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lavoro pubblicato venerdì 27 febbraio 2009
ultima lettura martedì 29 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL SOGNATORE BLU

di Dunklenacht. Letto 731 volte. Dallo scaffale Fantasia

Capitolo Ottavo. Il terremoto, il boschetto degli aceri rossi.Il ricordo della terribile separazione, della lontananza, s'era dissolto nel vento de...

Capitolo Ottavo. Il terremoto, il boschetto degli aceri rossi.

Il ricordo della terribile separazione, della lontananza, s'era dissolto nel vento del loro amore, era stato cancellato dalla novità di un sentimento sempre vivo, ma ora fatalmente sbocciato.

Al termine del meraviglioso giorno che li aveva visti di nuovo uniti, ognuno rivolgeva la mente a quello che ne sarebbe stato di loro. S'accorgevano di quanto roseo fosse il sentimento che bruciava nei loro cuori e di quanto emozionante fosse sapere che non si sarebbe mai più sopito.

Il sognatore blu le dimostrava ogni giorno, in modo sempre nuovo, quanto la amasse.

Non si stancava di dirglielo, di ripeterglielo... Ogni qualvolta si sentiva rispondere con frasi accese dal suo stesso ardore, sospirava. Egli desiderava soprattutto farle una sorpresa, andare al di là di qualsiasi cosa lei avesse potuto immaginare. Nella mente sua brulicavano i pensieri e le fantasticherie della giovinezza; era come se accanto a quella donna non si accorgesse del tempo che passava e rimanesse sempre, perpetuamente infantile.

Era una domenica assolata, bellissima, a Pontvieux-sur-Lasson.

Lo sguardo degli umani vagava nel cielo, limpido e sereno come non mai, ed incontrava l'infinità, la dolce infinità che non poteva arrivare a toccare.

Era bello lasciarsi carezzare dai raggi solari, sentire sulla pelle la luce tiepida del giorno, lasciare che ti facesse scintillare i capelli, gli occhi, l'intimo! I canti dei merli, dei fringuelli, dei tordi e di non so quali uccelli alpini riempivano il silenzio, lo rendevano più bello.

I gioiosi rintocchi delle campane della città correvano da un capo all'altro del cielo, nel quale volavano angeli bianchi. Gli scampanii prolungati, quasi ininterrotti, si diffondevano a distesa, toccavano le Alpi, giungevano all'udito di Philippe, che, seduto in casa sua, fantasticava.

Aurora, il capo avvolto da un fazzoletto turchino, vestita con i suoi abiti più belli, si recava alla Santa Messa; camminava a passi moderati, non aveva fretta.

Aveva ancora dipinto nella fantasia il magico momento che aveva vissuto poco tempo prima: la gioia, la serenità provate allora non la abbandonavano mai.

La cattedrale era gremita. La bella arpista entrava, guardava l'orologio, s'accorgeva che era esattamente l'ora d'inizio della funzione.

Le campane suonavano le undici in punto.

Ella si sentì avvolgere dalle preghiere che venivano recitate, dal suono dell'organo, dai canti, che allietavano, ma non riusciva a tenere ferma la sua mente, che, senza sosta, volava verso il suo amato.

Ad un certo punto, sedendosi, s'accorse di qualcosa di singolare, di incredibile, inciso sul banco ove era seduta.

C'era come un grande cuore, proprio sullo schienale e, all'interno di esso, spiccava la scritta, in caratteri maiuscoli, che chiunque avrebbe potuto leggere:

PHILIPPE

AMA

AURORA

PERDUTAMENTE

Le pupille di lei tremarono, quando s'accorsero di tanto.

Oh, fino a dove era arrivata la fantasia di Philippe! Che cosa aveva osato fare per lei! Tutto per lei, solamente per lei! Il cuore le batteva forte nel seno, non si stancava mai di leggere quella scritta, di accarezzarla, con le sue mani tenere...

Non prestò più alcuna attenzione alla funzione in corso. Il suo cuore e i suoi pensieri erano rapiti in estasi, sentiva di essere diventata una cosa sola con lui.

Posava la mano sul legno, sul ruvido legno, dove era stata fatta quella magnifica incisione. Non si stancava di posarvi il tatto ed era come se la leggesse con i polpastrelli delle sue dita. Ad un tratto, però, ebbe un pensiero che la fece smettere di toccare il banco in quel punto e si sedette in modo da coprire il bel cuore, nonché la scritta che conteneva.

Paventava che qualcuno potesse leggere quelle parole, cosa che le sarebbe dispiaciuta alquanto, perché appartenevano soltanto a lei, si disse. Era come se tra la giovane e il suo Philippe vi fosse un legame profondamente intimo, al quale tutti gli altri rimanevano estranei. Se occhi indiscreti avessero scoperto quella incisione, la gelosia di Aurora si sarebbe inevitabilmente infiammata. Ma quando aveva agito il suo innamorato? E come aveva fatto?

"Quell'uomo farà delle follie per me" pensò la bella, mentre i suoi occhi brillavano. "Spero di poter essere sua per sempre".

Mentre l'arpista pensava al suo amore ed a quanto aveva fatto per lei, Philippe era seduto a un tavolino, in casa sua. Dinanzi agli occhi suoi c'era una fotografia in bianco e nero di Aurora, racchiusa da un portaritratti d'argento.

Nello stesso istante in cui l'innamorata aveva scoperto il cuore e le parole che conteneva, lui aveva pensato a lei intensamente ed era stato come se l'avesse vista.

- Ah, angelo mio, quante cose vorrei facessimo insieme! - esclamò Philippe, prendendo il portaritratti e stringendolo tra le sue mani.

Era come se la sentisse sussurrare.

Fissava l'immagine, sentiva il freddo del metallo ed il caldo della passione.

La mente sua era sgombra.

Il sereno, come nel cielo di quella splendida giornata, vi aveva trionfato; così come al di sopra dei tetti spioventi brillava il sole, dentro di lui rifulgeva il volto di lei. Si spingeva lontano, nell'avvenire, nel domani, e lo vedeva splendente, pieno di luce, illuminato da Aurora.

Oh, quale era il suo tesoro! E quale il suo inestimabile valore!

Egli prese il portaritratti e se lo appoggiò sul petto. Sentiva che sempre, da vicino, da lontano, nell'ombra, nella luce, la sua innamorata gli concedeva dei sorrisi smaglianti, che donavano speranza.

Anche allora, era come se lei gli baciasse il cuore.

- Ti voglio, ti voglio, sempre, sempre... - mormorava Philippe, perdutamente.

Ma il sognatore blu divenne improvvisamente triste, senza poterne indovinare la ragione.

Era come se il volto di lei, che gli stava dinanzi, divenisse inspiegabilmente cupo. La giovane chiudeva gli occhi suoi, la sua bocca si contraeva in una smorfia addolorata, era come se lanciasse delle grida disperate.

- Aurora, che cosa c'è? Che hai? - diceva Philippe, sconvolto.

Forse era soltanto la sua fantasia, ma il volto della sua innamorata cadeva in un vortice, che la rapiva, la conduceva nell'abisso, precipitosamente. Angelo caro, dove andavi? Dove cadevi, povera piccola? La voce del tuo amato non faceva che gridare il tuo nome ed al suo udito non giungevano che le tue urla disperate, mentre dicevi:

- Philippe, aiutami! Philippe, salvami! Salvami, aiuto! Aiutami, ti supplico!

Ma lui era impotente. La bella era finita in una sorta di mulinello marino, affondava, affondava, la voce sua diveniva via via sempre più fioca ed inintelligibile...

Philippe cercava di risvegliarsi da quell'incubo, si dibatteva, si batteva i pugni sul capo, i suoi occhi erano chiusi, non potevano aprirsi, eppure!

Le urla disperate di Aurora continuavano a tormentarlo. Per quanto tempo ancora le avrebbe udite?

Il lampadario tintinnava.

Il rumore sordo, balordo, di qualcosa che si muoveva, che non poteva stare fermo e stava per scoppiare era spaventoso.

I tintinnii, sempre più acuti e sconvolgenti, riscossero Philippe, il quale s'avvide che l'incubo peggiore era quello che accadeva dinanzi a lui.

- Aurora! - gridava. - No! No!

E invece i muri tremavano, la casa tremava, tutta Pontvieux-sur-Lasson tremava!

Philippe si nascose il volto tra le mani, non poteva fare nulla per fuggire, né per salvare la sua amata.

Il tonfo agghiacciante e profondo del lampadario, caduto sul pavimento, lo uccise. Che fare? I calcinacci gli cadevano in testa, non sapeva più pensare, non poteva più agire, era disperato!

- Aurora! Dove sei? - urlò.

La sua felicità svaniva.

Philippe si precipitò dalle scale, cercò di uscire, prima che l'edificio gli crollasse sulla testa.

Ma non era su di lui che crollava il mondo. Il mondo si era già preso Aurora, l'aveva come imprigionata e la portava via con sé. Le era caduto addosso e la tramortiva.

I singhiozzi del nostro protagonista s'innalzavano al cielo.

Ma nessuno li ascoltava.

La gente fuggiva terrorizzata. Molti morivano seppelliti dalle macerie, altri non riuscivano più ad uscire dagli edifici.

Tutto crollava. La bella città, il bel sogno in cui Aurora e Philippe avevano vissuto il loro amore, andava in frantumi.

I muri, i bellissimi palazzi antichi, cadevano, s'infrangevano, come se fossero stati di vetro. La polvere inghiottiva le strade, s'alzava, a nuvole, offuscava il sole.

Furono scosse violentissime.

La favolosa piazza di marmo bianco era irrimediabilmente rovinata, poiché nel suolo s'aprivano continuamente crepe e fenditure.

Infine, la cattedrale, nel pieno di una solenne cerimonia, cessava per sempre di esistere e crollava, divorando tutte le persone che l'affollavano.

Quando ci si accorse del terremoto, era già troppo tardi.

- Ah! Che Iddio ci salvi! Aiuto! - si udiva, da ogni parte.

Si levò una preghiera accorata e terribile, ma fu tutto inutile. A nulla servì alzare le braccia e gli occhi al cielo, strapparsi rabbiosamente i capelli, disperarsi.

Le belle guglie, le torri altissime, i magnifici portali, la storia, le tradizioni, il passato legato a quel monumento grandioso ed irripetibile... Tutto andava distrutto!

Gli alberi parvero scossi da un vento fortissimo.

Dovunque, il rumore, glaciale, della devastazione, della morte.

Sulla superficie del fiume, fino a poco prima dorata dal sole, s'erano scatenate le onde del più furioso degli oceani. Tramontava l'astro del giorno e sorgeva quello delle tenebre.

Aurora era sotto le macerie.

Il terremoto non l'aveva risparmiata, così come non aveva avuto pietà delle altre vittime.

Eppure, all'inizio, il cielo era limpido ed il sole brillava!

Eppure, nei cuori c'era stata l'armonia di un giorno soave!

Eppure, avevano pregato!

Ma ora non restava più nulla, nemmeno il ricordo di ciò che era stato, nemmeno il dolore, lo sconforto. E la catastrofe era accaduta in un solo istante, in un lampo, così, semplicemente.

L'amore era morto, forse per sempre. La disperazione strideva acuta, aveva soffocato i momenti d'incanto di tutta una vita.

Philippe era ancora vivo, ma era come se fosse già morto e nel modo più crudele che il destino avesse potuto immaginare.

Della sua casa rimanevano soltanto pietre, ruderi, polvere. Egli avrebbe preferito perire in quella sventura.

- Tutto è crollato, tutto è crollato - si ripeteva il misero.

Egli non avrebbe saputo dire per quanto attese, solo, vanamente, prima che dinanzi a lui apparisse una figura balorda, trafelata, ansante, che lo chiamava.

- Philippe!

- Che accade, Cielo? Oh, è già accaduto tutto! - disse lui.

Era Germana, il volto suo era tutto insanguinato, i suoi vestiti erano strappati, sgualciti, ricoperti di polvere grigia, gli occhi suoi, iniettati di sangue, sembravano quelli di un'indemoniata.

- Si tratta di Aurora, si tratta di lei? - le chiese l'innamorato.

- Sì - gli rispose la donna. - Corri, Philippe, alla cattedrale, alla cattedrale!

Detto questo, Germana svenne.

Il sognatore blu pensò che amava ancora... Mentre correva, mentre si precipitava per le strade, in mezzo alle rovine, tra le macerie, mentre si accorgeva che della antica e vetusta Pontvieux-sur-Lasson non era rimasta che quella traccia dissolta, il suo cuore era con lei.

Allorché egli s'accorse di come veramente la cattedrale gotica fosse distrutta, di come fosse possibile che anche Aurora fosse morta per sempre, si sentì mancare.

Si gettò al suolo, strinse tra le mani la polvere, le pietre di quella città sopraffatta dalla sventura, e mentre il sole scarlatto illuminava tenue il deserto, egli si rattristava e gemeva inconsolabile.

- Aurora! - mormorò.

Lei era là, sotto le macerie.

Erano arrivati i primi soccorsi, si era cominciato a scavare. Purtroppo, fino ad allora, poche persone erano state trovate ancora in vita.

Philippe scavava, senza neppure sapere quello che faceva. Aveva le mani coperte di graffi, si aiutava con tutto, faceva come poteva, ma non trovava nulla...

Temeva fosse tutto inutile, inutile!

Non smetteva mai di scavare, si ostinava... Gli dicevano di smettere, ma lui continuava, continuava sempre. Goccioloni di sudore gli imperlavano la fronte bruciante. La sentiva vicina. Ma era viva? Poteva sperare? Alla fine, gridò:

- L'ho trovata! L'ho trovata!

Gli ultimi lampi dell'incubo scintillarono dinanzi a lui; accecavano. Non poteva essere finita così, perché dopo il gelo dell'inverno esplode la primavera, con i suoi canti ed il suo verde, dopo la calura dell'estate arrivano le freschezze dell'autunno.

Sì, Aurora non era morta!

- Vivi! - le gridò Philippe. - Vivi, vivi per me, vivi per noi!

Egli raddoppiò la lena, dicendo:

- Respira! Respira!

La bella arpista era salva. Il suo cuore batteva ancora, i suoi occhi, semiaperti, fissavano il suo innamorato, forse riuscivano a distinguerlo, nella nebbia del destino.

Le braccia di lei si alzarono, perché voleva stringerlo, quantunque le forze le mancassero.

- Philippe, dove sei? - mormorava.

- Sono qui, accanto a te, amore mio - le rispose il suo amato, stringendole le mani affettuose, accorgendosi delle sue ferite, ma certo che la vita in lei non si fosse ancora spenta. - Sopravviveremo, Aurora!

- Anche tu sei salvo!

Chi mai avrebbe potuto ricostruire Pontvieux-sur-Lasson? Chi mai l'avrebbe potuta ricordare, dopo che, morendo, s'era portata via anche le persone care? Oh, la bella, irripetibile cattedrale, dalle guglie rosse quanto la passione, gli edifici antichi!

Gli uomini potevano ricostruire, ma non far rinascere quello splendore. Ci sarebbero voluti degli anni, il tempo sarebbe volato e, alla fine, nessuno più avrebbe potuto ricordare quel giorno, né sentire il fascino di una città che poteva rivivere soltanto nella memoria.

- Hai resistito per me - disse Philippe alla sua bella. - Sei rimasta in vita per me!

- Sì, per te, solamente per te - gli rispose lei, baciandolo ardentemente.

Ora che a Pontvieux-sur-Lasson non rimaneva che polvere e tutto era vanificato dalla calamità, quale struggente senso di vuoto avvertiva la cara arpista!

Ella era sopravvissuta soltanto grazie all'amore per il suo Philippe.

Ecco, ricostruivano la città.

Gli occhi di lei s'accorgevano delle case, dei palazzi, dei monumenti, che tornavano a innalzarsi, ma nulla sembrava come un tempo. Quante persone erano morte!

La nuova Pontvieux-sur-Lasson sembrava in bianco e nero.

- Sposiamoci - disse Aurora al suo amato.

- Sì, è la cosa migliore - le rispose lui.

- Sono stanca dei giorni che passano inutilmente...

C'era qualcosa di strano e di cupo nell'aria, qualcosa di inspiegabile.

Aurora lo sentiva, vagamente, e fremeva.

Ben presto ricevette un messaggio da una persona dalla quale non si sarebbe mai immaginata di ricevere una cosa simile. Accadde alcuni giorni prima del suo matrimonio.

"Ti devo dire delle cose importanti. Vieni al vecchio ponte, che tutti chiamano il Ponte degli Amanti; colà, potremo discorrere con tranquillità, domani, alle sette del mattino.

Non spaventarti, non è nulla di grave, desidero soltanto scambiare due parole con te.

Arrivederci, vieni, te ne prego!

MARGHOT".

Se le aveva fatto pervenire un simile biglietto, significava che non aveva trovato la forza di parlarle direttamente. Che cosa poteva essere mai?

Aurora non avrebbe saputo proprio indovinarlo, ma non voleva fare un torto a Marghot e mancare.

Non si sarebbe fatta accompagnare da nessuno, tanto più che immaginava che ciò che Marghot le doveva dire riguardasse strettamente loro due e sarebbe stato meglio che nessuno le avesse udite.

Aurora, nel momento di recarsi all'appuntamento, venne assalita da un vago turbamento.

Era qualcosa di passeggero, qualcosa di insignificante.

Sapeva bene dove si trovava il Ponte degli Amanti; era un luogo tanto incantevole quanto misterioso e lugubre. Vi si potevano dire soltanto delle cose gravi ed intime.

Era stato costruito in un boschetto di aceri rossi, non molto lontano dal centro della città morta; congiungeva le due sponde del fiume che attraversava Pontvieux-sur-Lasson.

Faceva freddo. La brezza, impetuosa ed invisibile, solcava le prime ore del giorno, mentre l'alba sorgeva.

Le tremule foglie degli aceri rossi incupivano il paesaggio, con le loro sfumature accese di porpora ed il loro sottile stormire.

L'acqua del fiume taceva, nel suo celere scorrere.

Il cielo era torbidamente avvolto nelle nubi, che lo ricoprivano come un mantello; sotto le fronde degli alberi, tra gli arbusti, vagabondava il saporoso risveglio del bosco.

Solitario, il vecchio ponte di legno, antico e delizioso, scricchiolava sotto i passi di una donna.

Oh! Il terremoto sembrava quasi essersi degnato di risparmiare quel prezioso e raro vezzo, che abbelliva la città.

Ma sembrava soprattutto una beffa, uno scherzo della natura e del destino, cui la bellezza e lo splendore non impedivano di distruggere e rovinare.

Il rumore di passi, lento, si propagava per tutto il bosco.

Era Marghot, il volto confuso, l'espressione turbata.

Il vento le sfiorava i lineamenti e li rendeva come di ghiaccio. Di tanto in tanto, dalla sua bocca faceva uscire un profondo sospiro, che come una nuvola si smarriva nell'etere. La bionda si appoggiava al parapetto del ponte e guardava giù, nell'acqua, verso il fondo. Le foglie scarlatte ed appuntite degli aceri, i loro tronchi neri, cupi, risaltavano alquanto nel cielo vano e ceruleo di quel mattino.

Una figura, improvvisamente, s'avvicinava.

Dopo averla toccata con il suo sguardo, Marghot si accorse di chi fosse.

Non vedeva l'ora che arrivasse. Era come se dentro di lei l'ansia, il desiderio di discorrere, la divorassero.

Le sembrava che Aurora avesse un assoluto bisogno di lei, un'urgente necessità di ascoltare quanto le avrebbe detto.

- Dai, presto - le disse la bionda, a bassa voce, non appena lei fu tanto vicina da poterla udire.

Aurora affrettò il passo.

Era vestita con un lungo soprabito rosso, le sue guance arrossivano per il freddo e l'emozione.

Il rumore dei suoi stivaletti faceva trasalire Marghot, la quale pensava che il ponte avrebbe potuto cedere; in tal caso, l'altra sarebbe, fatalmente, annegata.

- Raggiungimi, sì, vieni, sono io - le sussurrò con voce spettrale. - Qui sotto l'acqua è più profonda...

Aurora esitava, perplessa e timorosa. Cosa voleva dire Marghot, con quelle parole?

- Perché incontrarci qui? Che cosa mi vuoi dire? - le chiese, con uno strano accento.

- È questo, mi sembra, il luogo più adatto per dirti certe cose - le rispose Marghot.

Rimasero silenziose.

- Io ti voglio bene, Aurora, e non voglio che ti accadano delle brutte cose - riprese la bionda, mormorando.

- Ti ringrazio, ma di che cosa parli?

Marghot guardava la sua interlocutrice negli occhi. Era come se avesse voluto entrare dentro di lei attraverso le sue pupille, o se il suo desiderio fosse che il volto dell'altra si disegnasse nei suoi occhi.

- Che hai? - chiese l'innamorata di Philippe.

- Niente, ma ascoltami, per favore!

Aurora tremava, un po' per il freddo, un po' per la paura. Marghot, tuttavia, era ormai diventata sua amica e non poteva più temere niente da lei, si diceva.

- Amica mia, pensa bene a quanto ti sto per dire, perché ne va della tua vita, della tua felicità - fece la bionda del mistero.

La nostra protagonista non riusciva ad udire distintamente le parole della sua interlocutrice. Il suo sguardo era rapito, così come la sua attenzione, dal fascino incantato di quel luogo.

Guardava le foglie rosso cupo degli alberi, sentiva con gli occhi i loro ruvidi tronchi.

Il vento spazzava via polvere e foglie, oltre ai suoi pensieri. Era come se parlasse.

- Aurora, hai visto che cos'è accaduto? - le chiese Marghot.

- Sì, purtroppo.

- Ogni cosa, in questa città, è andata distrutta. Qualcuno ha fatto qualcosa perché ciò accadesse? Qualcuno ne ha colpa? No. Soltanto il caso... Capisci?

L'altra non rispose e continuò a guardarla teneramente.

- Dimmi, puoi trovare qualcosa, di ciò che avevi un tempo, qui, ora? No, perché è tutto finito. Ma per fortuna, tu sei ancora te stessa, tu, Aurora, hai la fortuna di amare qualcuno.

- Amare qualcuno? Tu lo sai?- chiese l'arpista.

- Sì, amica mia. So che amare può sembrare la cosa più felice del mondo. Mi rallegro con te, sono lieta che tu abbia finalmente conquistato l'amore, ma ascoltami, ti prego!

Marghot s'interruppe, perché l'emozione agghiacciante che provava la sopraffaceva.

Aurora le guardò le mani: erano raggrinzite, le sue unghie colorate di smalto rosso sembravano quelle di una strega.

- Ti voglio bene, Aurora - ripeteva Marghot. - Ti voglio bene, ma ascoltami, per favore... Ascoltami, ascoltami, ascoltami...

L'altra la osservava impressionata.

- Prima che vi fosse questo terribile terremoto e che tutto, qui, ritornasse macerie e polvere, io ho udito una voce, dentro di me. Non è stata una mia impressione.

- Una voce? - chiese l'innamorata di Philippe.

- Sì. Ho udito parole di fuoco. L'ho ascoltata, mentre mi diceva che Pontvieux-sur-Lasson sarebbe stata distrutta e che a te, subito dopo, sarebbe accaduto...

Marghot non riusciva più a continuare. Il suo volto era contratto, teso, tanto che sembrava più vecchia di vent'anni.

- È una pazzia - le disse Aurora, bruscamente.

- No, non è una... Ascoltami, per carità! Potresti pentirti di non aver dato ascolto alle mie parole. Ti sarebbe accaduto qualcosa di grave, di gravissimo... Avresti sposato Philippe, sì, ma poi...

- Poi?

- La situazione sarebbe precipitata. Un male misterioso, come una nube oscura e nefanda, ti avrebbe presa, inghiottita... Sarebbe calato su di te e ti avrebbe rapita...

Aurora non credeva alle sue orecchie. Quel luogo le faceva paura e quelle parole ancor di più!

Marghot la stringeva forte tra le sue braccia. Che cosa stava accadendo?

- Una malattia che presto ti condurrà alla morte - sussurrò la bionda, con voce cupa e terribile, come quel vento, che agitava le foglie scarlatte.

- Che cosa stai dicendo? Lasciami! Lasciami! - gridò la bella arpista.

La sua interlocutrice la stringeva follemente, fremeva per il suo destino. La paura che quanto aveva udito si potesse tramutare in realtà le faceva perdere il senno.

- Io ti imploro, Aurora! - disse Marghot.

- Che cosa devo fare? - chiese l'altra.

- Io ti imploro, amica mia, e so di non chiederti poco... Ma non sposare Philippe! Non sposarlo, o sarà la tua morte. Il mondo ti piomberà addosso, come un uragano.

La voce di Marghot era terribilmente grave, impossibile non crederle, impossibile non sentirsi sconvolti, guardando nei suoi occhi. Ella parlava con gli spiriti!

- Aveva predetto il terremoto - continuò la bionda. - E il terremoto c'è stato. Accadrà anche il resto e sarà atroce...

Aurora si sentì come ferire da ciò che le diceva quella donna. Voleva a tutti i costi non crederle, tutto le parve impossibile...

- Ma tu come fai a conoscere il futuro? - le chiese la nostra protagonista. - Tu sai forse che cos'era quella voce? Tu sai forse se era fantasia o realtà?

- No, ma di quello che mi ha rivelato, la prima parte s'è avverata...

- È stata soltanto una coincidenza. Molti di noi hanno l'abitudine di parlare con i propri pensieri. Tu appartieni a questa categoria di persone.

Il vento soffiava più forte, le foglie degli alberi stridevano, nel loro mormorio oscuro.

Aurora fissava Marghot con rabbia ed angoscia.

- Io non so da dove proveniva quella voce - riprese la bionda. - Tutti rimarremo vergini da qualcosa che non abbiamo conosciuto e non conosceremo mai.

- Tu sei matta - le disse l'arpista, a testa alta.

L'altra tacque.

- È soltanto un'assurda menzogna per non farmi sposare il mio Philippe, per non farmi afferrare la felicità - gridò la nostra protagonista, appassionatamente. - Pensavo che tu potessi essere una persona, invece sei soltanto un fantasma!

- Taci, Aurora! - le rispose Marghot. - Puoi saperlo, è stato sempre Arturo a pilotarmi, a farmi fare quello che ho fatto, ma ora, egli è infelicemente punito...

- Allora, tu sei coinvolta... Oh! Ma che cosa mi sta succedendo? Mi sento svenire, la testa mi scoppia!

- Non è una macchinazione, non è uno scherzo, non è quello che puoi pensare! Oh! Ma temo di non poter fare nulla, contro il terribile avversario che ti ucciderà. Forse non sono più in tempo...

Era come se Marghot si sentisse male, come se Aurora l'avesse offesa, ferendola mortalmente. Entrambe vacillavano, fremevano e quasi rantolavano. L'arpista provava la sensazione che la sua interlocutrice frugasse dentro di lei, sfogliasse, pagina dopo pagina, i suoi scritti segreti, nascosti nell'animo suo, dove aveva annotato i suoi istanti più belli.

- Siamo tutti creati in miniatura, Aurora. Gli uomini sono come vane tracce di vita, nel mondo; poi, la vita li annienta - sussurrò la bionda, con voce spettrale.

- Che cosa dici? Tu deliri... - disse l'amata di Philippe.

- No, non deliro. Non sono assurdità le mie. È come se fossi in trance...

- Vattene, smettila di farmi paura!

- Io non posso andarmene... Desidero convincerti, a tutti i costi! Aurora... Aurora... Aurora... Senti come mormoro il tuo nome? Non ti chiedo di rinunciare al tuo Philippe!

- No, quello che tu dici non può accadere! No!

- Lo sposerai egualmente?

- Sì! Non credo affatto alle tue bugie!

- Non sono bugie.

- Lasciami in pace!

Aurora si voltò.

Non aveva più voglia di guardarla in faccia.

Non credeva più a Marghot; la vedeva profondamente commossa, ma alle sue orecchie la voce dell'amica sembrava finta e le sue frasi, recitate.

- Mi hai fatto venire qui apposta! - protestò la nostra protagonista. - Mi volevi intimorire, spaventare...

- Mi dispiace - rispose la bionda. - Io ho tentato, sapevo che era difficile, speravo non fosse impossibile. Ma se tu amassi veramente Philippe, penseresti a ciò che ho detto.

- Se permetti, me ne vado, addio! - disse Aurora, voltandole le spalle e cominciando ad allontanarsi.

- Aspetta!

- Addio!

La nostra protagonista, avvolta nel suo soprabito scarlatto, se ne andava, a piccoli passi, tremando. Marghot la guardava e si sentiva piena di sconforto. L'unica cosa che veramente le dispiaceva era ciò che sapeva sarebbe accaduto alla sua amica.

- Oh, se solo ti fermassi! - gridava la bionda del destino, invano.

Tutto inutile, ormai la sventurata era lontana.

Ah, Aurora! Che cosa avevi fatto! Che cosa avevi fatto! Forse ti saresti pentita, amaramente pentita, un giorno, accorgendoti del dolore che, a poco a poco, ti avrebbe trascinata via con sé!

Questo fu il pensiero di Marghot.

Forse, fu il suo ultimo pensiero.

Non riusciva ad andarsene. Qualcosa la teneva inchiodata a quel bosco di aceri rossi. Provava la sensazione che in mezzo agli alberi si nascondesse la sua morte e temeva di non sbagliarsi. Le pareva di scorgere, sull'acqua, il volto di Arturo, quel volto arcigno che, un tempo, aveva avuto suo marito, che non vedeva da tempo.

- Vattene! Non mi tormentare! - gridò, portandosi una mano sulla fronte, mentre si sentiva mancare.

Il suo corpo, ah! Il suo corpo non obbediva più alla sua volontà.

La paura e l'ansietà la sopraffacevano, le facevano fare cose assurde, che altrimenti non avrebbe mai fatto in vita sua.

Era rimasta sola, completamente sola.

Il fiume aveva cominciato a gorgogliare rumorosamente. Sembrava che scorresse ad una velocità assurda.

Marghot si aggrappò al parapetto, le mancava l'equilibrio...

- Aurora, perché! - vaneggiava.

Sentì qualcosa che le bruciava al dito. Era la sua fede nuziale, forse l'unica cosa, ormai, che la legasse a suo marito. Non poteva più tenerla! Le faceva male, troppo male! E d'altronde, a che cosa sarebbe servito portarla ancora? Era soltanto una tristezza, come quel mattino.

Fu così che se la tolse e la sentì, per un attimo, tra le sue mani.

Bruciava, bruciava forte, irresistibilmente. Doveva gettarla via, doveva farlo, sì, doveva, doveva...

Non fu lei a gettarla nel fiume.

Infatti, le cadde; le sue mani tremanti l'avevano lasciata cadere, non erano state la sua volontà, il suo cuore...

- Arturo, dove sei? Arturo! - chiamava Marghot, smarrita.

Era accaduto tanto senza che lei nemmeno potesse rendersene conto.

- Oh, che afflizione! - mormorò, in un singhiozzo.

Era come se, sulla superficie del fiume, distinguesse non il suo volto, ma la sua anima.

Eppure, non la vedeva distintamente.

Forse era davvero meglio morire e lasciarsi andare...

La corrente del fiume l'avrebbe trasportata lontano, inesorabilmente, così come fino ad allora l'aveva trascinata la corrente della vita.

I suoi singhiozzi erano strazianti.

- Vado! - mormorava. - Vado e non tornerò.

No, non sarebbe tornata mai più.

Scomparve.

Da allora, nessuno più la vide, nessuno più la incontrò.

Di lei, non si seppe più nulla.

Il suo nome fu cancellato da ogni mente, al pari del suo volto e dei ricordi legati a lei.



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