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lavoro pubblicato venerdì 27 febbraio 2009
ultima lettura domenica 18 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL SOGNATORE BLU

di Dunklenacht. Letto 540 volte. Dallo scaffale Fantasia

Capitolo Sesto. Il destino di un mortale. Arturo non doveva venire in possesso della chiave; Aurora aveva saputo una parte della verità e gliel...

Capitolo Sesto. Il destino di un mortale.

Arturo non doveva venire in possesso della chiave; Aurora aveva saputo una parte della verità e glielo avrebbe impedito.

Ella non conosceva Germana, ma se le avesse accennato qualcosa, se le avesse detto che, per un bene superiore, doveva, adducendo un pretesto qualsiasi, rifiutarsi di consegnargli il prezioso oggetto, la chiave, probabilmente lei lo avrebbe fatto.

"Forse è stato Arturo il vero assassino di Florimond, non ne so nulla..." pensava l'arpista. "Può darsi che si sia messo d'accordo con Philippe!".

Ma ormai, si disse, quel denaro era irrecuperabile. Si poteva soltanto sperare di salvarlo da quell'uomo, che non lo meritava.

Germana era in procinto di consegnare ad Arturo la chiave, assai ingenuamente. Ma il breve messaggio che ricevette la fece ricredere.

"La prego, in nome di Florimond, di non fare nulla di ciò che le chiede il signor Arturo. Si allontani da lui, cerchi di non farsi trovare in casa, quando verrà a bussare al suo uscio, perché è una persona pericolosa. Il mio compito è quello di aiutarla, ma soprattutto di impedire che un tale essere venga in possesso della chiave che aprirà la porta di un inferno".

Germana ebbe paura.

Arturo le era parso un uomo tanto onesto, tanto sulla retta via! Ora, ne scopriva tutta l'oscurità.

In quegli occhi verdi, verdissimi, si diceva, si nascondeva senza dubbio una personalità balorda. I due, però, si incontrarono, lungo un sentiero di montagna, fiancheggiato da cespugli irti di spine e caprifogli.

- Mi lasci andare, per favore! - si lamentò Germana, cercando di sottrarsi alla sua stretta, perché l'aveva afferrata per un braccio.

- Perché? Che cosa c'è? - strillò Arturo.

- Non vede che non ho nulla da dirle?

- Allora!

- Che cosa vuole? Stia attento, perché mi metterò a gridare ed attirerò l'attenzione di...

- Zitta, befana! Zitta, altrimenti giuro che...

- Che vuole? Avanti, me lo dica!

- La chiave, voglio la chiave per aprire il forziere!

- Non ce l'ho.

Arturo s'infiammò di collera. Sembrava che non fosse più in grado di trattenersi, tanto che Germana credette che fosse in procinto di scagliarsi su di lei.

- No, non le farò del male - le disse sottovoce quel brutto ceffo.- Florimond non l'avrebbe voluto mai... Ma le giuro che non avrà il tempo...

- Dica, avanti!

- Niente, niente... Ma è sicura di non poterla cercare meglio?

- Sì, lo sono.

- Lei è una donnaccia, lo sa?

A quel punto, Germana si disse che, nel caso in cui Arturo le avesse dato degli ulteriori problemi, sarebbe stato meglio per lei rivolgersi alla polizia, prima che fosse stato troppo tardi.

Poi, però, la donna si disse che forse avrebbe dovuto dargli la chiave. Se gliel'avesse data vinta, forse non si sarebbe trovata in una situazione tanto angustiante.

- Stupida! Stupida! Stupida! - gridò a voce alta, quando fu rimasta sola con gli alberi e i rovi selvatici.

Se la prese con se stessa.

Germana aveva delle fotografie di Florimond. Le avevano scattate insieme, nei giorni in cui l'amicizia li aveva fatti sentire assai uniti. Una volta, le teneva fra le sue mani e le sfogliava. Tra le sfumature in bianco e nero di quei perpetui ricordi, provava come la sensazione che Florimond fosse morto.

Doveva essere vero, si diceva, sconsolatamente. Che singhiozzi, i suoi!

Perché se n'era andato via così? Senza una parola, né un abbraccio affettuoso...

Ad un tratto, una mano misteriosa, rugosa, da uomo, prese una pagina del bell'album di fotografie e la strappò.

- No! - gridò Germana, con tutta la sua voce. - Perché?

Si voltò.

Arturo era dietro di lei, con la pagina strappata in mano. Poteva distruggere le più belle foto contenute nell'album, perché aveva preso la pagina più bella.

- No! Dammela, ti prego! - strillò la donna.

Il perfido non rispondeva. I suoi sguardi erano atroci, così come il gesto che stava per compiere. Con entrambe le mani, lentamente, fece a pezzi i più soavi ricordi a cui Germana era affezionata.

- Vattene! Vattene! - gli gridava lei, in lacrime.

- Ti ho sorpresa, non è vero? - la canzonò malignamente quel brutto ceffo. - Occhio per occhio, dente per dente. Non ho fatto altro che fare a te quello che tu hai fatto a me. Carissima, per te, è arrivata la festa della verità.

L'altra, intanto, singhiozzava per la paura ed il rimpianto! Poi, trovò la forza di chiedergli:

- Che dici? Cosa vuoi dire?

- Ora mi dirai dove hai messo la chiave. Te lo giuro!

- Che vuoi farmi?

- Te lo giuro!

- Va bene, va bene, lasciami! Te lo dirò, te lo dirò...

Nella mano destra, Arturo teneva una bottiglia colma d'un liquido che avrebbe fatto impazzire quella donna. Senza concederle il tempo di parlare, senza che lei potesse in alcun modo tentare di resistere o di fuggire, il perfido le fece aprire la bocca.

- Bevi! - le disse. - Sarà meglio per entrambi!

Poi, quando lo ritenne opportuno, le staccò la bottiglia dalle labbra, pensando che avesse già trangugiato un bel po' di quel brandy.

Ma Germana glielo spruzzò tutto sugli occhi!

- Ah, maledetta carogna! Carogna! Carogna! - urlò Arturo, disperatamente. - Falla finita, altrimenti ti uccido!

La donna si pentì di avere osato tanto.

Arturo, in maniche di camicia, le puntò sul volto una lampada e seppe essere così violento, nei suoi confronti, così crudele e rude, da farle passare la voglia di sputargli addosso; poi, la ubriacò profondamente.

Poco dopo era tutto intento ad agitarla, a darle degli scossoni; la faceva andare su e giù, perché desiderava infinitamente che parlasse nel tormento!

- Parla, dov'è la chiave? - le ripeteva.

- La tengo nascosta qui in casa... - mormorava l'ubriaca.

- Dove?

- E poi che farai, ti andrai a divertire?

- Dimmelo, avanti! Altrimenti, giuro che...

Germana glielo disse.

Arturo corse a prendere la chiave, nel nascondiglio dov'era stata messa e la trovò.

Uscì fuori correndo. Aveva ancora da dire due parole a Germana ma, mentre stringeva la chiave tra le dita e provava tutto il piacere che gli dava tale contatto, era come se avesse già fatto tutto il necessario.

Poi tornò dall'ubriaca e le sussurrò in un orecchio queste parole:

- Germana, tu sei come una mosca, io posso schiacciarti quanto voglio. Non costringermi a farlo, per favore, tu sai che non lo desidero...

- D'accordo, come vuoi - piagnucolò la donna.

- Tu non ricorderai nulla, assolutamente nulla, di quello che è accaduto oggi, in casa tua.

- Va bene, nulla.

- Se qualcuno dovesse chiederti qualcosa...

- Nulla!

- Se ti chiederanno dove hai messo la chiave, tu dirai a tutti di averla perduta. Sì, tu l'hai perduta!

- Perduta!

- Tu non mi conosci. Non mi hai mai visto in vita tua. Non ci siamo mai incontrati.

Dopo aver proferito queste parole, Arturo se ne andò.

Finalmente egli aprì il forziere, cacciò le mani nel denaro che vi era contenuto, lo sentì suo, si convinse di possederlo e di non avere più bisogno d'altro nella vita.

Aurora non venne a sapere che quel brutto ceffo era riuscito ad impossessarsi di quei soldi. Se l'avesse saputo, lo sdegno e la rabbia, in lei, non avrebbero mai avuto limiti.

Quando Arturo si guardava allo specchio, sorrideva a se stesso. Egli amava soprattutto sentire tutto il calore della sua Marghot, quando erano insieme; era bellissimo stringerla tra le braccia ed accorgersi della giovinezza che palpitava in lei.

- Che cosa faremo di bello, insieme? - le diceva scherzoso, rallegrandosi di tutto.

- Quello che vorrai - gli rispondeva la bionda, commossa.

- Voglio portarti in giro, farti vedere il mondo, divertirti!

Fu così che un suo amico lo invitò ad una cerimonia, alla quale non sarebbe mai potuto mancare. Volle che Marghot fosse elegante e che portasse anche il loro bambino. Si fece confezionare per l'occasione un bel vestito nuovo ed acquistò un paio di scarpe nere, elegantissime.

Nei suoi vestiti favolosi, Arturo sembrava non avere più età; non era più attempato, ma non lo si sarebbe nemmeno potuto dire giovane; il volto suo appariva smarrito, tra le nubi ed i bagliori pallidi che, di tanto in tanto, lo percorrevano.

Quel giorno, Arturo aveva fretta di andare, c'era come qualcosa che lo attirava, desiderava partire. Consultava continuamente il suo orologio. Mancava solo un quarto d'ora.

- Marghot, voglio che ti affretti, dobbiamo arrivare, presto - diceva alla sua donna.

Fu così che giunsero in prossimità della piccola chiesa ove si sarebbe tenuta la cerimonia.

Il sole, bianco, ardeva nel cielo ed abbagliava con i suoi raggi, che si nascondevano al di là del campanile.

La chiesetta era grigia, isolata, quasi cadente, l'edera s'arrampicava vagamente sui suoi muri un po' decrepiti. L'avevano costruita in cima ad una collinetta erbosa e verdeggiante; un giorno, non sarebbe stata più che un rudere cadente.

I prati erano più brillanti del consueto; aveva piovuto a lungo, perciò il sole era più fulgente e splendeva in un cielo lindo e ceruleo.

Marghot, vestita di rosso, con un magnifico cappello nero e rotondo sul capo, era più scintillante che mai. I suoi capelli biondissimi e ricci attiravano gli sguardi di tutti.

La cerimonia ebbe inizio, al suono di un organo.

Arturo pensava forse a suo figlio; poi, però, la mente sua fu turbata a tal punto, che si sedette su una delle panche di legno, sfinito. Le sue mani tremavano, rugose, il suo volto sembrava rannuvolarsi e cambiare aspetto.

- Non ti senti bene? - gli chiese Marghot.

- Sto benissimo - le rispose lui - è solo che non ce la faccio più a stare in piedi.

- Ti capisco, ti capisco...

Arturo volle che la sua amata gli facesse una carezza. Dopo che la mano di lei si fu posata sulla sua spalla, si sentì meglio; era come se il buonumore gli fosse tornato, tutto in una volta.

Al termine della cerimonia, tutti uscirono dalla chiesetta, per fare delle fotografie all'esterno. Il sole splendeva con più vigore e luminosità di prima; era letteralmente abbagliante. Arturo voleva farsi fotografare vicino al suo amico, con Marghot, che teneva il figlioletto in braccio.

Ma la fotografa era Germana!

Il perfido si raccomodò i capelli, che erano sparsi e quasi scarmigliati sulla sua fronte gelida. Aveva davanti agli occhi, bruciante, l'immagine dei momenti atroci che aveva fatto passare a quella donna. Era come se un bagliore lo accecasse.

Germana cominciava a scattare le fotografie, Arturo si sentiva sempre peggio, il rumore di quella vecchia macchina fotografica lo inquietava, gli scatti si moltiplicavano e si moltiplicavano i battiti del suo cuore. Egli non ce la faceva più; poco dopo, provò un dolore forte, acuto, penetrante, che gli perforava l'anima.

Portò, come d'istinto, una mano al petto, che sembrava quasi scoppiare. Il dolore suo cresceva, aumentava, diventava insopportabile, disumano, orrendo! Arturo riusciva a stento ad aprire la bocca, ad emettere un gemito sordo. Nessuno si era ancora accorto di quanto gli stava accadendo, nessuno!

Arturo socchiuse gli occhi, il dolore gli prendeva il braccio, si diffondeva attraverso tutto il suo corpo, al pari di una struggente, disperata agonia.

Egli si lasciava andare, si lasciava cadere!

Germana continuava sempre a scattare fotografie e lo vedeva andare incontro alla morte.

- Arturo, che hai? - gli chiesero poi Marghot e, assieme a lei, tutti coloro che s'accorsero di lui.

Intanto, Arturo era caduto all'indietro e ruzzolava giù per la discesa, vertiginosamente, precipitosamente, pazzamente. Avvolto nel suo bel vestito elegante, gli occhi chiusi, la bocca semiaperta, che sbavava, mandava dei lamenti penosi. Non si fermava più... Le sue unghie, nere quanto la morte, erano come piantate, inchiodate nel suo petto, il cuore lo tormentava, tanto che cercava di strapparselo.

Non poteva gridare, non poteva far nulla, se non ciò che gli concedevano le sue forze e quel male. Alla fine smise di cadere, si rannicchiò al suolo, ma si contorceva ancora, nel suo pallore mortale e doloroso. La tonalità fatale di quel lampo, che l'aveva stroncato, appariva ancora tetra su di lui, che era poco più di un cadavere.

Il suono forte e acuto di una tromba lo raggiunse. Gli parve un'improvvisa marcia funebre, suonata per lui. Gli squilli, vibranti di tenuità, lo commuovevano, lo tormentavano, per quanto fosse ancora possibile. Erano gli urli delle fanfare di una banda, che passava, senza che lui la potesse discernere.

Lo illuminavano la luce cupa del lutto, il suo sentimento, la sua ultima emozione, che s'innalzava, mentre lo lambiva l'inafferrabile crudeltà della sorte.

Le mani sue potevano sfiorare l'erba del prato, verde e cupa. Persone dai volti vaghi di precipitarono su di lui, le loro mani cercavano di scuoterlo, di prenderlo, di soccorrerlo. Ma quale soccorso sarebbe stato migliore della morte? Questo si domandava lo sventurato.

- Lasciatemi... - rantolava.

Molti erano sconvolti. Egli era paralizzato, non poteva muoversi, la sua bocca era contratta, probabilmente nella sua ultima, tragica smorfia. Svaniva, nell'oscurità dissolta del suo declino.

- Marghot... - poté mormorare; poi tacque, definitivamente.

Era come se il mondo non sapesse più che farsene di quell'uomo.

Gli occhi suoi avevano smesso di brillare della profondità consueta; il suo volto, pallido, contratto, inaridito, non aveva più fisionomia.

I vespri si spalancavano dinanzi a lui, nel fluire tiepido delle loro sfumature luminose, nel caldo accento di malinconia di una visione che si dileguava.

Egli era rimasto solo, sulla veranda della sua dimora, con accanto la giovane e bella moglie. Si trovava su una carrozzella e non poteva più muoversi. Era consapevole della sua sorte e di come sarebbe stato il resto della sua vita, fino alla fine.

La luce suprema di un giorno qualsiasi languiva davanti a lui, toccava le case, la città, illuminava scialbamente il suo volto, mettendone in risalto l'estremo, tragico pallore.

Il cielo era spruzzato dei vivi, offuscati chiarori crepuscolari, i cuori di entrambi esplodevano, al pari di quello spettacolo inenarrabile e vano.

Da un capo all'altro dell'orizzonte si muovevano, nebulosi, nembi elevati, che s'innalzavano quasi minacciosi nell'etere e poi scomparivano, come all'improvviso, trascinati dal vento irresistibile che dominava l'atmosfera.

Di tanto in tanto, a destra, a manca, gli edifici più grandi lumeggiavano nello spazio evanescente e poi la luce taceva, quasi silenziosa.

Pontvieux-sur-Lasson era immobile, dinanzi alle Alpi ed ai loro occhi, nei quali si disegnavano le ultime sfumature del giorno, del mondo.

Gli sguardi dei due innamorati continuavano ad essere travolti dalle nubi, cariche di lucori vaporosi, di brillantezze opalescenti, di leggere levità; venivano a contatto con l'ultimo sole, che, quasi un occhio incendiato e tragico, li guardava nel supremo istante.

Non s'udiva alcun rumore, soltanto il battito, ininterrotto, dei loro cuori, soltanto il dimenticare ogni cosa, così come la luce obliava l'orizzonte.

La luna non s'innalzava e tutto pareva rimanere dissolto in quegli sprazzi di debole languore.

Arturo si muoveva nella sua carrozzella. Andava su e giù per il terrazzo, cigolando.

La mente sua era sgombra di tutto, fuorché del travaglio. Di tanto in tanto, i suoi occhi impazzivano.

Contemplava l'ombra.

Porgeva l'orecchio al vento, lo sentiva bruire e poi tacere, lentamente; nessun'altra sensazione, nessun altro sussurro lo toccava. Ma le sue orecchie non avrebbero potuto udire, non potevano più udire altro che tristezza, dopo le note agghiaccianti di quella tromba ed i suoi squilli forti, insopportabili.

Gli pareva di discernere foglie verdi, naturalmente dipinte di smeraldo. Scorgeva la strada, vuota, cupa, grigia, affollata da passanti senza nome, che confabulavano, mormoravano chissà che.

Egli provava sensazioni fredde e Marghot era ad un passo da lui. Le prendeva le mani, voleva sentire le dita di lei tra le sue, ah, sì, quelle belle dita lunghe, affusolate, che rare donne possedevano. Lo sventurato era inconsolabile.

Allora, i capelli di Marghot sembravano più lucenti che mai, ma a che cosa serviva la bellezza del mondo? A che cosa giovavano il piacere e il dolore?

Quell'uomo non poteva resistere al dispiacere cieco che lo prendeva. Forse quello che provava era soltanto rimorso, ma comprendeva quanto fosse inutile e tardivo.

Una scintilla di luce tenue si riflesse sui raggi della carrozzella dalla quale Arturo non si sarebbe mai potuto separare per il resto della sua vita.

Poi, svanì.

- Marghot, io ti ho amata! Ti ho amata, anche se non lo sai, ricordatelo!

Così le disse. La bella si voltò verso di lui; era quasi innamorata. Avrebbe forse desiderato fargli una carezza, scambiare con lui qualche segno d'affetto, ma le sembrava impossibile.

- Tu mi hai amata? - chiese la donna.

- Ho fatto di tutto per te, per renderti felice. Lo so, è difficile da capire, ti ho amata a modo mio, forse ti ho dato dei dispiaceri, lo ammetto, ma era soltanto per renderti felice... Se vuoi, dimmelo! Dimmelo, avanti: sono stato un mostro, sono stato un uomo terribile... Ti ho maltrattata, ti ho sciupata, ti ho sedotta vilmente e vilmente ottenuta, ti ho comperata con il denaro, tu avresti desiderato rimanere con lui, sognavi quei palpiti, i suoi, quelli di Philippe! Brillavi come un angelo sotto le luci del mondo.

Sì, Marghot era veramente stata trasformata. Ma chi aveva operato in lei i mutamenti più importanti era stato soltanto il vivere.

La bionda posò dolcemente le sue mani sulle spalle di Arturo. Si sforzava di essergli vicina, di volergli bene.

Ma sembrava che l'altro non la vedesse, non la sentisse. La sua presenza era come inesistente, per lui, in quanto i due non si capivano, l'uno era nulla per l'altra.

- Tu hai fatto... - diceva Marghot. - Tu hai fatto molte più cose di quante io ne possa capire. Ma a che serve, mio Arturo, pensare a fare tanto? A che serve?

Gli occhi del disabile lampeggiarono di commozione e di languore. L'emozione che si stava impadronendo di lui era insopportabile.

Mentre Marghot gli era di spalle, egli si avvicinò alla ringhiera del terrazzo e, con le ultime forze che gli rimanevano nelle braccia, si sollevò dalla carrozzella e si mise a cavallo del parapetto.

Stava per gettarsi di sotto, nel vuoto.

Allora, desiderava la morte come non mai e come non mai la morte gli era vicina.

Ma che cosa stava facendo? Se lo domandava inquieto. Forse, quel gesto non sarebbe servito a nulla e Marghot non si sarebbe mai ricordata di lui.

Gli mancava l'equilibrio. Ancora un istante e poi sarebbe caduto.

- Marghot! - mormorò alla sua innamorata, in una sorta di urlo sussurrato.

La bionda lo vide ed ebbe paura. Gli si avvicinò; in quegli istanti, sembrava una dolce madre, più che una moglie.

Lo abbracciò e gli impedì di commettere quell'assurdità.

- Non farlo, non farlo, amore mio - gli diceva, mentre due lacrime bianche, tristi, le scendevano dagli occhi chiusi, sui quali premevano affettuose le labbra dell'infelice.

- Perché? - le chiese l'altro.

- Non farlo...

- Mi vuoi bene? Se è così, dimmelo, te ne prego...

- Sì, ti amo...

Le strappò una sillaba che per lui era forse un sorso di vita. Quella sillaba fu un abbraccio generoso, un bagliore di luce, che non si aspettava, perché non se ne credeva degno.

- Come vivremo? Come spereremo? - le sussurrò affettuosamente.

- Così!

Allora, Marghot si chinò sul suo uomo e sulla sua bocca contratta, in una smorfia perpetua, posò un bacio, che, per un secondo, nel sogno di quell'attimo, la fece ritornare com'era un tempo.

- Sì! Preziosa... Tu sei la donna più preziosa - vaneggiò Arturo.

Marghot, nei pensieri di lui, nella sua mente, nel suo mondo segreto, era veramente tale.

Il disgraziato avrebbe desiderato cento, mille altri di quei baci. Per contro, quello sarebbe stato il primo e l'ultimo.

- Vivrai per te stesso e per me - disse Marghot.

- Per te! Soprattutto per te, mia adorata sposa!

La adorava come non mai. La voleva, voleva quel volto, quell'anima, quella persona, quell'essere sublime che dimostrava di volergli bene.

- Vedi questo cielo? - gli chiese lei. - Ora è diventato buio, ma tra poco rifiorirà di luce.

Lo sventurato era incantato. Forse, non credeva a quelle parole, ma si lasciava cullare e trascinare dal loro senso, dalla loro tenerezza, che lo estasiavano. La sorte aveva in serbo per lui una nuova vita?

Questa era la domanda che poteva rendergli la serenità perduta.

- Non ti ho mai sentita così amica come ora - disse Arturo, mentre coccolava la sua amata.

- Tu vivrai per me, per il mio affetto, amico mio - gli disse lei, guardandolo negli occhi assai a lungo. - Tu ritornerai com'eri un tempo, tu sarai... Oh!

Marghot era troppo commossa per parlargli ancora. Poi, tenendogli una mano, sussurrò:

- Presto partirai per quella clinica in Svizzera, sulle Alpi. È lontana, ma guarirai, ti riabiliteranno e sarai al sicuro dai tuoi nemici.

Il volto di Arturo si rabbuiò. Non voleva partire!

- Lo so, è difficile, ma pensa che cos'è la morte e che cos'è la vita! - aggiunse lei.

- Voglio che tu sia sempre al mio fianco!

- Sì, ti verrò a trovare qualche volta.

- No, sempre!

- È impossibile, lo sai, caro! Voglio vederti com'eri una volta, ti voglio sentire vigoroso, tu hai bisogno di me ed io ho bisogno di te. Tuo figlio ha bisogno di te. Pensaci!

La voce di Marghot tremava, mentre gli diceva tutte quelle cose. Nel frattempo, Arturo le stringeva le braccia con le sue mani rugose e ormai senili.

- Sono vecchio - le disse. - Chissà che cosa potrò fare ancora a questo mondo...

- No, tu non sei vecchio, Arturo. Sei ancora un uomo e puoi avere delle speranze!

- Marghot, non avrei mai immaginato di poter udire, un giorno, parole simili, dalla tua bocca. Non avrei mai pensato che tu potessi essere tanto premurosa nei miei confronti. Averti accanto è come avere presso di sé un tesoro.

Ma a dividerli erano le stesse tenebre della notte, la stessa profondità di ciò che di più cupo regnava dentro di loro.

- Partirai - insistette Marghot e il suo fu come un dolce comando. - Andrai in quella clinica svizzera, in mezzo ai boschi.

- Sì, partirò - le fece eco lui. - Ma dammi la mano, carissima, dammela!

- Sì, prendila, è tua! Prendila, stringila, ma non morire. Io non voglio che tu muoia!

Non avrebbero mai più trascorso insieme serate come quella. Arturo non avrebbe forse più potuto pronunciare la parola "insieme", né chiamare la persona che amava.

Egli andava lontano, molto lontano.

In un bel pomeriggio di sole, l'acqua dei torrenti che attraversavano Pontvieux-sur-Lasson brillava gioiosamente amena.

I raggi dorati dell'astro fulgente animavano la superficie inquieta di quei rivi, sorridevano nel blu, giocavano con l'ombra.

Le acque scrosciavano, scrosciavano sempre, senza fermarsi mai e le ore sonnolente del giorno passavano con lentezza.

Le case, intorno, erano come spente, nella loro bianca presenza.

L'oblio, delicato, sublime, calava, senza che alcun rumore potesse turbare la quiete pomeridiana. I salici si muovevano tardamente, pigramente, con le loro fronde cadenti, a cascata, che intingevano nell'acqua gorgogliante.

Una donna, stanca, pensierosa, era seduta su una riva e bagnava i piedi nel torrente, come assonnata.

Si teneva il volto tra le mani.

Fissava la superficie dell'acqua, che rispecchiava il suo viso e i suoi capelli, neri, erano baciati dal sole.

Era Germana.

Che cosa faceva sola, cogitabonda, in quel luogo solitario?

Aveva bisogno di respirare all'aria aperta, perché la mente sua era piena di turbamento. In mano teneva dei piccoli sassi, che gettava, uno dopo l'altro, di tanto in tanto, nell'acqua. Quando si tuffavano, era come se lei si svegliasse, per un momento, dal sonno fantastico che la avvinceva.

Pluff... Pluf... Le pietruzze cadevano dalla sua mano e precipitavano nel torrente. Affondavano così e... Oh! Le ore non passavano mai, così le sembrava.

Ogni tanto, il silenzio veniva infranto dai rintocchi lontani di una campana; poi, tutto ritornava silenzioso e lei ricominciava a gettare sassolini, che disegnavano sulla superficie blu dei cerchi indefiniti, confusi, disordinati.

Germana sentì una sorta di rumore alle sue spalle.

Poi, più nulla.

Forse, era stata un'impressione, volata via nelle sue fantasticherie. La donna non desiderava la compagnia di nessuno, si era recata in quel luogo con l'intenzione di restare sola.

Ad un tratto, Germana vide riflessa sulle acque l'immagine di una donna. Chi era? Che cosa voleva da lei?

La giovane che si specchiava nel torrente era Aurora. Lievemente, allegramente, disse:

- Ti ringrazio!

Poi aggiunse, sussurrando:

- Ti conosco da molto tempo, ormai, e desidero esprimerti tutta la mia gratitudine. Sono stata io a chiederti di fare tanto, a guidarti e senza nemmeno conoscerti, in fondo.

- Sei stata tu? - chiese Germana.

- Ti sono profondamente riconoscente. Ora, per te, non sono che una visione, intrappolata nei bagliori di queste acque e parlo alle tue spalle.



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