventato sorpreso, con una espressione come di perplessità.

"Si, sono a conoscenza di quanto ti è accaduto e sono stato molto in pena per te, ma....", fece una lunga pausa di riflessione e aggiunse: "...ma perché mi hai chiamato angelo?"

"Ho tanto pensato a te in questi giorni, ho cercato di collegarti a qualcosa di cui già avessi sentito parlare, e allora mi sono detto che una creatura soprannaturale come te non potesse essere che un angelo. E poi devo comunque poterti chiamare in qualche modo...sono felicissimo di rivederti, non puoi immaginare quanto mi sia di conforto il poterti parlare, in fondo sei l'unico amico che ho."

"già", mi rispose, "l'unico amico..., guarda che però non mi sento affatto una creatura soprannaturale. Ho certamente una natura diversa dalla tua, ma faccio parte anch'io della natura di questo universo."

"Sei permaloso stasera! E vedo che hai anche cambiato il colore dei tuoi abiti, sei tutto vestito di nero come me!. Ti dona però, sei elegante...ecco come ti chiamerò: Angelo Nero!"

"Ma sentilo, Angelo Nero! Guarda che il colore dei nostri vestiti è solo una immagine mentale che riflette quello che è stato il mio e il tuo stato d'animo in questi giorni! Quando ho visto che stavi per ingerire il cibo avvelenato che ti aveva preparato tua madre ho provato un terrore immenso, tu non potevi avvertire la mia presenza perché eri sveglio, ma io in quel momento ho urlato disperatamente col pensiero in modo così forte...."

"Si! Ho avvertito quel grido! Era come se mi fischiasse forte un orecchio, non potevo certo prevedere quello che sarebbe successo e che tu stavi cercando di comunicarmi. Ma per fortuna sono salvo, sono ancora vivo, anche se ho il cuore e l'animo in pezzi. Questa esperienza mi ha segnato profondamente e ancora non riesco del tutto a rendermi conto del perché tutto ciò sia avvenuto.

Adesso basta però, adesso ci sei tu! Voglio conoscerti meglio, così come mi dicesti al nostro primo incontro."

"Bene, questo mi rende felice. Mi piacerebbe portarti a visitare il mio mondo, ho meglio una dimensione che ho creato per mio piacere. Tu che ami dare un nome a tutto potresti chiamarlo Il Mondo dei Sogni, dato che è un luogo virtuale dove ho immagazzinato tutte le esperienze oniriche più belle e complesse che ho potuto percepire fino ad ora. Ho una collezione vastissima. Sono sempre stato affascinato dalla capacità di voi umani di sognare. Io non posso farlo dato che non dormo. Adesso se ti senti pronto andiamo, sono ansioso di condividere questa esperienza con te."

Mi fece segno di avvicinarci alla porta della mia stanza, io non capivo ma lui con uno sguardo rassicurante mi fece capire che non c'era nulla di cui preoccuparsi. Guardai il mio corpo reale profondamente addormentato, tutto era calmo e silenzioso. Mi avvicinai alla porta della mia stanza insieme ad Angelo Nero. Nel momento in cui lui avvicinò la sua mano alla maniglia apparve una flebile luce dalla fessura sotto la porta, come se qualcuno avesse acceso la luce nel corridoio retrostante.

Poi Angelo prese la maniglia e fece per tirare la porta a sé e l'immagine della porta si sdoppiò: dall'immagine reale della porta che rimaneva chiusa si staccava sempre più l'immagine della stessa porta che invece si apriva azionata dalla mano di Angelo Nero.

Quasi contemporaneamente l'immagine della porta chiusa diventava sempre più trasparente mentre prendeva corpo l'immagine della porta che si apriva.

La porta aperta della mia stanza non dava più accesso al solito corridoio con le scale della mia casa, ma adesso si apriva su un altro mondo.

"Hiroshi, riconosci questo posto?", mi chiese. Entrammo, Angelo Nero chiuse la porta alle nostre spalle e io feci qualche passo avanti. Subito il luogo mi risultò familiare, un lunghissimo corridoio di un vecchio edificio, poco illuminato e su cui si aprivano moltissime porte.

Osservai che la porta dalla quale noi eravamo entrati era molto più piccola delle altre.

Ma certo, il mio sogno ricorrente! Angelo Nero aveva ricreato l'ambiente del mio incubo, quello in cui io rifuggivo dalle infinite commissioni d'esame.

"Angelo, non facciamo scherzi! Non avrai mica intenzione di farmi rivivere il mio incubo in versione Alta Definizione?"

"No, Hiroshi, non ti preoccupare, volevo solo ricreare un ambiente onirico a te familiare per farti sentire a tuo agio. Come vedi qui c'è silenzio, non c'è nessuno che ti minaccia. In questo mondo noi siamo assolutamente invisibili e tutti coloro che incontreremo sono solo immagini di sogni registrate nella memoria di questo luogo...."

Non fece in tempo a finire la frase che sentimmo il rumore come di un piccolo sonaglio. Girammo lo sguardo e notammo un piccolo essere che era apparso dal fondo del corridoio e si avvicinava sempre di più: era un gatto! In breve ci raggiunse e si fermò a pochi passi da noi. Lo riconobbi subito, era il gatto che era morto mangiando il cibo avvelenato destinato a me.

Angelo Nero rimase sorpreso da questo fatto.

"E questo come ha fatto ad arrivare qui? Lo spirito di un animale morto nella mia dimensione! È la prima volta che mi accade una cosa del genere, bisogna che lo riporti al suo posto..."

"Angelo, no, aspetta. Questo è il gatto che è morto mangiando il cibo avvelenato che era destinato a me, in un certo senso mi ha salvato la vita. Se è venuto da me anche adesso che è morto ci deve essere un motivo. Lascia che ci accompagni, non credo chi ci darà fastidio."

"Se ti fa piacere, va bene, starà con noi. Ormai le novità nella mia esistenza stanno diventando una cascata, ci mancava solo il gatto!".

"Grazie Angelo. E tu, grassottello, sei contento? Ti ho riconosciuto subito perché anche qui porti questo collare con questa finta pietra rossa che tintinna. Ti chiamerò proprio così: Cristallo Rosso."

"Ti pareva che non metteva il nome anche al gatto!".

Proseguimmo avanzando nel corridoio. Cristallo Rosso ci seguiva camminandoci tra i piedi.

Angelo Nero si fermò davanti ad una delle tante porte, l'aprì ed entrammo in uno spazio completamente vuoto e buio. La porta si chiuse da sola alle nostre spalle e l'unico riferimento che avevo era la sensazione di avere un pavimento sotto ai piedi. Angelo Nero mi disse: "non avere paura, rimani vicino a me". Il suo corpo emanava una luce debole e soffusa come se fosse ricoperto di una sostanza fluorescente. Allo stesso modo lentamente apparvero due vecchie poltrone dall'aspetto vissuto.

"Vieni, Hiroshi. Accomodiamoci, sarà come andare al cinema. Assisteremo ad uno spettacolo affascinante, a tre dimensioni. Saremo immersi e avvolti dalle immagini create in un sogno che si ripeteranno per noi".

Ci sedemmo, e provai una sensazione di calda e confortevole comodità, Cristallo Rosso si accucciò vicino ai miei piedi e sembrò addormentarsi, incurante di quello che sarebbe potuto accadere intorno a noi. Improvvisamente si diffuse una grande luce, come al sorgere del sole, e intorno a noi si delineò un bellissimo paesaggio. Ci trovavamo in una vastissima pianura ricoperta da una fitta giungla verdissima. La visione ci apparve come se sorvolassimo il paesaggio, per poi scendere a terra lentamente. Nel farlo, vidi come una grande ferita nella foresta, un segno che la divideva in due parti. Scendendo e avvicinandomi mi resi conto che era una gigantesca muraglia, un lungo ed alto muro che divideva la foresta in due parti.

Intorno a questo grande manufatto, vi era una moltitudine di uomini che lavorava alla costruzione di questo muro di cui non si vedeva l'inizio né la fine. O meglio, più che costruirlo, tutti questi operai ne stavano aumentando l'altezza, dato che il muro doveva essere preesistente. Si notava infatti la differenza tra gli strati inferiori di mattoni e pietre che erano visibilmente più antichi degli strati superiori, chiaramente di costruzione recente.

Tutti lavoravano, chi a terra impastando la malta, chi su alte impalcature, ponendo strati alternati e ordinati di mattoni e blocchi di pietra sopra il muro vecchio, che così stava quasi raddoppiando la sua altezza.

Era insomma un vero e proprio esercito di muratori che si affannavano a migliorare quella che sembrava essere una opera difensiva. E cercavano di farlo il più velocemente possibile.

Io e Angelo Nero potevamo muoverci a piacere con i nostri sensi tra tutti questi personaggi, ascoltare i loro discorsi, osservarli da diverse angolazioni, come se fossimo dei fantasmi invisibili.

Tra di loro c'era molta concitazione: "Dobbiamo fare in fretta, potrebbero anticipare il loro tentativo di invasione e noi potremmo trovarci impreparati. L'ultima volta hanno usato delle scale altissime di bambù, è stato un miracolo se siamo riusciti a fermarli", diceva uno di loro, coperto di sudore mentre scaricava una carriola piena di mattoni.

"Altro che muri! Contro quelle bestie ci vorrebbero i lanciafiamme! Dobbiamo smetterla di adottare difese solo passive, dobbiamo stanarli nei loro covi, quelle bestie immonde! Attaccarli e distruggerli una volta per sempre, dico io. Prima che siano loro a farlo con noi!", rispose un altro.

"Purtroppo i nostri dirigenti sostengono che non possono essere eliminati indiscriminatamente, visto che appartengono anche loro alla specie umana. Però io dico che se li lasciamo ancora liberi di scorrazzare nella loro parte di terra e soprattutto se continuano a moltiplicarsi così in fretta, prima o poi ce li troveremo in casa e allora sarà troppo tardi! Distruggeranno tutto come le cavallette!"

"Già, è proprio vero: prolificano come i conigli! Se continuano così, presto saranno costretti a mangiarsi i loro stessi figli, visto che non avranno più cibo per tutti!"

I discorsi erano più o meno tutti dello stesso tono. Non comprendevo ancora bene di chi o di che cosa stessero parlando, ma era chiaro che avevano un terribile nemico dal quale stavano cercando di difendersi. Nel frattempo il lavoro continuava senza sosta, vedevo però che tutti gli operai erano molto bene organizzati, ognuno eseguiva il suo compito con precisione e competenza. Questi operai erano tutti di pelle chiara, i loro corpi lucidi di sudore erano forti ed esprimevano un'ottima condizione fisica e di salute.

Lavorarono fin quasi al tramonto. Col calar del sole il suono di una sirena interruppe tutte le attività e gli operai si ritirarono in un accampamento adiacente il cantiere, dove iniziarono a farsi la doccia e a mangiare. La mia attenzione si portò allora ad un gruppo di uomini che stavano dall'altro lato del grande muro, seminascosti dalla vegetazione. Erano soldati, un gruppo di militari in uniforme mimetica e armati fino ai denti. Parlavano tra loro con accorata preoccupazione:

"I lavori al muro procedono ad un ritmo molto alto, siamo riusciti ad aumentare l'altezza quasi del doppio, lungo circa il 70% del confine, dando la precedenza ai punti in cui siamo più esposti, dove sono stati distesi chilometri di filo spinato e anche dei campi minati,...ma ho paura che questo non sia più sufficiente. I nostri osservatori ci hanno comunicato che le condizioni di vita nelle aree depresse stanno peggiorando molto velocemente, si sono addirittura verificati episodi di cannibalismo! La situazione è ormai fuori controllo, sono regrediti ormai quasi all'età della pietra. L'unica soluzione possibile per allentare la pressione demografica sarebbe quella di sterminarli con le armi chimiche o le bombe atomiche, ma purtroppo i nostri dirigenti non la ritengono una opzione umanamente accettabile, e poi le conseguenze dell'uso di armi simili avrebbero ripercussioni anche nei nostri territori...è terribile, non se ne esce!"

Quello che sembrava il più anziano e più alto in grado, sentenziò: "Si avvicina il momento in cui anche le decisioni più difficili dovranno essere prese, e anche le possibilità più atroci dovranno essere tenute nella giusta e necessaria considerazione. Giungerà presto il momento nel quale la scelta delle cose da farsi dovrà essere quella che comporterà il male minore, pur di garantire la sopravvivenza di una forma di civiltà umana, degna di essere considerata tale, su questo pianeta."

Ma chi erano i nemici di questi uomini? Da chi si sentivano così gravemente minacciati?

Stava per calare il buio, i militari approfittarono dell'ultima luce per raggiungere i loro appostamenti da sentinella nascosti nella giungla.

Improvvisamente la notte diventò silenziosa: non si udiva il gracidare delle rane che popolavano numerose le molte zone paludose, non si udiva neanche più il fruscio delle foglie mosse dal vento: l'aria sembrava essersi fermata.

Da lontano si udì un suono cupo accompagnato da una vibrazione del terreno. Sembrava il rumore di una valanga lontana. Ben presto il rumore aumentò d'intensità e sembrò avvicinarsi sempre di più. Uno dei militari vide la vegetazione muoversi vicino ad uno dei sentieri che loro stessi usavano per spostarsi nella foresta. Fece un segno di allerta ai suoi compagni che caricarono le armi e le puntarono verso il fogliame in movimento: era una delle sentinelle più avanzate che correva disperatamente in ritirata.

"Aiuto! Scappate! Sono milioni! Ci hanno devastato l'avamposto! Presto, oltre il muro!"

Gli altri militari si guardavano perplessi, afferrarono il loro collega per interrogarlo: "che diavolo vai blaterando, sei ubriaco? Chi ha devastato l'avamposto? Dove sono gli altri della tua squadra?"

Rispose sconvolto e affannato: "Presto! Non resta più tempo, dobbiamo ritirarci oltre il muro! I selvaggi si sono riuniti in un branco enorme, saranno decine di milioni e si stanno dirigendo in massa verso il confine, vogliono oltrepassarlo! Sono in preda ad una disperazione collettiva, non sentono più ragioni. Abbiamo provato a fermarli con le armi, ma è stato inutile: continuano a correre verso di noi in numero sempre maggiore. Ignorano i loro morti, anzi ci camminano sopra e li hanno addirittura usati per fare delle passerelle di cadaveri sopra i reticolati di filo spinato! Migliaia di morti in pochi minuti! Sui campi minati hanno fatto saltare tutte le mine ignorandole e camminandoci sopra, fino a quando non ne sono rimaste più. Il terreno è ricoperto di corpi umani fatti a pezzi dagli ordigni esplosivi, ma loro sembrano non vederli neppure. Sono tantissimi, sembrano non finire mai, una vera marea umana!"

I militari si guardarono tra loro e capirono che ormai non c'era che una cosa da fare: ritirarsi al più presto dietro il muro difensivo e cercare lì di organizzare una difesa disperata.

"Presto, ritiriamoci attraverso i tunnel e facciamoli saltare, prima che sia troppo tardi!"

Corsero con tutto il fiato che avevano in corpo verso il muro. In alcuni punti vi erano gli ingressi nascosti di alcuni stretti tunnel sotterranei che permettevano di raggiungere l'altra parte.

Li avrebbero percorsi facendone poi saltare gli accessi con l'esplosivo per evitare che fossero utilizzati anche dagli invasori. Al di là del muro intanto c'era un fermento spasmodico: era scattato l'allarme generale, il tentativo d'invasione era stato improvviso ma non aveva colto impreparati i difensori del confine: tutti si erano armati e avevano raggiunto i loro posti di combattimento.

Intanto la marea oscura continuava la sua folle corsa attraverso la foresta avvolta nel buio della notte. Io ancora non riuscivo a prevedere da chi fosse composta questa immensa folla di umani disperati...ma lo avrei scoperto di lì a poco.

Ecco l'orda disperata che si avvicina sempre più, con un boato infernale: una moltitudine infinita di corpi scuri e nudi che camminano a passo svelto e deciso, avanti verso il muro. Dapprima sono una massa indistinta che appare nell'oscurità della notte, resa visibile solo dalla luce della luna e delle stelle.

Poi, ecco, si accendono i potenti riflettori da alcune torrette del bastione difensivo, grandi fotoelettriche che illuminano la lunga radura di fronte al muro per consentire ai mitraglieri di mirare al bersaglio. Li vedo! Si avvicinano sempre più! Sono un numero infinito, sono....sono esseri umani derelitti e miseri, sono tutti i poveri disgraziati abitanti di quella parte del pianeta che viene chiamata Terzo Mondo. Uomini, donne, vecchi, bambini, tutti ridotti alla fame più disperata.

Sembrano zombie: corrono con lo sguardo fisso rivolto verso il muro, e con in mente solo ciò che potranno trovare oltre questo ostacolo: cibo, acqua, pace, speranza.

Ignorano tutto ciò che si frappone: morte, sangue, dolore, cadaveri.

I mitraglieri sulle torrette iniziano a sparare prima ancora che i primi disperati abbiano raggiunto il limite della foresta, all'inizio della radura. Ecco la marea umana! Si avvicinano a passo svelto, silenziosi, i loro occhi sono senza espressione, non sentono nulla, si ignorano anche tra loro, ognuno ha solo un obiettivo in testa: oltrepassare il muro, arrivare oltre il confine a qualsiasi costo. Si lasciano indietro i morti e i feriti falciati e fatti a pezzi dai proiettili traccianti delle mitragliatrici, camminano indifferenti sulle mine che esplodendo proiettano in alto parti anatomiche come fossero coriandoli e rendono l'aria densa di fumo e sangue.

Ben presto sul terreno si forma un vero e proprio tappeto di cadaveri, ma questo non ferma minimamente l'avanzare della folla enorme. Camminano sui morti, sono arrivati ormai sotto il muro. I primi che vi giungono finiscono schiacciati dalla massa retrostante, sotto il muro inizia a formarsi un enorme mucchio di corpi ammassati che diventa sempre più grande.

Il frastuono è assordante, tra il rumore delle armi da fuoco e delle esplosioni delle ultime mine, e quel rumore cupo e martellante di milioni di passi, milioni di piedi nudi che continuano ad avanzare. Più in là un gruppo di soldati sta tentando di fermare gli invasori con i lanciafiamme: lo spettacolo è orrendo: i poveri disperati vengono colpiti dal getto incendiario ma continuano a camminare pur con il corpo avvolto dalle fiamme! Non sono più uomini, non sono più esseri dotati di una coscienza. Sono diventati come un branco di locuste migratorie, sono corpi governati da un unico programma mentale, elementare e primitivo: raggiungere nuovi territori per avere un ultima speranza di sopravvivere, ad ogni costo.

Ad un certo punto avviene l'inevitabile: sotto la pressione della montagna di corpi, il muro inizia a sgretolarsi. Gli strati più alti di mattoni e blocchi di pietra, probabilmente non ancora perfettamente saldati dalla malta ancora umida, iniziano a crollare. Il muro in più punti inizia ad essere più basso e i corpi di alcuni invasori iniziano fatalmente a precipitare sull'altro versante. L'onda di piena umana è al suo apice. I corpi ammassati iniziano a formare una rampa scoscesa sui due lati del muro: i soldati sono in preda al panico, si nascondono nella foresta temendo di essere uccisi, qualcuno di loro ha chiesto aiuto al comando generale che ha promesso di inviare soccorso aereo.

Ecco, si ode il rombo dei jet che volano alti sopra le nuvole, dopo alcuni attimi compare...il sole!

Una luce abbagliante, una stella caduta in terra che abbraccia tutto nel suo manto di luce ed energia.

Un attimo, poi solo vento di fuoco. Ecco l'ultima risorsa per fermare l'invasione: una bomba atomica.

Buio, ho come la sensazione di sudare freddo, rimango immobile in questo stato mentale pensando a cosa succederà adesso.

Silenzio, un lungo momento di silenzio, poi ecco che lentamente riacquisto la visione di me stesso e di Angelo Nero che mi siede accanto.

Mi guarda sorridente e malizioso, io vorrei strangolarlo con le mie mani, se solo potessi!

Gli dico: "Sei un pazzo scatenato! Ma cosa ti viene in mente? Farmi assistere ad un orrore del genere! E meno male che doveva essere un sogno! Altro che sogno, questo è un incubo! Ma a chi è capitato di fare un sogno così terribile?"

Lui mi guardò sempre più sorridente, poi mi rispose sardonico: "Hiroshi... ma come siamo delicati! Diciamo che ho voluto metterti alla prova, vedere se avevi i nervi saldi abbastanza per fare un esperienza del genere...e poi che vuoi che sia? Dopotutto è solo un sogno, anche se ammetto che non è stato come vedere un film dell'horror al cinema. Dai, riprenditi. Non ti sei divertito neanche un poco?"

"No! Divertito proprio no! Ma da chi è stato fatto questo sogno?"

"Vedi, Hiroshi, esattamente non lo so. Di solito non mi interesso più di tanto dell'identità di colui che sogna, anche perché per me non ha molta importanza. Quello che so, dato che ricordo di aver osservato per poco tempo colui che ha fatto questo sogno, è che si trattava di una persona di origini europee da poco tornata da un lungo periodo di lavoro in Africa. L'esperienza di vita nel continente nero deve aver segnato non poco il suo animo. Questo sogno sicuramente non è nient'altro che l'elaborazione inconscia di tutto il dolore e le difficoltà a cui ha dovuto assistere in quel periodo di vita trascorso nel continente africano. Come ben sai, in quei luoghi la disperazione abbonda."

"Va bene, dammi un minuto per riprendere respiro...wow! Certo che, a ben pensarci, è stato una esperienza veramente incredibile! E adesso che facciamo?"

"Come che facciamo! Ma non sei stanco? Ascoltami, adesso devi rientrare alla base. Vieni, usciamo. E non dimenticare di portare con te quella palla di pelo!"

"Cristallo Rosso! Me ne ero completamente dimenticato! È sempre rimasto vicino a me a sonnecchiare."

E così io, Angelo Nero e il micio Cristallo Rosso, allo stesso modo in cui eravamo giunti in questa strana dimensione, ne siamo usciti. Ci siamo alzati dalle due poltrone consunte che lentamente si sono come dissolte. Di fronte a noi è apparsa una porta imbottita, come quelle dei vecchi teatri.

Attraverso questa porta siamo giunti nel solito corridoio. Nel percorrerlo Cristallo Rosso sembrava sentirsi pienamente a suo agio e sembrava conoscere quel luogo perfettamente, visto che ci precedeva di qualche passo. Arrivammo davanti alla piccola porta che ormai sapevo essere la corrispondenza con la mia stanza e quindi con il mondo reale. Angelo Nero mi trattenne per congedarsi. "Hiroshi, da qui come sai puoi fare tranquillamente ritorno al tuo mondo. Non devi preoccuparti del tuo corpo, il tuo spirito non lo ha mai abbandonato, sono solo i tuoi sensi che si sono amplificati fin qui. In ogni caso sappi che il tutto è durato, nel tuo mondo reale, solo pochi minuti. Imparerai presto che il tempo trascorre in modo diverso tra le due dimensioni. Una esperienza fatta in questa mia dimensione può essere percepita come molto lunga nella durata del tempo, molte ore o addirittura giorni. Questo tempo però nel mondo reale corrisponde sempre a pochi minuti, diciamo al massimo mezz'ora. Ora devo lasciarti. Entrerò nuovamente in contatto con te in futuro, sempre se anche tu lo desideri. Ora voglio occuparmi di questo felino invadente, devo capire per quale motivo si trova qui con noi."

"Angelo, non vorrai mica fargli del male? Poverino, ha già sofferto abbastanza, e poi mi ha salvato la vita!"

"Fargli del male? E come potrei, se è già morto? No, non preoccuparti, voglio solo capire il motivo della sua presenza, credo che in qualche modo sia legato a te...ma mi serve tempo e calma per studiare questo fenomeno. Adesso vai, ci rivedremo."

E così il mio caro Angelo Nero girò la maniglia e spinse quella che sembrava la porta di un piccolo ripostiglio: dall'altra parte apparve la mia stanza, ancora avvolta nella semioscurità e nel silenzio.

Il mio magico accompagnatore, che mi aveva fatto da guida e da maschera in quel teatro dei sogni, mi sorrise ancora una volta. Gli voltai le spalle, ancora frastornato, e mentre varcavo quella soglia non potei che pensare ancora a lui, Angelo Nero: la maschera dei sogni.

Sono rientrato nella mia stanza così come ne ero uscito, prima di lasciarmi riprendere dal mio corpo ho dato uno sguardo svolazzante all'interno della mia stanza. Porca miseria! Il ragno stava ancora lì, sull'ultima mensola della mia libreria, e la sua collezione di insetti mummificati era cresciuta un bel po'. Diavolo di un ragno! Stava facendo le provviste per l'inverno! E io mi ero completamente dimenticato di eliminarlo e fare pulizia, nonostante la mia mania ossessiva per l'igiene!

Mi sono risvegliato affamato, ma questo me lo aspettavo. Queste esperienze devono comportare un certo dispendio di energie.

Sono sceso silenziosamente in cucina per recuperare qualcosa di commestibile, nel percorso sono passato vicino alla stanza da letto di mio padre. Dormiva profondamente, con un russare sommesso.

Tra le mani aveva una foto di mia madre, il giorno del loro matrimonio, una delle rare foto di loro due insieme. Nonostante tutto, deve sentirne la mancanza. Immagino che alla sua età il peso della solitudine deve essere grande, e io non sono certo un sollievo alla sua situazione.

Ho raccolto un poco di cibo, quel poco che restava in cucina. Domani, anzi oggi, visto che è abbondantemente trascorsa la mezzanotte, mio padre andrà a fare la spesa. Si consolerà pensando che almeno non deve provvedere anche al cibo per mia madre: sicuramente da buon contabile avrà calcolato quanto risparmia adesso che la moglie ha vitto e alloggio a carico della pubblica amministrazione.

Dopo sono tornato in camera mia, ho mangiato e ho subito iniziato a scrivere queste memorie.

Non so se riuscirò a dormire ancora, credo che ascolterò musica in cuffia: vecchi successi di Sting, "English man in New York" e "Tea in the Sahara".

§

Sono trascorsi alcuni giorni da quando ho portato Hiroshi nella mia dimensione. È stata una esperienza molto positiva per me, e credo anche per lui. Raramente ho potuto condividere con qualcuno questa mia passione. Hiroshi, dopo una prima ovvia reazione di stupore, si è comportato bene, non dimostra timore nell'affrontare esperienze così insolite per un essere umano, ma anzi mi è sembrato entusiasta e desideroso di continuare ad esplorare con me la mia raccolta di sogni. Vedremo...nel frattempo continuerò ad osservarlo. Spero di riuscire ad aiutarlo a superare il trauma provocatogli da sua madre.

Sono rimasto invece perplesso dalla improvvisa comparsa di questo "spirito di gatto".

Non riesco a capire come sia giunto nell'ambiente che ho creato, né il perché. Probabilmente in vita era legato ad Hiroshi da un legame affettivo, e in qualche modo sente il bisogno di stargli vicino anche dopo la morte. Gli esseri viventi non finiranno mai di stupirmi!

§

Diario di bordo di Hiroshi K.

Data e luogo: è possibile stare in due luoghi e in due epoche differenti contemporaneamente?

Sembra assurdo, ma a me è successo: il mio corpo è stato sempre nella mia camera, nella mia casa, sempre in questo schifo di città, mentre la mia mente ha viaggiato nel mondo dei sogni trovandosi in un altro luogo ma soprattutto in un'altra epoca...

Dopo qualche giorno dal nostro precedente incontro, Angelo Nero si è rifatto vivo.

Questa volta però sono riuscito a sorprenderlo: dopo essermi addormentato, ho come al solito portato i miei sensi fuori dal corpo. Solo che questa volta ero da solo: Angelo Nero non era ancora arrivato. Nell'attesa, che faccio? Volo in giro per la mia stanza, poi mi annoio e mi sento costretto in uno spazio troppo piccolo. Quasi per gioco inizio a rimbalzare su e giù, salendo all'altezza del soffitto e lasciandomi cadere, frenandomi all'ultimo, fino quasi al pavimento. Poi inizio a saltare da una parete all'altra, muovendomi in orizzontale. Trovo la cosa abbastanza divertente, in fondo non avevo ancora avuto occasione di fare pratica con questa mia capacità. Un attimo di distrazione...non mi freno in tempo! Per un attimo dimentico che non sto saltellando con il mio corpo materiale e provo il timore di urtare violentemente contro una delle pareti interne della mia stanza, quando ecco il prodigio: attraverso la parete come se fosse fatta solo di aria, e mi trovo nella stanza a fianco, nella camera da letto di mio padre! Che sollievo! Sono lì, ancora stupito e sorpreso per quanto accaduto, e sto pensando a come fare per ritornare in camera mia, quando rivolgo il mio sguardo verso mio padre. Ha lasciato acceso il piccolo lume vicino al letto, che per la sua solita mania di risparmio ha una lampadina così piccola da sembrare quasi un lume votivo. La stanza è quindi ovviamente poco illuminata, ma riesco comunque a distinguere chiaramente la sua figura.

È disteso supino sul suo letto matrimoniale, sembra che sia addormentato. In una mano ha ancora la foto di lui con mia madre, insieme il giorno del loro matrimonio. Sto quasi per commuovermi, quando mi rendo conto che c'è qualcosa che si muove sotto le lenzuola. C'è poca luce, all'inizio non capisco, poi all'improvviso mio padre si scopre col gesto di chi è accaldato, e lascia le lenzuola a coprirlo solo fin sopra le ginocchia. Porta davanti ai suoi occhi socchiusi la vecchia foto che tiene nella mano sinistra, e con l'altra mano...si masturba! Stringe nel palmo il suo vecchio pene floscio e continua a menarselo con un movimento veloce. Io provo vergogna, un imbarazzo enorme, ma non riesco a fare nulla e non mi riesce nemmeno di staccare lo sguardo da quello spettacolo sconcio. Mio padre intanto continua a toccarsi, il suo pene inaspettatamente adesso è diventato bello grosso e duro. E pensare che io avevo sempre creduto che alla sua età avesse raggiunto la pace dei sensi!

Di tanto in tanto emette un leggero mugolio di godimento e continua a guardare quella vecchia foto. La mano lavora ora veloce, ora più lenta per centellinare il piacere, e ogni tanto si ferma a stringere il pene alla base, facendolo rigonfiare ancora di più.

All'improvviso sento come un'ombra che si getta su di me: è Angelo Nero con l'espressione del viso un poco turbata: "Hiroshi, che ci fai qui? Sono arrivato e ho visto che dormivi profondamente ma la tua proiezione sensoriale era già fuori dal tuo corpo...come hai fatto a finire qui? Ah, vedo che tuo padre si sta confortando da solo...beh, dopotutto è comprensibile...e poi meglio così, pensa se iniziava a frequentare qualche prostituta. Però! Guarda quanto ce l'ha grosso!"

In quel momento ho provato un certo sconcerto: guardavo mio padre che si trastullava il membro virile e nel contempo un angelo mi esprimeva le sue considerazioni comprensive...che cosa assurda! E poi, che vuoi che ne sappia un angelo di problematiche sessuali? Sto quasi per dirgli qualcosa, quando la mia attenzione torna su mio padre: il vecchio si agita sempre più, ha sul viso una strana espressione nostalgica, un sorriso con le lacrime agli occhi. Inarca leggermente il bacino e, con un orgasmo da fare invidia ad un ventenne, eiacula uno spruzzo di sperma verso la mia direzione! Il getto mi attraversa, non può sporcarmi perché non sono materialmente presente, ma la sensazione di schifo che provo è forte lo stesso! Da questi pensieri mi distoglie Angelo Nero: "Dai, andiamo via, non vorrai rimanere qui a guardare tuo padre che si lucida il manico, no?"

E così mi sospinge verso la stessa parete dalla quale ero entrato, e torniamo nella mia stanza.

Solita tecnica: porta della mia stanza che si apre sulla dimensione creata da Angelo Nero, solito corridoio e..."Miao!", ecco anche Cristallo Rosso!

"Ma allora, sei riuscito a capire che ci fa lo spirito di questa povera bestia qui con noi?"

"È proprio per quello che ho fatto tardi stasera! Ho sentito il parere di uno dei miei simili che ha avuto qualche esperienza con gli spiriti animali in passato...senti, Hiroshi, credo che questo gatto, quando era in vita, si sia affezionato a te e desideri starti vicino anche dopo la morte, almeno per qualche tempo. Lui percepisce che ti fa piacere la sua compagnia e fin tanto che sarà così ti starà vicino e in caso di bisogno ti farà da spirito-guida, se ti dovessi trovare in difficoltà. Di più per il momento non so dirti, ma in ogni caso la sua presenza non può nuocerti in alcun modo."

"Va bene, va bene... ma dove mi porti stasera?", gli chiesi mentre apriva una delle infinite porte.

Sentivo Angelo Nero stranamente ansioso, come se avesse preparato qualcosa di speciale.

La porta si aprì lentamente, Cristallo Rosso entrò per primo, poi ci attese e ci seguì a poca distanza. Solito immenso spazio buio, freddo e silenzioso. "Veramente stavolta, più che il dove, è importante il quando, nel senso che il sogno che ti farò vedere è stato fatto in Giappone molti anni fa in un preciso contesto storico. Ed è importante anche l'autore del sogno, che questa volta non ho potuto ignorare: questo sogno ha avuto origine nientemeno che dalla mente dell'imperatore Hirohito in persona!"

Rimasi allibito, Angelo Nero evidentemente notò la mia espressione di sorpresa e continuò a parlarmi: "Sì, proprio lui, l'Imperatore. Cosa ci vedi di così strano? Dopotutto anche lui era un essere umano dotato di una mente capace di creare dei sogni, no? Il fatto che alla sua epoca i suoi sudditi lo ritenessero quasi una divinità non lo hai mai privato del suo subconscio sognante...anzi, proprio per questo motivo i suoi sogni venivano considerati molto importanti, quasi dei presagi divini. Questo sogno però non fu mai rivelato agli astrologi e indovini di corte, perché lo stesso imperatore, molto scosso e terrorizzato, lo ritenne un segno nefasto per la durata del suo regno.

Le cose poi andarono diversamente, anche se in effetti si trattò comunque di un cattivo presagio..."

Mentre Angelo Nero parlava, apparvero le due vecchie poltrone, ci sedemmo e come aveva fatto già la prima volta, Cristallo Rosso si arrotolò vicino ai miei piedi e, incurante di tutto, si assopì. In quel momento, chissà perché, mi chiesi se anche gli animali fossero stati capaci di sognare.

Che cosa sogna un gatto? Montagne di bistecche?

Angelo Nero continuava a darmi notizie sul sogno a cui avremmo assistito, evidentemente questa esperienza onirica doveva essere uno dei pezzi migliori della sua collezione: "...Questo sogno è stato fatto in un momento storico particolare, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Il Giappone era ormai assediato dalle forze militari Americane e dei loro alleati ma le forze armate giapponesi continuavano strenuamente a combattere, ritardando il più possibile la ormai inevitabile sconfitta. Non si aveva ancora notizia della scoperta della bomba atomica e quindi si prospettava una invasione del Giappone con un grande sbarco, così come era avvenuto in Normandia...beh, non voglio tediarti oltre, gli altri riferimenti storici li potrai intuire da solo...adesso rilassiamoci e godiamoci lo spettacolo!"

Come nella precedente esperienza, un chiarore sempre più forte illuminò tutto lo spazio che ci circondava, come se fossimo all'alba di un nuovo giorno, e noi iniziammo a scendere dall'alto del cielo verso il panorama al suolo che si andava delineando a mano a mano che ci avvicinavamo.

Il paesaggio era disastrato: ci trovavamo in una grande città che era stata trasformata in un campo di battaglia. Edifici semi distrutti, macerie ovunque, incendi tra le rovine che esalavano una densa cappa di fumo grigio. Tra le rovine vagava una moltitudine di civili dall'aspetto stravolto: vestiti con abiti laceri e sporchi, visibilmente di taglie inadatte e quindi sicuramente adattati e recuperati alla meno peggio chissà dove. Osservandoli meglio mi resi conto che questa moltitudine di esseri umani era composta per lo più da donne, bambini, ragazzi e anziani. Mancavano quasi del tutto gli uomini adulti, o meglio i pochi che si vedevano erano feriti o invalidi. Alcuni erano riuniti in piccoli gruppi accanto ad un fuoco improvvisato, altri vagavano con incedere lento tra le macerie alla ricerca di qualcosa di utile alla sopravvivenza. Tutti erano silenziosi, con una espressione affranta. Neanche i bambini piangevano, se ne restavano muti con lo sguardo perso nel vuoto o fisso a guardare le fiamme, come ipnotizzati.

Angelo Nero mi guidava in quello scenario invitandomi a seguirlo. Potevamo spostarci a nostro piacimento in ogni direzione. Ci avvicinammo ad un gruppetto di persone che stazionava vicino ad un bivacco improvvisato, sotto il porticato di un edificio diroccato. Tra di loro tre uomini con abiti civili discutevano a bassa voce e senza guardarsi in viso.

"La battaglia è stata durissima, abbiamo opposto una resistenza eroica, ma non siamo riusciti ad impedire l'invasione. Le perdite, sia umane che materiali, come potete vedere sono state ingenti. Però ci può essere di conforto il fatto che anche noi abbiamo inferto al nemico molti danni, e questo ci darà qualche vantaggio nelle operazioni di guerriglia. Dobbiamo organizzare subito la resistenza: tutti gli uomini validi che non sono stati fatti prigionieri si sono ritirati sulle montagne dove stanno già organizzando le prime attività di sabotaggio, Sua Maestà l'Imperatore oramai dovrebbe essere già al sicuro in un luogo segreto..."

Nel mentre, un giovane, poco più che ragazzo, correndo si presenta a colui che stava parlando, interrompendolo con fare concitato. Si mette di fronte sull'attenti, fa il saluto militare e sta quasi per parlare quando gli arriva un ceffone sulla guancia. "Maledetto idiota! Ti faccio fucilare! Come ti viene in mente di farmi il saluto militare! Vuoi che ci facciano tutti prigionieri? Secondo te per quale motivo siamo tutti in abiti civili? Speriamo che non ci abbia visto qualche spia degli americani, altrimenti siamo fottuti! Maledetto idiota! Siediti, riprendi fiato e parla a bassa voce!"

"Mi perdoni, Signor Colonnello, mi scusi, ha ragione, sono un idiota...mi perdoni..."

"Smettila di piagnucolare, che cosa hai di tanto importante da comunicarmi?"

"Signor Colonnello, una disgrazia grandissima! Sua Maestà l'Imperatore è stato catturato dagli americani! Stava ritirandosi in incognito in direzione di un luogo segreto sulle montagne, era accompagnato dalle sue fedelissime guardie del corpo, tutti travestiti con abiti civili da contadini, quando c'è stato un attacco aereo: il camion sul quale viaggiava si è ribaltato in una rupe. Sul posto sono accorsi un gruppo di Marines che hanno riconosciuto Sua Maestà e lo hanno riportato in città: ora lo tengono prigioniero nel palazzo reale."

"Questa non ci voleva, dannazione!"

Il colonnello giapponese diede le spalle al resto del gruppo, mentre il nuovo arrivato veniva circondato dagli altri, ansiosi di conoscere qualche altro particolare. Rimase qualche momento a riflettere, poi si girò e rivolgendosi agli altri, ma soprattutto a quello che sembrava il suo secondo, disse: "Presto, rechiamoci in prossimità del palazzo. Non ci resta che esaminare la situazione da vicino per poterla valutare. Dobbiamo tentare di liberare Sua Maestà ad ogni costo! Raduna gli altri uomini disponibili, digli di restare in prossimità del palazzo ma di non farsi notare. Nel frattempo dobbiamo preparare un piano..."

A questo punto Angelo Nero mi guarda e mi fa cenno di seguirlo. Provo la piacevole sensazione di volare, su quel sipario di guerra e distruzione, incuriosito sempre di più dalla piega che stavano prendendo gli avvenimenti di questo sogno. Ci avviciniamo al palazzo reale, restiamo qualche momento ad osservare la scena dall'alto. L'intero edificio è pieno di soldati americani, armati fino ai denti. Hanno il completo controllo di tutta l'area, stanno posizionando mitragliatrici e sacchi di sabbia in tutti i posti strategici. Fuori una folla derelitta si sta raccogliendo davanti all'ingresso principale: la notizia della cattura dell'Imperatore si è diffusa molto rapidamente e ora tutti sono in ansia e si disperano per il destino di quello che considerano il loro Dio. La rabbia per la prigionia dell'Imperatore aumenta sempre di più e già si vedono gruppi di persone che gridano manifestando il loro odio per i soldati americani, invasori sacrileghi.

Atterriamo in un cortile interno, c'è un ingresso che dà su una stanza piena di ufficiali americani. Parlano tra loro con concitazione. "Finalmente lo abbiamo preso, il Re di questi musi gialli di merda! Dovevi vedere come era spaventato, tremava come una foglia, il Dio in terra! Ho fatto una fatica enorme a convincere i miei uomini a non prenderlo a calci nelle palle, anche se devo ammettere che la tentazione l'ho avuta pure io! Da Washington è arrivato l'ordine di trattarlo coi guanti bianchi, sperano di convincerlo a firmare una resa incondizionata e che faccia un comunicato radio in cui ordini a tutti i militari ancora attivi di arrendersi senza opporre ulteriore resistenza."

Un altro replicò: "Hai visto che faccia ha fatto il nostro generale quando ha ricevuto gli ordini dal comando? L'idea di non poter strapazzare l'imperatore di queste scimmie non deve essergli piaciuta neanche un po'. Lui gli avrebbe fatto firmare la resa incondizionata a furia di sberle, altro che guanti bianchi, a limite i guantoni da boxe!"

Un altro ancora: "Io l'ho visto pensieroso, secondo me ha qualcosa in mente. Ho saputo che aveva un figlio ufficiale di marina che è caduto nell'attacco di Pearl Harbour. Queste non sono cose che si possono mettere da parte facilmente. Secondo me, il Generale cova nel suo animo un sentimento di vendetta...chissà. L'ho visto parlottare con i suoi uomini più fidati, aveva uno sguardo allucinato. Questa guerra maledetta ha trasformato gli animi di molte persone, riempiendole di odio. Hai visto la folla qui fuori? Sono tutti deliranti, vogliono liberare il loro Dio!"

In una stanza adiacente ci sono un gruppo ristretto di ufficiali e sottufficiali che attendono in una anticamera. Sono in attesa di essere chiamati a rapporto e sono visibilmente tesi.

All'improvviso una porta si apre, il Generale americano si affaccia fuori e fa scorrere velocemente lo sguardo sui suoi sottoposti convocati, come per assicurarsi che ci siano tutti. Alla sua vista tutti scattano in piedi e fanno il saluto militare.

"Comodi, comodi. Vedo che siete arrivati tutti, bene...entrate e lasciate due uomini di guardia, che nessuno entri per nessun motivo."

Un sergente ordinò a due soldati di restare fuori di guardia e di non lasciar passare nessuno fino a nuovo ordine. Tutti gli altri entrarono nella grande stanza. Al centro, seduto ad uno scrittoio, si sedette il Generale. Tutto intorno erano state disposte delle sedie dove sedettero tutti gli altri ufficiali.

"Bene, signori. Vedo con piacere che ci siamo tutti. Vi ho convocati qui perché voglio essere certo che tutto sia chiaro. Come sapete, l'imperatore, in virtù della sua natura divina, si è rifiutato di accettare la resa. Ha pronunciato solo poche parole di disprezzo nei nostri confronti, ritenendoci non degni neanche di rivolgergli la parola..." Nel dire queste parole, colpì violentemente il tavolo con i pugni. Il suo viso divenne paonazzo dalla rabbia.

"Sono fermamente convinto che, a questo punto, sia assolutamente necessario dare una dura lezione di umiltà a questo Dio in Terra! Dobbiamo fare in modo che il popolo giapponese comprenda la inutile e terribile situazione in cui l'imperatore sta gettando tutto il paese. Continuare a combattere fino all'ultimo uomo per salvare l'onore della nazione! Poco importa a questo criminale se questo costerà la vita a tante persone, da tutte e due le parti! Io, come voi ben sapete, non sono disposto ad accettare questa situazione. Da Washington continuano a sperare in una soluzione diplomatica, e intanto i miei uomini continuano a morire!".

Ci fu un lungo momento di silenzio, il Generale stava con i gomiti appoggiati sul tavolo, la testa chinata verso il petto, le mani sulla nuca. Gli occhi chiusi come a voler ritrovare la calma, in un momento così grave. Io e Angelo Nero eravamo spettatori invisibili di tutta quella scena, ma potevamo comunque sentire la tensione che in quella stanza si tagliava a fette.

Gli altri ufficiali si guardavano tra loro, senza poter dire nulla. Solo quattro ufficiali, strettissimi e fedelissimi collaboratori del Generale, sembravano perfettamente come sarebbe andata a finire. Continuavano a scambiarsi tra loro sguardi d'intesa, come se aspettassero solo il momento giusto per prendere la parola. Uno di loro, quello che sedeva più vicino al Generale, ruppe il silenzio:

"Generale, mi scusi..."

Il Generale girò il capo verso il suo interlocutore, lo fissò mentre era ancora assorto nei suoi pensieri, parve quasi non riconoscerlo, ma poi si destò:

"...Si, capitano..."

"Generale, nel caso che lei ritenesse opportuno mettere in pratica quella ipotesi di cui abbiamo discusso in passato, io e i miei compagni ufficiali qui presenti ci siamo presi la libertà di preparare il tutto...naturalmente se lei è sempre della stessa opinione. Il momento è propizio, qui fuori si è radunata una folla di civili molto numerosa. Tra i civili ci sono sicuramente dei militari travestiti che si sono dati alla macchia per organizzare la resistenza, il loro scopo sarà sicuramente quello di cercare di liberare l'Imperatore o quanto meno di tentare qualche azione in tal senso.

Sappia che in ogni caso noi le saremo vicini sempre, come soldati ma soprattutto come uomini, in qualsiasi circostanza..."

Il Generale lo interruppe: "La ringrazio, Capitano. So perfettamente di che pasta sono fatti i miei ufficiali. Purtroppo tanti ne ho persi nelle numerose e sanguinose battaglie di questa lunga guerra.

Guerra maledetta che è iniziata proprio con la perdita dell'ufficiale a me più caro...Sa, capitano, mio figlio quando è morto aveva più o meno la sua stessa età...sulla USS Arizona..."

Per un attimo sembrò quasi che una lacrima volesse scendergli dagli occhi, ma subito si riprese con tono perentorio:

"Comunque, signori, sappiate che non intendo investirvi di una tale responsabilità. Si, capitano, il momento è propizio. Ma anch'io avevo preparato questo momento. Avrete da me un documento con precisi ordini scritti sul quale risulterà che l'operazione è il frutto di una mia personale scelta strategica di politica militare, volta a spezzare il morale del nemico e a garantire il più velocemente possibile la fine della guerra e la presa di coscienza del popolo giapponese. Popolo che viene ancora schiacciato nelle coscienze da questa sorta di reverenza religiosa verso un uomo che ha portato questo paese alla rovina. Capitano, distribuisca queste buste che ho preparato a tutti i presenti. Vi invito a non riferire nulla al comando generale fin a quando l'operazione non sia conclusa. Dopo sarete liberi da ogni obbligo di segretezza..."

Tutti si alzarono, gli ufficiali più vicini al Generale si divisero e si misero a capo ognuno di un piccolo gruppo di colleghi, allo scopo di pianificare l'azione...ma cosa avevano in mente? Quale era il piano che aveva in mente il Generale e che loro si apprestavano a mettere in pratica ?

Lo avrei scoperto di lì a poco. Intanto fuori la notizia della cattura dell'Imperatore Hirohito si era sparsa velocemente e moltissima gente si era radunata nei pressi del palazzo imperiale per protestare. Una moltitudine composta perlopiù da gente comune che portava su se stessa tutto il peso delle sofferenze e privazioni dovute alla guerra. Gente affamata, ammalata, ferita. Ferita anche nell'orgoglio nazionale, visto che il simbolo della nazione, l'Imperatore, era ora tenuto prigioniero dal nemico nel suo stesso palazzo.

Il Colonnello giapponese e i suoi compagni stavano in un angolo del piazzale, cercando di non farsi notare. Stavano cercando di organizzarsi, volevano tentare di introdursi nel palazzo con una azione nello stile ninja per liberare l'Imperatore.

"Colonnello, come pensate di agire", chiese uno dei suoi sottoposti all'ufficiale pensieroso.

"Di preciso non lo so ancora. Da quello che si può vedere gli americani hanno fortificato notevolmente l'edificio su tutti i lati, non sarà un'impresa facile perché credo che abbiano tenuto conto dell'eventualità di un nostro tentativo del genere, i rischi saranno altissimi...bene inteso, non è certo la morte che mi spaventa, anzi sacrificare la mia vita in questa azione sarebbe per me un onore grandissimo. Piuttosto temo per la vita di sua maestà, dobbiamo fare in modo che lui corra il minor rischio possibile..."

"Colonnello, guardi! C'è del movimento vicino all'ingresso principale, un gruppo di soldati è uscito, stanno uscendo anche dei camion..."

Davanti all'ingresso principale era stato creato un vasto piazzale libero, completamente circondato dal filo spinato.

Un gruppo di soldati americani, in assetto da combattimento, uscì dal palazzo e si unì a quelli che già stavano fuori, di guardia al perimetro esterno. Si disposero lungo il recinto, con le armi in pugno e lo sguardo puntato sulla folla. Subito dopo tre autocarri furono parcheggiati affiancati, con la cabina di fronte all'ingresso del palazzo. Rapidamente alcuni soldati aprirono la sponde laterali e smontarono le centine che sostenevano i teloni. Alla fine, i tre autocarri affiancati, con il pianale di carico completamente sgombro, formarono un piccolo palco improvvisato che dava sul piazzale gremito di gente. La folla incuriosita si avvicinò al recinto. Ci fu qualche momento di attesa, la gente si chiedeva che cosa sarebbe avvenuto di lì a poco...forse qualcuno avrebbe tenuto un discorso? Tutti si guardavano incuriositi. Improvvisamente, un gruppetto di soldati americani preceduto dal Generale uscì dal portone del palazzo e si fermò dopo aver percorso pochi metri. Tra di loro vi era un uomo di statura sensibilmente inferiore, un giapponese, vestito con lussuosi abiti cerimoniali: l'Imperatore in persona! Era stato vestito a quel modo col chiaro intento di renderlo subito riconoscibile alla folla presente, che infatti reagì prostrandosi subito in un profondo inchino e tenendo lo sguardo basso.

Il Generale salì sul palco insieme ad un militare traduttore che, munito di megafono, iniziò a leggere un discorso: "Popolo del Giappone, ascolta. La guerra è finita. L'Imperatore, che ha la responsabilità di tutte le vostre sofferenze, è stato fatto prigioniero. Lui non è un dio come vi hanno sempre fatto credere, ma è soltanto un uomo che si è macchiato di gravi crimini e per questo sarà giudicato innanzitutto dalla storia e poi dai suoi simili..."

Il discorso continuava, pieno di propaganda retorica tesa a smitizzare la figura dell'Imperatore, ma ad un certo punto l'attenzione di tutti fu attratta proprio dall'Imperatore e dai militari che lo tenevano sotto stretta custodia. Un sottufficiale, dandosi un cenno d'intesa con i suoi sottoposti, iniziò a spintonare sua Maestà l'Imperatore, che allibito guardava schifato quel soldato che osava toccarlo. Gli spintoni aumentarono, gli altri soldati si misero a semicerchio intorno a lui e iniziarono a spingerlo da una parte all'altra. L'Imperatore indispettito protestava con grida stridule come quelle di una donnicciuola, mentre i soldati continuavano a passarselo tra loro come fosse una palla, tra le risate dei presenti. La folla presente, a quelle grida alzò lo sguardo e non poté fare a meno di assistere a quella scena pietosa. Tutti rimasero come impietriti, con lo sguardo fisso sull'Imperatore e su quello che stava accadendo.

I soldati americani iniziarono a strappare gli abiti addosso all'Imperatore, ridendo e schiamazzando.

Ad ogni spintone gli strappavano ora una manica, ora l'altra, ora un lembo di stoffa del suo prezioso abito. Nel frattempo il discorso continuava, ma ormai nessuno ci faceva più caso. Era chiaro a tutti che il piatto forte della giornata sarebbe stato ben altro. L'imperatore era nudo! I soldati si divertivano a prenderlo a calci e a pestargli i piedi nudi, ridendo da matti. Anche gli altri soldati che erano di guardia lungo il perimetro, pur non distogliendo lo sguardo dalla folla di cui temevano una qualche improvvisa reazione, non ce la facevano più a trattenere le risa e sghignazzavano divertiti.

Uno dei soldati prese una catena e la legò al collo dell'Imperatore che ormai piangeva come un bambino. Così ridotto, come una bestia al guinzaglio, fu costretto a camminare su mani e piedi per tutto il piazzale, tra i soldati che lo bersagliavano d'insulti: "Si, portalo a fare i bisognini, vedi se Sua Maestà trova un alberello che lo soddisfa!". E avanti a ridere a crepapelle.

Un sottufficiale si avvicinò al Generale e disse: "Generale, il plotone d'esecuzione è pronto, secondo i vostri ordini". "Bene", rispose, "le armi sono state adeguatamente caricate?"

"Certo, signore! Come da vostri ordini, almeno sei pinte di birra ognuno, signore. Tutti uomini scelti, signore: i migliori bevitori del battaglione. Tuttavia sarà meglio sbrigarsi perché non so ancora per quanto tempo riusciranno a..."

"Ho capito, ho capito sergente. Va bene, proceda pure. Ormai è inutile indugiare oltre"

"Bene, signore. Eseguo immediatamente."

Il sottufficiale con un fischietto impartì una serie di segnali ai quali i soldati reagirono immediatamente, come seguendo un piano preordinato. L'Imperatore fu trascinato, sempre nudo e con la catena al collo, sul palco formato dai pianali degli autocarri accostati. A quel punto, così innalzato, fu ancora più visibile alla folla antistante, che assisteva impotente e scioccata.

L'Imperatore, che piangeva e emetteva di tanto in tanto dei lamenti disperati e infantili, fu messo in ginocchio, come un cane a cuccia. Il soldato che lo teneva al guinzaglio fissò la catena al pianale, cosa peraltro inutile perché il prigioniero non era assolutamente nelle condizioni di poter fuggire.

A questo punto, dodici soldati americani salirono sul palco, con passo malfermo e barcollante. Erano visibilmente ubriachi, ma sembravano comunque consapevoli del loro compito. Uno di loro si rivolse al Generale: "...Signore...hic!...plotone di esecuzione armato e pronto come da suoi ordini...hic!...perdoni il singhiozzo...hic!...a proposito, la birra era veramente ottima e abbondante, erano mesi che io e i ragazzi non ci facevamo una così bella bevuta...hic!...comunque, Signore, noi siamo prontissimi, quando vuole noi eseguiamo...hic!...certo, sarebbe meglio subito perché ormai sarà difficile resistere oltre, signore...hic!"

"Bene, soldato, bene. Potete eseguire subito, mi raccomando che sia una bella esecuzione!"

"Non dubiti, Signor Generale, sarà uno spettacolo che difficilmente sarà dimenticato...hic!"

Ad un segnale del sergente con il fischietto, i dodici soldati ubriachi si disposero a semicerchio sul palco, di fronte all'Imperatore e davanti alla folla che assisteva domandandosi che cosa mai sarebbe avvenuto.

"Plotone, sull'attenti. Puntate!". I dodici soldati, frettolosamente si aprirono la patta dei pantaloni e tirarono fuori i genitali, tenendo il pene con la mano destra puntato verso l'Imperatore, il quale se ne stava accasciato, con lo sguardo basso, ignaro di quello che lo aspettava di lì a poco.

"Mirate...fuoco!"

Con grande soddisfazione dei dodici soldati, stretti l'uno all'altro, una pioggia di urina calda e maleodorante investì l'Imperatore che fu sorpreso da ciò, e cominciò a piangere e a strillare ancora di più. La pioggia calda era interminabile, condita da sospiri di sollievo dei soldati che urinavano e dalle grasse risate di tutti gli altri militari presenti. Il piscio scorreva sul corpo e in particolare sul viso dell'Imperatore, che era inibito anche nell'esprimere il suo disappunto con le grida poiché ogni volta che provava ad aprire la bocca, inevitabilmente gli si riempiva il cavo orale di urina. Il liquido giallognolo si univa alle sue lacrime. Il popolo assisteva impotente e come in trance a tutta la scena.

In un angolo del piazzale anche il Colonnello giapponese, con i suoi fidati sottoposti, assisteva alla scena con gli occhi sbarrati, increduli, in uno stato di stupore misto a rabbia. Un ufficiale, come liberandosi per un attimo da quella visione, si rivolse al Colonnello: "Signore...non riesco a credere ai miei occhi...sono delle bestie...come hanno potuto..."

"Stai zitto! Stai zitto...non proferire alcun commento...ciò a cui i nostri occhi stanno assistendo non deve essere oggetto neanche di una parola...oggi, il paese intero, noi tutti, abbiamo conosciuto il totale e irrimediabile disonore...Lasciami soffrire in silenzio..."

Nel frattempo la doccia di piscia andava esaurendosi. I soldati che formavano il plotone di esecuzione si stavano divertendo a scuotere il pene in faccia all'Imperatore, per liberarsi anche delle ultime gocce di urina, sempre tra le risate di tutti gli altri. Ma l'umiliazione pubblica del Divino Imperatore non era ancora finita. Sempre col solito fischietto, il sergente dispose l'inizio del secondo tempo. I soldati ubriachi scesero dal palco, inciampando tra l'ilarità generale. Altri soldati muniti di secchi d'acqua diedero una ripulita al palco e al Divino Imperatore che stava sempre piegato sul pianale di quel autocarro che era diventato il suo altare sacrificale.

Tutti improvvisamente si azzittirono, come presagendo qualcosa di ancora più sconvolgente.

Accompagnato da due soldati che lo scortavano, giunse sul palco un enorme uomo di colore, con indosso un accappatoio a strisce rosse, bianche e blu, munito di cappuccio. Sembrava un pugile che sale sul ring, poco prima dell'inizio di un incontro di boxe.

Subito, i due soldati che avevano scortato il "pugile", presero l'Imperatore, lo sollevarono di peso, gli tolsero la catena al collo e lo misero a pancia in giù sul ripiano di un tavolino.

Gli legarono blandamente le braccia e le gambe alle gambe del tavolo e disposero il tutto di profilo rispetto al piazzale e alla folla che assisteva, sempre più sconvolta, a quella preparazione.

Il traduttore prese la parola e disse in giapponese: "Signore e signori, è qui giunto sul nostro palco il soldato George, ottimo cuoco del glorioso corpo dei marines. Per le sue particolari doti fisiche è stato scelto per porre i nostri omaggi al vostro divino Imperatore!"

Il colosso, senza dire una parola e con il viso inespressivo, si liberò dell'accappatoio, lasciandolo cadere con fare noncurante. Rivelò così il suo fisico imponente, ma soprattutto...la sua virile nudità!

Con solo gli anfibi ai piedi, si mostrò allo sguardo di tutti i presenti che non poterono fare a meno di notare le dimensioni incredibili del suo pene, enorme, eretto, rigido e nerboruto.

Con i pugni sui fianchi, il soldato George percorse un giro panoramico sul palco, col chiaro scopo di far apprezzare a tutti gli astanti la sua virilità. Si fermò poi di fronte al viso dell'Imperatore, alla distanza di qualche metro, in modo che lui potesse ben vederlo e presagire quello che lo aspettava.

Uno dei soldati che lo aveva scortato, porse al gigante nero un piccolo panetto di margarina.

La folla, intuendo lo sviluppo della situazione, ruppe il silenzio che si era creato nell'attesa, con un brusio insistente. L'Imperatore, che se ne stava con gli occhi socchiusi, ormai disperato, all'udire quel brusio, si destò e rivolse lo sguardo dritto davanti a sé. Quando vide il negro gigantesco che si ungeva l'enorme pene con la margarina, ne fu terrorizzato e iniziò a strillare e a dimenarsi.

Il negro si avvicinò al viso dell'Imperatore, con il pene in mano puntato contro di lui, continuando a masturbarsi lubrificandosi con la margarina. Sul volto del soldato George adesso c'era un sorriso malizioso, favorito anche da quel massaggio piacevole. L'Imperatore, a mano a mano che il pene lucido e rigido gli si avvicinava al viso, si dimenava sempre di più.

Il soldato George rivolse lo sguardo al suo Generale.

Il Generale americano alzò gli occhi al cielo e disse sottovoce"Figlio mio, questo è per vendicare la tua morte" e, con un cenno di assenso, ordinò al soldato George di proseguire il suo compito fino in fondo.

Il negro si portò alle spalle dell'Imperatore. Con una delle sue grandi mani gli afferrò una natica per tenerlo fermo, visto che era ormai in preda al terrore più assoluto e si dimenava come un ossesso. Con l'altra mano si prese il pene, lo puntò sull'orifizio anale dell'Imperatore e iniziò a spingere, dolcemente, oscillando avanti e indietro di pochi centimetri senza forzare troppo. Lo sfintere oppose una naturale resistenza iniziale, ma poi sotto la pressione di quel corpo enorme, cedette. Il Divino Imperatore fu completamente penetrato, il nerbo di carne viva si muoveva dentro le sue viscere con movimenti possenti, dentro e fuori, lentamente ma inesorabilmente. Il volto dell'Imperatore era ormai ridotto ad una maschera mostruosa: il terrore, il dolore, lo sgomento ne avevano travisato i tratti del viso. Gli occhi strabuzzanti e lacrimanti, il sudore copioso e freddo che correva su tutto il corpo, la saliva che schiumava dalla bocca insieme al respiro affannato...sembrava l'espressione di una donna che stesse affrontando un difficilissimo parto!

Ogni volta che l'enorme nerbo entrava nell'ano, l'Imperatore chiudeva gli occhi, strizzando le palpebre gonfie di pianto e trattenendo il respiro, fino al momento in cui, terminata la sua terribile corsa, il pene iniziava il percorso a ritroso, restituendo alla regale vittima un minimo di sollievo che gli consentiva di emettere qualche lamento ringhioso.

Le spinte divennero sempre più forti e sempre più veloci. Il soldato George aveva assunto un'espressione del viso impegnata e sempre più estatica. Gli occhi socchiusi, tutti i muscoli del suo enorme corpo che si muovevano sempre più velocemente, la lingua che passava veloce ad inumidire le labbra...e poi , con un sussulto finale e un grande sospiro di soddisfazione, raggiunse l'orgasmo.

Diede gli ultimi potenti colpi di reni, e poi lentamente si ritrasse dal corpo dell'Imperatore.

In quel momento, dall'orifizio anale di costui, come fosse una bottiglia di champagne, uscì un fiotto di sperma e subito dopo sangue. Il rivolo colò tra le cosce dell'Imperatore, fino al pavimento.

Il sacrificio si era concluso, la vittima era stata immolata, il simbolo di una nazione e della sua civiltà millenaria era stato umiliato come mai nella sua storia.

Silenzio totale. Una giovane donna, una dama di corte che era rimasta in disparte fino a quel momento, si fece avanti. Manifestò con lo sguardo l'intenzione di avvicinarsi all'Imperatore per prendersi cura di lui, ormai ridotto ad un corpo derelitto. Tutti la lasciarono fare, ormai niente aveva più importanza. Lei amorevolmente si avvicinò all'Imperatore, lo liberò dalle fasce che lo tenevano immobile su quel tavolo, gli asciugò il viso dalle lacrime e dal sudore.

Poi, parlando piano e con lo sguardo basso, proferì queste poche parole: "Maestà, sono cresciuta sotto il vostro sguardo, vi ho amato fin da bambina, vi ho servito sempre come vostra umile e fedele schiava. Voglio essere io a restituirvi l'onore e porre fine a questa insostenibile vergogna".

Trasse dal suo kimono una corta spada e senza indugi colpì l'Imperatore alla gola, con una rapidità che sorprese tutti i presenti. L'Imperatore, con gli occhi sbarrati e il sangue che scorreva copioso dalla profonda ferita sulla gola, morì in pochi attimi. L'onore di un impero salvato, forse, dal gesto estremo di una umile serva di corte.

Buio, penombra, leggero chiarore, luce soffusa. Il sogno è finito, e mi ritrovo di nuovo seduto su questa vecchia poltrona con al mio fianco Angelo Nero. Intorno a noi due il vuoto di questa dimensione irreale che si illumina a poco a poco di una luce opalescente, come fossimo all'alba di un giorno nuvoloso nel mondo reale. Ai miei piedi Cristallo Rosso si stiracchia, indifferente a tutto come al solito.

Angelo Nero mi guarda, con il suo sorriso sarcastico e provocatore. Mi guarda ma non riesce a sostenere il mio sguardo che deve essere sicuramente pieno di risentimento nei suoi confronti. Ha capito benissimo che lo spettacolo a cui mi ha fatto assistere non mi è piaciuto affatto.

Primo perché sono giapponese, poi perché odio la violenza. Tenta di discolparsi:

"Hiroshi, non guardarmi così! Non è una cosa che ho creato io! Il sogno è stato fatto dall'Imperatore durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, poco prima delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Io ho soltanto raccolto il suo sogno per rivederlo quando ne ho voglia, ecco."

"Senti, Angelo, ne ho abbastanza. Si può sapere perché i tuoi sogni preferiti sono sempre degli incubi? Ma non hai mai visto un sogno bello, dolce, piacevole, sensuale? Ecco, per esempio: la gente di solito fa un sacco di sogni erotici. Non ne hai mai registrato uno del genere?"

Angelo Nero cambia l'espressione del viso che all'improvviso diventa piuttosto triste. Mi parla senza guardarmi.

"Beh, si, certo. Di quelli ne ho tanti. Solo che non li guardo quasi mai perché...mi fanno soffrire. Insomma, io quando li guardo provo una sensazione di disagio, e anche un senso di invidia e impotenza. In quei sogni vengono descritte sensazioni ed emozioni che io non ho mai conosciuto, e che però mi piacerebbe molto poter provare perché da quello che ho potuto capire sono molto gratificanti per voi umani."

Ebbi così la conferma ad un sospetto che avevo avuto sin dalla prima volta che incontrai Angelo Nero. Compresi che dentro di sé desiderava provare ciò che può provare un essere umano, forse era stanco della sua esistenza immateriale, o magari era solo curioso di sapere come potesse sentirsi un essere dotato di un corpo fisico.

Non sapevo come confortarlo, non sapevo realmente cosa dire. Sapevo ancora così poco di lui, sebbene mi sentissi a lui così vicino. In un certo senso lo sentivo simile a me, almeno in certi sentimenti di solitudine e insoddisfazione.

"Senti, Angelo, credo di capirti. Quello che posso fare per te è continuare a starti vicino in questa nostra amicizia. Può darsi che a furia di frequentarci riuscirai a sentirti più partecipe delle sensazioni umane...cosa posso dirti, io non sono certo la persona più adatta a parlarti di queste cose. Come ben sai la mia vita è stata molto avara di emozioni e sensazioni, fossero anche esperienze dure. Macchè! Neanche quelle! I miei genitori mi hanno sempre tenuto al riparo da tutto, in un mondo ovattato e privo di preoccupazioni. Mi hanno tenuto sempre sotto una campana di vetro, l'importante per loro era che studiassi, tutto il resto non aveva alcuna importanza."

Mi guarda un po'sconsolato, poi mi sorride:

"Dai, Hiroshi, usciamo da qui. Ti prometto che la prossima volta ti farò assistere a qualcosa di più tranquillo e carino. Andiamo."

Corridoio silenzioso, porta della mia stanza, vertigine. Pochi secondi e sono sveglio, di nuovo pienamente cosciente nel mio corpo. Ormai conosco il susseguirsi delle sensazioni, non mi procurano nessun fastidio. Apro gli occhi e rivedo il soffitto della mia stanza. Eccomi tornato alla realtà triste della mia vita terrena. Accendo il computer e inizio a scrivere nella sua memoria elettronica : "Diario di bordo di Hiroshi K. Data e luogo: è possibile stare in due luoghi e in due epoche differenti contemporaneamente?"...

Diario di bordo di Hiroshi K.

Data: un giorno della mia vita, un po' meno triste del solito.

Luogo: sono sempre sul pianeta terra, nella mia stanza.

Ho avuto il primo incontro con l'assistente sociale: è una giovane studentessa di psicologia all'ultimo anno di università. Per pagarsi gli studi e reperire materiale per la sua tesi, collabora con i servizi sociali della mia città.

Mi è sembrata una persona molto gentile e anche preparata, ma la sua presenza mi turba moltissimo.

L'idea che qualcuno possa indagare sui miei pensieri mi fa sentire enormemente a disagio, non voglio essere giudicato, non voglio essere considerato con commiserazione!

Chissà cosa penserebbe di me se sapesse che sono entrato in contatto con un "angelo",un essere soprannaturale! Sicuramente mi prenderebbe per pazzo e mi farebbe rinchiudere nello stesso istituto dove si trova mia madre!

Il nostro primo incontro è stato breve, per fortuna. Lei ha preannunciato la sua visita per telefono parlando con mio padre, e ha concordato un appuntamento.

Si è poi presentata accompagnata da un funzionario dell'amministrazione giudiziaria, che è lo stesso che segue le vicende legali di mia madre. Quando sono arrivati a casa mia era tardo pomeriggio, mio padre per l'occasione aveva chiesto e ottenuto di poter rientrare prima dal lavoro.

Lui li attendeva nervosamente e io, come al solito quando non sono solo in casa, mi ero ritirato nella mia camera, dove però ho lasciato la porta socchiusa perché desideravo ascoltare i loro discorsi.

Prima ha parlato il funzionario che ha presentato a mio padre la psicologa e a poi riferito a mio padre alcuni particolari di carattere legale sul ricovero di mia madre. Sembra che anche nell'istituto dove si trova abbia manifestato episodi di una certa violenza e quindi per il momento dovrà restare rinchiusa fino a quando le terapie non avranno dato qualche risultato.

Non ci avevo pensato prima, ma la possibilità che mia madre venga rilasciata mi terrorizza! Se io e mio padre saremo costretti a riprendercela in casa, credo che sarà la volta buona che troverò il coraggio di uscire per sempre da questa casa per fuggire il più lontano possibile!

Dopo ha parlato lei, la psicologa. Ha chiesto al funzionario di lasciarli soli, e infatti costui è uscito di casa e dalla finestra l'ho visto andare ad aspettare seduto nell'auto parcheggiata sotto casa. Ha aperto il finestrino, si è acceso una sigaretta e ha guardato il suo orologio da polso, impaziente forse di porre fine agli impegni lavorativi di quella giornata.

Nel frattempo la psicologa aveva iniziato a parlare con mio padre, a bassa voce. Dalla mia camera non riuscivo a comprendere tutte le parole, ma sentivo che faceva delle domande a mio padre su quello che era successo, e anche sul passato della nostra famiglia. Mio padre come al solito rispondeva a monosillabi.

In quel momento non potevo vedere l'espressione del suo volto, ma non faticavo certo ad immaginarmelo: occhi bassi, respiro affannoso, sudore che scendeva copioso sulle tempie.

A quel punto mio padre dovette sicuramente odiare sua moglie come non mai: lo aveva costretto a fare ciò che più lo metteva in imbarazzo, ovvero parlare dei suoi problemi più intimi e personali con un estraneo, per giunta donna!

Dopo un po' l'ho sentita salire le scale. Ho aperto la porta socchiusa della mia camera un attimo prima che lei potesse bussare. Per un istante ci siamo trovati uno di fronte all'altro in modo buffo: lei con la mano chiusa a pugno sospesa per aria e io, con lo sguardo rivolto verso quella mano, temendola quasi come se mi volesse colpire.

Senza parlare è entrata in camera, e per un momento sono rimasto immobile, pieno di imbarazzo.

Non riuscivo a rivolgergli lo sguardo, mi sentivo sotto esame, ancora una volta....

In quel momento avrei voluto avere la forza di spingerla fuori dalla mia camera, e chiudere quella porta per isolarmi dal resto del mondo ancora una volta.

Lei, con fare lento ma sicuro mi ha invitato a sedermi sul pavimento, poi ha chiuso la porta ed è venuta a sedersi anche lei sul pavimento appoggiandosi alla parete di fronte a me. Non ha detto niente a riguardo a quello che era accaduto a me e a mia madre.

Ha iniziato invece a parlare di sé, ha detto che la cosa più importante è che io la conosca e impari ad avere fiducia in lei. Mi ha parlato della sua famiglia, dei suoi studi, delle cose che le piacciono. Insomma, abbiamo avuto un dialogo come se fossimo amici. Non c'è stato quello che temevo, ovvero un rapporto di tipo medico-paziente.

Si chiama Juliet. Suo padre, un neozelandese professore di astrofisica, le ha dato lo stesso nome di una delle lune del pianeta Urano, scoperta dalla sonda spaziale Voyager 2 poco prima della sua nascita.

Sua madre è giapponese, anche lei professoressa, ma di geologia e vulcanologia.

I suoi genitori si sono separati da qualche anno e, da quando suo padre è tornato in Nuova Zelanda, Juliet vive con la madre ma una volta all'anno si trasferisce dal padre per una breve vacanza.

Juliet è molto bella, i suoi lineamenti molto delicati uniscono il meglio delle caratteristiche etniche dei suoi genitori. In particolare mi hanno colpito i suoi occhi verdi, un colore così inconsueto...

È stato un incontro breve, ma il tempo sembrava non passare mai.

Anch'io come mio padre ero molto imbarazzato, era la prima volta che rimanevo chiuso in camera mia a parlare con un estraneo, da soli, una donna poi!

In questo io e mio padre siamo molto simili, anche se non abbiamo alcun legame di sangue.

Sono rimasto tutto il tempo ad ascoltarla, di tanto in tanto mi faceva qualche semplice domanda alla quale potevo rispondere con un sì o con un no, per lo più sul mio stato di salute, su come provvedevo a me e a mio padre ora che mia madre non era più in casa, se ero in grado di provvedere alle più comuni necessità domestiche, e altri argomenti simili.

A pensarci bene non mi è affatto dispiaciuto; anzi, dopo questo incontro mi sento più sereno.

Non so se mi aiuterà ad affrontare la mia vita, ma almeno con lei non ho sentito il peso di un giudizio, non mi sono sentito sotto esame.

Mi ha comunicato che dovremo incontrarci con una certa regolarità, anche se non ha potuto fissare subito i successivi appuntamenti. Mi contatterà per telefono oppure per e-mail.

Questo mi procura una sensazione che non provavo da moltissimo tempo: l'attesa per un evento, l'aspettativa per qualcosa che verrà. Ciò è molto strano per me che avevo perso ogni interesse per tutti gli avvenimenti della mia vita. Ora c'è qualcosa che m'interessa, c'è una persona che desidero rivedere.

Va bene, ora ascolterò un po' di musica e poi mi metterò a dormire, chissà se incontrerò Angelo Nero. Non gli ho mai chiesto se gli piace la musica. Forse questa vecchia versione di "Summertime" risulterebbe gradita anche al suo udito sovrannaturale.

§

Incredibile, Angelo Nero è riuscito a sorprendermi ancora una volta! Mi ero appena addormentato con indosso le cuffie a basso volume che suonavano una raccolta di musica jazz e blues, quando ecco che come al solito i miei sensi, anzi la mia "proiezione sensoriale", come dice lui, se ne è uscita dal mio corpo. Ormai sembra che faccia fatica a restarci dentro, e che diamine! Comunque lui era già lì che galleggiava sospeso a mezz'aria nella mia stanza, vestito con abito scuro, camicia inamidata e papillon in perfetto stile anni '20 o '30 o giù di lì insomma.

Gli dico:"Ma guarda che figurino! E come mai tutto questo sfarzo? Dove vai stasera, ad un ballo in maschera?" Non feci quasi in tempo a finire la frase che rimasi sbalordito da un suo prodigio: si avvicina, mi guarda intensamente e...i suoi occhi vedono anche per me! In poche parole io potevo vedermi con i suoi occhi, ed ero anch'io vestito come lui!

"Scusa, ma noi non possiamo usare gli specchi! Allora, ti piaci?"

"Si, mi piaccio moltissimo ma adesso riporta la mia vista verso di me altrimenti mi sento male! Non bastava vedere il mio corpo reale che dorme, anche la mia immagine virtuale devo vedere da fuori! Francamente lo trovo eccessivo! Ma perché siamo conciati così?"

"È soltanto per gioco, stasera volevo portarti a vedere un sogno risalente agli anni ‘30 e ho pensato che un abbigliamento consono ti avrebbe fatto sentire più a tuo agio. Come sempre non potremo interagire con ciò che vedremo, perché sono solo immagini oniriche memorizzate, ma almeno così ci sentiremo pienamente inseriti nell'atmosfera. Vieni, questa volta ti porto in un sogno che troverai gradevole."

Corridoio, infinite porte, "miao!": Cristallo Rosso. Ormai quando entro nel Mondo dei Sogni di Angelo Nero mi sembra quasi di essere in una dependance di casa mia.

Solita atmosfera, buio, chiarore... musica jazz?

-"Ehi, Angelo, ma dove mi hai portato stavolta?"

-"Te lo avevo detto, questa volta è diverso. Questo sogno mi è stato suggerito da quel brano di musica che ascoltavi, una musica che mi piace molto. Siamo in un sogno fatto intorno al 1932, negli Stati Uniti, poco prima della fine del proibizionismo. Vedrai, ne vedremo delle belle!"

E così ho trovato risposta anche alla mia domanda: ad Angelo Nero la musica piace, e ha anche dei buoni gusti.

Atterrammo, se posso dire così, in un giardino di una bella villa in stile liberty, al tramonto.

Nel viale ci sono una decina almeno di stupende automobili dell'epoca, tutte lucide e con tante cromature. Dall'interno della villa ci arrivano i suoni di una festa: musica jazz, risate di donne, rumore di bicchieri che si toccano per un susseguirsi di brindisi.

-"Ma non dovevamo essere al tempo del proibizionismo?"

-"Si, infatti, ma non dimenticare che questo è un sogno! L'uomo che ha fatto questo sogno attendeva con ansia la fine del proibizionismo per farsi una grossa bevuta durante una bella festa, come vedi."

Entriamo, un salone pieno di bella gente, tutti sono vestiti elegantemente, le donne sono tutte bellissime e curatissime nei loro abiti stupendi. Un'orchestra suona musica jazz molto dolce, alcune coppie ballano lentamente, abbracciate con atteggiamento languido. Nell'aria molto fumo di sigari e sigarette, ma soprattutto un'atmosfera che si fa sempre più "calda" a mano a mano che attraversiamo le stanze di questa grande villa. Un susseguirsi di saloni dove i rapporti tra i personaggi che vediamo diventano sempre più confidenziali. Tra uomini e donne intendo. Bicchieri e bottiglie piene di liquori ovunque, ma ben presto l'ingrediente preponderante diventa la sensualità. Proseguiamo lentamente, saliamo ai piani superiori. Nel corridoio incontriamo coppiette in conversazione intima, la luce si fa sempre più soffusa. La situazione si fa sempre più esplicita: coppie che si baciano, mani che esplorano sotto le gonne e nei reggiseno.

-"Angelo, ma qui sta diventando un bordello! Questi praticamente stanno facendo sesso appoggiati al muro!"

-"E allora? Vieni, il meglio deve ancora arrivare."

Le porte delle stanze per noi diventano trasparenti, possiamo assistere a tutto ciò che avviene nelle alcove più nascoste di quella grande casa. In una stanza una donna e un uomo sono l'una di fronte all'altro, in piedi. La donna si avvicina e bacia l'uomo sulla bocca, appassionatamente. Lui sembra non reagire, subisce fingendo indifferenza, ma ben presto sarà evidente che si tratta solo di una regola del gioco. Lei inizia a spogliarlo, lentamente, e nello stesso tempo bacia e lecca con la punta della lingua le parti del corpo che scopre. Lui continua a mantenersi impassibile, ma un fremito si legge nel suo sguardo. Lei sorride: è come un gioco, come quando i ragazzini si guardano negli occhi tra loro e perde chi inizia a ridere per primo.

Lei continua il suo ruolo, scopre parti sempre più estese del corpo del suo partner, e le sfiora con le labbra, con la lingua e con le dita. Lui ormai è nudo e resta immobile, anche se l'erezione del suo pene ne tradisce l'evidente eccitazione.

Lei lo guarda, sorride maliziosa, ormai sa che lui non potrà resistergli oltre, e inizia a spogliarsi.

Alla fine resta con indosso solo i suoi bellissimi gioielli: una stupenda parure di diamanti: collier, orecchini, bracciale e anello con solitario. La stanza è illuminata con una luce calda e soffusa, le gemme brillano come stelle restituendo alla donna che le indossa tutta la loro bellezza che esalta ancora di più le splendide fattezze del suo corpo. Una donna bellissima e piena del desiderio di offrirsi al suo amante.

Disposti di fronte si osservano a vicenda, nudi, eccitati, con gli occhi pieni ognuno del corpo dell'altro. Fanno un passo avanti e giungono quasi a toccarsi. Pochi centimetri li separano. Lei compie ancora un piccolo movimento: un respiro pieno che gli espande il torace quel tanto che basta affinché i suoi capezzoli turgidi tocchino il torace di lui. Per lui è la fine della propria resistenza: a quel contatto cede all'improvviso, l'abbraccia, la bacia sulla bocca con fremente avidità, la stringe a sé come se volesse avvolgerla con tutto il corpo.

Poi lei si gira e volge le spalle al suo amante, restando però sempre a contatto di pelle. Lui la bacia sul collo e sulle spalle, le prende i seni palpandoli con decisione, poi le stringe delicatamente i capezzoli tra i polpastrelli, stimolandoli dolcemente.

Lei ormai è preda delle emozioni, si abbandona totalmente al piacere e anzi lo cerca sempre più: le sue mani raggiungono quelle del suo compagno e le guidano sul suo stesso corpo. Le portano ove lei desidera maggiormente essere toccata, nei suoi punti più sensibili. Le mani maschili vengono così guidate in basso, verso la vagina. Lui capisce, ma prima si attarda sull'interno delle cosce, poi lentamente si avvicina sempre di più al punto più caldo e umido.

Lei inizia a sospirare e poi a gemere, le dita dell'uomo hanno toccato le labbra di quella seconda bocca, così calda e così bagnata. Si inoltrano nel suo profondo e la esplorano valutando quali siano i movimenti più apprezzati. Il dito medio entra ed esce e di tanto in tanto si unisce al pollice per stringere delicatamente tra i polpastrelli il clitoride che ora sporge turgido. Lei dimostra chiaramente tutto il suo piacere, prende il polso del suo compagno e incoraggia le sue carezze sempre di più, contrae gli addominali in uno spasmo di cui non riesce più a controllare l'evoluzione.

Poi le gambe tremanti desistono e lei si accascia, in ginocchio. Affannata, si china e appoggia i gomiti e gli avambracci sul tappeto persiano che ricopre il pavimento.

Da quella posizione, offre al suo compagno l'irresistibile spettacolo del suo corpo eccitato e voglioso: le sue natiche piene e invitanti, le sue cosce sode e allargate e soprattutto la sua vagina calda e umida.

Girando la testa rivolge uno sguardo desideroso e implorante al suo compagno, che la osserva estasiato.

Quindi, lentamente, inarca il bacino e porge all'amante la visione piena del suo sesso, che così disposto sboccia e si apre come un fiore, rivelando l'inizio della sua parte più intima, resa lucida e carnosa dall'eccitazione.

Lui si inginocchia e resta un istante ad osservare quella donna stupenda. Senza neanche bisogno di aiutarsi con le mani, si avvicina al quel corpo caldo con il suo pene eretto, e la penetra subito, in profondità.

Sembrò quasi che il pene venisse risucchiato dentro quella carne piena di desiderio.

Lei sorride soddisfatta, inizia di nuovo a gemere esprimendo tutto il suo piacere nel sentirsi riempire quel vuoto che aveva tra le cosce, si muove quasi come a volerne sempre di più. I due corpi si imperlano di gocce di sudore, le natiche sbattono sul ventre di lui che reagisce estasiato con spinte sempre più potenti e decise, fino a quando sopraggiunge forte l'orgasmo. Potente, vistoso, aggressivo.

Lei è entusiasta, soddisfatta di sentirsi riempita dal seme caldo di lui, che ancora con le ultime spinte ne favorisce l'eiaculazione.

Accidenti! Che scena appassionante! Mentre osservavo la scena ho provato un piacere intenso, credo proprio che il mio corpo reale abbia reagito con un'abbondante polluzione notturna! Al mio risveglio mi troverò sicuramente con le mutande sporche e appiccicose.

Guardo Angelo Nero, ha un'espressione malinconica.

-"Ehi, Angelo, tutto bene? Hai una faccia! Che c'è, questo sogno non ti piace?"

-"No...è che, come ti dicevo, questi sogni mi frustrano un po' perché vedo espresse delle emozioni e delle sensazioni che io non sono in grado di comprendere. Ma tu non ci fare caso, mi passa subito.

Ti è piaciuto lo spettacolo? Tra poco vedremo un'altra coppia in un'altra stanza..."

-"No, Angelo. Andiamo via. Ti ringrazio, è stato bellissimo, ma per oggi basta così. Non so nemmeno se sia giusto guardare questi sogni, mi sento quasi un voyeur. Dai, andiamo via."

-"E va bene, se tu così vuoi, andiamo. Magari se ti viene voglia possiamo continuare a vederlo un'altra volta."

-"Si, Angelo. Un'altra volta magari."

Al mio risveglio, come avevo previsto, mi sono ritrovato con le mutande sporche. La visione di quel sogno erotico mi aveva provocato una eiaculazione durante il sonno.

Sono andato in bagno a lavarmi, senza pensarci ho usato un sapone di mia madre. L'ho riconosciuto subito dal profumo, è un sapone al burro di karité. Penso a mia madre: chissà che cosa sta facendo in questo momento, chissà se qualche volta mi pensa. Il ricordo delle ultime parole che ha proferito verso di me ancora mi turba, non riesco ad accettare l'idea che volesse uccidermi. Tutto questo è terribile.

Scaccio via questi pensieri opprimenti, la mia vita ne è già piena oltre misura, è inutile continuare a pensarci. Mi farei solo del male.

Mentre finisco di lavarmi, non so perché, mi viene in mente Juliet. Guardo il mio viso allo specchio e penso a lei. Incredibilmente sento la sua mancanza, anche se è una cosa assurda visto che la conosco appena.

§

Durante l'ultima volta che ho portato Hiroshi nella mia dimensione, mi sono reso conto delle sue reazioni. Davanti a quella scena di sesso ho capito che si è eccitato, ha provato sicuramente un profondo coinvolgimento emotivo, e io l'ho invidiato. Si, devo ammetterlo, ho provato un profondo senso d'invidia perché in quel momento avrei voluto provare anch'io le stesse sensazioni. Ma chiaramente questa possibilità mi viene preclusa dalla mia immaterialità.

In particolare sono attratto dalle sensazioni relative alla sessualità, che intuisco essere quelle forse più forti e piacevoli per gli esseri umani. Milioni di volte li ho visti baciarsi, toccarsi e scaldarsi a vicenda sotto l'effetto di queste sensazioni tattili. Corpi che si toccano e che si eccitano a vicenda, prendendosi piacere l'uno dall'altro e gratificandosi allo stesso tempo del piacere dato e di quello ricevuto. Deve essere qualcosa di bellissimo! Come l'invidio! Non so cosa farei per poter avere anche io un corpo capace di vivere simili sensazioni ed emozioni! E mi fa male il vedere e non poter comprendere, non poter toccare, sentire...che rabbia! Non mi resta che continuare ad osservare, anche se così alla fine non faccio altro che torturarmi all'infinito...

§

Diario di bordo di Hiroshi K.

Data: un giorno in cui mi sento abbastanza bene. Accidenti, è parecchio tempo che non scrivevo qualcosa su questo diario elettronico! Sarà un buon segno?

Luogo: sempre lo stesso, solo che oggi mi sembra più sopportabile del solito.

Juliet è venuta a trovarmi anche oggi, è passato quasi un anno dalla prima volta che ci siamo visti.

Per me le ore che trascorro con lei sono un grande sollievo, lei riesce a darmi uno spiraglio di luce nel buio della mia esistenza. Quando sto con lei l'angoscia si ferma, il male che mi opprime l'anima si placa e io riesco a sentirmi meglio.

All'inizio, durante i nostri primi incontri, era lei che parlava di più. Io mi limitavo a rispondere a qualche sua domanda, mi sentivo molto imbarazzato. Poi, lentamente, la corazza di ghiaccio di cui mi ero circondato ha iniziato a sciogliersi e ho iniziato a parlare anch'io.

Ho raccontato a Juliet tutte le mie vicissitudini, ho cercato di descrivergli le sensazioni che ho provato e che provo e lei mi ha dimostrato subito una grande comprensione.

Una comprensione davvero forte, che mi ha fatto sospettare che anche lei possa in qualche modo aver sofferto la mia stessa condizione.

Una volta, durante uno dei nostri incontri, le stavo parlando delle emozioni e del panico che avevo provato quel maledetto giorno dell'esame di ammissione all'università. Io, ad un certo punto, vinto anche dall'emozione prodotta da quel brutto ricordo, non riuscivo più a trovare le parole giuste per descrivere le sensazioni provate il quel giorno triste. Rimasi in silenzio mentre provavo a riordinare le idee e i ricordi, quando mi accorsi che lei aveva assunto un'espressione di malcelato turbamento. Girò il viso verso la finestra della mia stanza e con lo sguardo perso nel vuoto iniziò a descrivere quelle emozioni con parole così nette e precise che io stesso non avrei potuto sceglierle in maniera più appropriata. Lei parlava e contemporaneamente nella mia mente rivedevo chiaramente quel giorno orribile. Sembrava avermi letto nel pensiero e avermi rubato le parole di bocca. Abbassò lo sguardo e per un attimo io vidi un velo di tristezza nei suoi bellissimi occhi verdi. Giusto una frazione di secondo perché lei si coprì il volto con le mani e tirandosi all'indietro i capelli mi disse: "Ho indovinato? Allora che dici, Hiroshi, sono una brava psicologa?", con un grande sorriso.

Forse anche lei ha sofferto come me. In ogni caso mi ha dimostrato di saper capire perfettamente quello che mi passa per la mente. Questo mi turba un pochino, ma se mi fa stare meglio va bene così.

Mi ha parlato delle sue precedenti esperienze di lavoro. Durante gli anni di studio all'università, incoraggiata da un suo professore, è entrata a far parte di un gruppo di studenti volontari che offrono aiuto ai giovani caduti in depressione come me. Così facendo ha avuto la possibilità di acquisire una prima esperienza professionale. Fino a oggi però aveva svolto questa attività sempre insieme a psicologi più anziani ed esperti, che gli facevano da tutor durante questo tirocinio volontario. Con me invece è diverso, nel senso che è la prima volta che gli viene offerto un incarico da affrontare da sola. Io sono come una prova generale, e per giunta sono anche stato classificato come un caso potenzialmente difficile poiché ci sono implicazioni particolari dovute ai fatti compiuti da mia madre.

Chi l'avrebbe detto? Io che vengo classificato come un caso "potenzialmente difficile", a parte che già il fatto di essere stato "classificato" non mi piace molto.

Juliet comunque mi parla di queste cose con spirito critico e molta chiarezza. Vuole che tra di noi ci sia la massima sincerità per poter ottenere la massima disponibilità al dialogo.

Una delle prime cose che mi ha detto riguarda la pulizia e l'igiene. In passato è venuta a contatto con altri ragazzi che si sono auto-esiliati nelle loro stanze come me, e il primo ostacolo che ha dovuto affrontare sono state le pessime condizioni igieniche in cui questi giovani vivevano: completamente circondati dai propri rifiuti accumulati nelle stanze, senza lavarsi per mesi, avvolti da odori immondi e in qualche caso addirittura dai propri escrementi.

(Io avrei preferito di gran lunga la morte! Piuttosto che vivere circondato dall'immondizia, sono certo che avrei trovato il coraggio di suicidarmi!)

Per questo è rimasta molto sorpresa nel vedere che io invece tengo moltissimo all'igiene e alla pulizia, sia della mia persona che degli ambienti dove vivo. Non faccio per vantarmi ma, da quando mia madre è stata ricoverata, riesco a mantenere in casa mia una pulizia veramente impeccabile, e mi lavo completamente anche due volte al giorno. E poi non sopporto le puzze: mio padre si lamenta continuamente che gli faccio spendere troppi soldi in detergenti, saponi e deodoranti.

Tutto questo per Juliet è stata una piacevole sorpresa. E anche a me fa piacere che abbia notato che sono una persona che tiene alla pulizia. Posso avere i miei problemi, ma per fortuna non ho mai perso la voglia di lavarmi e di stare nel pulito, anzi è una delle poche cose che mi ha aiutato ad andare avanti.

In questo credo che Juliet mi assomigli: tutte le volte che l'ho vista era sempre a posto: pulita, trucco leggerissimo, capelli in ordine, vestiti semplici e casual ma sempre freschi di bucato, mani curate, alito fresco e profumo delicato. Insomma, una persona assolutamente gradevole.

Mi dispiace solo di averla conosciuta in circostanze difficili per me, ma d'altra parte se io non fossi caduto in un momento di crisi non avrei mai avuto la possibilità d'incontrarla. La vita a volte è proprio strana.

Stanotte voglio dormire tranquillo, voglio vedere se Angelo Nero mi lascia riposare nel mio limbo vuoto in assenza assoluta di emozioni. Ultimamente mi ha portato spesso nella sua dimensione, e ogni volta mi ha fatto assistere a situazioni molto interessanti: è veramente incredibile quello che può creare una mente umana durante il sonno! Ora però desidero dormire e basta. Ancora oggi qualche volta sento il bisogno di spegnere il mio cervello completamente per qualche ora. Mi piace perché ha su di me un effetto rigenerante.

Vedremo, nel frattempo buonanotte!

§

Rileggendo le mie ultime righe mi viene quasi da ridere. Volevo solo starmene un poco tranquillo, e invece la mia vita ha preso di nuovo una piega sconvolgente. Ecco la ricostruzione degli ultimi avvenimenti.

Mi ero addormentato profondamente con la ferma intenzione di fare un lungo sonno profondo e privo di qualsiasi attività extra-sensoriale, quando mi sento attrarre fuori dal mio corpo. Capisco che c'è Angelo Nero che vuole parlarmi ma faccio comunque un minimo di resistenza. Alla fine porto fuori la mia proiezione sensoriale e lo vedo, lui infatti era lì che galleggiava a mezz'aria con un'aria afflitta.

Gli dico un po' seccato:"Angelo, che c'è? Volevo starmene un poco tranquillo stanotte, starmene da solo. Magari ci facciamo un giro domani notte, eh? Perché non ti riposi anche tu? "

-"Hiroshi, scusami, non volevo disturbarti, ma è che mi sento giù e ho pensato che magari parlando con te dopo mi sarei sentito meglio..."

-"Ma sentilo! Questa è bella! E io che credevo che fossi io quello che avesse bisogno di aiuto psicologico! E poi perché un angelo come te dovrebbe sentirsi triste? Di cosa senti la mancanza?"

- "Bé, Hiroshi, è difficile per me parlarne...ti potrà sembrare assurdo, ma io...a me piacerebbe molto poter sentire...poter provare..."

- "Ma insomma, Angelo! Parla chiaro! Guarda che se vuoi dirmi che ti piacerebbe sentire le sensazioni che può provare un essere umano, questo lo avevo capito già da un bel pezzo! E mi piacerebbe molto aiutarti, ma non so proprio come fare, a meno di farti entrare nel mio corpo!"

A queste parole il volto di Angelo rimane assorto per un lungo momento, poi il suo viso s'illumina di colpo. Mi guarda fisso e accenna un sorriso.

-"...Entrare nel tuo corpo...però! Non ho mai provato fin'ora, in effetti qualche volta ho saputo di possessioni diaboliche...non vedo perché non possa farlo anch'io...e poi sarebbe diverso, sarebbe solo per percepire i segnali del tuo corpo...devo approfondire! Senti Hiroshi, l'idea potrebbe essere buona, ma non so se posso e non so bene come, devo informarmi presso qualcuno dei miei fratelli...Io adesso vado, ci vediamo più tardi."

- " Ma come più tardi! Angelo, io volevo riposare!"

- "Ma caro, te l'ho già detto, tu adesso stai già riposando! Quando io e te ci incontriamo il tuo corpo si trova in uno stato di sonno profondo che ha un effetto molto ristoratore sul tuo corpo e anche sulla tua mente. Quindi non fare il capriccioso e aspettami, tra pochi attimi sarò di nuovo con te. Ciao, Hiroshi!"

Mi ha lasciato forse per un paio di minuti, quando stavo quasi per rientrare nel mio corpo è riapparso di nuovo.

-"Hiroshi, eccomi qui di nuovo. C'ho messo una vita a trovare qualcuno dei miei simili che potesse fornirmi informazioni utili! E poi ho dovuto insistere molto per convincerlo a rivelarmi le sue conoscenze segrete. Meno male che il tempo trascorre in modo diverso tra i nostri mondi, altrimenti ti avrei ritrovato con i capelli bianchi! Comunque eccomi qui, sono davvero pieno di entusiasmo!"

-" Ehi, Angelo, datti una calmata, eh? Io non ho ancora ben chiaro che cosa tu abbia in mente di fare, quindi spiegati bene e vediamo di che si tratta."

- "Hai ragione, Hiroshi, mi sono fatto prendere dall'entusiasmo. Dunque, diciamo che si tratta di una esperienza che per me sarà assolutamente straordinaria, mentre per te sarà assolutamente insignificante, nel senso che non ti accorgerai di niente. In poche parole le cose stanno così: io adesso porto la mia proiezione sensoriale nel tuo corpo, entrandoci insieme alla tua. In questo modo sarò collegato ai sensi del tuo corpo e potrò provare tutte le sensazioni che prova un essere dotato di un corpo fisico. Naturalmente potrò solo sentirle passivamente, non avrò alcuna possibilità di controllarle. Questo per me è un rischio perché potrei trovarmi a provare delle sensazioni per me orribili, e non potrei fare assolutamente nulla per evitarlo. Inoltre i miei sensi saranno costretti nel tuo corpo fin tanto che tu sarai sveglio, solo durante il sonno potrò abbandonare il tuo corpo, così come ci sarò entrato. Ma questi per me sono rischi accettabili, di fronte al valore unico di un'esperienza del genere...i miei compagni m'invidieranno tantissimo!"

- "Ma sentilo! Sai cosa penso, Angelo? Mi sa tanto che tu, a furia di stare vicino agli esseri umani, hai finito per assomigliargli troppo! Sembri uno di quei scienziati disposti a tutto pur di realizzare i propri esperimenti. Parlare d'invidia poi...mi sembri un ragazzino ansioso di mostrare il suo giocattolo nuovo ai compagni!"

- "Dai, non dire così. Io credo che questa potrà essere una esperienza positiva anche per te. Entrando a contatto con i tuoi sensi potrò comprendere appieno le tue difficoltà e i tuoi turbamenti. Magari riuscirò ad aiutarti a venire fuori dalle tue ansie, forse anche meglio di quella tua studentessa di psicologia alle prime armi!"

- " Ah, allora sei geloso, eh? Ti dà fastidio che Juliet venga a trovarmi, dì la verità! Ma che cosa ti sei messo in testa, Angelo? Ti sarai mica innamorato di me?"

- "Ma cosa dici, sciocco! Innamorato io...che non so neanche che cosa significa...e poi geloso, di chi poi? Di quella sciacquetta? Ma figurati..."

- "Sciacquetta!?"

- "Sciacquetta, sciacquetta...ora solo perché una sta per laurearsi in psicologia, pretende di sapere tutto sulla mente di voi umani! Io sono migliaia di anni che ci provo e ancora non ne ho una comprensione totale."

- "Angelo, adesso sei veramente assurdo..."

- "Va bene, va bene. Ne parleremo un'altra volta. Adesso entriamo nel tuo corpo, mi raccomando portami con dolcezza perché per me è la prima volta e non vorrei restare turbato..."

- "Oh, poverino! Non vuole restare turbato! E io che cosa dovrei dire? Ti rendi conto che sarai ospite nel mio corpo? Sei sicuro che non mi farà male?"

- "Ma no! Non ti accorgerai di niente, sicuro. Stai tranquillo. Piuttosto sono un poco in ansia per quello che proverò io, non riesco proprio ad immaginare..."

Comunque, alla fine sono rientrato nel mio corpo con Angelo Nero al seguito, e finalmente sono riuscito a dormire in modo normale. Appena rientrato per la verità mi sono svegliato per qualche minuto, mi sono messo a ridere per le parole insulse dette da Angelo Nero, ma poi mi sono riaddormentato subito. Ho avuto la sensazione che Angelo Nero fosse come prigioniero dentro di me e fosse costretto a starsene zitto. Che bello, finalmente un po' di silenzio!

La mattina mi sono svegliato presto, ho sentito mio padre che si preparava per andare a lavoro. Come al solito ho aspettato che uscisse di casa, quindi mi sono alzato, ho messo a posto nella mia camera e sono sceso in cucina per fare colazione. Poi ho riassettato la cucina e sono andato in bagno per i miei bisogni, mi sono lavato i denti, ho caricato e fatto partire la lavatrice e infine mi sono messo sotto la doccia. Ero lì sotto il getto dell'acqua calda, quando ho avuto la sensazione che qualcuno suonasse alla porta, poi che squillasse il telefono e poi di nuovo il campanello della porta di casa.

Sul momento non ci ho fatto caso: ero sotto la doccia, avevo la lavatrice in funzione e avevo lasciato anche il televisore acceso. Potevo essermi tranquillamente sbagliato. Poi però sono uscito dalla doccia e ho sentito suonare il telefono. Era Juliet.

- "Pronto, Hiroshi sono io, Juliet."

- " Juliet!"

- "Senti Hiroshi, sono vicino a casa tua. Prima ho visto tuo padre uscire, mi sono avvicinata alla porta e ho bussato..."

- "Ah, eri tu! Scusami ero sotto la doccia e non ero sicuro di aver sentito il campanello..."

- "No, Hiroshi, scusami tu...sono stata una pazza a venire a quest'ora, ma dopo non credo che avrei più potuto..."

- "Juliet, ma adesso dove sei?"

- "Sono alla fermata dell'autobus qui vicino, non volevo rischiare di rimanere davanti alla porta di casa tua ad aspettare, ho pensato che stessi ancora dormendo."

- "Juliet, non andartene. Vieni subito, ti apro."

Ero ancora in accappatoio, m'infilo il pantalone di una tuta sportiva e con i capelli ancora bagnati corro ad aprire la porta. Lei è lì, a pochi metri. Attraversa il vialetto a passo svelto. Entra, mi sospinge verso l'interno e chiude la porta dietro di sé. La guardo sbalordito, poi mi rendo conto che siamo ancora vicino alla porta e allora le faccio segno di entrare nel soggiorno. Sono sorpreso e affascinato allo stesso tempo, non riesco a dire niente. Poi deglutisco e provo a parlare:

- "Juliet, è successo qualcosa?"

- "Hiroshi...è successo che...ho appena saputo che..."

Era agitata, non riusciva a parlare, le parole le morivano in bocca. Mi ha guardato negli occhi, io ho abbassato lo sguardo ma lei mi ha sollevato il mento e ha continuato a fissarmi con quei suoi occhi verdi. Poi si è avvicinata e mi ha baciato sulla bocca. Quello che ho provato in quel momento non riesco a descriverlo a parole. Io sono rimasto sorpreso e con gli occhi sbarrati, rigido come un blocco di pietra. Lei, con gli occhi chiusi, continuava a baciarmi e a insinuare la punta della sua lingua nella mia bocca. Ad un certo punto ho sentito come un fuoco invadere il mio corpo, e mi sono lasciato andare. Ho chiuso gli occhi, l'ho abbracciata e ho cercato di assecondarla. Lei ha capito che mi stavo sciogliendo, si è staccata per un momento, mi ha guardata sorridendo e ha preso un gran respiro. Poi si è avvicinata di nuovo e ha continuato a baciarmi. Questa volta ero pronto e ho partecipato attivamente. Che bello! Era la prima volta che baciavo una donna! I sapori delle nostre lingue si mescolavano sempre più. Siamo rimasti ancora qualche momento abbracciati a baciarci, io ho iniziato istintivamente a baciarla sul collo e sotto l'orecchio. Lei sembrava gradire molto.

- "Juliet...io non so se...io prima d'ora non ho mai..."

- "Lo so, Hiroshi... non dire nulla, non ce n'è bisogno...continua a baciarmi...il resto verrà da sé..."

Mi mette le mani tra i capelli e continua a baciarmi, sorride perché adesso si è accorta che le gocce d'acqua dei miei capelli umidi le stanno bagnando il viso. Nel frattempo mi si è sciolta la cintura dell'accappatoio. Lei lo apre e lo lascia cadere , mi accarezza il torace, scende con le dita sul ventre e mi provoca un brivido. Nota la mia erezione vistosa sotto il pantalone della tuta, sorride.

Poi improvvisamente assume un'espressione seria, inizia a spogliarsi, lentamente. Lascia cadere tutti i suoi abiti sul pavimento. Io resto fisso a guardarla come inebetito. Alla fine è lì, di fronte a me, mi guarda, mi prende una mano e se la mette sul viso.

- "Hiroshi...ti piaccio? Mi trovi...attraente?"

Io non credevo ai miei occhi! Una donna bellissima, un corpo perfetto, che mi chiede una cosa del genere!

Deglutisco ancora, ormai ho la saliva azzerata, tiro un respiro e provo a dire qualcosa.

- "Juliet...tu sei bellissima...ti trovo stupenda!"

Allora lei mi sorride, porta la mia mano giù sul suo seno e chiude gli occhi.

- "Juliet...perché proprio io?"

- "Perché... tu sei puro, e io... voglio essere la tua prima donna."

In quell'istante eterno, nella mia mente si è accesa una luce solare, un fulmine velocissimo ha percorso i miei pensieri e mi ha fatto realizzare all'istante la situazione. Mai come in quel momento ho sentito forte dentro di me la determinazione ad agire.

L'emozione è stata grande. Non potevo sbagliare! Mi guardo in giro, mi viene un'idea. Prendo i cuscini dal divano, li metto sul tavolo e copro il tutto con il mio accappatoio.

Mi avvicino a Juliet che mi guardava agire incuriosita, l'abbraccio forte, la bacio e nel contempo la sollevo un poco facendola sedere sul tavolo. Inizio a baciarla e leccarla su tutto il corpo, scendo sempre più giù.

Juliet evidentemente capisce dove voglio arrivare, mi asseconda e si distende supina sul tavolo ricoperto dai cuscini e dall'accappatoio. Io mi siedo su una sedia davanti a lei, prendo le sue gambe e le metto divaricate con la piega del ginocchio sulle mie spalle. Da quella posizione inizio a leccarle la vagina. Lei resta con gli occhi chiusi, la sento ansimare, il suo corpo si scalda.

Mi prende la testa con le mani, la preme sul suo sesso. Il suo corpo è tutto un fremito. Con le mani le prendo i seni, eseguo un massaggio delicato stimolando i capezzoli. Lei ansima sempre di più, l'addome è in preda ad uno spasmo. La vagina ormai è un lago, una palude vulcanica. Io continuo a stimolarla con la lingua e con le labbra: lecco, succhio, mordo. Arrivo a inserire la lingua nella vagina mentre con la punta del naso le stimolo il clitoride. Ormai l'organo sessuale femminile non ha più segreti per me! Lei è preda del godimento, inizia a manifestare il suo piacere con quelli che sembrano dei lamenti, sempre più forti. Spero che da fuori nessun vicino riesca a sentire qualcosa!

- "Hiroshi...ah...vieni, ti prego...non ce la faccio più..."

Il messaggio è chiaro: mi stacco da quel corpo caldo, mi asciugo la faccia dalle abbondanti secrezioni vaginali, e mi abbasso il pantalone. Lei mi guarda piena di desiderio. Il mio pene sta letteralmente scoppiando: il glande è talmente duro che mi duole al tatto.

Rimango in piedi accanto al tavolo. La penetro dolcemente. Lei segue i miei movimenti. Dopo poco arrivo all'orgasmo: sento come un brivido lungo la schiena, tutta una serie di muscoli grandi e piccoli si contraggono insieme, sento il seme che scorre dal mio corpo dentro quello di Juliet. Sensazione stupenda!

Rimaniamo ancora qualche istante a guardarci a vicenda, poi Juliet scende dal tavolo, sorride:

- "Ma come ti è venuto in mente di sistemare il tavolo così?"

- "Juliet...non lo so... la necessità aguzza l'ingegno!"

Ancora nudi, saliamo in camera mia. Ci infiliamo nel mio letto. Ci baciamo avidamente, per nulla sazi. Io sono disteso supino, lei su di me appoggia la testa sul mio torace. Inizia a baciarmi sul petto, mi stuzzica i capezzoli stringendoli piano tra i denti. Dopo poco raggiungo di nuovo l'erezione, lei se ne accorge e mi sorride maliziosa. Si solleva e fa come per sedersi sul mio bacino, prende il mio pene, si solleva di nuovo e se lo inserisce nella vagina. Inizia a muoversi dolcemente, inarcando la schiena mentre le palpeggio i seni. Appoggia le mani sulle mie spalle e continua a prendersi piacere e a darmene altrettanto. Io la guardo: le sue espressioni di soddisfazione mi regalano una grande emozione. Le gocce di sudore iniziano a scenderle lungo le tempie. Con le mani le stringo le natiche incoraggiandola nei suoi movimenti e sento anche lì le gocce di sudore che scendono lungo la schiena. Respira forte, ansima, si passa la lingua sulle labbra. Ogni tanto emette un mugolio di piacere. Le sue mani stringono le mie sui suoi seni e trattiene il respiro pervasa dal godimento.

Rallenta il ritmo dei suoi movimenti per riprendere fiato e per centellinare il piacere, poi ad un tratto mi guarda e capisce che io non potrò resistere ancora a lungo. Si china su di me, mi bacia sulla bocca.

- "Hiroshi...adesso godiamo insieme..."

Accelera i suoi movimenti, guardandomi negli occhi. Sento che ormai non ho più alcun controllo sul mio corpo, l'orgasmo è imminente anche se cerco di trattenerlo il più possibile. Lei quasi tremando si è piegata all'indietro, io allora mi lascio andare e i nostri corpi contraggono tutti i muscoli insieme. Sento i suoi muscoli stringersi attorno al mio pene quasi a volerne suggere ogni goccia di seme.

Esausti ma felici, ci stendiamo di fianco. Sto con la sua schiena contro il mio torace. Tocco la sua pelle sulle braccia:

- "Dai, Hiroshi, così mi fai il solletico!", e ride.

Con le dita percorro il profilo del suo corpo, accarezzo la sua coscia, salgo su e gli faccio il solletico sotto l'ascella. Lei ride ancora. Poi faccio per abbracciarla, trovo il suo seno e traccio con un dito dei cerchi intorno al suo capezzolo. I cerchi diventano sempre più piccoli, diventano una spirale che finisce sul capezzolo. Lo stringo piano tra l'indice e il pollice, lo sento reagire al mio tocco perché dopo poco si erge indurito. Si gira, mi sorride. Mi guarda le labbra. I nostri visi sono vicinissimi.

- "Hai ancora voglia?"

- "Non lo so...come faccio a saperlo? So solo... che mi piace toccarti e... sentire il sapore del tuo corpo...e della tua pelle".

Le parole mi escono a fatica: in vita mia non avevo mai avuto occasione di parlare così ad una donna. Lei mi guarda, fa scorrere i suoi occhi di smeraldo su di me e inizia a baciarmi di nuovo.

- "Anche a me piace il tuo sapore".

Scende giù, sempre più giù. Con la punta della lingua traccia un cerchio di saliva intorno al mio ombelico e continua lentamente ma inesorabilmente a scendere giù. Io chiudo gli occhi, sono pietrificato dall'aspettativa di ciò che potrà accadere. Due o tre secondi di attesa infinita e poi la sento. Sento la sua lingua e la sua bocca che mi stimolano il pene, bagnandolo di saliva calda.

Le labbra si stringono morbide sul glande e la lingua inizia a percorrerne le forme con carezze sinuose. Nel frattempo con la mano mi palpa i testicoli e con un dito arriva a stimolarmi l'ano.

Che godimento! Ben presto il mio attrezzo di piacere reagisce alle cure e si rianima.

Juliet mi stringe il pene alla base tenendolo tra l'indice e il pollice chiusi ad anello, provo di nuovo quella sensazione di erezione fortissima, quasi dolorosa.

- "Vieni...adesso... prendimi così..."

Si mette inginocchiata a quattro zampe sul letto, vuole che la penetri da dietro. Mi alzo e agisco subito, mi sento come animato da un istinto primordiale, una forza carnale che guida il mio corpo alla ricerca del piacere.

I nostri corpi si muovono insieme, come fossimo parte di un unico corpo. La tocco, sento i muscoli della sua schiena muoversi sotto la pelle calda e sudata. Il piacere mi pervade ad ogni spinta, ad ogni colpo la tensione aumenta sempre di più.

Poi, ancora una volta, il brivido dell'orgasmo ci percorre, e al piacere provato si aggiunge la soddisfazione per il piacere che si è riusciti a dare.

La guardo mentre si fa la doccia, i miei occhi non sono ancora sazi del suo corpo. Quanto è bella! Sto lì a guardarla, stento a credere all'esperienza che ho appena vissuto.

Scendiamo in cucina, ci mettiamo seduti davanti a due bicchieri e una bottiglia di acqua tonica.

- "Un occasione da brindisi e non ho neanche una birra! Che figura..."

Mi guarda con un'aria canzonatoria:

- "Perché, cosa c'è da festeggiare? Non vorrai farmi credere che eri davvero vergine! A me è sembrato di fare l'amore con un playboy consumato!"

Mi scappa da ridere e nel ridere mi scappa anche un piccolo rutto dovuto all'acqua tonica.

Io mi sento imbarazzato dalla vergogna, lei ride di gusto divertita. Poi improvvisamente assume un'espressione cupa e mi guarda preoccupata.

- "Hiroshi, devo dirti una cosa importante..."

- "Juliet, non occorre nessuna spiegazione..."

- "No, non si tratta di noi. Io era venuta da te perché dovevo parlarti di tua madre. Poi, quando ti ho visto, nella mia mente si sono affollate mille idee, mille pensieri. In quell'istante mi sono resa conto che potevo perderti e che non avrei mai saputo che cosa si prova a baciarti, ad amarti. Avevo preso coscienza già da qualche tempo dell'attrazione che provavo nei tuoi confronti, ho cercato di dominarla e credevo di esserci riuscita. Professionalmente ho commesso una gravissima scorrettezza, non avrei mai dovuto innamorarmi di te...forse questa è la dimostrazione che come psicologa non valgo molto, non ho saputo evitare...avrei dovuto rinunciare...ma adesso in ogni caso non so se potrò rivederti..."

Continuava a parlare, ma io non capivo niente. I suoi occhi divennero lucidi e gonfi.

- "Che cosa stai dicendo, Juliet! Che cosa c'entra mia madre?"

- "Hiroshi, ti ricordi la prima volta che ci siamo visti? Ricordi l'uomo che era con me?"

- "Si, beh...vagamente. Un tipo anonimo e inespressivo...un funzionario dell'amministrazione giudiziaria, se non ricordo male."

- "Esatto, proprio lui. Ieri mi ha convocato per parlarmi. Prima ha voluto sapere di te. Mi ha chiesto generiche informazioni sul tuo stato di salute e sui progressi della terapia. Io gli ho risposto, ma lui non sembrava minimamente interessato a quello che gli dicevo. Ha preso il fascicolo di tua madre dalla sua scrivania, me lo ha mostrato. Mi ha fatto leggere un rapporto psichiatrico redatto dai medici dell'istituto di ricovero dove si trova adesso tua madre: in esso si dichiara che tua madre ha reagito bene a tutte le terapie ed è quindi ritenuta idonea a far rientro nel suo normale ambiente familiare, anche se sarà ancora sottoposta a dei controlli periodici per qualche tempo..."

- "Cosa! Juliet...che cosa stai dicendo! Juliet! Mia madre non può tornare qui! Io non ce la voglio!

Juliet, quella pazza criminale ha cercato di uccidermi!"

- "Hiroshi, credimi, io ho provato di tutto, ho cercato di fargli capire che è una cosa pericolosa, ma non mi ha dato ascolto. Mi ha detto che hanno ricevuto molte pressioni da tuo padre in tal senso. Quando ho insistito nel fargli notare il disagio di tutta la situazione, lui mi ha confidato che lui non poteva farci niente. Tuo padre ha tanto insistito per riavere tua madre in casa, si è fatto garante della sua sorveglianza. Sembra che abbia addirittura ottenuto un interessamento da parte di un anziano esponente yakuza, se ho ben capito un vecchio conoscente di tua madre..."

Il mio vero padre! Si, non può essere che lui, "l'anziano esponente yakuza...vecchio conoscente di tua madre..."

Queste ultime parole di Juliet mi riecheggiavano nella testa, le sentivo ripetere dentro di me all'infinito. Il mio padre adottivo che ha tanto insistito per riavere in casa quella potenziale assassina! Mi torna in mente quella volta che l'ho visto masturbarsi guardando una foto di mia madre. Ecco che cosa lo ha spinto, quel disgraziato! Non ce la fa più a farsi le seghe, vuole mia madre di nuovo in casa perché spera di potersela scopare di nuovo! E mette la mia vita a repentaglio per questo! Addirittura ha chiesto aiuto a quel criminale per tirarla fuori dal manicomio!

- "...Comunque, Hiroshi, non è una cosa immediata, ci vorrà ancora un po' di tempo. Il caso deve essere valutato da un'apposita commissione."

- "Juliet, io non posso correre il rischio! Non voglio rivederla mai più! Ti prego, Juliet, aiutami!"

- "Hiroshi, ascoltami. Io tra poco darò gli esami finali di laurea e terminerà il mio incarico con te. Dopo però sarò libera di muovermi e già prima di conoscerti avevo previsto di lasciare il Giappone per raggiungere mio padre in Nuova Zelanda. Qui in Giappone i laureati in psicologia vengono tenuti in scarsa considerazione e non avrei molte possibilità di trovare un lavoro gratificante. Hiroshi, vuoi venire via con me? Mi rendo conto che ti sto chiedendo una cosa assurda vista la tua condizione emotiva, ma francamente non vedo altra via d'uscita. Tu qui non hai altri parenti che possano aiutarti, lì avresti me e un mondo nuovo tutto da scoprire, una realtà sociale completamente diversa da quella in cui hai vissuto fin'ora, a cui ti sei sentito inadeguato e che ti ha costretto all'auto isolamento. Potrebbe essere l'occasione giusta per uscire completamente dal tuo malessere."

- "Io in Nuova Zelanda? E dove vivrei? Cosa farei? Juliet, non so cosa pensare, io non sono mai stato autonomo, non ho mai lavorato, non ho alcuna esperienza!"

- "Lo so Hiroshi, ma io ti sarò vicina e ti aiuterò. Il paese dove vive mio padre è ricco di opportunità, e poi anche lui ci aiuterà, ne sono sicura!"

- "Juliet, io non so se ce la farò..."

- "Se non provi non lo saprai mai! Hiroshi, renditi conto che è l'unica possibilità che hai di allontanarti per sempre da tua madre. Devi trovare il coraggio di fare questo salto nel buio!"

Restammo ancora del tempo a parlare dei particolari: i documenti necessari, i soldi per le prime spese, le prenotazioni per il volo...

Juliet è incredibile, riesce a progettare le sue azioni future con una grande sicurezza interiore e ha anche una capacità di prevedere gli sviluppi e gli scenari da vero stratega, il tutto condito da una grande dose di entusiasmo e ottimismo. Una persona eccezionale, non c'è dubbio! E pensare che Angelo Nero l'ha definita una "sciacquetta"!

A proposito di Angelo Nero, in tutto questo casino naturalmente mi ero completamente dimenticato di lui e del fatto che stava ancora costretto nel mio corpo! Chissà che cosa avrà provato in queste ore! Stanotte, quando mi sarò addormentato, lo vedrò e mi saprà dire.

§

Sono sconvolto da ciò che è successo stanotte, ancora adesso riesco con fatica a ripensare agli ultimi avvenimenti. Penso che in futuro mi sarà utile riflettere con maggiore serenità su questi fatti, per questo cercherò adesso di riportarne un resoconto scritto sulle pagine di questo mio diario.

Ieri sera, dopo che Juliet è andata via, il mio animo era pieno di sensazioni avverse e altalenanti.

Aver fatto l'amore per la prima volta in vita mia, l'aver appreso del possibile ritorno di mia madre...il mio sistema nervoso era già carico di emozioni, quando alla fine mi sono addormentato, sfinito da una giornata così intensa. Ma le emozioni non erano affatto finite.

Appena addormentato ho provato la solita sensazione di vertigine, questa volta però più violenta del solito. La mia proiezione sensoriale è stata come sospinta fuori con forza. Subito dietro di me è uscito Angelo Nero: era stravolto. Aveva un'espressione catatonica, gli occhi sbarrati e inespressivi.

Dopo qualche momento si è ripreso: evidentemente lo stare fuori dal mio corpo gli stava restituendo le lucidità.

- "Angelo! Come ti senti? A vederti sembri appena uscito da una tempesta!"

- "Una tempesta...già, una tempesta! Proprio così, Hiroshi, credo che tu abbia dato una buona definizione di quello che ho subito dentro il tuo corpo: una vera tempesta di sensazioni ed emozioni! Per te provarle è stato un fatto del tutto naturale, anche per quelle dovute a esperienze vissute per la prima volta. Ma per me...ti garantisco che è stato qualcosa di indescrivibile! Tutto quel brivido, quel piacere così fisico, quel calore fluido, quel..."

Parlava con lo sguardo perso nel vuoto, trovando con fatica le parole per esprimersi. Ogni tanto faceva delle brevi pause in cui mi fissava dritto negli occhi, con aria incredula e perplessa, quasi come se ritenesse impossibile l'esistenza di un mondo così ricco di emozioni nella vita degli esseri umani. Per lui certo doveva essere stata un'esperienza fortissima.

- "...quella forza impetuosa, quell'incontenibile energia sprigionata dall'incontro di due corpi che si desiderano a vicenda..."

Non ha potuto dire altro. In quell'istante è avvenuto quello che potrei definire il suo "recupero punitivo". Io ancora provo sgomento a ripensarci, questa è stata per me l'occasione per pormi tante domande sull'accaduto, sulla realtà di tutto quello che ho vissuto in questa parte della mia vita, ma alla fine mi sono dovuto rassegnare al fatto che si tratta di cose che appartengono a qualcosa di molto più grande di me e dell'universo in cui vivo, e perciò non posso fare altro che rinunciare a comprenderle totalmente. Posso solo ricordarle e descriverle.

All'improvviso le nostre immagini virtuali furono scosse da una sensazione che io non avevo mai provato prima: fu come se ci fossimo trovati dentro una nave che avesse urtato con violenza sugli scogli. Tutto intorno a noi ci apparve instabile, noi stessi compresi. Tutto oscillava e assumeva forme contorte e indefinite. Poi il tempo si fermò, tutto divenne sospeso e silenzioso. Il margine della porta della mia camera s'illuminò di una luce fortissima per un attimo, e poi la porta si dissolse, aprendo l'accesso a quel mondo che Angelo Nero aveva creato per suo piacere. Dal fondo un fascio di luce viva entrò come un'onda di piena. Dalla luce emersero due creature fatte anch'esse di luce fortissima, di cui a malapena riuscii a distinguerne i profili. La loro immagine emanava una luce così forte da non permettere una visione chiara, per cui risultavano senza volto. Io e Angelo Nero restammo immobili come sospesi in un attimo eterno. Uno dei due si avvicinò ad Angelo e ebbi la sensazione che allungasse un braccio per toccarlo con un dito sulla fronte, anche se non posso esserne sicuro perché la luce era talmente forte da non riuscire a vedere chiaramente. Diciamo che una protuberanza luminosissima si prolungò da uno di loro e venne a contatto di Angelo Nero. Il quel momento i ricordi antichi e dimenticati di Angelo Nero tornarono a vivere: nell'arco di un momento mi fu concesso di comprendere il suo passato nascosto. Fu come assistere ad una sequenza velocissima di flash back: Angelo Nero in un remoto passato aveva ceduto al suo desiderio di vivere le emozioni umane e ed era entrato nel corpo di molti uomini di cui aveva provato molte sensazioni del tutto nuove per lui.

Aveva provato la rabbia e l'orgoglio, l'odio e l'invidia, il desiderio e l'appagamento carnale, ma anche la gelosia e la bramosia di vendetta. Tutte queste sensazioni alterarono l'equilibrio del suo spirito e lo resero perverso e pericoloso agli occhi dei suoi simili che decisero di punirlo molto duramente bandendolo per moltissimo tempo ed esiliandolo in una dimensione di solitudine.

Lì Angelo Nero provò molto dolore e una profonda umiliazione, da cui però riuscì a sfuggire imponendosi di dimenticare. Dopo un lungo periodo riuscì a dimenticare tutto, o per lo meno riuscì a rendere molto vago il ricordo del suo passato, e trasformò la dimensione di cui era prigioniero nel "Mondo dei Sogni" che ho conosciuto. Lentamente riuscì a recuperare parte delle sue capacità: non poteva penetrare nelle coscienze degli uomini, ma poteva riviverne i loro sogni e percepire la dimensione onirica degli esseri umani traendone comunque una fonte di piacere. Di tanto in tanto incontrava esseri umani dotati di particolare sensibilità e capacità, e provava a entrare in contatto con loro. Spesso però falliva perché trovava soggetti non soddisfacenti. Io invece ero stato per lui una grande scoperta, in me aveva trovato una buona possibilità di interazione. I suoi simili però evidentemente non si erano affatto dimenticati di lui e stavano in guardia. Dopo un po' si sono resi conto che il loro compagno stava per riprendere la sua antica passione e sono venuti a riprenderlo. Mi sa che questa volta non saranno teneri con lui. Credo che lo attenda una punizione terribile.

Prima che i due esseri lo avvolgessero in un manto di luce e se lo portassero via, lui mi ha rivolto uno sguardo impaurito che era come una richiesta d'aiuto. Io naturalmente non ho potuto fare nulla, ma ho comunque provato per lui una gran pena. Uno dei due esseri si è accorto che io e Angelo Nero ci stavamo guardando e ha rivolto la sua attenzione su di me. In quel momento mi sono sentito spinto verso il mio corpo come da un vento fortissimo e dopo pochi attimi mi sono svegliato di colpo. Adesso mentre scrivo sono ancora sconvolto, mi tremano le mani. Ho trovato il computer stranamente acceso. Dico stranamente perché sono sicuro di averlo lasciato spento prima di addormentarmi. Ma ormai non c'è più nulla di cui mi meraviglio. Basta, ho bisogno di bere e mangiare qualcosa di dolce, e devo prendermi una boccata d'aria. Chissà se sotto la mia finestra ci sono ancora dei gatti.

§

Diario di Hiroshi K. e non solo. Che vuol dire "non solo"? Beh, tanto per cambiare è successa un'altra cosa incredibile. L'ultima volta ho trovato il computer acceso ed ero sicuro di averlo lasciato spento. Poi mi si accorto della presenza di file in più, e non erano file miei! Li ha scritti in qualche modo Angelo Nero! Non ho la più pallida idea di come abbia fatto, ma il mio diario adesso è integrato da pagine di quello che potrebbe essere considerato il diario di Angelo Nero! Credo che nel momento della sua cattura abbia voluto darmi una traccia del suo pensiero, una testimonianza di quello che io ho rappresentato per lui. Sono sicuro che lo ha fatto perché non voleva che io pensassi male di lui. Ad ogni modo ora io sono preso da altri pensieri, e sono da solo. Juliet mi ha comunicato che mia madre sarà rilasciata tra pochi giorni e dovrà tornare in casa con me e mio padre. Che cosa terribile! Juliet ha organizzato tutto, presto andremo via da questa situazione pazzesca. Spero solo che tutto vada bene. Sto riflettendo sulle cose che ho scritto in questo diario. Non vorrei che le leggesse Juliet, potrebbe pensare che sono completamente impazzito. Nel frattempo però scrivere è l'unica cosa che mi dà un certo conforto. Scrivendo riesco a dare un ordine ai miei pensieri e a riflettere con un poco di serenità sui problemi della mia vita.

§

Stanotte per poco non ci rimettevo le penne! Ancora una volta la fortuna mi ha sorriso, ci è mancato poco che morissi e ancora una volta devo ringraziare quel povero e caro gattone, Cristallo Rosso!

Mi ero addormentato con difficoltà perché sono molto in ansia, tra poche ore verrà a prendermi Juliet per andare in aeroporto. Ho preso il coraggio a due mani e ho deciso che partirò con lei in Nuova Zelanda! Spero che vada tutto bene! Mio padre è partito con la sua piccola automobile ieri sera, è andato a prendere quella pazza di mia madre! Io fuggirò giusto in tempo, mi dispiace per lui ma non posso rischiare la mia vita un'altra volta. L'istituto dove è ricoverata mia madre si trova in un'altra città, un modesto centro in una località isolata di montagna. Mi viene da pensare che forse sperano che l'aria fresca calmi i nervi delle persone con disturbi mentali! Altro che aria fresca! A mia madre dovrebbero congelarla in un iceberg al polo nord!

Comunque, stavolta ho rischiato grosso! Mentre dormivo, ho portato fuori la mia proiezione sensoriale e mi sono messo lì, nella mia stanza, a galleggiare nel vuoto pensando ad Angelo Nero. Chissà se un giorno lo rivedrò. Sono anche risentito nei suoi confronti perché sono convinto che mi abbia usato per i suoi desideri nascosti, anche se non posso biasimarlo per aver cercato di provare l'emozioni di un essere umano. È vero, ci sono emozioni che forse nessuno dovrebbe mai conoscere come l'odio e il desiderio di vendetta, ma credo che Angelo Nero fosse molto più interessato a provare le emozioni e le sensazioni buone e positive, come quelle che ci possono essere tra due amanti appassionati. Quella prima volta tra me e Juliet deve essergli sembrato proprio di attraversare un tornado! A volte ci ripenso, a quella serata di mènage a tre, che cosa incredibile!

Dunque, ero appena uscito dal mio corpo quando mi accorgo che la "porta fantasma" della mia camera era rimasta aperta. Ovviamente da sveglio non me ne sarei mai accorto, ma nella mia condizione incorporea potevo percepire quel varco improvvidamente lasciato aperto da quelle due creature che avevano prelevato Angelo Nero. Sicuramente non hanno pensato che io fossi in grado di utilizzarla da solo, e in effetti non lo avevo mai fatto prima. Decido di provare, tanto ormai ci ero stato tante volte e sapevo districarmi bene in quel labirinto, o almeno così pensavo!

Entro, inizio a percorrere quel corridoio infinito e incontro subito Cristallo Rosso che mi fa le fusa.

Dopo qualche effusione di saluto, s'inoltra nel percorso e si gira a guardarmi, sembra quasi che voglia invitarmi a seguirlo. Accetto il suo invito e mi porta di fronte ad una porta diversa dalle altre.

Una porta in acciaio lucido, di aspetto simile a quello delle porte stagne sulle navi, ma nel contempo ricordava anche la porta blindata di un caveau di banca. Cristallo Rosso insiste e mi decido ad aprirla. Trovo un ristretto spazio e un'altra porta identica alla prima. Nello spazio tra le due porte una serie di cartelli illustrati in caratteri cirillici, che ovviamente non comprendo, ma dalle figure capisco comunque che per aprire la seconda porta devo prima chiudere la prima. Tralascio tutte le sensazioni provate, alla fine comunque prevale la curiosità e la sicurezza che comunque non mi sarebbe potuto succedere niente di male, o così credevo! Basta, entro e mi trovo in un ambiente totalmente diverso da tutti quelli che avevo visitato fin a quel momento: pareti curve di metallo, ambiente asettico, luce fredda, quadri elettrici, schermi di computer. L'ambiente è molto grande, io galleggio a mezz'aria ma come al solito posso spostarmi a mio piacimento. Al centro di quel grande ambiente trovo una grande sfera trasparente con dentro un'altra sfera trasparente più piccola, e al centro di quest'ultima il corpo di un uomo immobile. Mi avvicino, cerco di vedere, di capirne qualcosa in più, quando sento una voce alle mie spalle:

- "Tu chi sei? Dov'è l'altra entità?"

Mi giro e rimango sbalordito. Vedo un uomo esattamente identico a quello che si trova al centro della sfera trasparente, solo che questo si muove e mi interroga! Mai prima d'ora una immagine onirica si era rivolta a me, proprio in virtù del fatto che si era sempre trattato di semplici immagini registrate di sogni. Resto paralizzato per qualche attimo. Poi riesco a intuire che evidentemente ero di fronte a qualcosa di diverso.

- "Io mi chiamo Hiroshi, sono un giovane giapponese. Ma tu...puoi vedermi?"

- "Certo che posso vederti...ma tu vuoi dirmi che sei un essere umano? Come hai fatto ad arrivare fin qui? Ci sono altri con te? Dov'è l'entità che stava qui?"

- "Senti, è una lunga storia..., io mi trovo qui solo per caso e comunque questa che vedi è solo una proiezione della mia immagine corporea, io in realtà in questo momento mi trovo in camera mia e sto dormendo. Mi rendo conto che è difficile da capire ma..."

- " Ma è stupendo! Quindi ho la possibilità di comunicare con l'esterno! Ascoltami, dopo, se avremo la possibilità, mi racconterai tutti i particolari, ma adesso è urgente che io ti dica alcune cose che devi fare arrivare fuori! Un miracolo, ecco quello che sei! Un autentico miracolo! Io sono il colonnello Grigorij Stroganov, ufficiale scientifico dell'aeronautica russa. Come puoi vedere ho fatto da cavia per un esperimento sull'ibernazione, allo scopo di rendere possibile la sopravvivenza di equipaggi umani in lunghissime missioni spaziali. Questo metodo l'ho inventato io! Ho fermato il tempo! Deve essere solo perfezionato, ma il risultato alla fine sarà assolutamente rivoluzionario! Vedi, ho costruito questa macchina che è in grado di portare il corpo di un uomo ad una temperatura prossima allo zero assoluto in un tempo tendente a zero! Il tutto naturalmente in assenza di gravità, è chiaro...Capisci? Ho provato con gli animali e ha funzionato! Portando la materia vivente alla temperatura dello zero assoluto in un tempo brevissimo tendente a zero, il tempo si ferma! La vita viene sospesa e questo stato può essere mantenuto per un tempo indefinito, anche per l'eternità! Il problema purtroppo si è verificato in fase di rientro, un piccolo imprevisto non consente al momento di riportare le condizioni iniziali in un tempo altrettanto breve...ma è un piccolo problema, vedrai che riusciremo a risolverlo, ormai sono dieci anni che ci penso, con il tuo aiuto credo proprio che finalmente riuscirò ad uscire da questa dimensione del cazzo! Ti rendi conto di che cosa è diventata la mia vita? O dovrei dire la mia non vita? Cazzo, non lo so più nemmeno io! Tu sei giapponese, hai detto? Ma anche voi facevate esperimenti segreti su sta roba qui? Non lo sapevo. E già, che stupido! Come facevo a saperlo se erano esperimenti segreti? Ah! Che ridere!"

Io resto ad ascoltarlo trasecolo, penso che deve essere ammattito in tutto questo tempo, poi sento Cristallo Rosso che miagola e soffia come terrorizzato. Si interpone tra me e il russo e sembra diventare sempre più grosso. Mi sospinge via, capisco chiaramente che vuole che ci allontaniamo subito. Percorro a ritroso il cammino, con il russo che mi urla dietro, mi implora di non andarmene ma la sua voce diventa sempre più lontana.

- "Cristallo Rosso, ma che cosa hai? Cosa succede?", gli domando quasi come se lui potesse rispondermi. Lui continua a correre e a guardarsi dietro, vuole che lo segua alla svelta e non mi perde di vista. Mi ricordai di una volta che Angelo Nero mi disse che Cristallo Rosso mi avrebbe aiutato in caso di bisogno, mi avrebbe fatto da spirito guida. Compresi allora che stava cercando di salvarmi da qualche pericolo, anche se io in quel momento non riuscivo a capire quale potesse essere! Arrivammo alla fine davanti alla porta della mia camera, lui mi incoraggiò ancora una volta a uscire con un sonoro "miao!". Rientrai nel mio corpo ancora scosso ricordando l'incontro incredibile che avevo fatto nel Mondo dei Sogni di Angelo Nero, quando mi resi conto che tutto intorno a me tremava! Un terremoto! La pesante libreria si è staccata dal muro ed è caduta sul mio letto un attimo dopo che io mi sono alzato. Due secondi ancora e sarei finito schiacciato!

Sto qui seduto sul pavimento di casa mia ad aspettare Juliet. La casa non ha riportato grossi danni, solo qualche crepa e qualche vetro rotto, ma la struttura ha tenuto reagendo elasticamente. Sento in lontananza qualche sirena dei vigili del fuoco. Spero che Juliet arrivi presto.



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