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lavoro pubblicato lunedì 23 marzo 2009
ultima lettura giovedì 18 aprile 2019

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UN FANTASMA NELLA CHIESA DI MASCALI

di spadero. Letto 1475 volte. Dallo scaffale Fantasia

  Spadero   UN FANTASMA NELLA CHIESA DI MASCALI   Una volta nei paesi dell'Etna (e naturalmente in altre parti di questa nostra Sicilia) erano diffuse certe credenze e correvano certi racconti sulle truvature, sui fantasmi, su ...

Spadero

UN FANTASMA NELLA CHIESA DI MASCALI

Una volta nei paesi dell'Etna (e naturalmente in altre parti di questa nostra Sicilia) erano diffuse certe credenze e correvano certi racconti sulle truvature, sui fantasmi, su cose e animali fatati e simili favolosità. C'era gente che di notte vedeva gli spiriti, sia al buio più fitto che alla luce della stessa luna. Ci credeva pure lui, Pippo, il giovane sagrestano della Chiesa Madre di Màscali, alle dirette dipendenze del parroco don Carmelo Parisi, o, come lo chiamavano in paese : patr'e Pparisi.

Alcuni anni dopo la fine dell'ultima guerra, essendo venuto a mancare all'ospedale della vicina Giarre un vecchio compaesano, solo, nullatenente e senz'alcun parente per giunta, la sua salma era stata trasportata nella Chiesa Madre di Màscali, e sistemata in un angolo della sagrestia in attesa della messa funebre che l'indomani avrebbe cristianamente celebrato il parroco Parisi.

Era chiaro che lo spirito del vecchio, prima di trasferirsi nel cimitero di Cuzzulù dove avrebbe abitato per sempre, si sarebbe fatto l'ultima sua passeggiata all'interno della sagrestia: e chissà forse se non si sarebbe spinto nelle navate della chiesa stessa, davanti agli altari e alle immagini dei santi. Avrebbe iniziato la sua passeggiata proprio "al calar delle tenebre"...

Ben lo sapeva Pippo il sagrestano, il quale quella sera, appunto per tale motivo, aveva una terribile paura di andare a suonare i nove rintocchi dell'avemaria, dato che per tirare le corde delle campane doveva recarsi "proprio" nel vano a pianterreno del campanile: vano che, per sua sfortuna era attiguo "proprio" alla sagrestia...Al solo pensiero di potervi incontrare il fantasma del vecchio defunto a Pippo il sagrestano si rizzavano i capelli e gli veniva pure una tremarella incontenibile.

Pippo davanti al parroco Parisi si era vergognato di confessare quella sua riluttanza ad andare a suonare i nove rintocchi dell'avemaria per la paura che lui aveva dei fantasmi. Temeva che il prete, non solo lo avrebbe preso in giro, ma che addirittura lo avrebbe licenziato...E il pane era pane...Pippo aveva perciò domandato consiglio al suo amico e compaesano Ciccio: un giovane di vent'anni come lui, il quale subito lo avvertì: « Vadda ca, si non vai a sunari a campana di l'Avemmaria, patr'e Pparisi si po' siddiari e mmacari ti ietta fora di saristanu.» ( Guarda che se non vai a suonare la campana dell' Avemaria, padre Parisi si può anche seccare, e magari ti butta fuori da sagrestano.)

Ciccio aveva tuttavia assicurato che il malo incontro si sarebbe potuto evitare con molta facilità. «E ccomu? E ccomu? » (E come? e come?) aveva chiesto tutto ansioso e trepidante il sagrestano.

Ecco come si doveva fare. Prima che calasse la sera, il sagrestano doveva provvedere a chiudere con non meno di tre giri di chiave la porta che separava il campanile dalla sagrestia...E questo perché, quando quella sera lo spirito del vecchio, uscendo dal tabbuto si faceva l'ultima sua passeggiata terrena nella chiesa e nella sagrestia, lui non avrebbe potuto passare nel vano delle corde ai piedi del campanile perché la porta era chiusa con tre giri di chiave...semplice, no?

« U capisti?...Picchì allura s'i daccussì spagnatu, maccaruni?» (L'hai capito? Perché allora sei così spaventato, maccherone?) disse Ciccio che era della teoria che gli spiriti non potevano entrare, se trovavano le porte chiuse a sbarrar loro il passo. Pippo il sagrestano, perciò, poteva starsene tranquillo: glielo garantiva l'amico Ciccio: un giovane apposto che, anche se a volte amava fare qualche scherzo, tuttavia quella volta non poteva che esser serio, dato che c'era di mezzo il posto del suo amico sagrestano. E il pane era pane...

Gliel'aveva garantito l'amico Ciccio, sì, ma il sagrestano, sapendo che dentro la chiesa quella sera ci sarebbe stato il fantasma del vecchio che girava e rigirava di continuo per le navate e la sagrestia, al solo pensarci tornavano a rizzarglisi i capelli , la tremarella si faceva più forte e gli veniva pure di farsela addosso.

Che ci poteva fare, se non era un coraggioso? se la paura dei fantasmi quando lo assaliva era più forte di lui?...Ma, d'altra parte, sapeva bene che non poteva rifiutarsi e tirarsi indietro: infatti, non udendo i nove rintocchi dell'avemaria, a padre Parisi -laggiù, nella canonica - sicuramente se lo sarebbero preso i sette diavoloni, e sicuramente - seduta stante - gli avrebbe tolto il posto. E allora addio pane quotidiano!...

E poi, continuava a ragionare il sagrestano: tutto il paese di Màscali, venendo a sapere di quella sua paura dei fantasmi, non avrebbe forse sorriso? I compaesani non l'avrebbero preso tutti per un giufà? Il sagrestano cercava di dimostrare a se stesso che non era più un bambino che potesse aver paura di semplici spiriti: era ormai un giovanotto di vent'anni. Perciò, lui "doveva" andare a suonare quella benedetta campana dell'avemaria.

Non c'era nessun pericolo, dato che la porta tra la "sagrestia col fantasma dentro" e il vano delle campane era già stata chiusa da ben tre giri di chiave, che era il massimo per quella serratura.

Ecco, ecco allora qual era il piano di Pippo il sagrestano per quella sera: appena giunto davanti al campanile, lui doveva per subito aprire il portone, poi lui doveva entrare sulla punta dei piedi, senza fare alcun rumore...doveva tirare nove volte la corda della campana dell'avemaria. e poi: via di corsa, come un razzo, sulla piazza per la strada, a mostrare a tutti, all'amico Ciccio, allo stesso padre Parisi (che a quell'ora si trovava nella canonica), che Pippo il sagrestano aveva fatto il proprio dovere e che non aveva avuto affatto paura, malgrado quella "presenza' terrificante dentro la chiesa e la stessa sagrestia.

Ecco: così lui avrebbe fatto alle cinque e mezza di quella sera. Pippo il sagrestano non si stancava di ripetersi continuamente che non c'era alcun pericolo...che poteva andare tranquillo, come del resto gli aveva detto lo stesso amico Ciccio, che era un ragazzo apposto, che lo rispettava, che non aveva alcun interesse a dirgli una cosa per un'altra...Bisognava dunque "andare".

E con tali propositi Pippo il sagrestano partì da casa alle cinque e mezza di quella sera. Era una di quelle fredde sere di febbraio, col cielo che si era coperto di nuvole basse, quando ogni cristiano vorrebbe starsene davanti al braciere in casa sua, o nella càmmira a giocare alle carte con gli amici. Ma, quando riuscì a giungere al cospetto del portone della torre campanaria, Pippo cominciò ad avvertire anche un principio di gelo al cuore, dato che la tremarella gli era già venuta,. fin dal primo momento in cui lui aveva posato il piede sopra l'orlo della cordonata di pietra lavica della piazza che girava attorno alla Chiesa Madre. Davanti al portone il luogo era isolato e si era fatto buio, anche perché troppo fievole era la tremula luce che giungeva da laggiù, dalla lampada solitaria all'angolo della casa del calzolaio Andò.

Ma intanto, buio o non buio, era necessario farsi coraggio, dato che lo "spettro del licenziamento" che incombeva sul sagrestano era quasi pari al terrore di incontrare lo spettro del vecchio defunto... Doveva aprire ed entrare, così come lui si era proposto di fare per tutta la mattinata e lo stesso primo pomeriggio. Pippo cercava di inculcare nella sua volontà tale proposito, e si ripeteva che il portone di ghisa si sarebbe aperto con un solo giro di chiave: così, infatti, aveva suggerito l'amico Ciccio: dare un solo giro di chiave al portone per aprirlo subito, e dare invece tre giri di chiave alla porta divisoria tra la sagrestia e il campanile...

Doveva aprire, doveva entrare, si diceva Pippo, cercando di farsi coraggio con tutta la volontà e la disperazione che era capace di possedere, cercando di convincersi che di pericoli che nel vano delle corde ci fosse il terribile fantasma del vecchio morto non ce ne potevano essere.

D'un tratto gli cominciarono a passare per la mente certe idee veramente strane: pensava che, se fosse stato un uccello, avrebbe potuto volare al buio, lassù, in cima alla torre campanaria, e suonare quella benedetta campana dell'avemaria...Ma era un povero uomo, e quindi doveva entrare per forza di cose per quella porta, che "era molto vicina" a "quell'altra porta" di là dalla quale c'era - o ci poteva essere - ma era più facile che ci fosse - il terribile spettro...

«Aia gghiapriri, aia ttrasiri...» (Devo aprire, devo entrare...) continuava a ripetersi il nostro sagrestano tra sé, non osando "assolutissimamente" di farlo a viva voce, sia per non far rumore e sia perché gliene sarebbe mancata la forza...E disperatamente si ripeteva pure che la porta della sagrestia aveva provveduto lui stesso a chiuderla, alle due di quel pomeriggio; perciò, il fantasma "era stato del tutto isolato "... Sì, "era isolato"...A...a meno che ( e qui le cose cambiavano) ... A meno che, sobbalzò d'un tratto Pippo con lo stesso brivido di orrore che assale all'improvviso un condannato a morte, il fantasma del vecchio non fosse come le anime dei defunti che la notte di tutti i Santi, penetrando attraverso le strette fessure delle imposte, portano i regali ai propri nipotini...
E già: lui prima non aveva ancora pensato a un tale possibile evento.

«Ma no!» si disse, ritornando subito in sé e riacquistando il buonsenso: ma a quali fesserie lui stava dando corpo e credito? Quelle erano solo favolette che si raccontavano ai bambini. Infatti, da che mondo era mondo, non era mai accaduto che un'anima di trapassato fosse riuscita a ritornare dall'aldilà ... nemmeno per portare giocattoli ai propri nipotini.

Pippo per un momento si sforzò di sorridere di sé per quelle sciocche credenze che non potevano gabbare affatto un giovanotto di vent'anni come lui, accorto e giudizioso, ma solo gli animi dei fanciulli, i quali - come si sa - credono anche alle cose più inverosimili.

Eppure, malgrado questi suoi volenterosi tentativi, lui non riusciva a decidersi ad aprire. Doveva esser trascorso più d'un quarto d'ora da quando era arrivato, eppure era ancora lì, davanti al portone della torre campanaria.

Malgrado la ragione cercasse di condurlo alla calma, lui continuava a tremare, al pensiero della terrificante "presenza" che avrebbe potuto incontrare, solo che avesse "osato" aprire quel portone. E in quei momenti lui avrebbe tanto voluto possedere lo stesso cuore coraggioso di padre Parisi, che infatti ai fantasmi non ci credeva, anzi li considerava delle fesserie...mentre invece lui ci credeva - e come se ci credeva! - specie in quei terribili momenti che stava passando con la morte addosso.

Ad accrescere quella sua angosciosa situazione c'era pure tutto quel silenzio che lo circondava, quasi fosse in un deserto o in un cimitero...

Ci fossero stati almeno dei suoni! i buoni suoni della vita di ogni giorno. Chissà, forse gli avrebbero allentato un po' la morsa che si sentiva nel petto...Perché mai non giungevano voci di cani? belati dalle campagne vicine? Niente: neppure un carretto che passasse per la strada, vicino o anche lontano ...Avesse almeno udito i picchiettii del martello del calzolaio Andò! Nel silenzio, di solito, si udivano perfino dall'interno della sagrestia...Niente: pareva che non ci fosse proprio nessuno. Pareva che in quei momenti i mascalesi, tutti presi dal freddo di febbraio, si fossero tappati in casa davanti ai bracieri e avessero deciso di lasciarlo solo con le sue grandi responsabilità... <Chissà,> pensò a un certo punto il nostro sagrestano, se forse non erano tutti in attesa... in attesa di sentire se lui sarebbe riuscito a suonare quei nove rintocchi dell'avemaria.

* * *

Dapprima non se ne dovette accorgere neppure, tanto era confuso, tanto era intronato e tutto preso dal fantasma che da un momento all'altro poteva balzargli davanti per ucciderlo o per portarselo via (nemmeno Pippo sapeva esattamente che cosa volesse il fantasma da lui), ma finalmente la serratura del portone fu aperta, dopo un tremebondo interminabile giro di chiave che Pippo aveva dato con tutta la prudenza di cui era umanamente capace. La serratura, che lui fin dalla mattinata aveva provveduto ad oleare ben bene, non aveva emesso alcun rumore. Era, quello, un buon segno...un incoraggiamento a spingere il portone ed "entrare"...

Pensando al pane che avrebbe perso, dato che - come l'aveva ammonito l'amico Ciccio - padre Parisi lo avrebbe "sicuramente" licenziato, appunto questo cercò Pippo di fare: "entrare", pur con gli occhi chiusi, col fantasma nel cuore, con un brivido di orrore che lo attraversava tutto. E, per un momento, il suo cuore gli balzò nel petto come il pistone di un motore a scoppio all'inizio del suo avvio, allorché quel battente, invece di girare in silenzio come lui aveva tanto auspicato, diede un gemito... un gemito del tutto simile a quello che (come lui aveva sentito dire) a mezzanotte emettono certe porte di vecchie e solitarie cappelle di cimiteri...Là c'era il rischio che anche un fantasma dormiente si destasse dalla sua quiete!

La porta, finalmente, era aperta. Dentro era tutto buio (ma il nostro sagrestano ebbe l'impressione che ci fosse più buio di quanto si aspettasse), né si udivano suoni, di alcun genere, oltre al suono del suo cuore che gli martellava con violenza nel petto.

Poi fu come se avesse ricevuto alle spalle una spinta da una forza esterna; ma forse fu il suo stesso terrore che, d'un tratto, lo sospinse infine a entrare, ancora più tremante e smarrito, in quell'orrido buio del vano, dove a quei tempi pendevano le cime sfilacciate delle corde delle campane, le quali venivano così suonate dal basso, risparmiando tutte quelle scale della torre ai poveri sagrestani e agli stessi sacerdoti.

Alla sua destra, oltre la porta divisoria, Pippo sapeva che c'era (o comunque che in quel momento ci poteva anche "essere") quella "presenza"...il fantasma del vecchio defunto... quel pauroso spirito che chissà se forse non lo stava attendendo da tempo, là dietro, in agguato, sornione, sogghignante. Quello poteva anche entrare all'improvviso. Nulla, si disse il nostro sagrestano, era infatti impossibile ai "Potenti - Onnipresenti-Inquietanti-Signori fantasmi di questo mondo". Infatti, a sostegno di questa tesi, da parte di gente timorata si diceva che essi - bastava che lo volessero - erano capaci di passare "anche" attraverso le più piccole e strette fessure, sebbene ci fosse qualcuno, lì a Màscali, compreso l'amico Ciccio, che era in disaccordo con una tale teoria. Ma si sbagliavano: parola di Pippo il sagrestano. Si era sbagliato lui stesso, fino a qualche momento prima. Ma ora aveva capito: ora lui sapeva come stavano realmente le cose:lo sentiva in tutto il suo corpo e il suo spirito percorsi da brividi terrificanti.

Pur nel terrore che ormai a furia di pensarci si era ingigantito a dismisura nel suo petto. Pippo riuscì a trovare a tastoni la corda della campana dell'avemaria. La mattina, per poterla riconoscere al buio del vano della torre campanaria tra le altre simili, lui aveva provveduto ad apporvi un segno: alla corda aveva fatto due nodi a distanza di un palmo e all'altezza della sua stessa testa.

Malgrado tali giudiziose precauzioni, aveva stentato a trovarla, dato la mano tremebonda e quel suo animo in tempesta che lo facevano vacillare. E, una volta trovatala, finalmente - quella benedetta corda della campana dell'avemaria - e afferratala con tutta la sua forza residua, Pippo diede uno strattone disperato, nella speranza che il suono squillante rintronato all'interno del campanile non irritasse lo spettro di là dalla porta a tal punto da fargliela sfondare. Quello infatti sarebbe balzato tutto inferocito alla sua presenza...e, al solo vederselo davanti, quella "presenza"lui sarebbe rimasto letteralmente morto annichilito sull'istante per l'infinito orrore!

La campana dell'avemaria aveva suonato il primo dei nove colpi prescritti, il quale era corso rapido sui tetti delle case di Màscali attraverso il meraviglioso silenzio di quei tempi lontani, quando all'improvviso...Il sagrestano, inorridito per quello che aveva fatto, quasi che con quel primo tiro di corda che aveva osato, avesse firmato la sua irrevocabile condanna, tutto all'improvviso avvertì un colpetto sulla spalla...Aveva - forse - urtato con qualcosa?...E che cos'era quel "Qualcosa" ?...E d'altra parte, come poteva avere la forza di tirare una seconda volta la corda della campana, dato che un lucore cimiteriale si era mano mano diffuso nel vano del campanile, facendogli rizzare ogni capello in testa?...Il fantasma del vecchio defunto era "proprio" dietro di lui, un lungo e bianco lenzuolo di morto trapassato buttato addosso che gli copriva anche la testa e il volto, e nella mano sinistra un tremulo bianco lumino acceso, sicurissimamente per meglio scovare in quelle fitte tenebre proprio lui, il sagrestano di padre Parisi!...Sì. sì: era appunto come lui aveva tanto temuto: il fantasma del vecchio, attraverso le fessure della porta divisoria, era davvero passato nel vano delle corde delle campane... Il sagrestano sentì come una tremenda scossa elettrica che lo attraversò dalla testa ai piedi; lasciò andare la corda della campana, e fuggì, pazzo di terrore, urlando nel silenzio, con tutta la sua voce. con tutto il fiato che aveva in petto: « Aiutu, aiutu! C'è u spiritu dû vecchiu ca mi sta assicutannu! Aiutu, aiutu! » (Aiuto, aiuto! c'è lo spirito del vecchio che mi sta inseguendo!...Aiuto, aiuto!) E infatti quel pauroso spirito lo inseguì tutto minaccioso e ghignante fino alla porta del campanile. Ah, se avesse afferrato con le sue fauci quel sagrestano!

La notizia che il fantasma del morto della sagrestia si era messo a inseguire Pippo il sagrestano, fece rapidamente il giro della piazza del Duomo, dov'era piombato di corsa il giovane terrorizzato, che continuava a gridare a tutti che lo aveva inseguito il fantasma del vecchio defunto.

E, quando quella sera stessa, l'amico Ciccio e altri buontemponi lo portarono in canonica a giustificarsi davanti a padre Parisi per quell'unico rintocco invece dei nove prescritti, il parroco (che poi aveva suonato lui stesso gli altri otto colpi, senza certo pensare di licenziare quel suo maldestro sagrestano) disse ridendo a Pippo, che attendeva come un condannato: «Pezzu di scimunitu, ma quali fantasma e fantasma! Â ssapiri ca na ota ca unu mori, ppi iddu tirminaru tutt'i cosi: mancu u so spiritu tonna cchiù... Appa essiri ddu bbirbanti dû to amicu Cicciu ca ti fici stu scherzu, maccaruni ca s'i! (Pezzo di scimunito, ma quale fantasma e fantasma! Devi sapere che, una volta che uno muore, per lui finiscono tutte le cose: nemmeno il suo spirito ritorna più...Sarà stato quel birbante del tuo amico Ciccio a farti lo scherzo, maccherone che sei!).



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