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lavoro pubblicato martedì 24 marzo 2009
ultima lettura lunedì 26 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Un' unica carne

di redheadlove. Letto 1006 volte. Dallo scaffale Generico

I tuoi occhi riflettono il cielo, sono azzurri come lui. Un ciuffo di lisci capelli biondo dorato ti accarezza la fronte come seta. Non più risate di gioia, né grida stizzose dalle tue labbra socchiuse. Un sottile filo rubino ti cola da...

I tuoi occhi riflettono il cielo, sono azzurri come lui. Un ciuffo di lisci capelli biondo dorato ti accarezza la fronte come seta. Non più risate di gioia, né grida stizzose dalle tue labbra socchiuse. Un sottile filo rubino ti cola dall’angolo della bocca, ti finisce dietro l’orecchio per perdersi sull’asfalto caldo. Tutto intorno a me silenzio. Non sento le grida concitate delle persone intorno a te, intorno a me. Ho ancora nelle orecchie lo stridio delle gomme che mordevano la strada nell’ultimo, disperato tentativo di scansarti, poi il botto, un rumore che mi rintrona dentro, e che sono sicura di non dimenticarmelo mai più. Hai lasciato la mano della nonna, ti aveva portato al giardino per farti giocare tranquillo, senza pericoli. Non vedo neanche la nonna, che è caduta a sedere sul marciapiede, ha perso una pantofola, e si sta prendendo a schiaffi, si sta graffiando la faccia, come se quel dolore che sente la facesse sentire meglio. Non vedo più niente. Ho fisso negli occhi il tuo visino felice, paffutello, ti volti e mi vedi. La tua bocca arriva quasi alle tue orecchie di cucciolo. Lasci la mano della nonna, e allarghi le braccia venendomi incontro, nell’altra mano hai un mazzolino di margheritine di campo e fiori di malva. Sono i primi giorni di primavera, l’aria è tersa. Sopra di noi garriscono felici le rondini, ignare che per me il mondo non gira più. Si bagnano le ali di sole, volteggiano leggere, come piccole falci disegnano la loro strada. Ti vedo e ti urlo “No! No! Fermo!” ma sei tu che non mi vedi e non mi ascolti. Porti avanti il pugno in cui tieni stretto i fiori, pronto ad offrirmeli, come un galantuomo d’altri tempi. Poi un auto arriva, ti vede e si ferma per farti passare. Ho i brividi di paura, ma mi sento meglio, ti ha visto, si è fermata. Tu l’oltrepassi per raggiungermi. Un motore si avvicina ruggendo, si sposta per scansare l’auto ferma. Io grido, grido con tutto il fiato che ho in corpo, grido, come se potessi fermarti con quello. Tu spunti da dietro l’auto, ti accorgi di qualcosa. Lo stridio di gomme compare all’improvviso, è uno stridio nero e disperato, quasi visibile. Ti volti verso l’auto che arriva. Smetti di sorridere. Immagino gli occhi spalancati di terrore, i tuoi e quelli dell’automobilista, spaventato dallo sguardo di un bambino. La tua bocca semi aperta. I fiori ancora stretti in mano, ma il pugno abbassato. Poi il botto. Il tuo corpo che vola e atterra scomposto sull’asfalto, si ferma. I tuoi vestitini strappati, il viso miracolosamente, inutilmente illeso. E la sensazione irreale che non sia accaduto niente realmente. Ho avuto per un attimo la sensazione di assistere ad una macabra recita di teatro. Le tue gambe sono unite e rannicchiate, adagiate su un lato. Le tue braccia aperte in un improbabile abbraccio col cielo. Le dita schiuse, i fiorellini sparsi a raggiera intorno a te. Poi, d’improvviso, mi ha svegliato un dolore, acuto e profondo, al basso ventre. Un dolore ancestrale, di mamma, di vita donata e perduta. Un calore umido mi cola fra le gambe, un liquido chiaro mi fa appiccicare la gonna leggera alle gambe. Mi muovo verso di te, vecchia di cento anni. Ogni passo un dolore, mi muovo pesantemente, una mano pietosa cerca di fermarmi, inutile. Lenta e inesorabile mi avvicino a te. Mi inginocchio accanto a te mentre sento gli ululati dei primi soccorritori. Ti metto una mano dietro la testa e la sento bagnata. Con l’altra mano ti sposto il ciuffo dalla fronte, ti chiamo per nome. Intorno chi urla, chi piange… non importa, siamo soli, io e te. Ti bacio la fronte, tu mi guardi col tuo sguardo di chi non vede. Ti accarezzo le guance, le tue piccole braccia ciondolano inermi, moderna pietà scolpita nella carne, in un’unica carne. Ti cullo e piango, le mie lacrime si uniscono al tuo sangue, siamo di nuovo una cosa sola, tu ed io.



Commenti

pubblicato il 24/03/2009 18.58.16
sothis85, ha scritto: Ti ricordavo intensamente realistico, ti ritrov con una realtà descrittiva struggente.bravo e vero!

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