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lavoro pubblicato mercoledì 8 aprile 2009
ultima lettura martedì 22 ottobre 2019

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MADRI E FIGLI

di spadero. Letto 16941 volte. Dallo scaffale Fantasia

   Spadero    MADRI E FIGLI (La storia di una madre e di un figlio, che si bisticciavano spesso e che     puntualmente facevano sempre la pace) Pippo non faceva solo il sagrestano; il giovanotto arroton...

Spadero

MADRI E FIGLI

(La storia di una madre e di un figlio, che si bisticciavano spesso e che puntualmente facevano sempre la pace)

Pippo non faceva solo il sagrestano; il giovanotto arrotondava i proventi della Chiesa Madre suonando la chitarra e anche cantando. Con la sua voce faceva sognare i compaesani, specie nelle notti di luna quando certi compagni innamorati se lo portavano a fare serenate. Quella voce piaceva soprattutto alle ragazze. « Ohu, » si sussurrava nei letti, «sta cantannu Pippu u saristanu: cu sapi a ccu cci a stanu facennu stanotti a sirinata...» (Ehi, sta cantando Pippo il sagrestano...Chi sa a chi la stanno facendo questa notte la serenata...) Nel silenzio notturno di quei tempi lontani, la voce appassionata di Pippo il sagrestano si spandeva melodiosa per i quartieri a riempire i cuori.

Ma Pippo, oltre a saper suonare la chitarra, a saper cantare e a saper fare il sagrestano della Chiesa Madre di Màscali, sorretta dal parroco Parisi, era anche un appassionato del gioco delle carte. Zecchinetta, briscola, scopa, tressette, erano di casa con lui. Se non che, giocando appunto a carte, pare che se la facesse fare da certuni piuttosto in gamba che approfittavano della sua ingenuità. Insomma, Pippo il sagrestano perdeva quasi sempre: perdere era la regola, vincere solo l'eccezione. Quelli si calavano le coppole ad altezza d'occhio, sornioni; sembravano quasi annoiati di giocare con uno sprovveduto come lui; e vincevano al malcapitato, non solo i soldi della chiesa, ma anche quelli che lui guadagnava cantando nelle serenate. E, se era stato chiamato a cantare e a suonare in qualche festicciola, i bravi compari gli vincevano anche quei piccoli guadagni.

Ma perdere quasi sempre non faceva demordere il cantante-sagrestano: ritornava puntualmente l'indomani per la rivincita. E quelli gliela davano. E, siccome i nostri galantuomini non facevano credito, lui era costretto a chiedere piccoli prestiti o anticipi allo stesso padre Parisi, il quale, dapprincipio borbottava, ma poi finiva con l'accontentarlo (dato che il parroco, malgrado quella sua faccia di bulldog stagionato e i modi burberi, era in fondo un bonaccione).

Ma i prestiti Pippo li chiedeva anche a sua madre: donna Rosina, senza più marito, la quale per tirare avanti s'industriava a tenere doposcuola ai bambini come una maestra con tanto di diploma.

Pippo, a causa di quel vizio delle carte, era la disperazione di donna Rosina. Si bisticciavano di frequente... diciamo quasi ogni giorno, dato che, giocando alle carte, lui puntualmente perdeva, e bussava soprattutto a lei. E lei di soldi a un certo punto cominciò a non volergliene dare più. Anzi, accompagnava il diniego alle rampogne, dicendogliene di tutti i colori. Ma, siccome Pippo ritornava alla carica come se nulla fosse, mettendosi a pregarla come un bambino che piagnucola perché sa che la madre prima o poi cederà e lo accontenterà, la donna si metteva a urlare ancora più forte. Con la bava alla bocca e gli occhi di fuori ripeteva che soldi per poi farseli vincere al gioco non gliene dava più... E poi lei i soldi li sudava, mica li rubava: torcendosi, sgolandosi sfiancandosi pomeriggi interi con quei ragazzi del doposcuola, tosti e teste dure, che lo sapeva lei quanto doveva faticare per far loro entrare in testa quei verbi, quelle poesie, quella tavola pitagorica...E lui, e lui... Perciò:

«Non ti ni dugnu cchiù sordi!...Ti ni poi iri di unni vinisti » (Non te ne do più soldi! Ne te puoi andare da dove venisti!)

E Pippo a piagnucolare, a difendere a spada tratta quei compagni di gioco,"onesti e galantuomini", garantiva lui sulla parola, dato che la madre aveva avanzato certe riserve su di loro. Anzi, Pippo prometteva solennemente alla madre, le giurava, le garantiva di vincere la prossima volta, e quindi di restituirle tutti i prestiti che finora lei gli aveva concesso:

«Quant'erunu, quant'erunu, sintemu?...» Cioè: « Quanto ti devo dare, sentiamo?» E donna Rosina, ferma come una rupe: «Ti ni oi iri, ti ni oi iri?!...S'i a ruvina da mo casa! » ( Te ne vuoi andare? Sei la rovina della mia casa!).

Dato che donna Rosina non cedeva, e Pippo, anche se non era un esperto del gioco delle carte, la voce ce l'aveva, e per giunta di cantante, i due si mettevano a gridare, a minacciarsi a vicenda: lei lo minacciava di buttarlo fuori di casa, e lui la minacciava che in quella casa non ci ritornava più. Le grida, iniziate in casa, magari davanti agli stessi scolari, seguitavano sulla strada, anche perché donna Rosina a un certo punto perdeva la pazienza e con la scopa in mano si metteva a correre dietro a suo figlio, che fuggiva a balzelloni, strillando come un tacchino a ogni colpo di manico di scopa che gli arrivava a segno. I vicini, se non erano già affacciati, correvano a mettersi sull'uscio per godersi lo spettacolo di donna Rosina che si bisticciava con suo figlio Pippo. Era un teatrino che,

nel silenzio meraviglioso che a quei tempi regnava nel paese di Màscali si sentiva per tutto il quartiere: era più divertente di una farsa di Peppennino all'opra dei pupi.

Ma poteva una madre starsene lontana dalla sua creatura, tanto più che non aveva altri figli ed era per giunta senza più marito? E poteva il figlio starsene lontano da lei, tanto più che era un figlio mammolino? Tante volte donna Rosina e suo figlio Pippo si bisticciavano e tante volte poi finiva che facevano la pace. Sia le grandi battaglie che gli armistizi avvenivano senza segreti, dato che li udivano tutti; e chi non udiva direttamente, poi lo sapeva dalla viva voce dei vicini. Madre e figlio di regola non sapevano starsene con i musi lunghi più di mezza giornata, dato che non risulta che lui passò mai una notte fuori di casa, né in sagrestia e neppure in canonica come ospite del parroco Parisi.

Donna Rosina, se aveva dentro i bambini del doposcuola, li lasciava a farsi i compiti. Poi, come al solito, si affacciava all'uscio di casa a guardare dalla parte della Chiesa Madre, dove, prima o poi, fermo davanti alla Camera dei Combattenti, si appostava Pippo a guardare a sua volta nella direzione di lei. Madre e figlio si studiavano e si guardavano a distanza: si cercavano con gli occhi, si mangiavano con gli occhi: la madre, impaziente di vedere riapparire il figlio, e viceversa, se malauguratamente un carretto di passaggio si soffermava lì davanti a coprire la visuale.

Poi, tutt'a un tratto, i paesani di quel pezzo di strada udivano, nel silenzio meraviglioso che a quei tempi stazionava sulle strade di Màscali:

«Pippìttu!»

«Mamà!»

«Pippìttuu!»

«Mamàa!»

«Pippìiittuuu!»

«Mamàaa!»

Prima piano, poi via via sempre più forte andavano e venivano quei richiami per un tempo che a loro doveva sembrare interminabile. Poi, una volta scaldatisi gli animi fino a traboccare, non potendone più, d'improvviso, con moto unanime, ecco che madre e figlio partivano di corsa l'uno verso l'altra seguitando a chiamarsi a gran voce in uno scoppio di singhiozzi e di pianto che culminavano in un abbraccio doloroso e disperato.

«Mamà, no fazzu cchiù! Mamà no fazzu cchiù! » (Mamma, non lo faccio più, non lo faccio più!).

«Pippittu, no' mmi lassari cchiù! No' mmi lassari cchiù! » (Pippittu, non mi lasciare più! Non mi lasciare più!).

LESSICO

TOSTO, discolo.

MAMMOLINO, mammone.



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