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lavoro pubblicato sabato 28 febbraio 2009
ultima lettura domenica 18 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL SOGNATORE BLU

di Dunklenacht. Letto 620 volte. Dallo scaffale Fantasia

Capitolo Decimo. Il primo anniversario. Aurora e Philippe rimanevano avvolti in un torpore amoroso che concedeva loro soltanto dei rari slanci di vi...

Capitolo Decimo. Il primo anniversario.

Aurora e Philippe rimanevano avvolti in un torpore amoroso che concedeva loro soltanto dei rari slanci di vicendevole passione.

Fortunatamente, i brutti momenti di dolore e smarrimento erano trascorsi. Nondimeno, avevano lasciato il loro segno nei due amanti.

Chissà! Aurora si era domandata spesso se quelle tracce fatali avrebbero segnato inesorabilmente il resto della sua vita con Philippe. Ma non aveva trovato risposta.

La tempesta era ancora sopita. Alla bella sembrava un risveglio come tutti gli altri, invece non lo era.

Tra gli sbadigli, una volta si accorse di essersi svegliata in un giorno particolare. Era l'anniversario del loro matrimonio!

"A che cosa servono queste date" si diceva "se non ad accrescere un senso di viva malinconia?".

Si stropicciava gli occhi, perché era ancora un po' assonnata.

Ella sperava che arrivasse una nuvola rosa, con il ricordo delle dolcezze lontane di quel giorno. Forse, avrebbe coperto pateticamente le loro tristezze, come in una favola.

Guardava Philippe, il quale continuava a sonnecchiare sul letto, accanto a lei. Sarebbe mai stato di nuovo affettuoso?

Erano le sette.

I due si alzarono, fecero colazione come al solito. Nulla sembrava sorridere alla letizia. Gli occhi del sognatore blu erano spenti a qualsiasi entusiasmo. La guardavano, languidi, per poi nascondersi celeri e sfuggenti. Non si sarebbe potuto indovinare cosa provasse, quel mattino.

Entrambi desideravano il sorriso.

Philippe disse alla sua amata:

- Vuoi venire?

- Dove? - chiese lei.

- Non lo so.

Dovevano uscire, volevano uscire. Lui la prese per mano, non voleva costringerla...

- Vieni, andiamo - le sussurrò.

Salirono sulla loro automobile e partirono, lentamente, silenziosi. Non vi fu un solo sospiro.

- Sarà un lungo viaggio? - chiese Aurora.

- No, affatto - le rispose il nostro protagonista, continuando a guidare con calma.

Le sue mani portavano i suoi bei guanti di pelle, teneva il volante con la maestria di un perfetto autista.

Attraverso il finestrino, la cara arpista poteva ammirare Pontvieux-sur-Lasson, i cui edifici s'innalzavano al cielo in tutta la loro maestosa meraviglia.

Oh, era già passato così tanto tempo dal giorno del loro matrimonio e dal terribile momento, in cui la città era crollata per sempre! Impossibile rivederla nelle ricostruzioni, bello sognarla, bello cercare di immaginarla com'era un tempo, preziosa, unica, ma così fragile!

In quegli istanti, Aurora avrebbe pianto a calde lacrime per la sua Pontvieux-sur-Lasson perduta e forse lo aveva già fatto ardentemente, in gran segreto. Allora, avrebbe lasciato scorrere volentieri le lacrime dai suoi begli occhi, ma non ci riusciva!

Quel giorno desiderava essere felice, ma non poteva esserlo nemmeno nelle dolcezze di un rimpianto!

Philippe non voleva saperla infelice.

I due si dirigevano là, dove un tempo sorgeva la magnifica cattedrale, dove speravano di sentirne ancora il fascino e la maestà, almeno nell'animo.

S'illudevano!

Arrivarono. Philippe volle che Aurora scendesse dalla macchina, per provare insieme a lei delle emozioni che neppure s'immaginava.

Era come se la sua intenzione fosse stata quella di mostrarle, in un solo mattino, quanto fosse mutato il volto della città e quindi del loro amore.

- È forse per rattristarmi, che mi porti qui? - chiese Aurora, quasi delusa.

- No, pensavo di poterla rivedere!

Così le rispose lui, con una voce divenuta morbida e vellutata, come un tempo.

Egli comprese quanto amaro disagio le procurasse la vista di quel luogo, per lei fatale e rovinoso. Le mise una mano sulla spalla. Non voleva rimanessero là. Aurora lesse forse nel suo cuore un'intenzione sublime, ma non volle farsi delle illusioni.

Risalirono in macchina.

Philippe vide le lacrime della moglie, che, freddamente, riusciva a piangere. Gli parve un languido pianto!

- Non fare così - le disse. - Non fare così...

Quelle parole ebbero il potere di commuoverla più profondamente di quanto si potesse immaginare.

- No, Aurora! - riprese il sognatore blu. - Così fai piangere anche me!

- È troppo - rispose lei - e non posso...

Che cosa non poteva? Lasciò la frase in sospeso, perché anche il suo cuore era sospeso. Lui sembrava dimentico di ciò che c'era stato una volta, pareva che la grande passione di allora si fosse definitivamente spenta nel suo intimo!

Perché mai? Com'era potuto succedere? Ad ogni modo, egli la accarezzava, malgrado l'altra quasi non accettasse le sue mani.

Aurora smise di piangere, ma rimase pensosa.

Le sembrava di rivedere luoghi familiari, che ciò che vedeva fosse realmente Pontvieux-sur-Lasson e se ne rallegrava.

Arrivarono ad una chiesina.

Era là che il povero don Guglielmo aveva celebrato tante volte la messa. Era una chiesa piccola e bellissima, dove la cara arpista era entrata tanto sovente per pregare. Avevano appena finito di ricostruirla. Era proprio come allora.

Philippe prese Aurora per mano e le mostrò, con l'indice, il luogo sacro.

- È meraviglioso, amico mio - disse lei.

Ma il suo amato aveva qualcosa da dirle. Erano parole che aveva fatto crescere dentro di sé, come una pianta, appartenente a chissà quale specie botanica. Egli gliele disse guardandola negli occhi e stringendola tra le sue braccia, là, su quel prato:

- Aurora, l'amore nei tuoi confronti non è mai venuto meno in me. Ti appartengo e tu lo sai. Oggi è il primo anniversario del nostro matrimonio e nel dolce ricordo di quel giorno, in cui è esploso il nostro amore, ti auguro di essere felice per sempre. Ti prometto che lo sarai, che lo saremo, ed è come se fosse ieri, perché ti amo allo stesso modo, se non di più, malgrado sembri impossibile.

La bella era piena di tenera commozione.

- Allora - gli mormorò, con voce soffocata dal suo sentimento amoroso - non te ne sei dimenticato!

- Oh, e come avrei potuto? Sei l'essere al quale tengo di più al mondo!

- Ah, Philippe, quanto dolci sono le tue parole e quanto grande è il tuo cuore!

Sul sagrato della chiesa i due amanti vissero di un abbraccio eterno e appassionato. Era come se don Guglielmo, dall'alto dell'infinità, da dentro i loro cuori, li guardasse, amorevolmente uniti, e i due sposi sentissero la sua benigna presenza.

Sì, era lui, era lui che aveva donato loro quell'istante!

Don Guglielmo, il povero, caro don Guglielmo...

- Aurora - disse Philippe, tutto premuroso - ti vorrei regalare...

- No - gli rispose lei, affettuosa, sfiorando lievemente le sue guance virili e posandovi un tenero bacio. - No, amor mio. Che cos'altro di più prezioso di queste parole potresti mai regalarmi?

Per Philippe, Aurora era tutto ciò che un uomo potesse desiderare al mondo.

Dopo tante sensazioni vissute nell'intimo ed avvolte in una caliginosa dolcezza, la bella arpista apriva i suoi begli occhi, che fino a poco prima erano rimasti languidamente socchiusi. La prima immagine nitida che si formava nelle sue pupille era il volto del suo Philippe.

- Oh, che cosa mi succede? Non ricordo di avere mai provato tanta gioia in vita mia!

Così sussurrò la nostra protagonista, il cui volto brillava come il sole.

- È come un ardore, che mi divora - aggiunse poi l'innamorata.

- Andiamo a casa? - le chiese il suo amante, prendendole la mano. - Ci sarà la festa.

- La festa?

- Sì, una festicciola intima, segreta, ma infinitamente allegra. Ho invitato una persona.

- Chi?

- Germana.

- Non l'avrei mai sperato. Philippe, io non ho mai dubitato del tuo amore, ma ora mi fai capire quanto è grande. Anch'io ti amo, follemente.

Non c'era più tempo per parlare; era come se ogni parola, ogni sguardo innamorato li soffocasse di felicità.

A casa, presto! Come due uccelli in amore, due cigni bianchi e immacolati, che nuotano sull'acqua cristallina! Come due stelle vicine, che splendono tanto da sembrare una sola!

Ecco, arrivava l'amica dell'amore, arrivava lei, Germana... Stavano tutti quanti insieme.

No, la nuova venuta non turbava la loro intimità, non impediva che i loro occhi si parlassero e scintillassero di una luce fulgente, quanto quella che aveva illuminato il loro primo incontro!

Le loro mani si cercavano, come se si fossero appena innamorati.

La loro ospite era toccata da quanto vedeva e capiva.

- Di passioni intense e amori tanto languidi non ve ne sono molti e questo è il caso più irripetibile - sussurrò loro.

C'erano le paste, i pasticcini, i bon-bon e tutto ciò che si sarebbe potuto desiderare per allietare un meriggio qualsiasi.

Era un anniversario memorabile e lo era ancor di più, perché il loro amore appariva raggiante e senza nubi. Sembrava che quel giorno non dovesse passare mai. Fino a quando l'uno fosse rimasto al fianco dell'altra, non ci sarebbe stata una fine. Era come un frutto, che maturava nell'intimo dei due amanti, sino a raggiungere la perfezione.

Quella sera, in vestaglia, Aurora contemplava le immagini che le rimanevano di quel bel giorno, le sfogliava, una dopo l'altra, piena di letizia. Sembrava che la malinconia non potesse ghermirla, perché sapeva di avere il suo Philippe accanto, il suo tesoro era con lei per sempre... Chissà quanti altri giorni gioiosi sarebbero venuti, si diceva la bella. Il suo amore glielo prediceva.

Ma la cara arpista, allorché accese il suo abat-jour, s'accorse di qualcosa di cupo, che le stava intorno.

Ah, Cielo, che cosa mai poteva essere?

Aurora si prese la testa fra le mani. Oh, la testa, quella testa, era diventata piombo insopportabile. I brividi la aggredivano nel suo letto e sudava freddo. Quanto stava male, quanto stava male! Sembrava che quel malore improvviso non dovesse passarle mai!

Il male la affliggeva, la struggeva.

La nostra protagonista singhiozzava, quasi avesse capito tutto. Avrebbe voluto strapparsi quegli occhi, che bruciavano di dolore, staccarsi quella testa, pesante e insopportabile, strapparsi i bei capelli, che le ricadevano infuocati sulle spalle e la bruciavano. La sua bella pelle diveniva livida. Il suo volto era pallido, perché la bellezza lo aveva abbandonato, sì!

Era fredda, di ghiaccio.

Che cosa poteva dire? Poteva gridare? Poteva lamentarsi? No, il suo male non glielo permetteva.

Finalmente, passò.

Ad ogni modo, le era accaduto qualcosa di troppo inquietante, perché la mente sua non ne risentisse negativamente. Tutto il suo corpo era stato scosso, insieme alla sua anima.

Per fortuna, ella aveva ancora Philippe al suo fianco. Poteva rifugiarsi in lui e lasciarsi consolare dalla loro passione.

Forse, però, non sarebbe bastata.

Ben presto s'accorse di avere delle altre crisi. Tutte le sue energie venivano meno e la sua mente svaniva.

"Ma che cosa mi sta succedendo?" si chiedeva. "Oh, non sarà mica...".

Sospettò il peggio, l'assurdo. Purtroppo, oramai non era più in grado di ragionare ed attraversava dei momenti di pazzia.

Non disse nulla al suo amato, perché temeva di rattristarlo inutilmente; si ripeteva, quasi in continuazione, che non era nulla, sarebbe passato presto, senza lasciare traccia.

Invece, la sua salute svaniva, per lasciare il posto a delle sofferenze indicibili.

Una volta, mentre passeggiava lungo uno dei viottoli di Pontvieux-sur-Lasson, si accorse di essere rimasta sola. Si disse che non c'era nulla da temere, doveva soltanto fare attenzione a non inciampare. Tuttavia, aveva la sensazione che la vista le si annebbiasse, che gli occhi suoi non potessero più vedere il mondo nitidamente. Tutto era confusione e languore. Affrettò il passo, come se qualche cattivo la stesse seguendo.

I suoi sguardi fuggivano, cercavano di guardare attraverso le finestre delle case, che avevano le inferriate e i tetti spioventi, la testa le girava.

No, non era il corpo, a farle male.

Si fermò. Non riusciva più ad andare avanti. Si mise le mani sugli occhi, che le bruciavano. La testa le stava per scoppiare.

Era giunta dinanzi ad una casa che sembrava fatta tutta di legno, era dipinta di rosso, fuorché il tetto e le imposte, che erano nere come la pece. Sulla sommità del tetto avevano posto una sorta di gallo di ferro battuto, che indicava in quale direzione soffiava il vento. Davanti all'uscio c'erano come delle cariatidi lignee, che raffiguravano esseri mostruosi. Il cigolio cupo di una finestra che si apriva colse inaspettatamente la nostra bella, tanto che le fece battere il cuore per l'ansietà.

- Fermati, Aurora! - le gridò qualcuno, con voce gutturale.

- Oh! Che cosa c'è? Che vuoi? - sospirò lei, mettendosi una mano sul petto. - Ti avevo detto di sparire, di non torturarmi più!

Lo vedeva, sì, ma nei bagliori di una visione. Le parve che vi fosse ben poco di reale in quanto allora le comunicavano i sensi.

Era Augusto, con gli occhi sbarrati, infuocati, e i capelli ritti sulla testa.

- Che cosa vuoi? - ripeté la sventurata arpista. - Che cosa c'è?

- Aurora! Aurora! Aurora... - mormorò il suo interlocutore. - Tu non mi hai perdonato!

- No, non ti ho perdonato...

Così gli rispose lei, in un mormorio. Oh, ma non riusciva più a reggersi sulle gambe, il suo corpo sfuggiva al suo controllo! Le sensazioni più forti erano quelle che le provocavano le parole cupe di Augusto.

Aurora si accorse che la finestra aveva un'inferriata, accesa e rossastra come il ferro fuso di una fornace. Non riusciva a guardarla, perché quella luce maledetta la accecava. Un fumo grigiastro, che sembrava stregato, si propagava da quel metallo.

Quell'essere le parlava da dietro le sbarre arrugginite, il suo volto era divenuto del loro stesso colore!

Aurora stava male. Credeva che fosse tutta colpa di quella sua triste serie di malori.

- No, non sei così fortunata - le disse Augusto, che le aveva letto nel pensiero. - Quello che vedi è la realtà...

- Lasciami in pace! - gridò l'infelice. - Ti prego, vattene!

- Ora tu ascolterai le parole che non potrai mai dimenticare e che ti tormenteranno in eterno!

- Non riesco a respirare, il mio cuore soffoca nella disperazione...

Era come se la notte fosse calata proprio in quel momento. L'etere era divenuto di un rosso ardente e cupo. I pipistrelli disegnavano nel cielo la tragicità dell'inferno. Volavano disordinatamente, oscuri come le tenebre. Gettavano le loro grida sorde, con la voce del mistero.

- Sei maledetta, Aurora! - diceva Augusto, dagli abissi. - Sei malata! Sì, sei malata!

- No! - gridò lei, tutta sconvolta.

- Per colpa tua io sono maledetto. È per causa tua che io sono dannato, in eterno. Tu mi hai negato il tuo perdono! Mi hai fatto precipitare nelle viscere del dolore! Tu hai tentato di essere felice ugualmente, tu hai ritrovato l'amore per Philippe! Ah, ma non potrai avere la pace, non riuscirai a vivere!

L'altra si fece di ghiaccio.

- Tu, Aurora - aggiunse lentamente, con accento esiziale, Augusto - morirai.

- Ah! - si lamentò l'altra, piegandosi in due e quasi strappandosi i capelli, perché la sua sofferenza si faceva insopportabile. - Ti prego, no!

- Sì, invece, sì, sì, sì, sì! Io ti impedirò di essere felice e riceverai una punizione infinita!

La sventurata si mise le mani nei capelli, che, scarmigliati, le ricoprivano il volto. Vedeva il ghigno sinistro di Augusto e continuava, suo malgrado, a sentire quello che le diceva.

- Non ci sarà rimedio, né medicina, né medico in grado di curarti - mormorò quell'essere cupo. - Il male ti colpisce oggi e ti colpirà ancor più atrocemente domani, perché è dentro di te!

- Oh, Dio, dimmi tu che cosa ho fatto, per meritare questo! - esclamò la poveretta.

- Il male! Dentro di te, ogni affetto si inaridirà, così come si sono inaridite le tue rose e morirai disperata, sola, abbandonata!

Quel giovinastro era un mostro. La sua voce disumana, il tono glaciale con il quale le parlava, le fecero provare in anticipo tutta l'agonia che stava per assalirla.

- Augusto, io ti perdono! Ti perdono, ti perdono! - disse la nostra protagonista, giungendo le mani, in un ultimo tentativo disperato.

- È troppo tardi! La tua situazione è irreparabile! A che cosa servirebbe ora il tuo perdono? Sarebbe soltanto vano, quanto un autunno di foglie vizze ed illusioni!

La bella stava per morire, ne era certa. Aveva dei sussulti tremendi, che le torturavano l'anima.

- Sarai dannata, Aurora - le gridò il perfido, fatalmente. - Le fiamme degli inferi ti divoreranno e ciò che provi ora è nulla, in confronto alle pene che ti affliggeranno un giorno!

Era troppo.

La sventurata cadde a terra, si guardò le mani, che erano diventate simili a quelle di uno scheletro, mentre dalla sua bocca uscivano delle bave.

- Allora, non c'è nulla che io possa fare! Nulla, per salvarmi! - gridò la bella.

Il suo interlocutore le rispose ghignando.

Anche lui era prigioniero, perché era stato catturato, inesorabilmente, dal dolore.

- Vattene, Aurora! Vattene, vattene, se non vuoi morire ora, se non vuoi essere privata anche dei tuoi ultimi giorni di vita sulla terra, che saranno i tuoi ultimi istanti di luce, prima di precipitare nelle tenebre!

Questo le urlò quell'essere fatale.

- Aspetta, Augusto! Augusto, ti supplico! - rantolava la maledetta. - Ti scongiuro, non privarmi di Philippe! Lasciami almeno...

- No! No! No! Questi ultimi giorni saranno come un dono, per te, non li meriteresti neppure...

- In nome del Cielo! Augusto!

- Se non te ne andrai, mi prenderò anche lui!

Aurora tentò di fuggire, benché il caos la dominasse. Tutto era così struggente! Ella si alzò, ma era troppo debole... Vacillò, si appoggiò al muro, che non voleva reggerla. Osò guardare la finestra stregata, attraverso la quale le aveva parlato quell'orribile essere, ma non c'era più nulla. Quella casa spettrale era svanita.

- Vivrò, nella morte! - mormorò l'infelice arpista, il cui petto si sollevò per un profondo singhiozzo.

Gli occhi della sventurata, dopo quella atroce ed abbagliante visione, non videro che ombre. Nell'anima sua c'era una ferita profonda, che non si sarebbe mai rimarginata. Forse, però, non aveva un'anima.

Dove andava? Cosa faceva?

Aveva perso la testa.

- Hai una malattia, hai una malattia, hai una malattia - ripeteva la nostra protagonista, tappandosi le orecchie per non sentire la voce che la divorava dall'interno.

Sì, era ammalata, ormai non poteva più dubitarne.

I suoi affanni, i suoi malesseri si intensificarono, divennero via via sempre più insopportabili. Lei cercava in tutte le maniere di dissimulare a Philippe la sua cattiva salute. Ma ormai non aveva più vita.

Di notte non riusciva a dormire e il giorno, per lei, non era che una successione di colpi mortali, che una forza malvagia non si stancava di infliggerle.

Ma ad affliggerla c'era qualcosa di ben più grave. Era la paura che il suo amato potesse indovinare, si potesse preoccupare, disperare per lei, inutilmente!

Ella doveva tacere, tacere e tacere!

Si chiudeva in se stessa e, ogni volta che il suo compagno affettuoso le sembrava strano, gli sorrideva. Si disse che non sarebbe potuta andare all'ospedale. Ad ogni modo, avrebbe almeno avuto la felicità di morire accanto a lui, tra le sue braccia, confondendo con i sospiri amorosi il suo ultimo anelito.

Di tanto in tanto, vedeva la sua tomba: nera, vuota, avvolta dalle fiamme, la aspettava. Che triste sorte, la sua! E l'avello non sarebbe stato altro che l'inizio del suo dramma!

La sventurata non riusciva ad allontanare da sé quell'infausto pensiero.

Aurora volle farsi visitare, in gran segreto. Forse, c'era una cura e poteva sperare! I medici controllavano il suo corpo, lo esaminavano, lo toccavano, ma alla fine tutti le concedevano uno sguardo colmo di compassione e le dicevano con parole commoventi che, purtroppo... Oh!

Le raccomandavano di farsi coraggio...

- Come? - chiedeva lei. - Spiegatemi come! Oh, siamo ben infelici, noi umani!

E non riusciva a dire altro.

Poteva soltanto nascondersi il volto tra le mani, mugolare, gemere, lamentarsi, piangere!

Ma i suoi lamenti non facevano che accrescere il suo dolore, che non le concedeva quasi più tregue. Era come un freddo assassino, che la privava della vita a poco a poco, succhiandole il sangue. Lei non voleva morire... No, non voleva! Amava il suo Philippe e pensava che presto avrebbe cominciato ad inquietarlo, a dargli fastidio, a provocargli delle angustie.

L'alba succedeva al tramonto, il sole alla pioggia, la luce alle tenebre, tutto passava.

Non le restava più molto tempo.

Almeno, aveva capito come sarebbe stata la sua fine. Aveva immaginato tutto: il terribile momento, i sentimenti che avrebbe provato, ma non quanto le sarebbe accaduto dopo. Vivere uno squarcio di serenità, durante quei giorni, era diventato assolutamente impossibile. Era tempo! Aurora doveva andarsene, prima che fosse troppo tardi. Lei non voleva che tutto diventasse irrimediabilmente triste, perché avrebbe contagiato con la sua disperazione anche Philippe!

L'ultimo giorno, per lei, ebbe le sfumature atroci degli ultimi spasimi.

L'ammalata non poteva godere della luce, ma era già da molto tempo che non riusciva a vederla.

"Ah, per fortuna sono arrivata al capolinea!" si diceva, senza farsi la benché minima illusione. "È stata dura, è stato difficile, chissà come è stata, quest'agonia!".

Il suo amante non faceva che guardarla con occhi compassionevoli ed era assai pensoso.

Scendeva la sera, l'ultima sera.

Aurora tremava. Sapeva che, per lei, non ci sarebbe stata un'altra giornata da vivere. Chiudeva gli occhi; si ripeteva, mentalmente, con veemenza, ciò che doveva dire al suo Philippe e quello che stava per accadere.

"No, il male non lo toccherà" pensava. "Ha preso soltanto me e soltanto me porterà via con sé".

Era debole, molto debole, ma la situazione estrema ed il suo grande coraggio le davano la forza per agire.

Quando le parve che il sole fosse tramontato definitivamente, si mosse.

Era come se il suo amato aspettasse da lei delle parole, una sorta di implicita spiegazione di tutto.

- Philippe, vuoi che andiamo a fare un giro? - gli chiese Aurora, sforzandosi di ritrovare tutto il suo ardore.

- Un giro? A quest'ora? - rispose lui.

- Sì, nella tua Bugatti rossa, quella nuova.

Era notte. Lui non riusciva a comprendere la ragione di quella proposta, ma forse, il suo cuore, sì.

I due salirono in macchina. Il raggio di luce dei fari tagliava come una lama l'oscurità notturna. Il motore della Bugatti da corsa rombava forte.

- Andiamo al boschetto degli aceri - mormorò Aurora. - Gli aceri rossi, lungo il fiume, dove c'è il Ponte degli Amanti...

- Sì, lo so... Conosco quel luogo.

La bella riusciva a stento a tenere aperti gli occhi suoi, che erano spenti, ma, una volta, avevano brillato. Il suo tremulo sguardo si perdeva nel nulla.

Quasi vanitosa, quella notte aveva voluto essere più bella del solito, ma il suo volto tradiva i suoi affanni.

A poco a poco, cominciava a piovere.

Aurora intravedeva appena le grosse gocce, che precipitavano sul parabrezza, scrosciando. Come avrebbe voluto che la pioggia fosse arrivata anche dentro di lei e l'avesse liberata dalla torbida inquietudine, dal travaglio ininterrotto e martellante che la divoravano! Ella non poteva più pensare, eppure aveva delle cose importanti da dire al suo Philippe. Erano le ultime cose. Doveva ricordarsele, ma ogni sforzo della mente, per lei, era una pugnalata.

Durante il breve viaggio, i due amanti non incontrarono anima viva.

La luna giocava a nascondino con le nubi ed imbiancava scialba gli edifici che incontravano lungo il tragitto e sui quali si posavano mesti gli sguardi di Aurora.

- Non andare troppo forte, Philippe - disse lei. - Devo dirti alcune cose...

Ma erano arrivati. Il suo amato aveva fermato la Bugatti sotto gli alberi. Le loro ultime parole si sarebbero confuse con il bruire argentino della pioggia.

La nostra protagonista ansimava. Disse al suo caro:

- Philippe, fino ad oggi, fino a questa sera, io ti ho sempre amato profondamente. Non ho vissuto che per te. È soltanto per merito tuo che sono stata felice, in questa vita!

- Anch'io - le rispose lui, ma avrebbe fatto meglio a tacere.

- È vero, è vero, tu mi hai resa felice e il tempo trascorso senza di te...

- Che cos'hai?

- Niente, niente... Continua a guidare, Philippe, anche se siamo fermi... Continua a vivere e non preoccuparti per me! Ho commesso parecchi errori, lo ammetto. Forse, non è stato soltanto a causa della mia fragile natura. Forse, è stato a causa del mio amore, troppo intenso! Oh, non so nulla!

- Calmati, Aurora, sei agitatissima!

- No, non lo sono. Ti giuro che il mio male non riuscirà a farmi tacere in questo istante!

- Che cosa stai dicendo? A che cosa mirano le tue parole? Che hai? Mi stai facendo perdere la testa...

- Manca molto perché arriviamo?

- No, siamo già arrivati...

- Va' piano, Philippe... Ricordati di non avere mai fretta, di non scherzare mai, nemmeno con te stesso...

- Ma come parli? Eppure, sei tanto bella, sei truccata e ti sforzi, tristemente, di sorridere! Aurora, c'è qualcosa che ti uccide? Dimmelo, ti prego!

- No, non è nulla. Non voglio che tu soffra!

- Mi sembra che tu stia delirando, ma dolcemente, appassionatamente.

- È un po' per colpa mia... Avrei dovuto comportarmi meglio in questa vita e non lasciarmi soffocare dalle passioni. Se soltanto avessi saputo perdonare!

I suoi erano accenti di inconsolabile rimpianto, di tragico rimorso.

- Non ti posso capire, o forse ti capisco, anche troppo - mormorò Philippe. - Ma perché, perché, se è vero quello che mi sembra di vedere in questa nebbia, tacere fino ad ora?

- Per te, per la tua felicità - rispose lei.

- Avresti potuto...

- No, Philippe! Sarebbe stato inutile, sarebbe stato distruggere un altro cuore! Io ti voglio bene... Nessuna donna avrebbe potuto volertene più di me, credo, ma ora! È davvero impossibile evitare che accada.

- Vuoi dire che...

- Lo temo. Se sapessi che non può capitare non lo temerei, ma so che quell'istante arriverà...

I due amanti erano arrivati. Alla destra di Aurora si delineava il boschetto, sommerso dalla notte.

- È vicino, Philippe! - sussurrò la bella, stringendo la mano del suo amato. - Sì, è vicino, vicino, vicino...

Il sognatore blu spense il motore della Bugatti, che era rimasto acceso. Il picchiare insistente della pioggia soffocò le parole della sua donna.

- E ora, che farai, cosa mi dirai? - le chiese.

Aurora taceva.

Gli occhi suoi, umidi ed ormai incapaci di vedere, si fermavano sulle fronde bagnate del bosco.

Le foglie degli aceri, sotto il candido lucore notturno, splendevano, lucenti e soavi. Il loro tremulo lume vagava nell'oscurità, misteriosa quanto il cupo crepitare della pioggia.

La bella arpista aveva in mente il volto di Marghot, che, dal profondo, sembrava chiamarla.

Sì, forse le gridava qualcosa. Era come riascoltare le parole che aveva udito da lei l'ultima volta che si erano incontrate. Erano dei sussurri sinistri, quasi spaventosi, che la tramortivano.

La nostra protagonista sentiva che qualcosa stava per prenderla e si impossessava, a poco a poco, della sua vita.

Era la fatale rapitrice dell'ignoto, che gli umani chiamavano morte.

"No!" gridava Aurora, dentro di sé. "Non voglio! Lasciami almeno un ultimo secondo, per Philippe!".

Ma si rivolgeva al nulla.

Cercò di dare un ultimo abbraccio al suo amato. Doveva dirgli un'ultima cosa, ma non aveva più parole da proferire, né voce per parlare.

Capì allora che sarebbe potuta essere più eloquente che mai, anche solo con un'effusione.

Il bacio, il caldo e timido bacio sulla bocca, che gli diede, fu il suo ultimo messaggio per lui. Mentre lo riceveva, Philippe sentiva sulla sua pelle un tocco glaciale, disumano ed affettuoso ad un tempo.

"Un morbo fatale la distrugge, l'ha distrutta" diceva tra sé il sognatore blu. "Non posso fare altro che soffrire".

Aurora non voleva andare. Gli prendeva la mano, cercava di stringerla, con i suoi ultimi aneliti di femminilità.

- È vero, mi amavi veramente, Aurora, ed io non posso lasciarti... - mormorò Philippe.

L'arpista era silenziosa, non le restava altro da fare che ciò che sapeva.

Eppure, gli occhi suoi parlavano ancora.

Le sue lacrime, vaghe e disperate, commossero Philippe, che non riusciva nemmeno ad asciugarsi gli occhi.

Lui volle che lei gli appoggiasse la testa sulla spalla. Allora, la sentì palpitare. Erano i suoi ultimi respiri.

La pioggia cadeva, più copiosa che mai.

Una voce impetuosa chiamava Aurora, la quale non poteva rifiutarsi di obbedire.

Quale voce?

Qualcuno rubava per sempre il tesoro di Philippe, si impadroniva per sempre di ciò che li aveva resi felici.

- Ora va', è tempo che tu vada - disse lui, guardando il suo orologio d'oro, che aveva comprato a Lione.

Aurora aprì lo sportello della Bugatti.

Invano il suo amato si era illuso di poter udire da lei una risposta.

Invano la guardava, la contemplava, mentre si sforzava di scendere.

Che cosa ne sarebbe stato di lei?

Aurora era scesa. Chiuse la portiera, soltanto con un lieve rumore. Debole, pallida, prese a camminare verso il bosco degli aceri rossi, verso il corso d'acqua e il ponte ove aveva incontrato Marghot prima che morisse. Camminava, camminava, a piccoli passi, i suoi piedi affondavano leggermente nella terra molle, la stessa che si preparava a riceverla. La pioggia la infradiciava, i suoi capelli inariditi e bagnati diventavano del colore delle tenebre. Si accorgeva di quanto il suo corpo fosse consunto e la sua anima illanguidita. "Oggi per me il mondo cessa di esistere" pensava la donna. "E non ci sarà alcun domani, per me". La freschezza della pioggia le ricadeva leggermente sul palmo della mano.

Era come se, goccia dopo goccia, il diluvio la cancellasse.

Ora Philippe la poteva distinguere soltanto a stento, attraverso il parabrezza della Bugatti. La bella stava diventando, a poco a poco, invisibile.

Man mano si addentrava nel bosco, la vegetazione, umida e scrosciante, la nascondeva.

Aurora non si vedeva più. Era scomparsa, tristemente scomparsa.

La vanità, la fatale vanità, l'aveva dissolta, nell'ombra di quella notte, nel crepitare di quel diluvio.

FINE



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