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lavoro pubblicato domenica 15 marzo 2009
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Vampire heart; tredicesima notte

di fiordiloto. Letto 733 volte. Dallo scaffale Fantasia

A te che mi hai trovato all'angolo coi pugni chiusi. Con le mie spalle contro il muro, pronto a difendermi. Con gli occhi bassi stavo in fila con i disillusi. Tu mi hai raccolto come un gatto, e mi hai portato con te.......

Tredicesima notte:

Di nuovo insieme!

Qualche giorno dopo l'accaduto, Iku tornò a casa da una serata pesante, passata a servire ai tavoli. Afferrando la maniglia, sciolse le spalle e trasse un profondo respiro.

‘Sono esausta...', pensò. Quando spalancò la porta, il cuore le saltò in gola, e ci mancò poco che non facesse un balzo all'indietro per lo stupore. Raven era lì, nel centro della sala. Sorrideva, ma solo con gli occhi.

"Raven...!", mormorò, il cuore in tumulto.

Avrebbe voluto saltargli al collo. Dirgli che era felice di vederlo. Ma scoprire quanto il suo viso fosse pallido e smunto le provocò una spiacevole stretta al cuore. Lasciò cadere la borsa da lavoro e attraversò l'ingresso, fermandosi di fronte a lui.

"Sei qui", disse, come se non riuscisse ancora a capacitarsene.

"Iku!", sorrise lui, liberandole il viso da una ciocca di capelli. "Mi sembri più minuta rispetto all'ultima volta che ci siamo visti. Sei forse dimagrita? E pensare che fino a una settimana fa facevi la dieta solo a parole"

"Stupido!", esclamò lei, gettandogli le braccia al collo. "Hai una vaga idea di cosa siano stati per me questi giorni? Ero preoccupata! Ho trascorso ogni momento a pensarti, senza sapere cosa ti fosse successo, e quando saresti tornato!". La voce le si ruppe in gola, lo sguardo annebbiato dalle lacrime.

Raven la strinse al petto.

"Ora sono qui", sussurrò. "Non sparirò più. Perciò non piangere più"

Solo allora Iku si asciugò i lucciconi e gli rivolse uno dei suoi grandi sorrisi.

"D'accordo", disse sottovoce. "Bentornato!"

Raven non poté trattenersi dall'abbracciarla di nuovo.

‘Sono a casa', si disse.

Entrati in camera di Iku, si sedettero sul letto a gambe incrociate. Avevano tante cose da dirsi. Iku gli raccontò dei pesanti turni al Golden, e di quello che faceva durante il giorno. Quando non aveva da fare, andava spesso sul terrazzo. La luce del sole le piaceva, le dava la carica. Ma nonostante avesse cercato di conservare l'ottimismo e il buonumore, non si era mai sentita veramente tranquilla. Glissò invece sugli incubi che da giorni la ossessionavano ogni notte. A quelli non voleva pensare. Raven l'ascoltava, annuiva ogni tanto con un cenno del capo. Si sentiva un verme per aver permesso ad Iku, la sua Iku, di preoccuparsi ancora per lui.

La gamba di Raven ci mise un'altra settimana a guarire del tutto. Nonostante la ferita fosse ormai rimarginata gli obbediva poco e spesso si divertiva a cedere sotto il peso del corpo. Per fortuna c'era sempre Iku, pronta al suo fianco, che lo sorreggeva e lo aiutava, assistendolo con assoluta dedizione. Dopo l'incubo dei giorni nella segreta, in cui si era ristabilito, Raven non riusciva a scacciare la sensazione di benessere che provava quando stava con lei. Quello scricciolo aveva il potere di fargli dimenticare ogni brutto pensiero, e quando sorrideva il mondo sbiadiva, offuscato dalla luce di quel sorriso.

Qualche giorno dopo, finalmente ebbero l'OK per una libera uscita. Iku ne era felice, e lo fu ancora di più quando scoprì che, nonostante si fosse risvegliato come vampiro, Raven poteva sopportare impunemente la luce del sole.

Quando gli chiese un suo parere a riguardo, il ragazzo alzò le spalle.

"Non sono un vampiro completo, dopotutto"

La discussione morì lì. Iku si stiracchiò le braccia e prese una buona boccata di aria fresca. Decisero di andare al luna park. Le bancarelle parevano un dedalo di luci e suoni, e la ragazzina non resistette alla tentazione di trascinare l'amico da una parte all'altra, guardando le varie merci esposte con l'eccitazione di una bambina.

"Raven! Da questa parte!"

Si fermarono di fronte ad un loggione in stile gitano, provvisto di cestini e di tante palline di gommapiuma con cui centrare il bersaglio. I premi erano ammonticchiati sul fondo, in ordine sparso.

Iku tentò il gioco, senza successo.

Raven pagò il gestore e lanciò tre palle fra un mucchio di cestelli fatti apposta per espellere. Ma calibrò attentamente il tiro, lanciando con la grazia di un atleta. Lasciando che le palle rotolassero sui bordi, spiegò il metodo a Iku. I primi due tiri andarono a segno, per il dispiacere del gestore.

"Grande!", esclamò Iku, quando anche la terza pallina finì nel cestello.

"Scegli qualcosa"

"Voglio quello!", disse lei.

L'uomo della bancarella le porse un pipistrello imbottito dall'aspetto simpatico. Non appena l'ebbe fra le mani, Iku lo posò sul collo di Raven, annunciando con accento della Transilvania:

"Folio zzzucchiare tuo zzzangue!"

Raven le scoccò un'occhiataccia e lei fece un sorrisetto.

"Scherzavo! E dai, non te la prendere!"

Più tardi, quando già il sole al tramonto colorava il cielo di rosso, i due ragazzi si avviarono lungo la strada di casa. Raven procedeva in silenzio. Iku, al suo fianco, lo guardava di sottecchi. ‘Guardalo!', si disse. ‘Non è cambiato affatto. E' forte! Forse, dopotutto Raven potrebbe non perdere la sua umanità'.

***

Tenebre. Sogni. Figure nell'ombra...

Nel sogno, Raven vide il volto di sua madre. Un volto triste, malinconico. Poi cambiò, divenne quello di suo padre, di suo fratello. In tutte le sue manifestazioni, la figura piangeva. Quando riconobbe la sagoma di Iku, Raven le si avvicino, silenzioso come un ladro. Lei era girata di schiena. Stava lavando i piatti con le mani insaponate. Non lo vide, ma fu colta da un senso d'angoscia. Come se una corrente fredda le stesse alle spalle. Lasciò cadere la spugna, strinse le braccia al petto e si girò.

Quando lo vide, s'irrigidì a tal punto per lo spavento da dargli tutto il tempo di raggiungerla, e di afferrarle i capelli per liberare il collo nudo. Non tentò nemmeno di gridare, restò immobile, non fece alcun movimento di difesa.

"Raven...!"

Da parte sua, lui non la guardò.

Non vide il suo bel viso ricadere all'indietro, la bocca rossa e i grandi occhi brillanti, perché teneva i suoi ben chiusi mentre il calore del suo sangue gli s'insinuava in ogni fibra, in ogni anfratto del suo essere. Quando l'ebbe uccisa, la depose a terra fra le macerie di una casa straziata. Cadde in ginocchio e cominciò a piangere. Poi, il grido che aveva incastrato in gola esplose con tutta la sua angoscia.

Iku...

Iku...!

"IKU!!!!!"

Si svegliò di soprassalto. Tutto il suo corpo tremava, in preda ad un gelo che aveva poco a che fare con la temperatura. Iku era seduta sul pavimento, al centro della stanza. Si stava strofinando i capelli con un asciugamano giallo e aveva l'aspetto buffo di un pulcino bagnato.
"Raven, che succede?", gli domandò.

Raven si sollevò di scatto. L'afferrò per un braccio e l'attirò a sé, per stringerla con tanta veemenza da farle quasi male.

"Sei viva!", sussurrò. "Pensavo...Credevo di averti uccisa!"

"Raven, non respiro!"

Lui mollò un po' la presa e lei si sollevò, per prendergli il viso fra le mani.

"Raven! Va tutto bene?!"

Lui sbattè più volte le palpebre, confuso.
"Sì"

"Meno male", disse lei, sollevata. Tutto il suo buonumore usci da quel sorriso come qualcosa di palpabile. Un tepore estremamente piacevole.

"Sì, io..."

Raven sollevò le mani per cingerle le spalle. Avvicinò il viso a quello di lei, come se volesse chiudere la distanza fra loro. Era vicino. Così vicino che le loro labbra quasi si sfiorarono...

‘Io voglio questo sorriso gentile', pensò. ‘Voglio queste labbra delicate. E voglio essere stretto dalle sue braccia esili'.

Non dimenticare chi ti ha dato questo sangue, Raven...

abbassò il capo con un sospiro, sprofondando con il viso contro il petto di lei.

"Perdonami", mormorò. "Non so che diavolo mi sia preso. E' solo che ho fatto un brutto sogno. Quando ti ho vista lì...Beh...ero ancora mezzo addormentato. Non farci caso"

Iku sentì le gote farsi roventi, e il cuore battere all'impazzata. "Va...Va bene"

Eppure, appena un momento fa, aveva tentato di baciarla!

***

Nei giorni successivi, Iku si sforzò di evitare Raven. Che cosa sono io per te?

L'aveva dimenticato. Preoccupata com'era per la sorte dell'amico, si era scordata quella domanda fondamentale. Che cosa rappresentava Raven per lei? Ora più che mai, sentiva di dover trovare una risposta.

Raven, dal canto suo, rimproverava sé stesso. Ma che gli era preso? Perché diamine si era comportato così? E perché lei aveva reagito in quel modo? ‘Sono uno stupido', si disse. ‘Anche se mi sorride a quel modo, i suoi occhi non guardano me'. Però...ogni volta che Iku posava lo sguardo su di lui sentiva uno strano tuffo al cuore.

La resa dei conti arrivò una sera. Il giorno del compleanno di Iku.

I suoi amici le avevano organizzato una festa, e Kain si era offerto di accompagnarla.

Non ci sarebbe stato nessun problema, aveva detto, finchè avesse celato agli umani la sua natura di vampiro. Wolf e Strawberry erano stati altrettanto entusiasti. Raven invece aveva preferito rimanere a casa. La cosa non la stupì: sapeva quanto l'amico odiasse i vampiri, e non se la sentì di insistere perché si unisse a loro.

Dopo cena, Iku andò in camera sua e perquisì il guardaroba. Possedeva un sacco di vestiti, ma nessuno adeguato ad una festa elegante. Si guardò allo specchio mordendosi le labbra. Era un bel problema...

Quasi subito, la porta si spalancò e Strawberry entrò in camera.

"Tutto bene, topolino?"
"Neanche per idea!", esclamò lei. "Ho avuto così tanto da fare in questi giorni che mi sono ridotta all'ultimo momento. E ora non so cosa mettermi!"

La vampira sorrise e le si avvicinò.

"Lascia fare a me"

Gli uomini le aspettavano nell'ingresso, tutti vestiti di nero. Kain era splendido nel suo smoking, mentre Wolf aveva qualche problema con le cuciture troppo strette. Raven se ne stava un po' in disparte, a disagio.

Quando le videro apparire in cima alle scale, alzarono tutti lo sguardo. Strawberry portava un vestito da gala, che s'intonava perfettamente con i suoi occhi ambrati, e sembrava che la vampira indossasse un tramonto. Era splendida, ma gli occhi di tutti l'oltrepassarono per posarsi su Iku. Indossava un vestito nero notevolmente corto, attillato e con spalline minuscole. Strawberry le aveva raccolto i capelli in uno chignon e le aveva passato l'eyeliner intorno agli occhi, che apparivano definiti, misteriosi, di un color miele caldo e luminoso.

Gli occhi di suo padre esitarono su di lei.

"Che cos'è quella...cosa?", chiese. "Quella che hai addosso, voglio dire"

"E' un vestito, papà", rispose Iku, scendendo. "Lo so che non è mia abitudine vestirmi così, però dai..."

"E' corto", disse lui, guardandola come se non l'avesse mai vista prima.

"Secondo me ti sta benissimo", disse Kain, scollandosi dal muro.

"Grazie, Kain-sama"

La sua voce era un po' incerta. Kain le si avvicinò e la studiò con espressione meditabonda.

"Ancora una cosa"

Allungò una mano e le tolse due dei fermagli scintillanti che portava fra i capelli, i quali ricaddero in morbidi boccoli intorno al collo.

"Molto meglio", sentenziò. E Iku non potè fare a meno di pensare che anche la sua voce era un po' incerta.

"Andiamo o volete restare qui tutta la notte?", li invitò Strawberry.

Iku sollevò lo sguardo e si accorse che c'erano tre volti girati verso di loro: suo padre sorrideva soddisfatto, Wolf li osservava intrigato e Raven sembrava irritato.

"Certo che andiamo", disse Kain, e le posò una mano sulla schiena per accompagnarla oltre la porta di casa.

***

Al ritorno, i vampiri riaccompagnarono Iku in macchina, lasciandola davanti casa.

Lei percorse velocemente il vialetto e rovistò nella borsa in cerca della chiave. Poi ricordò. Le aveva lasciate in camera perché occupavano troppo spazio. Fece per bussare, ma l'uscio si aprì senza che lo toccasse e Raven comparve sulla soglia.

"Ciao"

Sorrideva, e ciò spinse Iku a ricambiare il sorriso. "Ciao!"

Si fece da parte per lasciarla passare e lei entrò nell'ingresso. le uniche luci accese erano quelle della cucina che, vista così dal soggiorno buio, sembrava una grotta illuminata. Un caldo profumo di cioccolata fusa riempiva l'appartamento.

"Stai cucinando?"

"Cioccolata calda. Ti va?"

"Mi va eccome!"

Passandole davanti, Raven entrò in cucina e cominciò a rovistare con tazze e pentolini. Iku lo seguì e si sedette al tavolo, osservando interessata le sue mani muoversi veloci, come farfalle ballerine.

"Per lei, madame", le disse, porgendole una tazza bollente.

"Oh, grazie!", disse lei prendendola.

Si sedettero uno di fronte all'altro, e poi Iku non seppe più cosa fare. Si sentiva in colpa per aver cercato di evitarlo, ciò nondimeno la scena di qualche giorno prima era ancora vivida nella sua memoria. Anche Raven sembrava imbarazzato. Si rigirava la tazza fra le mani, ostinandosi a tenere lo sguardo fisso verso il basso.

"Pensavo...", disse ad un certo punto. "Fino a qualche settimana fa mi sentivo perso. Era come se camminassi sull'orlo del precipizio. Sapevo che sarei inevitabilmente caduto, che era solo questione di tempo. Ma poi sei arrivata tu. Qualunque cosa succeda, davanti a me sorridi sempre. Non so se tu lo faccia per me, ma mi fa stare bene. Mi sono scoperto a desiderare di vivere di nuovo. Ecco perché vorrei che sorridessi per sempre"

"Oh, Raven..."

Iku si alzò fece il giro del tavolo, inginocchiandosi di fronte a lui per posargli una mano sul ginocchio. OK, si disse. Raven é importante. Era il caso che lo sapesse.

"Per me...", cominciò.

Raven la fissava ad occhi socchiusi.

"Tu sei molto importante per me", gli disse. "Il motivo per cui ti ho evitato in questi giorni non è quello che pensi. E' solo che...ho paura. Non sopporterei che tu sparisca. Non voglio nemmeno pensarlo! Perciò, fammi un favore. Non cedere. Non andare da nessuna parte. Non è detto che tu perda la tua umanità. Forse dovresti solo accettare l'idea che vivrai, e imparare a perdonare te stesso"

A quel punto lui si alzò, sorridendo. La sollevò per un braccio e la spinse delicatamente contro il muro. Mentre lei lo guardava, le mise una mano sugli occhi e avvicinò il capo al suo, per sussurrarle all'orecchio:
"Sciocca! Avrai sempre quell'espressione preoccupata, ogni volta che penserai a me? Sorridi. Anche solo un po' va bene..."

To be continued...



Commenti

pubblicato il 15/03/2009 19.29.40
sothis85, ha scritto: Un prologo struggente per avviare alla lettura del tuo stupendo racconto.un bacio

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