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lavoro pubblicato sabato 28 febbraio 2009
ultima lettura sabato 13 luglio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL SOGNATORE BLU

di Dunklenacht. Letto 781 volte. Dallo scaffale Fantasia

Capitolo Nono. L'ultima tempesta. Aurora dimenticò le parole di Marghot, nelle quali non era stata capace di trovare che oscure falsità...

Capitolo Nono. L'ultima tempesta.

Aurora dimenticò le parole di Marghot, nelle quali non era stata capace di trovare che oscure falsità. Lo spavento e l'inquietudine che momentaneamente le avevano procurato passarono presto. E come non sarebbero potuti passare?

Al suo fianco, aveva il suo Philippe! Dentro di sé, serbava l'amore, che bruciava ardentemente, appassionatamente e nel loro matrimonio avrebbe trovato piena e perfetta realizzazione.

Il tempo che li separava da quell'indimenticabile momento volò.

Come trasognati nell'incanto, i due amanti si resero conto di essere divenuti marito e moglie. Si gettarono l'uno nelle braccia dell'altra; dentro di loro, qualcosa scoppiava di felicità. Forse erano i loro cuori, che erano rimasti divisi a lungo, in una malinconica e segreta nostalgia.

La loro unione sfavillante, meravigliosa, era avvenuta; più nulla ormai poteva spaventare Aurora, dato che avrebbe avuto il suo uomo per sempre accanto a sé.

- Philippe, è tutto vero, è tutto vero! - diceva lei, piena di giocondità.

- Sì, lo so - le rispose il suo sposo.

Così com'era arrivato, il giorno delle nozze si allontanò, celermente, ma i due non potevano accorgersi del trascorrere della vita.

Tuttavia, in un momento meraviglioso che avevano trascorso durante il giorno sublime, lui le aveva chiesto:

- Vorrei che il ricordo di tutto questo non passasse mai e che nulla lo potesse cancellare. Come possiamo fare perché ciò avvenga?

- Sarà facile - gli aveva risposto la cara arpista. - Il fiore del nostro amore non può essere che la rosa. Ricordi? Tu me ne donasti una, dopo il primo, intenso abbraccio dal quale è sbocciato tutto.

- Sì.

- Ne pianteremo di bellissime, nel nostro giardino, affinché tutti le possano ammirare.

- Sì, sì. I loro petali saranno carezze delicate, emaneranno il più armonioso dei profumi... Le loro spine non pungeranno, i loro colori saranno quelli delle stelle più vive!

- Ah, finalmente possiamo godere l'uno dell'altra!

Perciò, nel giardino antistante la loro casa, crescevano, bellissime, le rose. Erano l'amore di entrambi; sarebbero state tutte variopinte e brillanti, come occhi aperti e meravigliosi.

Era il loro piccolo parco, sognato e dorato, nel quale si rifugiavano sempre quando si sentivano avvolti nella nebbia. Durante la bella stagione, vi avrebbero respirato i profumi vivaci e solari che li facevano rinascere.

Per curarle, Aurora chiamava una persona con la quale aveva fatto quasi amicizia. Era un giovane di vent'anni, dall'aria assopita e talvolta cupa, dai capelli castani e ricci, sempre vestito da giardiniere.

Si chiamava Augusto.

Egli non chiedeva denaro per prendersi cura dei fiori; gli bastavano le belle ore che trascorreva occupandosene, perché le rose, stando a quanto diceva, erano la sua passione.

- Ho sempre sognato un giardino così - ripeteva. - Queste rose mi faranno impazzire!

Aurora gli credeva.

E lo vedeva arrivare, con il suo furgoncino grigio, alla francese, i suoi arnesi alla mano... Le piaceva osservarlo. Non se ne era mai chiesta il perché.

Augusto poteva trascorrere molto tempo da lei ed era molto bravo nell'arte del giardinaggio. Quale passione, quante premure ci metteva e come crescevano bene, le rose!

La nostra protagonista gli porgeva sovente i suoi complimenti.

Ma Augusto non la ascoltava; sembrava più preoccupato dei suoi pensieri e dei fiori, che di lei.

Ogni tanto, Aurora notava che aveva un'aria eccentrica, cupa. In quelle occasioni, il caro giardiniere sembrava non avere più vent'anni.

Un giorno si era recato dai due amanti, poco dopo le due del pomeriggio. La bella, incuriosita, si mise ad osservarlo dalla sommità della scalinata esterna e notò che il suo volto era così infantile, così delicato, che a malapena dimostrava la sua età anagrafica. Le sue mani sembravano piccole come quelle di un ragazzino, i suoi occhi erano scintillanti, purissimi.

Che cosa faceva?

Sarchiava le aiuole.

Il cielo era azzurro.

Delle nuvole bianche, gonfie di luce, volavano allegramente da un capo all'altro dell'orizzonte, ma non coprivano il sole. Passavano e poi s'allontanavano.

Ad Aurora, quel pomeriggio sembrava una tranquilla sera d'estate. Non si stancava mai di dirigere i suoi sguardi verso il tenero giardiniere, che la faceva tornare indietro ai ricordi dell'infanzia.

Forse, l'arpista avrebbe desiderato giocare con lui. Ma non sapeva più giocare, purtroppo.

Augusto si chinava e i suoi capelli si spettinavano, si arruffavano lietamente, lievemente.

La padrona di casa scendeva piano le scale e si avvicinava a lui, per stargli vicino... Alle quattro era solita prendere la sua solita tisana di tiglio.

- Che bella giornata di sole! - disse.

Una volta accadde che Augusto si pungesse, con una delle spine acute dei rosai. Dal dito indice gli sgorgò molto sangue; la nostra protagonista gli diede di che medicarsi e lui, come per sbaglio, le macchiò di sangue il vestito.

- Mi dispiace che tu ti sia fatto male! - esclamò lei.

Un giorno, Philippe scambiò alcune parole con il giardiniere, fraternamente.

- Vedrà, vedrà, signore, come saranno belle queste rose, di qui a qualche tempo! - disse Augusto, con voce allegra. - Saranno l'invidia di tutti!

Era quel giovane che le faceva crescere rigogliose e bellissime, lui, che le innaffiava e le trattava come sue figlie.

Una volta, gli occhi di Augusto sorrisero per un istante. Fu prima che chiedesse ai due amanti:

- Oggi vorrei servirvi io l'infuso. Mi piace vedervi insieme, abbracciati... Siete proprio una bella coppia!

Le mani di Augusto tremarono, per un istante. Ma proprio allora, egli versò il liquido bollente sulla mano di Philippe, che teneva la sua tazza.

- Ah! - gridò l'offeso. - È bollente!

L'altro non aveva fatto attenzione. Forse, gli era preso qualcosa di strano. Aveva fatto male a Philippe ed Aurora gli ripeté più volte che avrebbe dovuto stare più attento.

- Non so come sia potuto accadere - si scusò il giardiniere.

Il sognatore blu gli diede una pacca sulla spalla, in segno di amicizia. Augusto non la rifiutò, ma chissà se aveva fatto apposta oppure no.

Un giorno, l'aria innocente e trasognata, nonché gli occhi sfavillanti del giovane giardiniere scomparvero. Fu come se un idillio, fatto di prati, di luce, di fiori profumati e tanti baci, si spezzasse.

La tempesta scoppiò, notturna e terribile.

Aurora non era spaventata. Sentiva i tuoni fortissimi e, di tanto in tanto, i bagliori, i lampi, la accecavano. La natura fremeva, violenta ed impetuosa, le sue grida scuotevano la casa e gli animi di quanti la abitavano.

Mai prima d'allora tanta pioggia era caduta dal cielo in così pochi istanti.

Il vento trascinava via con sé i ramoscelli secchi e fragili degli alberi, scuoteva persino la pioggia, la trasformava in turbini, ululava attraverso le fessure delle porte e delle finestre.

Di tanto in tanto, al tenue e celerissimo passaggio delle nuvole, la luna s'affacciava nel cielo nero ed era come se la cupa tenebrosità del temporale divenisse più agghiacciante e inquieta.

Erano chiaroscuri d'angoscia.

I lampi di luna e dei fulmini si alternavano alla notte.

Lo scroscio profondo, inenarrabile, della pioggia, faceva soffrire Aurora e Philippe lo ascoltava silenzioso.

I due amanti rimanevano immobili, nel presagio.

Il caos che sconvolgeva l'etere e il mondo non poteva non riflettersi dentro di loro e urtarli.

- Philippe, che cosa accade? - chiese lei.

Egli non le rispose. Si trovava in un'altra stanza.

Meglio non pensarci, meglio ignorare tutto ciò che poteva suggerirle la mente, la quale, allora, era sconvolta.

Mentre la bella preparava la cena, il rumore dell'olio, che friggeva nella padella, le fece dimenticare, sia pure per poco, lo smarrimento nel quale si agitavano i suoi pensieri.

Attraverso la finestra, poteva discernere gli alberi, che si muovevano nell'ombra, come persone travolte da un'incontrollabile isteria. E la pioggia, che cadeva pesante, copiosa, li voleva forse distruggere, precipitando ovunque, con potenza.

Tutto stava per finire.

Di tanto in tanto, lungo la strada, passavano delle auto d'epoca, le cui ruote sembravano muggire confusamente sul pavé.

- Philippe, dove sei? - domandava Aurora, in continuazione.

La voce di lei non poteva più essere udita da lui. Lo scroscio incessante della pioggia la soffocava.

Il vento sembrava un indemoniato.

La luna non poteva infrangere quelle tenebre, la sua luce disperata, soffocata dalle ultime nubi che ottenebravano il cielo, quasi si smarriva ed i suoi raggi non potevano toccare la terra, bagnata e sconvolta.

La bella arpista sentiva il cuore che le batteva forte nel petto.

- Che cosa fai qui? - chiese all'improvviso al suo Philippe.

- Niente, mia cara. Aspetto.

- Chi?

- Te!

Ella non capì che cosa il marito le volesse dire. Nella cantina era quasi buio, ma lei lo vide, lo trovò, in mezzo alle botti di legno, gli andò incontro. Qualcosa le gridava di gettarsi tra le sue braccia. Lo fece.

Ma non si abbandonava alle sue mani, non si lasciava soffocare dalla sensazione, forte, che le dava il contatto con il corpo del suo Philippe. S'accorgeva di non essere più se stessa, ma un'altra donna. Il muro al quale s'appoggiava era grigio, freddo, sconnesso e le dava una sensazione sgradevole. La parete era ruvida, sì, insopportabilmente ruvida.

- Sei sublime, come sempre - le diceva Philippe, baciandola e toccandola.

Ma le parole di lui non erano credibili.

D'altronde, la bella non riusciva a udirle. Qualcosa non funzionava. L'insoddisfazione, la disillusione si scatenarono in entrambi.

- Che cosa succede, Philippe? - disse Aurora, sconsolatamente.

Il sognatore blu non diceva nulla. Si disprezzava.

- Philippe, perché? Rispondimi! - Aurora, infelice, scoppiò a piangere, perché la loro unione era come spezzata.

- Oh, è terribile, mia cara - le rispose l'altro poco dopo.

- Ma come? Perché?

- No, non funziona. Non può funzionare, mia bellissima. È la fine del...

- No, non dire così!

La nostra protagonista aveva le lacrime agli occhi. Quella circostanza era per lei più grave e insopportabile di quanto si potesse immaginare.

Perché accadeva? Fino ad allora, la loro vita insieme era stata felice e serena. Ma in quei giorni, per entrambi era come sperimentare un rapidissimo declino.

Le gote di Philippe, nella semioscurità, s'infiammarono di rabbioso smarrimento. La sua bella piangeva.

Entrambi erano certi che non sarebbe più stato possibile vivere felici. La tempesta peggiore era quella delle loro menti, divise da una fatalità che andava ben oltre una semplice disarmonia.

- Aurora, è come se non potessi più amarti! - le disse lui.

- Non sai quanto mi rendono infelice queste parole! - sussurrò l'altra.

- Che cosa c'è? Che cosa c'è?

- Una forza cupa sta portando via Philippe alla sua Aurora, e Aurora al suo Philippe! È la stessa forza che uccide il nostro vicendevole, appassionato amore. Andiamocene da questo luogo! Non serve a nulla rimanere qui!

Ma prima che potessero fare un solo passo, Aurora si sentì male e fu in procinto di svenire. Un volto disumano e mortale era apparso agli occhi suoi. Era stato per un istante, le era parso una folgore, che le aveva squarciato l'anima. Aveva rotto la penombra con il suo sorriso arcigno e la sua espressione minacciosa.

- Vattene! - mormorò lei.

Quel volto deformato, vizzo, era quello di Augusto. Forse, quell'essere si era interposto tra i due amanti e si rendeva artefice delle loro sventure.

Era lui, maledettamente lui!

Quel bagliore cupo scomparve, così com'era apparso. Ma la nostra protagonista ne portava in seno l'inguaribile ferita.

Aurora piagnucolava e stava male, tanto che dovette abbandonarsi alle braccia molli di Philippe, che forse non l'amava più.

Egli la trasportò per le scale, mentre lei aveva gli occhi chiusi.

- Augusto, Augusto! - rantolava Aurora. - Sei la mia, la nostra dannazione! Lampi, tuoni e maledizioni ti avvolgono! Vattene, vattene dalla dimora dei due amanti, sparisci dalla loro vita, altrimenti tutto sarà perduto!

- Taci! - la interruppe il suo sposo.

La divisione, come una cappa nera, piombava su quegli innamorati, perché lui non riusciva più ad essere felice con lei, non era più in grado di possederla carnalmente, poiché un altro essere la stava possedendo al posto suo.

Inutile rattristarsi e dare adito allo sconforto!

Tutte le rose del giardino erano morte.

I loro boccioli, pronti ad aprirsi a nuovi splendori e a dolci fragranze, erano bruciati. Pendevano all'ingiù, tristemente assassinati, le loro foglie s'erano tinte d'un giallastro opaco e impressionante. Delle gocciole d'acqua, inutili e vane, cadevano, precipitavano tra le loro acute spine, poi si perdevano al suolo, vagamente.

Uno squarcio di luce abbagliò Aurora, i cui occhi furono quasi accecati da un bagliore disperato.

Era come se fosse morta assieme alle rose, perché in quei fiori c'era l'amore per Philippe, che non sarebbe mai sbocciato!

Voleva toccarle, ma non riusciva a tener ferme le sue mani, che tremavano disperate. Si pungeva, si faceva male; cercava di credere di essersi sbagliata, ma non era vero.

- Philippe! - chiamò, con voce stridente.

Le rose erano secche, aride, quanto primavere mai arrivate, come medicine somministrate troppo tardi per fare effetto. Erano distrutte! Il sognatore blu non rispondeva, i richiami di Aurora si dissolsero, come cenere al vento!

Il male avvelenava il loro dolce idillio.

Germana era parente di Augusto. Di tanto in tanto, i due si incontravano, all'ora del tè.

- Sai, da un po' di tempo vado a curare le rose a casa di un'amica - le aveva detto il cupo giardiniere. - A quanto pare, crescono meravigliosamente! Conosci anche tu Aurora e Philippe?

- Sì, li conosco bene, da prima che diventassero marito e moglie. Ah, quanto ha fatto Philippe, per lei! Nessuno li avrebbe mai potuti dividere. La loro storia mi ha commossa...

- Nessuno?

- No, il loro legame sfidava l'impossibile. Dovevano trascorrere il resto della vita felicemente insieme... Certi sentimenti non si possono assopire, si possono soltanto uccidere.

- Ah, uccidere...

Mentre ripeteva quella parola, gli occhi di Augusto parvero accendersi e diventare rossi come il fuoco. Mandavano dei lampi!

Germana aveva raccontato la storia dei due amanti. Come un racconto strappalacrime, si era dissolto nel mondo, ma continuava vagamente a risuonare.

In un bel mattino luminoso, era un piacere passeggiare lungo i torrenti sassosi.

Sembrava fosse maggio, un maggio colmo di sensazioni e di freschezze, di vento profumato di soavità, di tiepida e lieve vanità.

Pontvieux-sur-Lasson, ricostruita soltanto in parte, ancora polverosa e confusa nelle rovine di ciò che era stata un tempo, si specchiava sull'acqua, in lontananza.

Una lunga fila di cipressi, alti e maestosi, brillava di riflessi smeraldini sulla superficie di un corso d'acqua, il sole indorava leggermente i loro rami più elevati, la brezza, sublime, sfiorava e agitava le loro cime verdissime.

Un vialetto di ghiaia correva bianco e solitario a lato dei cipressi, lungo un torrente gorgogliante e sembrava non finire mai.

Due figure passeggiavano assorte in lontananza, avvolte nella quiete silenziosa e solitaria, senza che i loro passi si potessero udire distintamente. Erano tediate, quasi confuse; di tanto in tanto si fermavano, per gettare dei timidi sguardi tutt'intorno.

Gli uccelli, taciturni e vivaci, si posavano talvolta sui rami dei cipressi, si nascondevano tra le loro fronde, e dall'ombra s'innalzavano cupi dei cinguettii smorzati, quasi surreali.

S'udì poi un distinto rumore di passi, che sfioravano il vialetto ghiaioso, lentamente. Si udivano lievi, ma sempre più sensibilmente.

Erano un uomo e una donna.

Per un istante, il sole accese i loro lineamenti, che brillarono di una luce viva.

Poi si spensero, come per caso.

Erano Aurora e Philippe.

Lei sembrava vestita di luce e, di tanto in tanto, si riparava dai riflessi del sole sull'acqua con la sua mano d'alabastro. Sul capo portava un cappellino ornato di fiori, che le donava alquanto e metteva ancor più in risalto il volto suo.

Non sorrideva, non parlava. I suoi sguardi fuggivano.

Philippe, la giacca blu sottobraccio, teneva fissi i suoi sguardi al suolo, tutto pensoso e mesto.

Discernevano le ombre lunghe, nere, dei cipressi, che si disegnavano sulla terra e sembravano toccarli. In fondo, era una passeggiata grigia, della quale forse i due amanti avrebbero fatto a meno volentieri.

- Andiamo - disse uno dei due passanti.

Poi, però, venne un'ombra.

Era Arturo, che prese a gettare dei sassi sui due amanti, come per divertimento.

- Vattene, o chiamo i gendarmi! - gridò Aurora.

Ma quella figura cupa le rispose sghignazzando.

- Vi ho resi infelici! Vi ho perseguitati e vi perseguiterò ancora! Sto cercando di rovinarvi e vi ridurrò in cenere!

Così diceva quell'essere raccapricciante.

- Vieni, Aurora, non dargli retta! Non ascoltarlo! - disse Philippe, porgendole il braccio.

Ma era impossibile liberarsi di lui...

- Ogni colpa ricadrà su di voi! La disgrazia e la sventura vi perseguiteranno! Sentite! Io vi prometto fantasmi, lampi e uragani! Ricordi il sapore delle fresche tisane di tiglio che sorseggiavamo insieme, Aurora? Ricordi i dolci pomeriggi, in cui mi occupavo delle rose? Serbo ancora il profumo di tiglio nel cuore. In quegli infusi, versai più volte sostanze misteriose, pozioni incantate, capaci di avvelenare il vostro amore. Le avete bevute insieme!

Poi, quella voce, nera come la pece, svanì nel vento.

Philippe disse aspramente:

- Tu! Ancora qui? Non ti basta quello che hai fatto? Non ti sembra già abbastanza? Come pensi di riuscire a farci del male, verme?

Ma nessuno prestò ascolto a quelle parole.

Il cuore dei due amanti batteva forte, perché quell'essere raccapricciante aveva fatto loro paura.



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