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lavoro pubblicato giovedì 26 febbraio 2009
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL SOGNATORE BLU

di Dunklenacht. Letto 549 volte. Dallo scaffale Fantasia

Capitolo Quinto. Tragico. Soltanto allora Philippe poté osservare le splendide sfumature dei capelli di Aurora, che quella sera riflettevano ...

Capitolo Quinto. Tragico.

Soltanto allora Philippe poté osservare le splendide sfumature dei capelli di Aurora, che quella sera riflettevano lucenti la penombra.

Nel chiarore vago che illuminava la scena, la sua amica gli sembrava ancora più affascinante e bella di una bellezza tenera e naturale.

Florimond, si diceva il nostro protagonista, avrebbe rovinato tutto. Quel cieco la voleva distruggere. Era un depravato, un malvagio che desiderava approfittare del suo affetto.

Eppure, i due sembravano così sereni, così innocenti, mentre, alla luce indefinita e debole delle applique, dimostravano la loro amicizia con qualche piccola effusione e sussurrandosi paroline dolci negli orecchi.

Quando Aurora concedeva al suo interlocutore il minimo gesto affettuoso, Philippe provava la sensazione che l'altro, come un ragno, fosse pronto a darle il morso fatale, prima di divorarla.

"Forse, glielo ha già dato e lei è nelle sue mani" si disse lo spione, sempre più sconvolto.

Doveva tacere, ascoltare, vedere.

Conversavano o rimanevano in silenzio? Erano l'uno accanto all'altra o separati? Non avrebbe saputo dirlo.

Le emozioni lo sopraffacevano, al punto che non riusciva più a rendersi conto di ciò che accadeva a poca distanza da sé. Le risa affettuose, amene, tranquille di lei si diffondevano nella stanza.

- Vieni - disse l'arpista, prendendo per mano Florimond.

- Cosa vuoi che facciamo?

- Vieni! - ripeté l'altra, divertita, tenendolo per mano e portandolo dove voleva.

In un angolo, lontano dalla finestra, nella luce nebbiosa di un abat-jour, c'era un pianoforte ottocentesco.

Lei desiderava ascoltare della musica e sapeva che il suo amico era capace di suonare bene quello strumento.

- Oh, ma dove mi hai portato? - le chiese Florimond. - Vuoi ascoltare qualcosa, vuoi che suoni?

- Sì, è quello che voglio! - esclamò lei.

Aurora, però, non voleva smettere di stringere le sue mani affettuosamente. Chissà che cosa provava, dentro di sé!

Ad ogni modo, ella aveva giurato a se stessa di non amare più come un tempo e gli disse poi, pacatamente:

- Vieni, siediti sulle mie ginocchia e suona.

- Lo vuoi veramente?

- Sì.

Florimond la esaudì. Appoggiò, lentamente, le dita sui tasti bianchi e neri e, come per incanto, la musica, sublime, avvolta nell'eleganza, prese a diffondersi come un profumo.

Tutto l'ardore, tutta l'armonia, tutta la bellezza di una sonata di Schubert erano le sole sensazioni di quegli istanti.

Aurora lo sentiva respirare profondamente, mentre percorreva la tastiera con le dita agili e la fredda musica blu li univa.

Le piaceva sentire il suo corpo, la sua virilità, su di sé, tra le sue braccia; adorava quelle sensazioni e non sarebbe mai stata capace di dimenticarle.

Ma i due rimanevano sempre e soltanto amici.

Al di là della realtà, in quella musica sublime, nel fascino e nell'incanto di quelle note, di quei passaggi soavi e appassionati, era come se fossero innamorati.

Florimond lo sentiva, lo voleva.

Nondimeno, non avrebbe mai confessato quel suo desiderio alla cara Aurora.

I capelli di lei, fulvi, incendiati di rosso, risaltavano come non mai, raccolti da un fermacapelli bianco, che la faceva sembrare una ragazzina.

E come due ragazzini, lei e Florimond, in quella sonata, si divertivano a giocare all'amore.

- La, la, la, larallallà... - canticchiavano insieme.

Il cuore di entrambi batteva forte, nei passaggi più emozionanti della melodia, tra gli accordi sconvolgenti e romantici, nella calma dolcezza che li toccava, al pari della bella musica.

La sonata continuava sempre, non finiva mai...

Florimond, quasi in estasi, non s'accorgeva più nemmeno di suonare, eppure, tra le braccia della cara arpista, non commetteva nemmeno uno sbaglio. Doveva finire...

E come un magico, virtuale amplesso, come un abbraccio d'effusione o un bacio languido, la sonata finiva, ma in un crescendo d'intensità, in una passione sempre più sconvolgente e tumultuosa.

S'innalzava a sfiorare il cielo, l'universo, l'infinito, l'eterno; poi, finalmente, l'ultima, vibrante nota, che poneva fine a quei momenti appassionati e li lasciava nel silenzio.

Allora, Florimond provò un violento, irrefrenabile desiderio di baciare Aurora. Non volle farlo, ma lei provò il medesimo impulso affettuoso, che la divorò.

Erano stati una cosa sola, anche se per gioco, nel sogno... Non avevano il coraggio di ammetterlo.

Ma le note, la musica, continuavano a rimanere nei loro cuori.

Florimond accarezzava con la sua mano lunga i capelli della sua amica del cuore.

Era come se quella morbidezza, quella leggerezza, gli comunicassero, al tatto, tutta la bellezza che scintillava accanto a lui e che poteva sfiorare con un dito.

Li sentiva sulle sue spalle, lo seducevano.

Entrambi sarebbero voluti essere ancora più vicini.

Rimanevano taciturni, Aurora guardava a lungo, rapita, il suo amico, cercava di penetrare i suoi occhiali neri, profondi, sentendosi incatenata dalla passione. Sospirava!

Si strinse forte a lui, era impossibile evitarlo. Gli si abbandonava? Gli si concedeva?

Florimond le regalava dei sorrisi, ma non voleva che quella serata mutasse radicalmente il loro tenero rapporto.

- Sì, Florimond, sì! - disse Aurora, sopraffatta dai suoi sentimenti. - Sì, ancora, amico del mio cuore, ancora! Ancora!

- Non sai quanto ti desideri... - le mormorò l'altro.

Philippe, che si trovava allora dietro la tenda, si accorse del modo in cui il suo rivale stringeva Aurora, di come le parlasse con passione e ardore, di come volesse farla sua.

Nella mente del sognatore blu risuonavano le parole di Arturo. Prima o poi sarebbe stato necessario farlo, farlo!

Il nostro protagonista non s'ingannava: tutto quello che vedeva, sentiva e ascoltava era vero.

Florimond non smetteva mai di accarezzare la sua Aurora e soprattutto di toccare i suoi bei capelli rossi.

- Sento che questa sera sei tutta per me... - le diceva il suonatore cieco, parlando davanti a quella bocca dolce, rossa, semiaperta, che tanto avrebbe desiderato baciare e godere.

- Ti ringrazio - sussurrò lei.

Le mani dell'arpista, che Florimond sentiva tra le sue, erano perfette. Le sue dita lunghe, bianchissime, dalle unghie rosa ed eleganti, avrebbero potuto rendere felice chiunque.

- Aurora, desidero tanto fare una cosa, lo desidero pazzamente e spero tu me la permetta... - disse il rivale di Philippe.

- Che cosa mai?

- Adoro i tuoi capelli ed il profumo che esalano. C'è una bella vasca da bagno, tutta dorata... Vuoi che te li lavi?

Aurora arrossì di piacere, tutta lusingata.

Lo desiderava anche lei. Florimond poteva farla impazzire!

- Se vuoi, sì... - gli mormorò. - Mi farebbe piacere.

- Facciamolo, allora!

La bella, alzandosi, faceva, con un rapido movimento del capo, volare i suoi capelli attorno a sé, perché Florimond glieli aveva messi dolcemente in disordine.

I due si diressero verso il bagno.

Philippe li aveva sentiti. Era arrivato per lui il momento di uscire da quel nascondiglio e di agire. Aveva deciso.

Al suo udito perveniva, continuo, lo scroscio armonioso dell'acqua, che riempiva la vasca da bagno.

- Uh, è tiepida - diceva una voce melata, in lontananza. - Perfetta... Sarà dolcissimo...

La fronte di Philippe era imperlata di sudore gelido. Era certo che lavarle i capelli fosse soltanto un pretesto, per annegarla nella vasca. Le parole di Arturo lo ossessionavano, in quell'occasione specialmente.

Lentamente, a poco a poco, l'acqua riempiva la vasca, nella quale Aurora avrebbe immerso i suoi lievi capelli.

Florimond avrebbe goduto di quell'istante, di quelle sensazioni piacevoli, di quella morbidezza che inebriava il tatto, di quella tenerezza furtiva. Ah!

L'acqua cessò di scorrere.

Il rubinetto era stato chiuso.

Il cieco tuffava le mani nei capelli di lei, che a propria volta si tuffavano nell'acqua, soave e magica.

Philippe, improvvisamente, uscì allo scoperto. Aveva lo sguardo impassibile ed un'espressione atroce, da incubo, dipinta sul volto.

Aurora languiva di piacere, mentre Florimond la bagnava, le cospargeva i capelli di schiuma, la coccolava.

Tra gli schizzi, la bella arpista vide il suo amante perduto.

- Cielo! - esclamò, in un lampo, quasi terrorizzata.

- Che cosa c'è? - chiese Florimond.

Non c'era tempo per parlare.

Philippe era stravolto, gli occhi suoi riflettevano l'inferno del suo animo, l'atrocità dell'odio appassionato, della collera, ma soprattutto il timore, ardente, che lei potesse soffrire.

Il nostro protagonista non parlò, si gettò sul rivale, lo afferrò e...

- Fermati! - gridò la giovane. - Che cosa gli vuoi fare, cattivo? Non vedi quanto è disgraziato? Vuoi prendertela con un povero cieco?

L'aggressore non l'aveva sentita.

- Philippe! Fermati, per amor mio! - urlò allora Aurora, con voce tremante.

Il sognatore blu ebbe la meglio su Florimond, il quale aveva tentato di difendersi, invano.

Sì, forse quel rivale aveva veramente architettato tutto per riuscire ad avere il cuore di Aurora, si era finto cieco, malato, soltanto per l'amore di lei... Così pensava Philippe, dopo averlo afferrato per il collo, mentre gli immergeva la testa nella vasca.

Era terribile, voleva ucciderlo!

Florimond annegava nell'acqua... Forse, era lo stesso amore per Aurora ad ucciderlo... Aveva sbagliato tutto!

- Philippe! Philippe! - chiamava la bella, i capelli bagnati appiccicati al volto, in mezzo alla schiuma disperata, la stessa nella quale avveniva la morte.

Un uomo stava per essere ucciso dalla passione, un altro dalla gelosia disperata.

- Philippe, lo stai uccidendo!

- Lasciami fare, Aurora! Egli è un malvagio, voleva distruggerti! Tutto questo è per il nostro bene...

Così si parlarono i due amanti.

Il nostro protagonista era fuori di sé. Le sue mani divenivano, a poco a poco, sempre più deboli, le forze cominciavano ad abbandonarlo, ma per il poveretto non c'era più molto da fare.

Aurora cercò di impedire al folle di portare a termine il suo gesto. Alla fine, Philippe lasciò il suo rivale, che ricadde nella vasca, perché ormai era quasi annegato.

- L'hai ucciso, Philippe! - gridò Aurora. - L'hai ucciso! Era così buono, così dolce e sfortunato e tu hai potuto prendertela con lui!

- Aurora, non capisci? - le disse l'altro. - Era tutta apparenza... Sono certo che costui non è mai stato cieco. Florimond era un falsario, il tesoro che ti ha promesso era fatto soltanto di banconote false. Voleva che tu le spacciassi per lui! Aurora! Aurora!

Egli le aveva messo entrambe le mani sulle spalle e la scuoteva con veemenza.

- Ed ora - sussurrò Aurora, tenendo in mano la chiave che apriva il forziere - che succederà?

- Vattene da questa casa, mio tesoro, vattene! - le disse Philippe, con voce impetuosa. - Dammi quella chiave, amica mia, dammela! La voglio!

- Perché mai?

- Appartiene alla menzogna, all'illusione!

- No!

- Quella chiave, Aurora, ti aprirà le porte della disperazione! Dammela!

Philippe la ottenne con la forza, se la fece dare, sì, tra le grida disperate della sua carissima arpista, che fuggì, i capelli ancora bagnati, le mani tremanti e le forze che la abbandonavano.

Quando fu rimasto solo, il nostro protagonista disse nel silenzio:

- L'ho ucciso! L'ho ucciso!

Le parole sue parvero un singhiozzo.

Si accorse che respirare gli diventava impossibile, l'angoscia e il terrore lo sopraffacevano.

Era il male!

Philippe corse via.

Tempo dopo, non faceva che rigirarsi quella chiave misteriosa tra le mani. Ne scopriva il tragico luccichio, vedeva la luce riflessa da quell'oggetto dorato che gli feriva l'anima.

Ebbe una sorta di allucinazione, in mezzo ai bagliori dell'aurora, in un angolo solitario di Pontvieux-sur-Lasson. Qualcuno si trovava davanti a lui, il volto immobile, le mani infilate nelle tasche, le sopracciglia leggermente aggrottate. Il sole e la brezza scomponevano i suoi capelli bianchi, che riflettevano però le sfumature del rosso più acceso.

- Philippe - gli sussurrò in un orecchio quella visione. - Philippe!

- Sì - rispose l'altro, mettendosi le mani in tasca e fissando il vuoto.

- Bravo! I miei complimenti! Sì, sei stato veramente bravo, ma ho ancora bisogno di te. Sei una persona preziosa, lascia che ti metta una mano sulla spalla...

- Che cosa c'è?

- Qualcosa di importante. Ho bisogno di te, Philippe, ormai noi due siamo amici e tu non mi puoi più rifiutare nulla. Sei mio...

- Mi hai fatto uccidere un uomo...

- No, ti ho fatto salvare Aurora... Ricordati che è per merito mio e tuo che ella è salva, è grazie a me che la potrai riabbracciare.

- Sì, ora la potrò riabbracciare...

- Amico mio, ti devo chiedere un favore.

- No!

Gli occhi di Arturo lampeggiarono.

- No, non te lo posso negare - fu costretto a dire il sognatore blu, poco dopo.

- Sei un bravo ragazzo, lo so - riprese il suo interlocutore. - Philippe! Quell'uomo ti ha parlato di un baule, quella sera. Più precisamente, di un forziere, nel quale è contenuta una fortuna.

- Sì.

- Quel denaro è falso! Voleva farlo spacciare dalla tua Aurora! Tu hai una chiave... Sai dove si trova il forziere e...

- Sì, ce l'ho, ce l'ho.

- Tu me la darai. L'hai addosso, ora, non è vero? L'hai in tasca, dimmelo!

- Arturo, liberami da quest'incubo, è come un martello che mi tormenta, come una sanguisuga che mi indebolisce.

- Ti capisco, mio caro. Avanti, dammela, liberati! Dammela! Dammela! Dammela!

Arturo gli prese la chiave. Aveva ottenuto quello che voleva. Uno dei suoi più impenetrabili sorrisi fece capolino sul suo volto, pallido come il giorno.

- Bravo, Philippe - fece Arturo, che già s'allontanava a passi lenti e sembrava svanire nell'ombra. - Addio, mio caro, addio!

Arturo era certo che il tesoro si trovasse sotto l'albero dei dolci appuntamenti, l'antico rovere. Fu proprio là che andò a scavare nottetempo. Alla fine, il suo badile urtò qualcosa, era il forziere; il denaro era diventato suo.

Con sua grande sorpresa, egli s'avvide che la sua chiave non apriva che due delle quattro serrature che chiudevano il forziere. Che rabbia disperata!

Tuttavia, nei giorni che seguirono, Arturo rinvenne, in casa di Florimond, un biglietto che diceva:

"Germana 842123.

Crede sia la chiave di un cassetto contenente giornali vecchi".

Dunque, il cieco aveva affidato l'altra chiave ad una certa Germana?

Arturo ne era sicuro. Ma allora non poteva occuparsi di quell'oggetto come avrebbe voluto. Infatti, nella sua vita c'era un avvenimento più importante.

Egli avrebbe finalmente potuto coronare il suo sogno d'amore con Marghot.

Il giorno del matrimonio era ormai vicino; eliminato Federico, quell'ostacolo apparentemente insormontabile, non gli rimaneva che gustare i frutti di un sentimento immortale.

Marghot fu sua, secondo il rito valdese.

Il giorno del matrimonio fu una favola.

- Sei felice oggi? - le chiese lo sposo.

Lei non rispondeva, non era in grado di rispondergli. Le dispiaceva profondamente che Federico fosse morto e in una maniera così atroce. Ad ogni modo, il povero pastore non avrebbe mai potuto salvarla dalla passione di quell'uomo, che allora la abbracciava forte, suo malgrado.

Arturo poté poi occuparsi dell'altra chiave. Germana era una donna dai capelli lunghi, lisci e bruni, dal volto pallido, dagli occhi chiarissimi ed inquietanti, nei quali si rispecchiava sempre una calma inenarrabile. I due si incontrarono in casa di lei.

Arturo si presentò come un semplice amico di Florimond, le disse che questi lo aveva incaricato di ottenere la chiave che possedeva la donna.

- Lei è in possesso di quella chiave, non è vero?

- Ce l'ho ancora, sì.

- La prego, in nome del suo amico Florimond, di consegnarmela al più presto.

- Lo farò. Quando vuole venire a prenderla?

- Anche domani, se vuole.

- D'accordo, d'accordo. Gliela darò, mi dia soltanto un po' di tempo. Credevo che Florimond vi tenesse molto e l'ho nascosta in un luogo sicuro.

A Germana occorsero alcuni giorni per prendere la chiave.

Il sole brillava nel cielo di un pomeriggio come tanti a Pontvieux-sur-Lasson, il viale V. Hugo era affollato soltanto da pochi e rari passanti.

La luce pesante, quasi dissolta, del sole, si rifletteva come a specchio sui raggi delle ruote di una carozzina.

La spingeva una donna.

C'erano delle nuvole bianche e rade nel cielo, che era divenuto di un azzurro quasi cupo.

Il sole giocava continuamente coi nembi, che ora ne soffocavano la luce, ora gli consentivano di fare ardentemente capolino tra i loro candori vaporosi.

L'aria era immobile, si sarebbe potuta dire stagnante. I rumori sembravano sordi, quasi impercettibili e si spegnevano nel silenzio.

La donna continuava a spingere la carrozzina, lentamente, quasi fermandosi, a tratti.

Lo sguardo di quella persona era fisso sul pavé della strada, mentre la sua anima giaceva nel nulla.

Il piccolo era assonnato, dormiva, ignaro di qualsiasi cosa potesse accadere attorno a sé. La madre, stanca, si fermava. I bagliori del sole e le ombre disturbavano. Ella si riparava dai lucori con una mano, mentre con l'altra teneva la carrozzina. Era come se qualcosa le avesse ferito lo sguardo e la sua anima sanguinasse.

Nulla. Soltanto ombre, in quel pomeriggio strano, lungo quel viale non molto ampio, a quell'ora desolato.

La madre riprese a spingere la carrozzina, stavolta con una celerità inaspettata. Sentiva il sangue palpitare nelle sue vene, la testa le faceva male, male, male!

Una febbre segreta la divorava. Aveva visto qualcosa o qualcuno e doveva forse fuggire, ma non ci riusciva, non poteva far nulla.

Respirava affannosamente. Temeva forse per il suo piccolo? No. Sentiva dei passi, i passi, dietro di sé, e non aveva il coraggio di voltarsi.

Era come spaventata.

Guardò il sole: era completamente nascosto dalle nuvole, l'ombra possedeva quel viale, si proiettava su di lei, la divorava.

I passi, i passi!

- Cielo - mormorò la donna.

Non le avrebbe fatto del male, ma era dietro di lei e la fuga era impossibile.

- Sei qui, ti ho trovata - diceva la voce.

Marghot si voltò e la vide. Era lei, Aurora.

La bionda indietreggiò, quasi timorosa; gli occhi suoi tremavano forte in quella penombra.

Improvvisamente, in quell'istante, il sole brillò sul volto pallido di Aurora e fu come se le baciasse i lineamenti.

Aurora mise una mano sulla spalla di Marghot.

- Non voglio farti del male, non voglio farti del male - le sussurrò l'arpista.

- Oh... - diceva l'altra, incapace di fare altro che proferire sillabe vaghe.

- È come se fossi distrutta, dopo tutto quello che è successo. Ma ora che sei madre, come vedo... Ora che sei madre, tu puoi capire che cosa significhino certe pene d'amore.

Marghot cercava di allontanarsi, non aveva voglia di parlare con Aurora; in quel periodo, si sentiva talmente sconvolta!

- No, non te ne andrai, per favore. Ho dimenticato tutto, è per caso che noi due ci incontriamo, così come è per caso che molte cose accadono, credo.

Marghot aveva le lacrime agli occhi. Non sapeva che cosa dire e tremava.

- No, non voglio farti del male - riprese Aurora. - Anche Federico, ti avrebbe...

- Perdonata? - sussurrò l'altra.

- Forse.

- Aurora, tu non puoi immaginare quello che io provo in questo istante! Tu non sai quanto sono infelice!

La bella arpista le si avvicinò amichevolmente.

Marghot non riusciva più a trattenere le sue emozioni, che la sopraffacevano.

- Certi eventi sono l'anticamera della morte - diceva la bionda. - Io li ho passati e non auguro a nessuno di sperimentare tanto.

Marghot aveva fatto tutto ciò che non avrebbe mai voluto fare. Era persino costretta ad accettare quel figlio, indesiderato e per il quale, nondimeno, si preoccupava alquanto.

- No, Aurora, no!

L'arpista abbracciava Marghot... Aveva compreso che in lei non c'era nulla di strano, ma soltanto ciò che è incancellabile dal cuore di molti umani.

- Non è mai accaduto nulla, mai accaduto nulla... - sussurrava Aurora, magicamente.

- Sono stata costretta a fare tutto ciò che ho fatto dal destino! - aggiunse Marghot, che prese il suo piccolo dalla carrozzina e lo mostrò alla sua interlocutrice.

In quell'attimo, la luce accarezzò le due donne ed il pargolo che la bionda teneva tra le sue braccia.

Aurora era incantata. Quella donna, di cui conosceva parte dell'infelice storia, aveva un figlio, lo amava e glielo mostrava.

Il piccolo sorrideva, lasciava andare la testa all'indietro, era ancora un neonato, era così inesperto della vita! Non la conosceva neppure, ma era come una festa per lui, poiché l'esistenza già lo conosceva.

La bella arpista lo volle tra le sue braccia.

No; anche se in un primo momento aveva sospettato che Marghot fosse capace di commettere un sì turpe atto, anche se nell'angoscia, nella disperazione improvvisa, l'aveva creduto, ora sapeva che anche quella donna, al pari di ogni essere, possedeva un cuore. Quel pomeriggio, Aurora poté sentire tutta la tenerezza e l'affettuosità che il cuore della bionda poteva provare come madre.

- Sì, Marghot - diceva la nostra protagonista - tu sei buona.

La sua interlocutrice, dopo averle fatto abbracciare il bambino, desiderava che spingessero insieme la carrozzina.

Era bello vederle passare, l'una accanto all'altra, mentre passeggiavano ridendo, sotto la luce amena, che meravigliosamente incorniciava il loro cammino. Erano silenziose amiche.

Nondimeno, Marghot manteneva un'oscurità di pensiero e d'animo impenetrabili per la sua compagna. In quella donna permanevano dei misteri; il mistero l'avrebbe eternamente posseduta.

Gli occhi suoi brillavano di gioia materna, era felice di poter avere al suo fianco una persona che, quella notte, aveva creduto di dover affrontare come una nemica.

- Non voglio che sia il destino a rendermi crudele nei tuoi confronti - disse l'arpista. - Ti voglio quasi bene.

La sua interlocutrice era commossa, si asciugava il sudore e le lievi lacrime con un fazzoletto, si toglieva il cappellino rotondo, decorato con fiori finti e voleva che l'amica di Philippe lo provasse.

Era come se scherzassero.

- Mi dici il suo nome? - chiese Aurora, che desiderava intensamente conoscere il nome del piccolo.

L'altra glielo sussurrò in un orecchio, lentamente. Aurora si sentì felice.

Per lei, aver abbracciato quel piccolo essere era stato come conoscere l'infanzia una seconda volta e con gli occhi di una madre. Aveva forse provato le stesse sensazioni che uniscono un figlio a colei che lo ha generato.

- Almeno - diceva l'arpista - la vita ti offre, di tanto in tanto, le sue piccole dolcezze.

- Sono soavità - rispose Marghot - e, in fondo, io voglio bene al mio cucciolo.

"No, non la odio" pensava Aurora. "Forse, è stato il Cielo a farmela incontrare, oggi pomeriggio, affinché non fossi ingiustamente crudele, nei suoi confronti".

La bionda del mistero doveva rivelarle qualcosa.

- Credo che Arturo - le disse - sia coinvolto in affari non molto chiari. Sta cercando con ossessione non so quali oggetti e soprattutto una chiave, per aprire non so che cosa.

Il volto di Aurora si rabbuiò. "Una chiave!" si diceva. "Un forziere! Arturo! Ma come può averlo fatto?". La mente sua impazziva, le venne il sospetto che nel forziere fosse contenuto il tesoro che Florimond le aveva voluto donare, ma senza riuscirci.

- Sta cercando una chiave? - mormorò l'arpista.

- Per aprire un forziere - rispose l'altra.

- Sai da chi?

- Il suo nome, se non sbaglio, è Germana. Immaginati una donna non più giovane, che conosceva Florimond, il cieco. Ho sentito più volte Arturo fare discorsi strani, nel sonno. Pronunciava anche il tuo nome.

- Germana? Una donna attempata?

Aurora volle che le riferisse di quella persona. Diceva:

- No, non è possibile! Non ci credo...



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