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lavoro pubblicato mercoledì 1 aprile 2009
ultima lettura mercoledì 12 febbraio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Metamorfosi...CaosBlog

di edit. Letto 973 volte. Dallo scaffale Generico

Ce la prendevamo con gli Dei, nell'ultimo post, crudeli e imprevedibili, qualche volta addirittura capricciosi nella loro volontà di castigo per gli umani. Ovidio scrive un intero libro, il suo meraviglioso "Le Metamorfosi", per illust.....

Ce la prendevamo con gli Dei, nell'ultimo post, crudeli e imprevedibili, qualche volta addirittura capricciosi nella loro volontà di castigo per gli umani. Ovidio scrive un intero libro, il suo meraviglioso "Le Metamorfosi", per illustrare i miracoli della trasformazione, qualche volta causata dalla pietà degli Dei, spesso dalla loro crudeltà o dal loro capriccio. Come la storia del povero Atteone, trasformato in cervo da Diana perché, inavvertitamente, l'aveva vista nuda, e poi sbranato dai suoi cervi.
Nel I libro dei quindici di cui il poema è composto, ritroviamo la storia del Caos, nostro compagno di avventura. Vediamo come l'affronta Ovidio. Ci interessa Ovidio, perché uno spettacolo del Festival, quello di Lenz Rifrazioni, a questo libro è dedicato, e proprio con il titolo Chaos. (E ci interessa questo libro perché parla di Deucalione, mio figlio, e di Pirra, sua moglie e cugina, figlia di Epimeteo).


Prima del mare, della terra e del cielo, che tutto copre,
unico era il volto della natura in tutto l'universo,
quello che è detto Caos, mole informe e confusa,
non più che materia inerte, una congerie di germi
differenti di cose mal combinate fra loro.
(...)
E per quanto lì ci fossero terra, mare ed aria
malferma era la prima, non navigabile l'onda,
l'aria priva di luce: niente aveva forma stabile,
ogni cosa s'opponeva all'altra, perché in un corpo solo
il freddo lottava col caldo, l'umido col secco,
il molle col duro, il peso con l'assenza di peso.
Un dio, col favore di natura, sanò questi contrasti:
dal cielo separò la terra, dalla terra il mare
e dall'aria densa distinse il cielo limpido.
E districati gli elementi fuori dall'ammasso informe,
riunì quelli dispersi nello spazio in concorde armonia.
Quando così ebbe spartito in ordine quella congerie
e organizzato in membra i frammenti, quel dio, chiunque fosse,
prima agglomerò la terra in un grande globo,
perché fosse uniforme in ogni parte;
poi ordinò ai flutti, gonfiati dall'impeto dei venti,
di espandersi a cingere le coste lungo la terra.
E aggiunse fonti, stagni immensi e laghi;
strinse tra le rive tortuose le correnti dei fiumi,
che secondo il percorso scompaiono sottoterra
o arrivano al mare e, raccolti in quella più ampia distesa,
invece che sugli argini, s'infrangono sulle scogliere.
E al suo comando si stesero campi, s'incisero valli,
fronde coprirono i boschi, sorsero montagne rocciose.
(...)
E su tutto l'architetto pose l'etere limpido
e leggero, che nulla ha della feccia terrena.
Le cose aveva così appena spartito in confini esatti,
che le stelle, sepolte a lungo in tenebre profonde,
cominciarono a scintillare in tutto il cielo;
e perché non ci fosse luogo privo d'esseri animati,
astri e forme divine invasero le distese celesti,
le onde ospitarono senza remore il guizzare dei pesci,
la terra accolse le belve, l'aria mutevole gli uccelli.
Ma ancora mancava l'essere più nobile che, dotato
d'intelletto più alto, sapesse dominare sugli altri.
Nacque l'uomo, fatto con seme divino da quell'artefice
del creato, principio di un mondo migliore,
o plasmato dal figlio di Giàpeto, a immagine di dei
che tutto reggono, impastando con acqua piovana
la terra recente che, appena separata dalle vette
dell'etere, ancora del cielo serbava il seme nativo;
e mentre gli altri animali curvi guardano il suolo,
all'uomo diede viso al vento e ordinò che vedesse
il cielo, che fissasse, eretto, il firmamento.
Così quella terra che sino allora era grezza e informe,
mutò e assunse l'ignorata figura dell'uomo.

Qui Ovidio narra la vicenda dell'umanità che, nonostante fatta di seme divino (o proprio per questo?) passa dalla prima fase, quella dell'oro, in cui tutto è armonico e quieto, a quella dell'argento, e poi del bronzo, fino a quella, terribile del ferro.

Così fu estratto il ferro nocivo e più nocivo ancora
l'oro: e comparve la guerra, che si combatte con entrambi
e scaglia armi di schianto con mani insanguinate.
Si vive di rapina: l'ospite è alla mercé di chi l'ospita,
il suocero del genero, e concordia tra fratelli è rara.
Trama l'uomo la morte della moglie e lei quella del coniuge;
terribili matrigne mestano veleni lividi;
il figlio scruta anzitempo gli anni del padre.
Vinta giace la pietà, e la vergine Astrea,
ultima degli dei, lascia la terra madida di sangue.

Arriva l'uomo, che vede il cielo, ma si abbandona all'orrore della guerra. Indignato per la situazione di eccessi e di crudeltà, a questo punto Giove decide di distruggere l'umanità.

Già al punto di scagliare i suoi fulmini su tutta la terra,
il timore lo colse che l'etere sacro potesse incendiarsi
con tutto quel fuoco, e che bruciasse il lungo asse del mondo.
Memore che il destino prediceva un tempo
in cui sarebbe arso il mare, arsa la terra, travolgendo la reggia
del cielo, e l'edificio complesso del mondo avrebbe vacillato,
si deposero le armi fabbricate dalle mani dei Ciclopi
e si decise una pena diversa: annientare il genere umano
nei flutti, rovesciando un diluvio da tutto il cielo.
Senza indugio chiude negli antri di Eolo l'Aquilone
e ogni vento che possa disperdere gli ammassi di nubi;
libera invece Noto, e questo si libra sulle sue ali madide,
col volto terrificante avvolto di caligine nera:
la barba è gravida di gocce, grondano acqua i bianchi capelli,
sulla fronte calano nebbie, gocciolano penne e vesti;
e a un tratto con tutta la mano preme le nubi sospese:
scoppia un fragore, e fitta dal cielo scroscia la pioggia.
Ammantata di vari colori, Iride, messaggera
di Giunone, attinge acqua e le nuvole alimenta:
travolte le messi, il contadino piange le sue speranze
rase al suolo e la frustrante fatica di tutto un anno svanita.
Ma l'ira di Giove non si limita al suo cielo: Nettuno,
l'azzurro suo fratello, gli porta aiuto coi flutti.
Convoca i fiumi ai suoi ordini e quando questi si presentano
alla sua reggia: «Non è tempo di perdersi in lunghe esortazioni»,
dice. «Scatenate le vostre forze: questo è il compito
assegnato. Spalancate le chiuse e, rimossi gli ostacoli,
lanciate le vostre correnti a briglia sciolta».
Così ordina e quelli, al ritorno, sciolgono le sorgenti,
che a corsa sfrenata rovinano giù verso il mare.
Lui, Nettuno, col suo tridente percuote la terra: quella
trema, e le scosse aprono la via all'acqua.
Straripando i fiumi erompono in aperta campagna
e travolgono seminati, piante, greggi, uomini,
tetti e con le immagini sacre i santuari.
Anche se qualche casa rimane, reggendo a tanta furia
senza crollare, l'acqua superandola ne sommerge la cima
e le torri spariscono strette nella morsa dei gorghi.
Ormai non c'è più divario tra mare e terra:
tutto è mare, un mare privo d'approdi.
Uno conquista un colle, l'altro sul banco di un guscio a becco
rema sui luoghi dove prima arava;
quello naviga sui seminati o sul tetto di una villa
sommersa, questo afferra un pesce in cima a un olmo.
A caso l'àncora si pianta nel verde dei prati
oppure la carena sfiora la vigna subito sotto,
e dove prima le snelle caprette brucavano l'erba,
ora col loro corpo informe giacciono le foche.
Con stupore guardano le Nereidi sott'acqua boschi, città
e case, e in mezzo a selve, urtando rami altissimi,
squassando querce a furia di colpi, s'aggirano i delfini.
Nuota tra pecore il lupo, trascina la corrente
leoni e tigri, e a nulla serve la forza fulminea
ai cinghiali, l'agilità delle zampe ai cervi travolti,
e dopo aver cercato a lungo una terra su cui posarsi,
con le ali stremate, smarriti gli uccelli precipitano in mare.
La furia sfrenata del mare ormai ha coperto le alture,
e i flutti, cosa mai vista, si frangono contro i picchi dei monti.
Il più degli uomini è travolto dai marosi e quelli risparmiati
sono vinti, per mancanza di cibo, dal lungo digiuno.

Sopravvivono solo due persone, un uomo, Deucalione, e la sua amatissima moglie Pirra. "Mai ci fu uomo migliore di lui e più amante di giustizia, mai ci fu donna più timorata di lei" Giove visto che i due sopravvissuti erano uomini buoni "squarciò le nubi e, dispersi col vento gli uragani,mostrò di nuovo al cielo la terra e alla terra il cielo."

Calano i fiumi e rispuntare si vedono i colli,
il mare riacquista un lido e gli alvei raccolgono i torrenti in piena;
emerge la terra, ricresce il suolo col decrescere delle acque,
e dopo giorni e giorni mostrano le loro cime spoglie
i boschi, coi rami ancora avvinti da residui di fango.
Restituita era la terra; ma come la vide deserta
e desolata dal cupo silenzio che incombeva, Deucalione
si volse a Pirra trafitto di pianto. Disse:
«O sorella, o sposa, unica donna rimasta,
che dividi con me la stirpe e l'origine di famiglia,
il giaciglio delle nozze e qui gli stessi timori,
noi due soli siamo tutti gli esseri della terra
che vede l'aurora e il tramonto: il resto è sommerso dal mare.
Né, certo, questa nostra vita puoi dire sicura,
se ancora e sempre quelle nuvole ci opprimono la mente.
Quale sarebbe ora l'animo tuo, se fossi sfuggita
alla morte senza di me? Come potresti sopportare
la paura qui da sola? come consolare il dolore?
E io pure t'avrei seguito, o sposa, se il mare t'avesse
inghiottito, credimi, anche me lo stesso mare avrebbe inghiottito.
Oh se con l'arte paterna potessi ricreare gli uomini
e plasmando la creta infondervi respiro!
Ora in noi soli vive la qualità dei mortali,
questo il volere degli dei, restiamo unici esempi».

Un oracolo li indirizza al ripopolamento di uomini e donne, però, un oracolo che ordina di scagliare dietro di sé le ossa della madre.

Ma a un tratto il figlio di Promèteo rasserena la sua sposa
con queste parole pacate: «O io m'inganno o giusto
è l'oracolo e non c'induce in sacrilegio.
La grande madre è la terra; per ossa credo intenda
le pietre del suo corpo: queste dobbiamo noi gettarci alle spalle».
La figlia del Titano è scossa dall'intuito del marito,
anche se dubbia è la speranza, tanto incredibile sembra a loro
il consiglio divino. Ma che male s'aveva a tentare?
S'incamminano, velandosi il capo, sciogliendo le vesti,
e ubbidendo, lanciano pietre alle spalle sui loro passi.
E i sassi (chi lo crederebbe se non l'attestasse il tempo antico?)
cominciarono a perdere la loro rigida durezza,
ad ammorbidirsi a poco a poco e, ammorbiditi, a prendere forma.
Poi, quando crebbero e più duttile si fece la natura loro,
fu possibile in questi intravedere forme umane,
ancora imprecise, come se fossero abbozzate
nel marmo, in tutto simili a statue appena iniziate.
E se in loro v'era una parte umida di qualche umore
o di terriccio, fu usata a formare il corpo;
ciò che era solido e rigido fu mutato in ossa;
quelle che erano vene, rimasero con lo stesso nome.
E in breve tempo, per volere degli dei, i sassi
scagliati dalla mano dell'uomo assunsero l'aspetto di uomini,
mentre dai lanci della donna la donna rinacque.
Per questo siamo una razza dura, allenata alle fatiche,
e diamo testimonianza di che origine siamo.

Siamo una razza dura, noi umani, ci dice Ovidio, una razza folle nella sua cattiveria, e colpita dagli Dei non solo per la sua follia, ma anche per assurdo capriccio. Una razza che solo nella poesia e nell'amore può trovare consolazione, e così evitare di ripiombare nell'indistinto Caos.

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