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lavoro pubblicato giovedì 26 febbraio 2009
ultima lettura lunedì 11 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL SOGNATORE BLU

di Dunklenacht. Letto 777 volte. Dallo scaffale Fantasia

Capitolo Quarto. Pastorale. Le fiamme rossastre e cupe splendevano di tenebra nella notte già profonda, quando s'udì una chiave penetrar...

Capitolo Quarto. Pastorale.

Le fiamme rossastre e cupe splendevano di tenebra nella notte già profonda, quando s'udì una chiave penetrare nella serratura della porta, che si apriva, lentamente, lentamente...

Una gran colonna di fumo, nero e minaccioso, uscì attraverso l'uscio spalancato.

Un essere umano, una donna, aveva aperto. Le mani sue non tremavano. Il volto suo era compunto ed immobile. I capelli suoi apparivano scarmigliati, lunghi e come d'alabastro.

Davanti a sé trovò Federico e Fiorenza, teneramente abbracciati, come due amanti sorpresi dalla morte.

La donna si fermò, per un istante.

I suoi sguardi erano stati come rapiti dalla spettacolare visione d'incendio, che si poteva avere attraverso le finestre infuocate della biblioteca. Mai attimo più impressionante e sconvolgente sconvolse quell'essere, durante il resto della sua esistenza.

Lo sguardo di ghiaccio, si chinava.

Lo aveva tra le braccia.

In quell'istante, con l'anima aperta e tranquilla, ma quasi sospettosa e timorosa, arrivava, prestamente, Aurora.

Era stato il buon religioso a darle appuntamento per quell'ora, in quel luogo, prevedendo che quel suo incontro con Fiorenza si sarebbe concluso nella gioia di un ritrovamento.

Aurora vide le fiamme, vide la colonna di fumo, nerastra e nebulosa, che correva attraverso un uscio, nella notte. Allora, un brivido agghiacciante le travolse il cuore.

Vide, come in una visione, lei, in mezzo alle fiamme, mentre scendeva la scalinata ardente, con la vittima, morta, tra le sue braccia; scendeva le scale, sì, il volto illuminato da una luce pallida, allucinante.

Aurora la riconobbe all'istante.

Era Marghot, la sventurata Marghot!

I loro sguardi si scontrarono, fatalmente. Fu un lampo, ma terribile ed infinito, quanto un inferno.

- Sei tu che l'hai ucciso - gridò Aurora, la voce alterata dal dolore. - Tu, tu sola potevi farlo! Perché?

I volti di entrambe si accesero di un rossore indescrivibile. I loro occhi, vitrei, erano affondati nella disperazione e circondati da occhiaie nere come la pece.

- Disgraziata! - ripeteva Aurora. - Disgraziata!

Marghot era giunta a un passo da lei. Non le separava nient'altro che l'abisso.

Federico, inanimato, stretto dalle braccia di Marghot, era la morte, la stessa che si rifletteva sui volti delle due giovani, che stavano l'una dinanzi all'altra e si guardavano sempre.

In mezzo al crepitare disperato delle fiamme, che divoravano quanto rimaneva della biblioteca, Aurora sentiva sorgere dentro di sé, forse per la prima volta in vita sua, l'odio. Era più feroce e assassino del fuoco che aveva incendiato la sua felicità.

Marghot, impassibile, le consegnava Federico, senza che l'altra potesse provare un solo fremito.

Forse, un grido stava per uscire dalla bocca pallida della bella arpista, ma a che cosa sarebbe servito?

Tutto era accaduto come in un incubo e come in un incubo Marghot, quando Aurora si voltò, non c'era più.

Il pipistrello s'era dileguato nelle tenebre.

Sarebbero arrivati i soccorsi... Ma ormai non c'era più nulla da fare!

Aurora piangeva, il volto tra le mani, era affranta. Una voce le diceva:

- Ma dimmi! Come è accaduto? Chi è stato? Chi?

- Nessuno, soltanto il destino... - mormorò l'innocente.

Insieme ai soccorsi, giunse anche don Guglielmo.

- Senta, le devo parlare - gli sussurrò la cara arpista, con gravità. - In queste circostanze, non posso più tacere la verità. Cielo, quanto è difficile parlare così! Non ci conosciamo bene... Ma lei saprà... Sì, saprà... Si ricorda di Odile?

Nel volto di don Guglielmo apparve una ruga di disperata malinconia.

- So benissimo quello che lei prova in questo momento - gli disse Aurora. - Ma lei ha dinanzi a sé suo figlio!

A quel punto (forse fu realtà, forse soltanto immaginazione e sogno) gli occhi di Federico si spalancarono, dipinti d'oblio.

Don Guglielmo poté guardarlo e si sentì inaridire l'anima dallo sconforto, al quale s'abbandonava.

- Figlio mio! - gli mormorò.

Gli sguardi che si scambiarono furono come l'abbraccio più caldo ed estremo.

Il buon pastore valdese chiudeva gli occhi, dolcemente. Moriva in pace, il volto e l'anima consunti, sussurrando queste parole:

- Il destino, allora, non aveva mentito. Non aveva mentito!

- Oh, Federico, non morire! Non lasciarci! - gridava Aurora, slanciandosi su di lui e stringendolo al petto, inutilmente.

Fu lei a chiudergli gli occhi, per sempre.

- È morto, ahimè! - disse don Guglielmo, chinando la testa, tutto afflitto. - Morto!

Soltanto allora aveva potuto sapere il terribile segreto e piangeva, dentro di sé, mentre le fiamme, a poco a poco, cominciavano a perdere forza, nella notte stellata.

Il rogo più devastante era quello del suo cuore.

Tutto era tanto struggente, da impedire persino il pianto!

Federico, morire così! La sua felicità, la sua giovinezza, la sua vita, infrante!

Era tutto finito! Tutto finito!

Impossibile credere a tanto, eppure era vero.

Gli astanti singhiozzavano mestamente. Molti piangevano.

Aurora non seppe per quanto tempo rimase là, come immobile e partecipe della morte di un essere così buono, così giovane, così innocente. Una mano posata sulla sua spalla la riscosse dal torpore nel quale era precipitata. Non trovò neppure il coraggio di alzare il capo, perché gli occhi suoi erano ancora bagnati di dolore. Distinse un'ombra, ferma davanti a sé. Forse le sorrideva, forse era un'illusione.

- Chi è lei, scusi? - domandò vagamente la bella arpista.

Sentì di nuovo quella mano sulla sua spalla.

- Ti ricordi? - le disse una voce roca e vellutata.

Ella rispose col silenzio. L'eco della memoria risuonava nella sua mente, invano.

- Florimond - mormorò lo sconosciuto. - Florimond...

Aurora si alzò in piedi. Lo aveva dinanzi a sé e le sorrideva quasi con passione. Le accarezzò i capelli, forse perché comprendeva quanto gravemente era sconvolta.

- Oh! - disse l'arpista, mentre, quasi senza avvedersene, si abbandonava sulla spalla di quell'uomo, singhiozzando.

- Che hai?

L'altra non rispose; continuava a singhiozzare, i bei capelli sparsi sulla spalla del suo consolatore. Ma anche Florimond, purtroppo, era inconsolabile.

Nell'oscurità, la giovane non se ne accorse.

- Sono disperata, amico mio, disperata! - gli disse. - Sapessi quanto ho sofferto e quanto soffro! Oh, è terribile! Hai visto quello che è accaduto?

Florimond annuì silenzioso. Sembrava che, in quell'istante, non potesse parlare, invece era strano. Soltanto allora Aurora distinse due grandi occhiali scuri, che gli nascondevano gli occhi. Il giovane l'aveva tra le sue braccia e lei, come una bambina, si consegnava a lui.

Mentre gli era accanto, era come se un turbine di turpitudini si disperdessero, vane.

Aurora non ricordava lo sdegno che aveva colorito le sue ultime giornate con quell'uomo, sapeva soltanto di avere bisogno della compassione di qualcuno. I due erano stati amici intimi, in un passato non remoto. Una volta, Florimond l'aveva baciata e abbracciata, mentre lei suonava l'arpa, nella bella cattedrale dalle guglie rosse.

- Come mai sei qui? - gli chiese la bella.

Egli tacque. Rispose accarezzandole le guance e le fece intendere di avere molte cose da dirle.

Aurora vide le sue mani tozze ed ormai senili. Il tempo aveva potuto molto in quell'uomo, forse lo aveva vinto.

- Mi vuoi ancora bene? - domandò Florimond.

- Sì - sussurrò lei, giungendo le mani.

- Ricordi, un tempo? Ricordi quello che siamo stati? Come mi baciavi...

- Lo rammento a stento... La mia mente è come confusa, ora. Sento di aver bisogno di te! Una persona che mi era assai cara è appena morta. Quanto gli volevo bene! Eravamo come fratelli...

- Sono addolorato.

- Non solo se n'è andata la persona cui forse tenevo di più al mondo, ma è scomparsa anche la mia migliore amica. Sono morti insieme, abbracciati, il destino sa come!

- Vieni, afferra la mia mano, ormai non c'è più nulla da fare!

Aurora alzò il suo sguardo e, alla luce turchina di un lampione risalente alla fine dell'Ottocento, s'accorse della fatale realtà. Florimond s'orientava a stento, oltre a portare quei grandi occhiali neri.

- Sì, hai indovinato - le mormorò. - Ammetterlo è molto triste ed ancora più triste è stato diventarlo!

Egli era cieco.

- Lo sono diventato per disgrazia e, da allora, ho vissuto nelle tenebre - aggiunse, singhiozzando.

- Ma come vivi?

- Male, o forse bene. Non vorrei che ti facessi un'idea sbagliata di quello che sono. Non mi comporto come una persona che si chiude in casa a piangere, mi rassegno.

I due passeggiavano nell'oscurità, velata soltanto da rare luci. Meglio non scoprire il proprio volto in quello dell'altra, meglio non vedersi, meglio l'incertezza, la penombra, la tenebra stellata.

- Ma perché passavi da quelle parti? Dove abiti ora? - gli chiese l'arpista.

- Te lo dirò... Ti racconterò tutto! - le rispose Florimond, con una voce che tradiva un'emozione inenarrabile.

La bella tacque e si appoggiò, stanca, affannata, sonnolenta, al suo braccio, gli occhi affettuosi e sognanti.

Ovviamente, quanto allora la legava a quell'uomo non poteva essere altro che l'amicizia più tenera ed appassionata che si possa immaginare. Dei sorrisi amichevoli, delle mosse fraterne, delle parole affettuose e sussurrate erano tutto ciò che poteva contraddistinguere il loro rapporto.

E poi, ora che Florimond aveva perduto la vista, la giovane provava anche una vaga compassione nei suoi confronti; se però lui l'avesse letta anche una sola volta nei suoi occhi, non avrebbe mai potuto accettarla.

Tutto ciò che desiderava da lei era amicizia.

Trascorsero insieme delle ore amene, senza nemmeno accorgersi, in apparenza, di ciò che facevano durante quel tempo. Si recarono sovente fuori città, con una vecchia bicicletta che sembrava d'antiquariato.

Lui la faceva sedere sulla canna, davanti a sé; le gambe di Aurora, che in quelle occasioni vestiva abiti leggeri, sporgevano leggermente all'infuori. Lei reggeva il manubrio e gli diceva di stare attento, mentre lui pedalava.

In quegli istanti, nella grande cornice delle Alpi, era come se Florimond non fosse mai stato cieco, tale era il calore che li avvicinava.

Il sole era sempre limpido e sereno nel cielo, terso e tranquillo.

Si recavano quasi sempre nello stesso luogo, all'ombra di un gran rovere, dalle fronde maestose e verdeggianti, si sedevano sull'erba, ad ascoltare i rumori della natura.

Sovente quel silenzio s'interrompeva, ma era come se continuasse. Sovente l'arpista proferiva delle domande che disegnavano sul volto di Florimond delle sfumature cupe ed impenetrabili.

Talora si parlavano, ma non riuscivano a comprendersi, forse perché un distacco interiore si frapponeva tra loro.

Allora, bastava un sorriso, una parola indefinita il cui sussurro fosse però inconfondibile, perché l'armonia dei magici affetti li riavvolgesse.

Ma non sempre era così. C'erano dei giorni in cui, dopo poche frasi, rimanevano avvolti in un'indifferenza reciproca. Il vecchio albero, al cui tronco s'appoggiavano lieti, aveva forse centinaia di anni. Era cresciuto solo, in mezzo a un campo, in quella valle dorata, quasi senza che nessuno se ne accorgesse. Aveva molte cose da narrare, da sussurrare, da sospirare, benché allora, vecchio tronco ancora verde, non potesse più sperare nei bei colori del mondo.

- Mi dispiace molto che tu abbia avuto questa sorte - diceva Aurora un giorno al suo compagno di viaggio. - Potessi fare qualcosa per te...

- Tacere - le rispose lui. - Il silenzio onora la sventura più di qualsiasi parola di conforto.

Aurora lo guardava con i suoi grandi occhi pieni di cielo, ma era tutto inutile. Florimond le narrava di come fosse rimasto cieco.

Le frasi con cui raccontava la sua vita passata si mescolavano, in un brusio confuso, al bruire ininterrotto e precipitoso di un vicino ruscello, sul quale scintillavano i raggi del sole.

Ma vaghe e terribili erano le passate eventualità di quell'uomo.

Aveva avuto una strana malattia agli occhi, che un giorno si erano chiusi dolorosamente... La sofferenza, insopportabile, lo costringeva ad assentarsi, di tanto in tanto, dalle fatiche del lavoro e gli divorava la vista, giorno dopo giorno.

Aveva perduto entrambi gli occhi, sì!

Era stata quella la ragione per cui la sua vita s'era trasformata in una serie continua di stenti, noie e malinconie. Quella, la causa di una miseria solitaria e struggente, che lui aveva attirato su tutti i suoi cari.

La sua amante di allora l'aveva abbandonato ed aveva cercato di rifarsi una vita, con un altro uomo. Ma il suo nuovo spasimante non aveva accettato di dividere la vita e l'amore con un altro, perché la voleva tutta per sé.

La donna si era spinta al punto di portare con sé persino la figlia e la madre di Florimond. Cento volte la vecchia aveva tentato di ricondurre la fuggitiva dal suo amore di una volta, inutilmente... Alla fine, però, la vecchia s'era ammalata, per poi spegnersi, pochi giorni dopo.

- Amore mio - aveva detto un giorno la donna di Florimond al suo nuovo uomo - a me non piace che tu tratti la bambina in questo modo. Non è giusto, sei troppo severo. Sei così cattivo, persino nei miei confronti!

- Sei libera di andartene in qualsiasi momento! - era stata la risposta dell'altro bruto.

- Sì, lo farò! Stanca e malata, ma lo farò! Prenderò la piccola tra le mie braccia e non ci vedrai mai più!

- Vattene! Vattene!

Le erano arrivate percosse da tutte le parti... La poverina aveva stretto forte al petto la figlia, nel vano tentativo di raddolcire i colpi provenienti da quell'essere spregevole.

"Caro Florimond" aveva scritto "ti ho insultato, ti ho offeso, ho sbagliato. Se vorrai, potremo cancellare il passato, ma nulla, purtroppo, cancellerà mai il profondo rincrescimento che provo per averti fatto tanto male. La bambina ti vuole, ti desidera, ti vuole bene. Te ne voglio anch'io, ma il rammarico supera in me questo sentimento. Perché stare lontani, perché mai? Il perdono è difficile, lo so, è il tesoro più arduo da trovare. Cercalo: forse, lo troverai dentro di te, nei tuoi ricordi!".

Florimond aveva ricevuto numerose lettere simili a quella, senza però mai riuscire a trovare il coraggio per rispondere.

Lei aveva tentato persino di parlargli di persona, per dirgli tante cose... Invano! Florimond non si era nemmeno lasciato trovare.

Perdonarla sarebbe stato impossibile!

- Sapevo che era malata, in lacrime - mormorava, parlando con Aurora - ma non mi importava, perché la ferita che mi aveva fatto non si rimarginava...

- Malata! - ripeté l'arpista, accarezzandosi la bella chioma.

Florimond era rimasto solo, definitivamente solo, abitava nella casa della solitudine, ma non ne era deluso.

- Mi aveva rubato la madre e la figlia - aggiunse piano.

- Sì, è difficile perdonare - fece la bella, accarezzandolo.

- Avevo perduto persino la mia Bugatti, tutto...

- Oh, sì, la tua bella Bugatti rossa, me la ricordo!

Aurora, tutta commossa, seguiva allora i propri pensieri. Gli fece una carezza, poi si allontanò lievemente, mentre i vestiti suoi, leggeri e quasi sericei, ondeggiavano nel vento, che sembrava una brezza mite dei laghi svizzeri.

Ella si diresse verso il ruscello, forse con l'intento di immergervisi. Desiderava sentire l'acqua sulla pelle, la sua carezza leggera e freschissima. Florimond s'era accorto del suo allontanamento e le domandò:

- Che fai?

Gli giunsero dei calmi sciacquii d'acque. Erano suoni incantati per quel cieco, che non poteva contemplare quella sorta di dea greca. La mente sua, che poc'anzi s'era aperta per evocare un tragico ricordo, sorrideva allora all'allegrezza.

Quando lei ritornò dalle sue acque, Florimond sentì di averla ad un passo da sé. Volle accarezzarla, toccarla, godere delle sue fragranze, della sua pelle lieve, delle sue forme, che mai avevano perduto la giovinezza. Una seta vaga nascondeva il suo corpo. Quella sua favolosa avvenenza riluceva tra le mani di un essere virile.

Aurora lo lasciava fare: in quegli istanti erano come due fanciulli, che facevano un nuovo gioco.

Le gocce d'acqua che imperlavano le mani di Florimond erano per lui dei richiami alla vita; più sfiorava quei vestiti bagnati, più sentiva la pelle giovane, vellutata di lei contro la sua, più si lasciava addormentare da una calma soave. La meravigliosa donna gettava delle piccole risa, divertita. Quella specie di gioco le piaceva molto; forse, era andata al ruscello apposta perché lui la toccasse.

Era, infatti, irresistibile.

- Sei una giovane rara e sublime - diceva il cieco. - Mi piaci, lo sai?

- Ti ringrazio - rispose l'altra.

- La tua bellezza è irripetibile! Vorrei poterti dire che...

- Taci, taci! Taci, non dire nulla, basterà il silenzio...

E gli mise, lievemente, un dito sulla bocca, perché non parlasse. Le parole sue avrebbero potuto rovinare quelle emozioni.

- Ah! - sospirava la bella. - Ah, sì! Quanto mi è giovato incontrarti!

Gli occhi di lei vagavano per i campi e per i monti, mentre, nascosta sotto le fronde avvolgenti del vecchio albero, stringeva Florimond, tutta commossa.

La aggrediva una luce che faceva quasi sognare; oh, perché, perché il suo compagno non poteva ammirare quello spettacolo della natura?

- Se potessi, rimarrei per sempre qui con te - gli disse. - Non mi separerei mai da questo bell'albero, né dalle tue braccia.

Il sonno, sublime, avvolgente, li prendeva, a poco a poco, conducendoli così nel suo mondo di favole ed abbagli.

Florimond ed Aurora si erano incontrati. Questo particolare era conosciuto da un uomo di cui non conoscevano l'oscurità di pensiero e d'azione.

Una donna, nella città alpina di Pontvieux-sur-Lasson, era stata derubata da Florimond. Egli le aveva portato via, con estrema astuzia, il vecchio baule con il denaro lasciatole in eredità dalla madre.

Era stato come se le avesse strappato l'anima.

- Lei deve liberarmi di quella canaglia - aveva detto quella sconosciuta ad Arturo. - Mi ha fatto del male e deve pagare. Non ho prove per inchiodarlo davanti a un giudice, ma sono certa che è stato lui...

- Non si preoccupi, non ci sarà alcuna difficoltà - le rispose Arturo.

- Posso stare tranquilla, dunque?

- Tranquillissima! Il nome del suo nemico?

- Florimond.

- Io faccio sia le mie vendette che quelle degli altri, se mi giova ed è possibile. Vuole riavere il suo denaro?

- Sì... Le sarò riconoscente!

Un giorno, Aurora conversava intimamente con Florimond.

- Aurora, io ho una somma di denaro - le disse lui. Sono riuscito ad accumularla grazie alla fortuna ed è una somma piuttosto ingente.

- Una somma forte?

- Si tratta di un vero e proprio tesoro. L'ho nascosto in campagna, ma nessuno potrebbe venirne mai in possesso, perché io solo so dov'è nascosto.

- Ah!

- Per averlo, occorre una chiave, che ora non ho con me. Pensa che avrei potuto sperperare quel denaro con rapidità, se mi fossi rimesso a giocare.

Arturo ascoltava la loro conversazione da dietro un cespuglio. Sapeva che in quelle parole poteva celarsi il segreto del quale doveva venire a conoscenza.

- Un po' per volta, Aurora, ti voglio dire come venire in possesso di quel denaro. Tu ne godrai insieme a chi ami...

- Perché lo vuoi dire proprio a me?

- Perché ti voglio bene.

Quel tesoro era, chiaramente, il denaro rubato di un tempo.

Ma se Florimond voleva sedurre Aurora, allora Philippe, che ancor l'amava alla follia, sarebbe diventato geloso. In quel periodo, il sognatore blu pensava alla bella arpista, sebbene non molto intensamente.

Arturo gli mandò una lettera.

"Amico mio,

la donna che tu un tempo amavi e che forse ami ancora, corre oggi dei gravi pericoli. Non saprei proprio come dirtelo, ma è necessario che tu faccia qualcosa per salvarla. Un uomo strano, imprevedibile, le fa la corte; è una persona assolutamente inaffidabile, che si finge suo amico, ma vuole soltanto attirarla in un tranello. Non so raccontarti i suoi baci criminali e le sue premure. Forse è un delinquente ed è stato lui a prendere il tuo posto, nel cuore della bella Aurora.

Il tuo amico Arturo".

Leggendo quelle righe, Philippe sentì risvegliarsi dentro di sé un fuoco strano e terribile.

Io non so se fosse gelosia o un vago timore che alla cara arpista potesse accadere qualcosa di brutto.

Tempo dopo, ricevette un secondo messaggio:

"Ora lo so, il suo nome è Florimond. Vuole servirsi di lei e dei suoi sentimenti per spacciare delle banconote false, stampate da lui... Quando l'avrà usata, la avvelenerà senza pietà. Uccidilo, Philippe, uccidilo! Solo così riavrai l'amore della tua bella. Io ti sono amico, ascolta i miei consigli. Quell'uomo vuole distruggere te, la tua amata e i vostri sogni di felicità! Aggiungo, in calce alla lettera, l'indirizzo completo di quell'infame.

Il tuo amico".

Philippe stracciò la lettera. Era pazzo.

- Aurora, con lui! - gridava, tutto solo. - Aurora è libera di amarmi o meno, è libera di fare ciò che vuole, ma Florimond vuole distruggerla, come si può fare con una bambola di porcellana! Non glielo permetterò!

Era una sera soave. Pontvieux-sur-Lasson era lievemente avvolta nella nebbia e scintillava addormentata in mezzo al blu.

La bella arpista e Florimond s'incontrarono affettuosamente. Philippe li guardava da dietro i vetri appannati della finestra, senza che i due se ne accorgessero.

- Bella serata - mormorò Florimond, appoggiando una mano sulla spalla della giovane.

Poi prese una bottiglia, la stappò e riempì due bicchieri.

Philippe li vide brindare.

- Aurora, credo sia giunto il momento di confidarti dove si trova il mio tesoro. Per me, ormai, non c'è più nulla da fare...

- Ma che dici? Oh, non farmi sentire triste, con queste parole... - sussurrò lei.

- Sì, lo so, lo so... Ma ho paura, tanta paura...

- D'accordo, allora, come vuoi.

- Vedi, sono ammalato...

- Oh! Possibile?

- Sì, irrimediabilmente malato e credo di dover finir male. Mi dispiace dirtelo... Il tesoro, amica mia, è nascosto in campagna. Per aprire il baule, occorre la chiave dorata che stasera porto appesa al collo. Se vorrai, te la donerò.

- Sì, sì...

- Allora, è nascosto sotto il rovere. Ora che te l'ho rivelato, mi sento più tranquillo. Sotto il rovere, il caro albero presso il quale passammo momenti di felicità e d'idillio... Scava verso nord, un po' in distanza dal tronco e lo troverai.

- Oh, Florimond! Io... Io... Ti voglio bene!

- Anch'io! Ma dimentichiamo le tristezze che ti ho appena detto! Voglio che sia una bella serata per entrambi!

- Sì, lo desidero intensamente, ardentemente...

Entrambi erano inebriati e forse innamorati.


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