ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.499 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 57.540.171 volte e commentati 55.650 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato martedì 31 marzo 2009
ultima lettura martedì 24 marzo 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Bones

di Abercrombie. Letto 1374 volte. Dallo scaffale Horror

Normal 0 Ti senti agonizzante? Beh lui si sentiva proprio così, ma in fondo non gli dispiaceva. Una vita ad ascoltare canzoni...

Ti senti agonizzante?

Beh lui si sentiva proprio così, ma in fondo non gli dispiaceva. Una vita ad ascoltare canzoni struggenti, a vedere film d’amore, a leggere libri dai connotati amari con un finale buonista, gli avevano instillato una forte convinzione: la vera felicità si trova in fondo al precipizio. Il vero problema è che questo, non solo non è sempre vero, ma è anche potenzialmente autodistruttivo, mi spiego: non ci si và a cacciare in situazioni sin dal principio perdenti solo per il gusto di poter poi affermare di aver vissuto un’esperienza, o non si và in cerca di ragazze dall’evidente gusto per il far soffrire solo per far finta di sorprendersi quando poi effettivamente succede. Questo era lui: un surrogato di modelli fasulli e irrisori, una coppa piena di acquaragia. Non si rendeva conto di essere solo un’apparenza, riflettendoci era sicuro di mostrare il vero lato di sè, o almeno quello che lui si augurava di essere. La sua convinzione era che un giorno sarebbe arrivato qualcuno a stringergli calorosamente la mano per il gran bel lavoro svolto sul suo essere fino a quel momento, che reprimere il suo vero carattere lo avrebbe portato alla fama e all’adorazione. Mai pensiero fu più erroneo...

Camminava per la via bagnata dalla pioggia con il suo walkman d’ultima generazione trapanato nei timpani, aveva messo su l’ultimissima hit, una canzone che non parlava di niente, ma sapeste che bel suono! In pace con sè stesso, più perchè a corto di domande da porsi che perchè effettivamente lo fosse; in effetti proprio ultimamente era stato lasciato dalla ragazza che frequentava nel week-end, ebbene sì aveva una ragazza solo per i proprio piaceri sessuali domenicali, e la maggior parte dei suoi amici aveva cambiato giro ora che erano approdati all’università. Non avrebbero mai saputo cosa si erano persi, poveretti. Ma lui non se ne era dato pena, frequentava chi capitava, una volta abituato a parlar del nulla non era poi così difficile passare del tempo con sconosciuti, le università sono piene di questi vasetti vuoti. Ma il ragazzo aveva uno scopo: prendere la laurea e lavorare nella ditta di computer dove aveva lavorato suo padre prima della pensione, questo ovviamente gli avrebbe conferito notevoli vantaggi una volta entrato. Sì! Avrebbe lavorato sodo, avrebbe magari prodotto qualcosa da mettere in commercio, un qualsiasi brevetto su un qualsivoglia campo d’interesse, si sarebbe goduto la sua jeep, la sua villetta appena fuori città, il suo cane lupo e, se ci fosse stato tempo, anche una mogliettina tutta fornelli e domande di lavoro. E allora sì che sarebbe stato contento, le avrebbe potuto raccontare di tutte le sue infinite esperienze giovanili avvolgendole con un velo di mistero, così da suscitare nell’ingenua donnetta un sospiro di ammirazione e stupore. Sorrideva mentre pensava a questo, non si accorse di aver schiacciato uno scarafaggio, al contrario si accorse di una macchietta rossa sui suoi pantaloni, i suoi preferiti poveretto, quelli che costano all’incirca quanto una macchina usata. Si arrestò di botto, tentò di cancellarla a mano, ma niente. Poi fu il momento della manica della maglietta: anche quella macchiata, in maniera però più evidente, di una sostanza rossa. Era sangue? Si controllò il naso e in effetti stava perdendo sangue da una narice. Bestemmiò come solo i veri uomini sono in grado e rimandò il problema. Ma non ci riusciva, si sentiva a disagio, e se qualcuno lo avesse visto “in quelle condizioni” cosa avrebbe pensato? No, non poteva più rimandare, si accostò dunque ad una fontanella, si sciaquò il viso e levò le macchie con un risultato migliore di quello aspettato. Si rimise le cuffie e ripartì fiero della sua mossa. Notò con interesse crescente che la gente che lo incrociava per strada non riusciva a togliergli gli occhi di dosso, lo seguiva con lo sguardo finchè non lo sorpassava, a volte persino si giravano: sapeva di essere un bel ragazzo ma non era così stupido da pensare che quei comportamenti fossero delle manifestazioni di curiosa attrazione, anche perchè c’erano dei signori anziani tra le persone incrociate. Guardandosi allo specchietto di una macchina non notò niente sul suo viso dunque, sempre più stupefatto, continuò il suo cammino verso la calda e sicura casa. Appena ricominciò a piovere si tolse le cuffie e cominciò a correre, ma il terreno era già bagnato così rovinò a terra zuppandosi tutto: il primo istinto fu quello di piangere, il secondo quello di controllare la piega dei capelli. Vi ci passò una mano e quando la ritrasse essa conteneva un’abbondante ciocca di capelli. Il terrore: perchè? Aveva vent’anni e già cominciava il frustrante problema della calvizie? Se la prese con tutta la parte maschile della sua famiglia, ma, come era sempre stato abituato a fare, non si fece troppe domande al riguardo. Era però turbato, e così si fermò al primo bar per riprendere un po di controllo. Appena entrò vide la faccia del cameriere sbiancare, gli occhi strabuzzanti, si girò ma non c’era nessun’altro dientro di lui. Scappò e decise non rimettere mai più piede in quel posto di villani. Le ciocche di capelli scorrevano ormai su tutta la sua faccia insieme alla pioggia, era impossibile ignorare il problema, si passò la mano nei capelli e ne uscì fuori un sostanzioso pezzo di cuoio capelluto insanguinato. Si paralizzò. Non sentiva neanche dolore, solo la sensazione della pioggia sulla pelle. Si guardava intorno, cercava aiuto, urlò, non vi erano nemmeno macchine o vetrine in cui specchiarsi, era solo. La testa gli prudeva e ogni volta che grattava se ne andavano via pezzi di cuoio e unghie, era terrorizzato così non fece caso al fatto che era tutto il corpo a prudergli. La maglietta a maniche corte mostrava lacune di pelle staccata con sotto muscoli e vene, il danno si stava facendo sempre più esteso sul suo corpo così ben curato. In una crisi isterica si buttò addosso al muro sbattendoci la faccia, ed è così che cadde qualcosa per terra: un naso. Era solo un sogno non poteva essere altro, anche perchè egli sapeva bene di riuscire a respirare eppure toccava con mano scarnata l’assenza del naso sulla sua faccia. Seguendo questo ragionamento rassicurante decise di assecondare la proiezione onirica, di danzare con essa: si tolse la maglietta e con essa la pelle sottostante, sembrava vinavil essiccato sulla pelle. Sentiva una gradevole sensazione di fresco quindi si convinse che fosse quella la strada da intreprendere, così scandagliò minuziosamente il proprio corpo con occhi sbarrati, in cerca di brandelli da staccare: quando si rimise in marcia sotto di lui vi erano orecchie, labbra, unghie, peli, capelli e una montagnola di pelle. Ad ogni passo il corpo rigettava muscoli e sangue, vene e filamenti nervosi, finquando non rimase solo lo scheletro. Che sogno fantastico! Chi non ha mai sognato di essere uno scheletro in una città di mostri? Che sensazione di libertà, era estasiato e cominciò a correre per le strade. Intendeva sorridere ai passanti, che invece urlavano, ma non aveva più le labbra e così si accontentava di aprire la mascella in loro direzione. Faceva larghi cenni con la mano scheletrica in direzione dei bambini sotto gli ombrelli che chiedevano spiegazioni alle madri, accarezzava cani, si godeva il fresco vento autunnale. Sentiva suoni e percepiva colori che non aveva mai visto, che aveva sempre ignorato, rideva come un invasato, faceva scherzetti da dietro le colonne ai poliziotti increduli, dava allegre pacche sulle spalle dei netturbini, ripassò davanti al “bar dei villani” dove il povero cameriere stavolta svenne all’istante.

In quella piovosa giornata autunnale uno scheletro si allontanava di gan lena dalla città, con tanta felicità da poter riempire un asilo intero, era in cerca di qualcosa e neanche la morte avrebbe più potuto farlo scendere da quella giostra di colori.



Commenti

pubblicato il 31/03/2009 16.10.56
fiordiloto, ha scritto: Mi piace tantissimo la descrizione iniziale, e anche lo spirito velato d'ironia con cui descrvi. in parole povere, secondo me non è niente male! Complimenti!
pubblicato il 31/03/2009 21.07.35
Abercrombie, ha scritto: Ti ringrazio per aver colto in pieno il senso del racconto fior di loto!
pubblicato il 03/04/2009 14.25.53
Lorenz, ha scritto: E' piaciuto molto anche a me, scrivi davvero bene!

Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: