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lavoro pubblicato venerdì 13 marzo 2009
ultima lettura mercoledì 18 settembre 2019

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UNA FESTA DI SAN LEONARDO

di spadero. Letto 1072 volte. Dallo scaffale Fantasia

  SpaderoUNA FESTA DI SAN LEONARDO(Quando il parroco Parisi per poco non sferrò un colpo di asta a un acceso fedele che durante la processione aveva emesso una sacrilega bestemmia)      Era una festa di San Leonardo dell...

Spadero

UNA FESTA DI SAN LEONARDO

(Quando il parroco Parisi per poco non sferrò un colpo di asta a un acceso fedele che durante la processione aveva emesso una sacrilega bestemmia)

Era una festa di San Leonardo della prima metà di questo secolo, anno più anno meno, quando le strade del paese di Màscali erano ancora sterrate e non era raro che, giocando, al posto della palla di pezza si scalciavano i nudi sassi: un malo colpo che per alcuni minuti ci faceva vedere le cosiddette stelle, specialmente se si era scalzi, come d'estate.

Il simulacro del Patrono aveva già fatto il giro dei quartieri, per la grande occasione tutti infiorati e imbandierati; ora si attendeva che i portatori, che si erano già soffermati davanti alla facciata della Chiesa Madre, risalissero la scalinata e lo riportassero sull'altare.

La folla aveva lungamente seguito e applaudito il Santo per le strade del paese, in un tripudio di voci, di fiori, di lampade, di fiaccole, mentre egli procedeva senz'alcun segno di fatica: sereno, come sospeso, così lindo, così beato, così proteso in quella sua placida santitudine. Alcuni avevano l'impressione che egli udisse quegli evviva che si levavano con giubilo dal lungo corteo tra le strade e le case aperte e illuminate, dove sulle soglie, sui balconi, alle finestre, tanti altri fedeli plaudivano in estasi assieme alla restante moltitudine. A ogni applauso (che era talmente forte da superare lo stesso suono degli ottoni, dei piatti e della grancassa della banda al seguito della processione) ad alcuni - specialmente a noi ragazzi - pareva che la statua rispondesse con un lampo degli occhi, che si univa ai lampi delle fiaccole che erano appese ai muri, ai balconi, agli stipiti delle porte. Ci sembrava, quello del Santo, come un guizzo compiaciuto: un segno di celeste approvazione che egli inviava, non solo ai plaudenti, ma a tutti quanti i fedeli...E ce n'erano tanti: tanti che, in sacra meraviglia, lo ammiravano con occhi rapiti: se lo additavano a vicenda, ne lodavano i delicati lineamenti: « Com'è roseu! com'è cculuritu! quanti nn'avi bbiddizzi Sa' Lunaddu! » (Com'è roseo! com'è colorito! quante ce n'ha bellezze San Leonardo!).

I più accesi da zelo tra i fedeli cercavano di superarsi a vicenda per impeto delle voci, rispondendo sempre più forte al grido dell'Incitatore di turno: quasi a farsi udire, come per far giungere per prima la propria voce al Santo Patrono che li stava vedendo e ascoltando. L'Incitatore vociava a squarciagola: « Dicemiccillu tutti, ccu vvera fidi! » (Diciamoglielo tutti, con vera fede), e tutti rispondevano, a gran voce, sgolando con quanta forza e fede avevano in cuore: «Viva Sa' Lunaddu'....Viva Sa'Lunaddu... Viva Sa' Lunadduuu! » (Viva San Leonardo!...Viva San Leonardo!... Viva San Leonardo!).

Ma ora, per quel lungo cammino fatto dietro la vara del Santo nelle strade sparse di sassi - sassi che prima o poi finivano sotto le scarpe - la folla stanca si era momentaneamente fermata davanti alla scalinata della Chiesa Madre. Si dava tregua ai poveri piedi, dolenti anche per via di quelle scarpe nuove della festa. Ma questa pausa solo per qualche minuto. Poi tutti insieme avrebbero intrapreso la salita della breve scalinata dietro la vara del Santo per accompagnarlo fino all'altare.

Il corteo era stanco, ma anche soddisfatto. Il fedele si sentiva in pace con la sua coscienza per il dovere compiuto verso il Patrono. Perciò, c'era chi sorrideva, chi stringeva mani, chi faceva commenti sulla festa e magari confronti con quelle degli anni passati; feste che per taluni fedeli più anziani risalivano addirittura alla Vecchia Màscali, il paese travolto dalle lave dell'Etna l'anno 1928. Ma c'era - specialmente tra noi ragazzi - anche chi non vedeva l'ora di andare a togliersi quelle scarpe nuove che mozzicavano i piedi.

Qualche vecchio pensava malinconico chissà se lui ci sarebbe stato un altr'anno a quella festa...« Ma si Ddiu e Sa' Lunaddu òlunu...» Se volevano Dio e San Leonardo, quella grazia gliel'avrebbero fatta, si confortava il vecchio. Malgrado quella sua età non più giovanile, non rimaneva che sperare, dato che tutto era nelle sante mani di Dio e di San Leonardo.

Dai tre portali spalancati della Chiesa Madre ancora semivuota, ma tutta illuminata a giorno dalle lampade elettriche, dalle candele e dai lumini, giungeva fino alla folla della piazza odore di cera e di incenso. Dalle bancarelle salivano al cielo di mezzo autunno le luci vivissime delle lanterne ad acetilene e le voci dei venditori di càlia, di castagne arrostite, di zucchero filato, di spingi, di spinciuni che invogliavano la folla a comprare la loro rinomata merce.

Il parroco don Carmelo Parisi, ai piedi della scalinata della sua chiesa se ne stava immobile, le mani giunte e gli occhi al cielo. Attendeva in preghiera che i Mastri di Festa fossero pronti all'ascesa della vara del Santo in quel suo tratto conclusivo che lo separava dalla sua casa. Dopo tanti anni di studi di cose sacre in seminario per poter vestire quel suo abito, il prete da buon cristiano istruito ben sapeva che al solo Creatore si dovevano tributare i massimi trionfi, dato che i santi, per quanto degni di venerazione per la loro vita esemplare, per quanto eletti da Dio ed esempi di virtù, erano pur sempre degli intercessori. In tutte le centinaia di evviva che si erano levate dalla folla dei fedeli nel corso della lunga processione per le vie di Mascali, nessun evviva, nessun pensiero era stato rivolto al Padreterno, a colui che era dio non solo dei comuni mortali ma anche degli stessi santi, e quindi anche di San Leonardo. Ecco perché ora lui parroco si rivolgeva in preghiera al Padreterno, perché gettasse un'occhiata benevola su quell'umanità affidategli dal
Vescovo e della quale si sentiva responsabile. Lo ricordava lui il Signore, il suo umile servo, parroco di Mascali, in quella giornata solenne del beato Leonardo che gli sedeva accanto nei cieli: lo ricordava lui il dio di tutti, anche a nome dei suoi stessi parrocchiani...

La folla dei fedeli, si sa. per le feste dei santi patroni è portata a trascurare lo stesso Creatore, al quale si dovrebbe devozione più di tutti gli altri. E c'è magari chi, tra il popolino, pensa esclusivamente al suo patrono, non solo il giorno della di lui ricorrenza, ma anche per tutto il giro dell'anno, quasi fosse più importante dello stesso Padreterno. È a lui, solo a lui che si rivolge per ottenere grazie, favori vari, protezione, come se il Padreterno avesse per la testa troppi pensieri a cui badare, con tanti altri paesi e tanti altri esseri umani da proteggere sparsi per ogni dove nel creato.

Ecco perché tra la folla, che si era momentaneamente fermata, e ora parlottava, esplose improvviso il cuore appassionato di un fedele. Era un corpacciuto pisciaro, alto e capelluto, inquietante per via di quel suo volto acceso dagli occhi che fiammeggiavano, il quale si era esaltato in quella processione nelle sue qualità di arcidevoto a San Leonardo.

Guai a chi glielo toccava! Dato che secondo lui San Leonardo gli aveva concesso un altro dei suoi miracoli, il pisciare quella sera lo aveva ricambiato: si era cristianamente disobbligato come il Santo meritava: sgolandosi per tutta la lunga processione nelle strade di Màscali a incitare la folla, urlando a pieni polmoni, a occhi di fuori, a vene gonfie del collo: «Dicemiccillu tutti ccu vvera fidi! » e lui stesso con tutti gli altri fedeli rispondendo con forza e fede moltiplicate: «Viva Sa' Lunaddu!...viva Sa' Lunaddu...viva Sa' Lunadduuu! (Diciamoglielo tutti con vera fede...Viva San Leonardo!...Viva San Leonardo!...Viva San Leonardo!)

Il devotissimo pisciaro giurava che il Santo di miracoli ne aveva fatti tanti. Ne aveva fatti a suo padre, al padre di suo padre. Era da tempo immemorabile che la sua famiglia era sotto la protezione di San Leonardo: e quindi essi, di padre in figlio, si erano trasmessi la devozione per lui. Ma ora, quella sera, il devotissimo pisciaro non riusciva a capire, a capacitarsi... non riusciva a capire e a tollerare quell'im-provviso inaccettabile silenzio dei compaesani, fermi ai piedi della scalinata: così, come se nulla fosse, come se - signori miei - fossero a una processione qualsiasi, e non invece al seguito di un santo così grande come appunto San Leonardo!

Perché proprio ora quel silenzio improvviso? mugugnava il pisciaro, tutto compreso in una tensione raccolta pronta a esplodere: e perché proprio nel momento in cui il Patrono si stava avviando a ritornare sul suo altare?... Insomma: perché quelli non inneggiavano più a Sa' Lunaddu?...Si era fermata pure la banda...

Era quella un'offesa, un sacrilegio, una mancanza di buona educazione verso il santo che da tempo immemorabile custodiva la sua casa e il suo paese. Era, quello, perciò, un silenzio che il molto devoto pisciaro non poteva assolutamente tollerare. Ragion per cui, tra la folla che si era un po' fermata, stanca di tanto camminare, d'un tratto esplose una voce inferocita: « Porcu***! dicemiccillu tutti, ccu bbona fidi, viva Sa' Lunadduuuu! » (Porco***diciamoglielo tutti, con vera fede: viva San Leonardo!) E tutti, meccanicamente, nell'improvvisa ripresa eccitazione religiosa, senza far caso alla sacrilega espressione, senza riflettere, nello slancio genuino e irresistibile della fede: « Vìva Sa ' Lunaddu'.... Viva Sa' Lunaddu...viva Sa' Lunadduuu!»

Fosse stato un altro sacerdote, sarebbe certamente solo rabbrividito per cotanta bestemmia dovuta all'impulsività e all'ignoranza, e, per non dare scandalo avrebbe fatto finta di non avere udito. Ma padre Parisi era un sacerdote che non guardava a nessuno in faccia se c'era di mezzo la difesa della religione. E quella volta non se la sentiva proprio di lasciare andare e di porgere l'altra guancia, cosi come gli prescriveva il Vangelo. Infatti un tale imprecazione urlata in una pubblica processione religiosa era inconcepibile, era crudele, era bestiale. E poi lì c'era di mezzo il suo stesso dio: il dio per il quale lui aveva sacrificato la sua esistenza, mortificato la carne, rinunciato alla sua completezza d'uomo.

Nella pausa di silenzio che seguì il terzo "evviva", s'udì perciò la voce roca del parroco che al sacrilego rozzo pisciare urlava con la bava alla bocca, scagliandoglisi contro: «Porcu!...porcu! u porcu si ttu!» (Porco!...porco!... il porco sei tu!).

Il porco era quello lì. Glielo urlava con tutta la voce e il fiato che avevano i suoi polmoni, i radi peli del capo rizzati anch'essi di furore. Era appunto quello scomunicato il "porco" e non il Signore! E, se non lo bloccavano in tempo gli stessi "mastri di festa", chissà se il prete, nell'impeto dell'annebbiamento della coscienza, non dava davvero a quello lì un colpo di asta del crocifisso direttamente in testa, anche se il pisciaro era proprio uno di quelli che si stava preparando a metterci più forza e più impegno nello spingere la vara del Patrono dentro la sua casa.

Glossario

VARA, fercolo

CÀLIA, ceci abbrustoliti

PISCIARO, pescatore, pescivendolo

SFINCI, da "sfincia", pasta fritta gonfiata, condita con pessettini di acciughe o d'altro

SFINCIUNI, da "sfinciune", vivanda a base di riso.

MASTRI DI FESTA, organizzatori della festa



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