ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.499 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 57.540.171 volte e commentati 55.650 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato giovedì 26 febbraio 2009
ultima lettura martedì 4 febbraio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL SOGNATORE BLU

di Dunklenacht. Letto 685 volte. Dallo scaffale Fantasia

Capitolo Terzo. Una voce, dal mistero cupo dei boschi. "Marghot sta per diventare valdese come me, saremo due cuori e una capanna" pensava...

Capitolo Terzo. Una voce, dal mistero cupo dei boschi.

"Marghot sta per diventare valdese come me, saremo due cuori e una capanna" pensava Arturo, dopo il suo colloquio con Federico.

La bionda era rimasta fortemente turbata. Non le erano piaciute affetto le parole fin troppo convincenti di quello spasimante, che forse era riuscito davvero ad ingannare quel virtuoso uomo di chiesa.

Quando il suo amore la portava a passeggio e le faceva respirare l'aria salubre del meriggio, che sapeva di monti, di pini e di boschi, le sembrava che godesse, ma soltanto di se stesso, perché lei, nei suoi confronti, non provava nulla di veramente affettuoso, ne era convinta.

Era soltanto per fargli piacere e non vederlo arrabbiato che gli diceva di amarlo.

- Tutto questo è soltanto il preludio della nostra felicità - ripeteva sovente Arturo alla sua bella. - Vedrai che presto saremo una cosa sola con questi fringuelli, queste tortore silvestri, questi alberi secolari, di cui il vento conosce i nomi...

L'altra annuiva, tenendo le sue palpebre abbassate e mostrandogli le sue belle ciglia lunghe, nerissime e dolci.

Ogni volta che si incontravano, Federico spiava Marghot da dietro i suoi occhiali rotondi. Allora, la scopriva fredda e come di marmo.

Il pastore valdese si rendeva conto sempre più della necessità di ascoltarla a tu per tu, senza la scomoda presenza di quello spasimante, che forse, con il suo discorrere ininterrotto e sapiente, riusciva ad oscurare la vera volontà di quella donna.

"Forse costui è addirittura perverso" pensava Federico, una volta. "Marghot sembra una margherita di montagna, molto sensibile e affettuosa".

La giovane cercava invano di parlare all'uomo di chiesa con i suoi sguardi ammalianti.

Durante uno dei colloqui con i due amanti, il pastore disse:

- Mi rendo conto che la sincerità della conversione di Marghot è fin troppo palese. Eventi tanto gioiosi e consolanti accadono ben di rado. Vorrei parlare per un attimo da solo con Marghot, per farmi raccontare in confidenza i primi albori di questa sua crescita spirituale.

- Faccia pure - disse Arturo. - La mia amica del cuore è a sua disposizione.

Federico chinò il capo, poi, rialzandolo e rivolgendosi alla bionda, le disse, dopo che furono rimasti soli:

- Venga, non abbia paura, mi segua nell'altra stanza.

L'altra si alzò in piedi dalla sedia a braccioli sulla quale stava seduta. Il pastore valdese la condusse nell'altra stanza, le cui pareti erano arredate come quelle di una biblioteca.

Il religioso attese qualche istante, prima di cominciare il suo discorso. Fissava Marghot con inquietudine; era certo che quel bel viso ovale, quei capelli d'oro, quella bocca di corallo, celassero un'anima dannata.

Sembrava che un fuoco cupo e appassionato la divorasse. Gli parve di vederla avvolta dalle fiamme, in un castello medievale, dove c'erano i draghi.

- Marghot, posso darti del tu? - le chiese poi. - Qui il tuo futuro sposo non può sentirci. Siamo soli, tu ed io. Non desidero metterti a disagio, non voglio che ti spaventi... Ma non voglio nemmeno che tu sia infelice!

Ella alzò il suo sguardo su di lui. Federico si sentì percorrere da un brivido; non avrebbe mai creduto che due occhi neri, in apparenza spenti, potessero far provare un'emozione tanto ardente e profonda.

- Rifletti, Marghot! - esclamò il pastore valdese. - Qui Arturo non può sentirti... Tu non lo ami! Non sei veramente innamorata di lui!

- Ebbene, egli... - mormorò la giovane.

- Stai per diventare valdese a tutti gli effetti... Lo vuoi tu, o lo vuole Arturo? Sei sicura di volerlo sposare? Vi amate? Appassionatamente? Marghot, basta un solo cenno del capo! Marghot, sei sua? Ti ha plagiata? Non riesci a volere? Svegliati, Marghot!

- No! No! Non farmi singhiozzare...

- Lo sapevo... Lo sapevo! Lo ammetto, per un istante, avevo sperato che... Ma mi illudevo! Arturo parlava a dismisura, tu eri troppo cupa e silenziosa. Tu non diventerai mai valdese...

- No, non lo diventerò...

- Quell'uomo è uno dei malvagi di cui narra la Bibbia... In questo periodo, non ha fatto altro che maltrattarti, è un bravo attore e sa recitare la sua parte... Ma io gli impedirò di farti piangere!

- Ti ringrazio, Federico, è bello averti come amico e darsi del tu come fratelli!

- Sì, non andrò contro la tua volontà. Ti rispetterò, ogni essere umano ha il diritto di essere rispettato. Anch'io ho sofferto, ho molto sofferto e purtroppo...

Non era giusto che qualcuno si rendesse colpevole dell'irrimediabile infelicità di una bella giovane come Marghot.

Il grazioso pastore valdese divenne irremovibile. Non esitò a dichiarare che, per lui, Marghot non era pronta, né completamente matura per la conversione e il matrimonio. Qualora le insistenze di Arturo fossero divenute più pressanti, gli avrebbe detto in faccia, minacciosamente, tutto ciò che pensava di lui.

Ma l'antipatico era troppo balordo ed invaghito per rinunciare alla sua bella.

- Nessuno può stroncare il mio sogno d'amore!

Così gridò l'innamorato, il volto rivolto verso il cielo, davanti alla cattedrale gotica di Pontvieux-sur-Lasson.

"Federico la pagherà a caro prezzo" si ripeteva l'infuriato. "Lo toglierò di mezzo. Ma come fare? Egli è un uomo tutto d'un pezzo, è risoluto, è duro come la corteccia dei pini di questi boschi, in cui abitano i picchi rossi, dai becchi lunghi e aguzzi".

Ben presto egli ricevette un biglietto, indirizzato a lui. Ecco il contenuto di quel messaggio:

"So come liberarla da questo incomodo. La aiuterò, a patto che lei, a propria volta, aiuti me. Sono a conoscenza di segreti che lei ignora. La sua felicità dipende da me. Colgo l'occasione per salutarla.

Un'amica".

Chi mai poteva essere l'autrice di quello scritto?

Un giorno, Arturo ricevette la visita di Aurora, che, nei suoi confronti, era sempre stata gentile ed amichevole.

Egli le raccontò che stava per sposare una donna, che si sarebbe convertita alla sua religione, diventando valdese a tutti gli effetti. Le parlò di colui che dirigeva la piccola comunità di Pontvieux-sur-Lasson. Le descrisse l'aspetto fisico di quell'uomo, la sua sensibilità, la sua delicatezza, la sua nobiltà d'animo.

- Il suo nome è Federico? - chiese Aurora.

Ella sapeva quasi tutto di quel pastore. Se così non fosse stato, un rossore vivo, naturale, d'emozione, non le avrebbe colorito le belle guance, che sovente sembravano di marmo. All'improvviso, in lei si era risvegliato il ricordo di quel giovane meritevole e caro.

Ben presto, i due si incontrarono.

Aurora non riconobbe subito Federico in quell'uomo altero, dall'aria cupa e nebulosa e dietro il lungo abito blu che indossava.

Era radicalmente cambiato. Forse, erano stati i tempi a mutarlo a tal punto.

Il religioso, spiando nei begli occhi furtivi di quella giovane donna, sentendo sul suo volto la carezza del suo sguardo amorevole e infinito, capiva.

In un attimo, il ricordo, l'amicizia, la sorpresa, li vinsero.

- Aurora! - mormorò Federico, stringendole affettuosamente entrambe le mani. - Ci crederesti? Tu... Oh, che gioia!

Ad ogni modo, in lui rimanevano le tracce di qualcosa di inenarrabile, di uno smarrimento che l'aveva ineluttabilmente segnato.

Egli aveva amato ed aveva perduto.

Aurora indovinò ciò che era rimasto in lui e quanto doveva averlo sconvolto, inaridendo l'anima sua. Il religioso cominciò a parlargliene ed ella lo fissò, con gli occhi umidi ed accarezzandosi i lunghi capelli, che le ricadevano come nuvole sulle spalle eburnee.

Fu così che seppe di un tale Valentino, seppe di mille cose, che prima ignorava e non aveva nemmeno immaginato.

Forse, quel racconto la impressionava troppo e le toglieva gran parte dell'ardore e della dolcezza che le avevano invaso il cuore. Ad ogni modo, ella ascoltava, ascoltava sempre, silenziosa e immobile.

- Davvero ti è successo tutto questo? - esclamò la bella, allorché la narrazione del suo interlocutore si interruppe, in mezzo ai singhiozzi. - Oh! Perdonami, Federico! Perdonami! Io ero qui, a Pontvieux, ma non sapevo nulla. Mi sentivo confusa, smarrita, dopo tanti e tali eventi... Se solo avessi saputo! Se avessi potuto confortarti prima!

- A che cosa serve rattristarsi per nulla, amica mia? Perché non dimentichiamo? - disse l'altro, chinando la testa; sì, sapeva che dimenticare poteva essere assai difficile. - Ti voglio bene, Aurora... Ti voglio bene!

- Anch'io! Anch'io, Federico.

La giovane non poteva non provare una profonda tenerezza nei confronti del suo giovane amico. Mentre lo guardava negli occhi, sentiva che il cuore le sussultava nel seno, accarezzato dall'affetto sincero e meraviglioso che nutriva nei confronti di chi le stava innanzi.

Se gli parlava, si accorgeva di essere in una dolce e spontanea confidenza con lui, che non aveva mai avuto con nessuno prima d'allora.

Il pastore valdese non aveva mai avuto una vera madre. Aurora lo era diventata nei suoi confronti.

Entrambi erano pervasi dall'unica cosa che si possa veramente desiderare a questo mondo e per la quale soltanto valeva la pena di vivere; più nulla, oltre a questo, poteva avere un senso per loro.

- Voglio che tu mi stia sempre accanto - le mormorò Federico, accarezzandole la mano. - Ho bisogno di una persona come te.

Sì, era vero. Aurora lo nutriva d'amore.

In ogni caso, entrambi già scoppiavano di una vicendevole felicità, una felicità sconvolgente, che scintillava brillante e fulgente, nei loro occhi, mentre si trovavano insieme.

Federico le narrò altresì della sua vocazione, di come e perché avesse scelto di diventare un pastore valdese.

- Non vi è nulla di più bello che conoscere Dio e la sua verità - le diceva, appoggiando la testa sul suo seno. - Forse, questa è stata la sola cosa che mi abbia consolato, facendomi uscire dal baratro nel quale ero caduto.

I due parlarono anche di Arturo, persona che Aurora aveva appena citato e per un solo istante, dalla loro conversazione, emerse la figura di Marghot.

- Per il mio amico è giunto il momento di sposarsi - sussurrò la bella.

Allora, in Federico vi fu uno scoppio di ombrosità, che gli inaridì il volto.

Ma passò velocissimo, come un dolore misterioso e sconosciuto, che passa subito dopo che ci si è accorti di provarlo.

- Ma che cosa fai? Come vivi? - chiese lui.

- Non faccio nulla di particolare, vivo alla giornata, mio caro - rispose l'altra. - La musica non basta più per vivere, tanto che per me è stato necessario trovare un altro lavoro.

- Sì? Quale?

- Lavoro in una biblioteca. Non è faticoso, è soltanto un po' tediante.

- Tediante, dici?

- A volte. Ma per fortuna, questo mondo ci riserva anche degli amici, in compagnia dei quali le ore sembrano volare. Conosco una persona, infatti, della quale sono molto amica e, quando siamo sole, parliamo del più e del meno per distrarci.

A quel punto, Federico ebbe un sussulto involontario. Fu una sorta di presentimento.

All'udire il nome di Fiorenza, il buon religioso sembrò rattristarsi. Ma era soltanto apparenza; se aveva abbassato lo sguardo, era stato per puro caso.

- Forse perché lavoriamo insieme, forse perché lei mi ha narrato ogni particolare della sua vita, ci vogliamo bene - disse la bella.

- È giovane?

- Sì, abbastanza, ma non saprei dire con esattezza quanti anni abbia. A dire il vero, non me l'ha mai detto.

L'altro si fece pensoso.

A poco a poco, Aurora gli descrisse sempre più in profondità la sua dolce amica, in modo che lui potesse farsene un'idea più precisa. Gli parve di avere davanti a sé un ritratto, racchiuso da una cornice d'oro. Nella sua mente, Federico già tracciava i vaghi collegamenti tra una parte del suo passato che credeva sepolta e la persona che la sua interlocutrice gli descriveva appassionatamente.

Alla fine, il pastore non trovò più nulla da dirle. Era travolto dalla moltitudine di pensieri che lo assediavano. Si sentiva talmente assorto e confuso, che quando lei lo salutò, andandosene, non se ne accorse nemmeno.

Ad Aurora pareva sonnolento, ma si sbagliava.

Allorché si rividero, fu il buon religioso a chiederle di parlargli ancora di Fiorenza.

L'altra lo fece con piacere.

- Quella persona mi rende inquieto - disse alla fine Federico. - Non saprei proprio definire il mio stato d'animo, ora che mi hai riferito tutti questi particolari vaghi.

- Che intendi dire? - gli chiese lei.

- Aurora, tu mi hai ricordato un mio amore perduto! Se quello che mi hai raccontato è tutto vero, impazzirò per l'illusione. Suo padre è morto, non è così? Aveva come un debito da saldare? Dei problemi di denaro con i suoi congiunti? Parlamene ancora, ti prego! Fiorenza, un tempo, si chiamava Giovanna... Non so per quale ragione abbia mutato il suo nome! Ci siamo amati ardentemente e...

La voce sua svanì in un sospiro affettuoso.

Aurora gli strinse entrambe le mani e lo guardò negli occhi con una curiosità tutta femminile.

Fiorenza e Federico si incontrarono, si parlarono, erano stati una cosa sola, un amore solo, ma la forza del destino li aveva separati... Così sembrò loro.

La bella arpista aveva dato al caro pastore valdese un'opportunità per essere nuovamente felice.

C'era in ogni caso una persona che seguiva tutte le mosse ed i pensieri delle pedine che si muovevano sul nostro scacchiere. Era Arturo.

Egli sapeva di avere in qualche modo solleticato il punto debole del pastore valdese e di essere in procinto di liberarsi della sua opposizione. Non poteva vivere senza Marghot, né pensare di sposarla senza il rito valdese.

Federico era il suo avversario, pertanto doveva toglierlo di mezzo, ad ogni costo e secondo i suoi disegni.

Arturo venne a sapere che il buon religioso ANDAVA A TROVARE FIORENZA e ciò accadde con molto piacere da parte sua.

Il suo piano funzionava. Ma dove voleva condurre quei due esseri umani? Quali emozioni dell'intimo avrebbe fatto provare loro? Che cosa avrebbero visto accadere tutt'intorno?

Il destino era nelle mani di quell'uomo cupo, dall'impermeabile grigio.

Un giorno, Federico, il pastore valdese, andò a far visita a Fiorenza, nella biblioteca. Era stata lei a permettergli di andarla a trovare in quel luogo, particolare che aveva fatto impazzire il giovane.

- Non mi interessano i libri - le diceva. - Sei tu che m'interessi, più di qualsiasi altra cosa al mondo.

Fiorenza, sentendosi rivolgere simili lusinghe, arrossì di passione.

- Lo sai che mi piaci? - gli disse.

- Sono venuto qui per te, solo per te. Ti ricordi chi sono?

- Tu sei il mio caro Federico.

- Sì. Ma rammenti chi sono veramente per te? Che cosa sono stato nella tua vita? Scoprire il tuo volto è stato per me riabbracciare la felicità perduta. Non avevo smarrito la letizia, bensì un bene ancor più prezioso, che ritrovo accarezzandoti.

- Come? Me?

- Credi forse siano mie fantasie? No, ti sbagli...

- Tu sei nato per me, amor mio... Le parole che mi rivolgi sono meravigliose, troppo belle perché possa capirle...

- Quando mi dissero che la morte ti aveva colta, un brivido mi percorse. Ma erano voci false e malvagie. Tutto ciò che pensai un tempo si è dileguato in questo istante, in questo supremo istante, in cui posso abbracciarti, stringere le tue mani ardenti e contemplare i tuoi occhi opalescenti!

Forse era a causa del silenzio di lei che il caro pastore le parlava con un'intensità sempre maggiore e le narrava storie che ella non capiva, perché la malinconia doveva chiuderle la mente.

- Non ricordi? Non mi riconosci, Fiorenza? Amore bello, guardami negli occhi e poi ricordati dell'uomo che amavi un tempo! Ti sai chi sono! Io non credo di sbagliarmi. Se mi sbaglio, aprimi gli occhi, disilludimi, anche se resterò cieco per sempre!

Lei era travolta dai ricordi appassionati del passato, del tempo in cui una ragazza era stata costretta a cambiare nome, a causa dell'odio nero dei suoi nemici. Le nuvole nere di una volta le parvero una tempesta, una tempesta! In essa, ardeva un amore inestinguibile.

- Fiorenza! Gli stessi capelli! Gli stessi occhi! Lo stesso volto! Le stesse mani, alabastrine! Fiorenza!

- Federico, sì, sei tu!

- Fiorenza, sei tu, tu, soltanto tu!

- Sì, sì!

Così si parlarono i due amanti.

Ma Federico la lasciò all'istante. All'improvviso, tutto il suo ardore si trasformò in una morta tristezza, che cancellò dal suo sguardo ogni parvenza di soavità.

I dolci attimi erano svaniti.

Un pensiero nero aveva strappato al buon religioso la felicità ritrovata.

- Che hai? - gli chiese Fiorenza, accarezzandogli le guance.

- Nulla. Non ho più nulla.

Eppure, quegli occhi, quello splendore! Sembrava lei! Perché mai gli resisteva? Perché?

Forse, soltanto perché lo amava.

Prima di andarsene, lui volle mormorarle di nuovo:

- Fiorenza! Sei tu! Non nasconderti, non hai bisogno di celarmi il tuo volto... Siamo felici...

Ma Federico si era accorto che la donna con cui parlava non era la stessa che aveva illuminato il suo passato come una stella. Anche la sua interlocutrice se ne accorse.

Fiorenza portava al seno un dolce ricordo, profumatissimo, di legno di rosa... Se il buon pastore valdese lo accostava, per un istante, all'odorato, veniva come a contatto con il profumo di un amore. Era stata la sua amata di un tempo a toccare quel rosario, più volte, con la bocca semichiusa, come un fiore pronto a sbocciare.

- Era suo - disse Federico.

- Sì, suo.

- Ci siamo sbagliati, tu non sei colei che cerco... Ma è una profonda consolazione sapere che porti un dono che le apparteneva!

- Tienilo, è tuo.

- Vorresti regalarmelo? Sì, è come se fosse mio. Ma so quanto tu tenessi a lei...

- Voglio che sia tuo e rimanga per sempre con te.

- Mio?

- Tienilo con te, non separartene mai! Credo di capire quanto lei ti volesse bene...

- Oh, se soltanto l'avessi anche sentito!

Ma non c'era più tempo.

Il tempo s'era fermato, per consentire loro di piangere.

Calava la notte e nella biblioteca erano rimasti solo loro due. Un brivido travolse le anime di entrambi. Se poco prima erano stati la tristezza, la timidezza, l'amore, ad affratellarli, ora li univa qualcosa di più grave e cupo.

Erano caduti nell'inganno, senza accorgersene, accecati dalla follia dei sentimenti ed ora era troppo tardi.

Troppo tardi! Troppo tardi!

Una voce nera lo gridava dentro di loro.

La biblioteca andava a fuoco!

L'incendio sembrava essere scoppiato per caso, forse a causa di un'imprudenza o per un mozzicone di sigaretta, abbandonato sbadatamente.

Mentre un uomo e una donna erano rimasti trasognati, a contemplare e rimpiangere il passato lontano, le fiamme assassine erano divampate.

Tutto era accaduto con una tale celerità, una tale ineluttabilità, da far rabbrividire chiunque avesse assistito a quello spettacolo agghiacciante.

- Federico, Federico, andiamo via! - gridava la voce di Fiorenza, smorzata dallo spavento.

In quel mentre, la donna comprendeva l'angoscia che doveva avere distrutto i dolci momenti di lui. Ora discerneva dinanzi a sé la medesima desolazione, avvertiva nel suo cuore lo stesso senso di vuoto, che potevano indurre un amabile essere a commettere un sì insano gesto.

- Perché la morte? - mormorava il giovane, rassegnato.

- Federico, facciamo qualcosa! Federico!

- Troppo tardi.

Era fatale.

Le fiamme incenerivano i loro ultimi sentimenti. Abbracciati nella morte, era come se si amassero e se l'antico e scomparso amore di Federico e Giovanna rivivesse in quelle circostanze inenarrabili.

Il ricordo era in loro, con gli stessi occhi splendenti di dolce soavità, ma con il gelo della fine che percorreva tutte le membra.

- Giovanna! Giovanna! Giovanna! - urlò il pastore, mentre si sentiva bruciare, divorare dalle fiamme e s'accorgeva che l'incendio s'era esteso ormai all'intera biblioteca.

Sì, la chiamava. Forse, non gli rimaneva che morire...

Chiamala, Federico! È dentro di te, ce l'hai accanto! Ti accarezza l'anima, puoi sentire il palpito del suo cuore tra le tue mani!

"No, non voglio che anche quest'ultimo ricordo muoia. Ma se morirà, sarà soltanto insieme a me" pensò il buon religioso.

- No, non sono la tua Giovanna - diceva Fiorenza, mentre il suo compagno di sventura, in un ultimo, disperato tentativo di salvezza, si sforzava di arrivare all'uscita, con lei tra le braccia. - Forse, sarei potuta esserlo...

Federico sentiva che la sua pelle bruciava. Il dolore non era nulla, per lui, in confronto all'incolmabile vuoto del suo cuore.

Fiorenza, intanto, era svenuta tra le sue braccia.

Il calore sprigionato dalle fiamme era divenuto insopportabile. Federico si sentiva venir meno, il fumo lo soffocava, il bagliore del fuoco lo accecava e non aveva più forza.

- La porta! La porta! - mormorava.

Vi era quasi arrivato. Era a un passo dalla salvezza, si diceva. Le membra sue, ormai, erano distrutte dal fuoco o così gli sembrava. Gli occhi suoi non potevano più vedere. Le gambe non lo potevano più sostenere.

- Giovanna! Giovanna, amor mio! - gridava, per quanto possibile, ma non poteva che emettere gemiti e bisbigli.

Voleva morire, se così doveva essere, ma almeno gli sembrava di averla tra le braccia, gli pareva che fosse ancora viva e di esserle vicino, nelle circostanze più estreme.

La maniglia! Egli allungava penosamente la mano, nel tentativo di afferrarla.

Ma l'uscio era irrimediabilmente chiuso a chiave.

L'incendio fatale divampava sempre. Era come se il caro pastore valdese innamorato fosse morto insieme a lei, il volto carbonizzato, le mani bruciate.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: