ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.499 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 57.540.171 volte e commentati 55.650 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato venerdì 13 marzo 2009
ultima lettura mercoledì 4 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

I VESPRI SEPOLTI

di Dunklenacht. Letto 847 volte. Dallo scaffale Gialli

Capitolo X. Il barbera del Monferrato. Fu così che il bracconiere fece ritorno nella casa del rovere vecchio. Non appena lo vide sospingere l...

Capitolo X. Il barbera del Monferrato.

Fu così che il bracconiere fece ritorno nella casa del rovere vecchio. Non appena lo vide sospingere l'uscio, Arabelle gli corse incontro e lo abbracciò con trasporto. Sembrava che in quegli istanti gli stesse dando tutto l'amore che in cuor suo fosse capace di provare.

Era così stretta a lui, così devota, buona e affettuosa, che... Oh!

- Non vedevo l'ora che tornassi, ma è come se tutto fosse perduto! - gli disse, sorridendogli amaramente.

Il suo sogno amoroso non durò che un istante.

Il cattivo la respinse con un brutto gesto, prese un fiasco di vino e si mise a berlo davanti a lei, senza bicchiere.

- Ah! - disse poi, pulendosi la bocca con la mano. - È per festeggiare!

- Se è così che festeggi, allora sarebbe meglio non festeggiare nulla - mormorò la bella sposa, abbassando i suoi dolci occhi. - E pensare che mentre aspettavo il tuo ritorno, mi sono vestita con il mio abitino da montanara, per farti piacere! Tutto inutile...

- Devi fartene una ragione, mia cara! Tu mi stai antipatica oggi, così come mi stavi antipatica ieri e mi starai antipatica domani!

- Non vuoi più vedermi, è così?

- E quante volte non te l'ho già detto? Beviamo, beviamo alla salute, intanto, che l'affare è andato benone!

E tracannava, il perfido, beveva a più non posso, ma, ad un tratto, gli andò di traverso e... Gli scappò un gran colpo di tosse e tutto il vino che teneva in bocca andò a sporcare il bel vestitino di Arabelle.

- Uh, guarda, che peccato! - disse lui, scoppiando a ridere fragorosamente.

Dopo che ebbe chiuso le imposte e barricato l'uscio, tirò fuori un sacco pieno di bigliettoni di banca e si mise a contarli davanti alla sua languida moglie, che da lui accettava tutto, pur di volergli bene.

- Dieci, venti, trenta, cento, duecento... - contava, spiegazzando tra le dita quelle favolose banconote. - Duecentodieci, duecentoventi, duecentotrenta...

Di tanto in tanto, si fermava ed un sorriso grossolano faceva capolino sulle sue labbra.

- Sembri felice, adesso! - mormorò Arabelle, singhiozzando. - Ma hai visto cos'hai fatto? Mi hai sporcato tutto il vestito con il tuo vino!

L'altro le rispose con una scrollata di spalle e dicendo:

- E cosa importa?

Poi riprese a contare, con più foga di prima. Un rossore di vivo piacere gli coloriva le guance.

Ad un tratto, però, Arabelle gli prese un braccio, lo fermò e gli disse:

- Franz, oggi tu hai ucciso!

Egli lasciò cadere per terra il denaro e la guardò con due occhi pieni di tuoni e di lampi.

- Sì, tu hai ucciso! E le tue banconote sono lorde di sangue!

A quel punto, Franz la afferrò per le spalle e la scosse, chiedendole:

- E tu come fai a saperlo? Come? Come? Come? Dimmelo! Devi dirmelo, hai capito? Che ne sai tu di questa storia?

- È stato il mio spirito a seguirti... Sono state le anime dei boschi a narrarmi la vicenda! Franz, tu hai ucciso e niente è più come prima, ormai!

Arabelle appoggiò la sua fronte sull'avambraccio, che aveva appoggiato alla vecchia credenza. Era come se si disperasse.

- Franz, tu mi farai impazzire! - gli disse.

- Tu sei già matta! E adesso lasciami contare il mio denaro! Siamo ricchi! Anzi, sono ricco e non spartirò un solo centesimo con te, dopo tutto quello che mi hai detto! Trecentodieci, trecentocinquanta, trecentonovanta...

Egli maneggiava le sue banconote insanguinate con una tale maestria, che si sarebbe detto un bancario provetto.

Quand'ebbe finito, si voltò verso sua moglie, le afferrò il volto con una sola delle sue mani grandi e tozze, per poi dirle minacciosamente:

- Ascoltami bene, signora cara! Prova a calunniare tuo marito in paese, a raccontare in giro che ho ucciso qualcuno, e io ti sfregerò questo bel visetto, con la stessa semplicità con cui so aprire un fiasco di vino!

L'altra annuì, poi, lui la lasciò e le disse:

- E adesso bevi!

Detto questo, le mostrò una bottiglia di barbera del Monferrato, che giaceva dimenticata accanto ad una matrioska e ad un moccolo di candela, su di un tavolino di legno, al quale mancava una gamba.

Ricordo che il contrabbandiere incontrò nuovamente l'uomo dai baffi arricciati. Stavolta, accadde davanti a quella che il popolo chiamava la casa del Gobbo. Ma... Che parole minacciose! Che discorsi! Quasi non si possono raccontare.

Cielo, i due concertavano un tradimento! Volevano tradire il loro complice, naturalmente a sua insaputa.

- Che dici? Fargli la festa a quello, poi? - mormorava il falsario, arricciandosi i baffetti.

- E chi lo sa? I casi della vita son tanti! - rispondeva il contrabbandiere, fischiettando.

- Una volta mi hanno raccontato che uno dei cacciatori del paese è caduto giù da un burrone... Che fine macabra! Che destino, il suo! Non vorrei che fosse lo stesso del nostro caro bracconiere!

I due ridacchiavano, ridacchiavano, davanti a quella casa, che sembrava abbandonata. Ad un tratto, però, sembrò che una delle finestre s'illuminasse ed apparisse una figura verde, curva, gobba, che teneva in mano una bugia, con una candela rossa accesa. Aveva il volto paonazzo, dai lineamenti grossolani. Pochi istanti dopo, quell'immagine svanì, oltre i rami spogli di quelle conifere, neri come la pece, sotto la luna d'argento.

Dovete sapere che le vecchie del paese, quelle dai volti rugosi, dai capelli canuti e che solevano lavorare alle macchine da cucire arrugginite e agli arcolai, andavano narrando delle storie che sapevano d'inverni e di bufere. Raccontavano che, nei primi anni del Settecento, dalle sfere vaghe dell'Oltretomba fossero discesi sulla terra i deva, per assumere sembianze umane e confondersi con i mortali. Erano in tutto e per tutto simili a loro, anche nei ricchi abiti borghesi, dai bottoni d'argento; sul capo portavano i tricorni, tipici dell'epoca, mentre le femmine indossavano le crinoline e i busti con cui si vestivano le loro rivali terrene. Poi, nel corso dei decenni e dei secoli, quei deva s'erano adeguati al mutare dei costumi, sempre imitando alla perfezione le sembianze umane. Ad ogni modo, quegli esseri si distinguevano dai mortali per il fatto di non essere soggetti né a vecchiaia, né a malattie, né a morte. Si narrava che le dee abitassero nei boschi, bevessero l'acqua pura delle fonti e si cibassero del sangue dei cigni appena sgozzati. Non erano buone, avevano i capelli biondi o rossi, i volti di bambola e stregavano i loro innamorati.

Alcuni deva si univano ai mortali e da quei connubi sanguinosi nascevano dei semidei.

Erano racconti che si narravano davanti ai camini accesi, alle stufe bollenti, nel brivido degli inverni in cui svanivano i bagliori confusi delle estati.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: