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lavoro pubblicato mercoledì 25 febbraio 2009
ultima lettura martedì 7 gennaio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL SOGNATORE BLU

di Dunklenacht. Letto 715 volte. Dallo scaffale Fantasia

Capitolo Secondo. Marghot ed un amore sfuggente. Era vero, Aurora era viva, era ancora viva.Quel comando, quell'ordine quasi crudele, quell'imperati...

Capitolo Secondo. Marghot ed un amore sfuggente.

Era vero, Aurora era viva, era ancora viva.

Quel comando, quell'ordine quasi crudele, quell'imperativo tonante, rivolto a Philippe, era stato come la manifestazione di ciò che era veramente l'animo suo, in quel tempo.

Era lei, ora, con la sua bell'arpa, ad allietare le domeniche di Pontvieux-sur-Lasson, a scandire la solennità delle funzioni religiose più importanti che si celebravano nella grande cattedrale dalle guglie rosse, che infuocavano il cielo ed ardevano come il fuoco sullo sfondo bianco delle Alpi immense.

Aurora lavorava nella biblioteca *** ed era diventata amica di Arturo, che l'aveva salvata dai suoi nemici.

Durante una giornata grigia, particolarmente cupa e piovosa, in cui, dalle finestre della biblioteca, all'ultimo piano, si poteva osservare soltanto uno spettacoloso rovescio di pioggia, Aurora si trovava seduta vicino alla sua amica. Fiorenza (questo era il suo nome), i capelli sciolti e cadenti sulle spalle, in parte scoperte, il maglione di lana color avorio, scollato, addosso, pensava.

- Aurora - disse l'amica.

- Sì?

- No, niente... In questo periodo, sono oppressa da pensieri poco piacevoli.

- Che genere di pensieri?

- Non riesco neppure a lavorare con tranquillità. Forse, è solo una crisi passeggera. Ad ogni modo, mi sento ossessionata, è come se avessi addosso un fantasma...

- Mi incuriosisci...

- Sai, nel mio passato, c'è stata una donna poco amichevole, che mi ha addirittura resa triste. Penso a lei e mi accorgo che è un'ombra, non ancora del tutto scomparsa. Siamo parenti, ma è come se non lo fossimo...

- Perché mai?

- Siamo parenti, ma è come se non lo fossimo, è come se non lo fossimo, come se non lo fossimo...

- Mi parli con un accento tanto cupo e grave... Che hai?

- Ella non è mai stata buona e comprensiva con nessuno. Forse, è addirittura cattiva. Il suo nome è Marghot. Non sai quanto mi dia fastidio il solo pronunciare quella parola, che si riferisce ad una persona tanto inquietante e cupa...

- Marghot! - ripeté Aurora. - Che nome strano, raro... Non avrei mai detto...

- Ascoltami! - la interruppe Fiorenza.

Fu allora che la donna diede inizio alla narrazione della storia tenera e lugubre di quella creatura, che assomigliava ad un pipistrello. Si trattava di una vicenda avvolta in particolari che, in alcuni punti, rasentavano il mistero.

In quel tempo, Marghot era una bella giovane. Aveva dei capelli biondissimi, un volto dolce ed aggraziato, che splendeva di un'avvenenza e di una levità incomparabili a quelle delle altre fanciulle.

Proveniva da un'infanzia che, per lei, era stata alquanto infelice.

Forse, aveva trascorso una delle fanciullezze più difficili che si possano immaginare, tra il padre, uomo dedito al bere e pieno di problemi di salute, e la madre, che aveva lasciato il mondo quando lei era ancora in tenera età.

Suo papà, uomo rozzo e violento, l'aveva picchiata più volte e continuava a farlo.

Marghot appariva molto religiosa, molto devota.

Cantava nel coro della cattedrale, tutte le domeniche. Aveva una bella voce da mezzo soprano, assai femminile.

Ogni volta che andava a cantare, si divertiva alquanto.

Era stato forse il suo fratello maggiore a favorire la sua passione per la musica e per il canto.

Dimenticavo di dirvi che il fratello suo era sacerdote, aveva preso gli ordini da non molto tempo ed alcuni lo consideravano fervente. Egli, in realtà, non lo era mai stato troppo ed amava il denaro.

Don Guglielmo, questo era il nome del buon sacerdote, sarebbe presto diventato parroco, perché la gente ne conosceva i costumi esemplari e la grande umanità, che lui manifestava sempre con comportamenti che, ad alcuni, facevano addirittura invidia, tanto parevano confacenti ad un santo.

Un giorno, al termine di una cerimonia, il vescovo lasciò cadere il suo sguardo su una delle ragazze che cantavano nel coro.

Era Marghot.

La bella, accorgendosi di essere guardata, arrossì. Non capiva proprio il motivo che poteva avere indotto il vescovo a guardarla in quel modo. Possibile non indovinarlo? La sua bellezza...

L'ecclesiastico non distoglieva un attimo il suo sguardo da lei e non aveva alcun timore di essere notato, dal momento che i fedeli, ormai, se ne stavano andando.

Dopo quelle strane emozioni (a Marghot era parso addirittura che il vescovo la accarezzasse, mentre la coccolava con i suoi sguardi), accaddero altri avvenimenti simili a quello che aveva originato tanto turbamento nella cara ragazza.

A Marghot, forse, non piacevano troppo le attenzioni del vescovo. Si sentiva quasi oltraggiata nella sua giovinezza, avvertiva la rude senilità dell'ecclesiastico sulla sua pelle, le sembrava che posasse le sue mani rugose sul suo bel viso, il suo bel corpo e credeva che tutto ciò fosse peccato, come le avevano insegnato una volta, al catechismo.

Era da un po' di tempo, però, che Marghot non credeva più al catechismo che le avevano fatto imparare ed andava a cantare soprattutto per sfoggiare la sua bella voce, nonché per il piacere che ciò le procurava.

Una volta, accadde qualcosa di inaudito.

Accadde che rimanesse sola con il vescovo.

Questi, accarezzandole i lunghi capelli biondi e giocando con i suoi boccoli graziosi, le disse:

- Se vuoi, possiamo giocare insieme, sai? Sei la ragazza più bella che abbia mai visto. Io, ad una certa ora del pomeriggio, mi annoio sempre e vorrei che tu, così bella come sei, venissi a farmi visita, a distrarmi...

Marghot non rispose nulla al vescovo.

Credeva di aver sentito male, di essersi sbagliata. Tuttavia, ciò che aveva udito era vero, l'ecclesiastico la voleva, si era invaghito di lei, che era giovanissima, nel fiore della giovinezza e della bellezza!

Senza volerlo, era riuscita a trafiggere il cuore del grande prelato.

Ma non avrebbe mai potuto acconsentire a quelle premure!

La sua femminilità doveva rimanere vergine, ella non era disposta a concederla a nessuno e si sentiva ancora molto ingenua e tanto, tanto poco matura!

Le profferte dell'ecclesiastico la sconvolsero a tal punto, che ne parlò al caro fratello, che era la persona con la quale aveva più confidenza al mondo.

La reazione di don Guglielmo la turbò profondamente, forse più di quanto l'avesse sconvolta la voce del vescovo, allorché s'era sentita rivolgere quelle parole affettuose.

- Forse tu vorresti rifiutare? - le disse, con voce grave, don Guglielmo. - Io non riconosco in te una sorella, ma soltanto una vile bambina!

- Che dici mai? - si meravigliò Marghot, stringendo le labbra e mordicchiandosele.

- Dico che tu non vuoi nemmeno un po' di bene a questo tuo fratello... Sei mia sorella, in fondo... Dovresti capirle, certe cose... Com'è possibile non intenderle?

Don Guglielmo voleva far capire a Marghot ciò che con le parole non si poteva esprimere, perché era troppo sfacciato ed iniquo. Egli la trattenne a lungo, quasi avesse deciso di metterle in testa che un rifiuto, da parte sua, sarebbe stato una grave infrazione alla morale.

Marghot si sentiva sconvolta. Era timidissima, suo fratello non si era mai mostrato tanto antipatico nei suoi confronti prima d'allora; del resto, quella era la prima volta che gli parlava di un problema così scottante ed irripetibile.

- Quell'uomo è probabilmente disposto a riempirti di regali, a colmarti di favori, Marghot - diceva il prete, seriamente, alla cara sorella. - Tu non puoi rifiutare...

Ma la bionda continuava a non voler capire ciò che il sacerdote sperava di riuscire a farle intendere. Era stanca di stare a sentirlo e voleva andarsene. Le parole dell'altro la tormentavano e lo fecero ancor più allorché don Guglielmo decise di parlare chiaro a quella dura cervice.

- Se tu rifiuterai la corte di Monsignore, ti giuro che, dall'alto del mio dorato pulpito, griderò che ti ho sorpresa mentre cercavi di portare via un ex voto dalla mia chiesa.

Marghot rimase alquanto impressionata. Sì, si ricordava bene di quando era accaduto il fatto e del momento vergognoso in cui l'avevano scoperta.

Se aveva tentato di fare una cosa simile, in passato, aveva avuto i suoi motivi. In quel periodo, il padre suo era molto malato, al punto di far temere per la sua vita.

C'era l'assoluta necessità di dargli delle medicine, allora piuttosto difficili da reperire e molto costose. A Marghot era già parso di vedere il genitore morto sul suo letto... Temeva che il suo potesse essere il presagio di un evento catastrofico.

A Pontvieux-sur-Lasson non c'erano persone che la potessero aiutare, ne era certa. Toccava a lei fare qualcosa, tanto più che suo padre le aveva rivolto delle minacce terribili.

- Se mi lascerai morire così - le aveva detto - io me ne andrò da questo mondo, ma ti perseguiterò per l'eternità, sarò il suo accanito accusatore quando, un giorno, Iddio ti giudicherà. Credimi, ti farò avere la dannazione eterna, anzi, ti farò dannare già in questo mondo!

Siffatte parole non avrebbero potuto non fare effetto su Marghot, la quale, alla fine, si era decisa.

Tristissima, era stata minacciata, era stata scoperta ed ora la si ricattava, le si imponeva di concedere il suo corpo ad un fornicatore, un depravato, che avrebbe attinto da quella fonte soltanto degli ottusi piaceri capitali.

- Hai capito? Quel vescovo, quando sentirà che sei mia sorella, cosa che tu gli confiderai al momento opportuno, non rimarrà impassibile. Grazie a questo amoretto, potrò diventare parroco di una grossa parrocchia!

Don Guglielmo sorrise di piacere.

Marghot tremava, aveva paura tanto di suo fratello, quanto di quel brutto vescovo.

- Ma che cosa farò? Cosa gli dirò? - domandava sconsolata, esitando.

- Ti dirà tutto lui. Vedrai, ti toccherà appena. Non avere paura, fare l'amore è bello, è bellissimo...

Marghot pensava. Poteva ancora tirarsi indietro? No! Una voce le ordinava, imperiosamente, di obbedire ai comandi di suo fratello. Era la voce della paura, la voce dell'angoscia...

- Hai capito? - le disse don Guglielmo, prima di lasciarla andare via. - Devi ascoltarlo, devi lusingarlo, devi accontentarlo. Altrimenti, avrai il disonore, la vergogna e commetterai un irreparabile peccato mortale. Io sono prete, me ne intendo di morale!

- Sì, sì! - sussurrò lei.

Marghot annuì a lungo, poi, quasi precipitosamente, si allontanò dal fratello, che si era trasformato, per lei, in qualcosa di simile ad un mostro.

Il vescovo riuscì a sedurla.

Era stato facile, per lui, fin troppo...

Un paio di volte la settimana, di pomeriggio, l'uomo di chiesa riceveva la visita di un sacerdote, che portava una lunga talare scura, un cappello da prete sul capo e teneva un breviario aperto davanti agli occhi, il che consentiva allo strano religioso di celare, in parte, il proprio volto.

Alcuni avevano notato quella figura balorda, alla quale non veniva data assolutamente importanza.

Il fratello prestava i suoi abiti a Marghot, la quale se ne serviva per recarsi agli appuntamenti che le fissava l'ecclesiastico.

Sotto il bel cappello da prete, nascondeva i suoi lunghi capelli, che ne uscivano furtivamente, qua e là, a ciocche bionde e arricciate.

I suoi grandi occhi, neri, alabastrini, erano costantemente bassi e non li rivolgeva che al vescovo, il quale, al contatto con il suo sguardo seducente ed affascinante, quasi sveniva di piacere.

Quell'esperienza la maturava molto, era come un passaggio obbligato ed improvviso dalla fine della prima giovinezza all'età adulta.

La bella diveniva, a poco a poco, spregiudicata a propria volta.

- Lo sai quanto mi piaci, così? Eh? Lo sai quanto mi piaci? - le sussurrò il vescovo, durante uno dei loro incontri, stringendola a sé con vigore ed appoggiandosi alla scrivania.

Marghot si lasciava andare senza pensare a nulla; Sua Eccellenza l'aveva tra le sue braccia ed avrebbe fatto di lei ciò che preferiva, ne era certa.

Lo soddisfaceva.

- Ah, spogliati! Voglio vederti nuda, voglio i tuoi baci, i tuoi ardenti baci! - mormorava il prelato.

L'uscio era chiuso a chiave, nessuno poteva entrare e Marghot si sentiva posseduta da lui, avvertiva il suo fiato, senile, virile, pesante, contro il suo corpo, che quelle mani grandi, tozze, dalle dita vizze e grosse, liberavano dall'abito talare.

Era sua, inevitabilmente sua. Perdeva quasi il senso di se stessa, il senso della vita, mentre si intratteneva con il vescovo. Ad ogni modo, non provava paura.

Forse aveva tremato un poco, quand'era rimasta sola con lui per la prima volta, ma poi non aveva provato più alcuna ritrosia.

A poco a poco, diveniva tutt'uno con quell'uomo spregiudicato e senza scrupoli, che, si accorgeva, le plasmava l'anima secondo la sua iniquità.

Che importava, ormai? Tutto era compiuto, lei gli apparteneva e non si sentiva in colpa.

- Farò per te quello che vuoi! Farò per te quello che vuoi! - le diceva nelle orecchie il prelato, mentre, nudi, a cavalcioni, godevano dei frutti di un rapporto tanto proibito.

- Quello che voglio? - domandava lei.

- Quello che vuoi, sì! Sei mia, sono tuo! Tuo! Hai bisogno di denaro, di favori? Chiedimeli! Ti voglio! Ti voglio! Ti voglio! Ah, sì, non avrei mai immaginato che potessero esistere dei piaceri tanto intensi!

Marghot era diventata una sorta di passatempo per quell'uomo, che non vedeva più in lei la persona, l'essere umano, ma soltanto la bellezza, le perfette, giovanissime, fresche forme, dalle quali trarre un piacere illimitato.

Che altro sarebbe stata la vita, per il vescovo, se non vi fossero state persone come Marghot, con le quali dimenticare il tedio, l'uggia di tutti i giorni?

Quale pentimento avrebbe provato alla fine, se non quello di non avere fatto abbastanza per godersela?

Marghot, sbigottita, incerta, ma sicuramente troppo poco pensosa per poter provare vergogna o gioia, travestita da sacerdote, con il breviario davanti agli occhi, la lunga talare che le copriva la femminilità, continuava sempre a recarsi agli appuntamenti.

Era come se i suoi pomeriggi bruciassero di vanità.

Riferì al fratello che il vescovo non faceva che dichiararle appassionatamente di essere disposto a concederle qualsiasi favore.

Quale migliore notizia di quella, per don Guglielmo? Egli vedeva già una magnifica parrocchia ai suoi piedi e la carriera ecclesiastica aperta, spalancata, davanti a sé! Il sipario, finalmente, s'era sollevato e soltanto grazie al suo ingegno, al suo savoir-faire.

Marghot sapeva cosa avrebbe dovuto chiedergli.

Non poteva tirarsi indietro, ora che le minacce sembravano lontane e le sue azioni avevano l'apparenza di essere naturali ed assolutamente spontanee.

Don Guglielmo e Marghot, tuttavia, avevano dei nemici segreti. Per meglio dire, la giovane aveva suscitato un'inimicizia, senza nemmeno accorgersene.

Quella persona, segretamente disprezzata, segretamente operava.

Avrebbe probabilmente azzardato qualcosa, ma nessuno lo avrebbe potuto indovinare.

Marghot, dunque, al successivo appuntamento, avrebbe chiesto al suo amante una parrocchia per il fratello e l'avrebbe senza dubbio ottenuta, se, com'era vero, l'ecclesiastico continuava ad essere animato da tanta passione nei suoi confronti.

La giovane non aveva d'altronde pensato di poter sfruttare quella relazione a proprio esclusivo vantaggio.

Quel giorno, nel suo abito nero, tremava, chissà per quale ragione. Era probabilmente per la richiesta che doveva rivolgere al suo amante, che la emozionava a tal punto, da farle perdere la testa. Ella sapeva tuttavia vincere degli istanti di tensione ancora maggiore.

Quel giorno, ella non trovò il vescovo nel suo ufficio e ciò accrebbe la sua angoscia. Ad ogni modo, si imbatté in un biglietto, che s'affrettò a strappare e che solo lei sapeva leggere: voleva riceverla nella sua cappella privata, dove si era ritirato in preghiera.

Le raccomandava di non tardare un solo istante.

La desiderava ardentemente, appassionatamente; quell'attesa doveva cessare presto, perché era una tortura troppo insopportabile per lui. Le aveva scritto che l'amava...

Ma perché riceverla nella cappella dal soffitto turchino, dipinto di stelle? Se fosse entrato qualcuno? Se li avessero scoperti?

Marghot camminava a passi lenti; era già arrivata sulla soglia del luogo convenuto e stava per entrare.

L'uscio, spalancandosi, cigolò appena.

Venne richiuso immediatamente, frettolosamente, con sollecitudine.

La giovane era entrata.

Alla luce di una cinquantina di candele, che bruciavano fulgide e languide in un angolo, comparve il volto pallido, senile e maestoso del vescovo di Pontvieux-sur-Lasson.

Tra le mani, che erano un po' tremanti, egli stringeva un piccolo libro di preghiere, che teneva chiuso.

Marghot era nella penombra. Si avvicinò a lui lentamente e quasi timorosa; eppure, non avvertiva alcun sentimento di timidezza.

Il vescovo alzò lievemente il suo sguardo su di lei. La fissò per un istante: guardò ciò che era suo, quel bel corpo, quei bei capelli, che lei, proprio allora, metteva in libertà, togliendosi il cappello, che posò su di una panca di legno.

- Vieni, vieni da me - disse lui, sottovoce, facendole un cenno col dito.

In quell'istante, i capelli biondi di Marghot sfolgoravano in modo strano e contrastavano al massimo grado con il nero opaco della sua veste.

Gli occhi dei due amanti si incontrarono, ripetutamente, ardentemente.

- Non sai quanto ti desidero - le disse l'ecclesiastico, prendendo la bella, bianca mano che lei gli porgeva gentilmente ed invitandola a sedersi accanto a lui.

Marghot vedeva, ad un passo da loro, il bell'altare della cappella.

Perché mai volerla ricevere lì? Era forse in quel luogo che doveva essere consumato un altro dei loro accoppiamenti bollenti?

- Perché? - sospirò Marghot. - Perché qui?

- Perché ti amo - rispose lui, avvicinandosi teneramente. - Non è solo lussuria, lo sento...

Tutto cominciava, come sempre, con la stessa calda, travolgente passionalità.

La luce tremula e irregolare delle candele illuminava quell'incontro perverso e languido, il lucore vago delle fiamme sembrava incendiare il loro amplesso appassionato e il male, irresistibile, li consumava.

- Sì! Sì! Sì! - rantolava il vecchio, che nemmeno si accorgeva di quello che stava facendo.

- Ah! - Marghot, assorta, si lasciava trascinare dalle passioni, dal piacere.

Furono momenti bellissimi per entrambi. Facendolo in cappella, toccavano l'acme della spregiudicatezza, ma si sentivano felici, pieni di soddisfazione e d'orgasmo.

Non immaginavano minimamente, in quelle circostanze, che, al mondo, potesse esistere altro che quello che provavano.

Mentre il vescovo guardava Marghot, che andava su e giù, mentre entrambi si preparavano all'eccelso, al sublime, all'irresistibile, inaspettato, scoppiò lo scandalo.

La porta della cappella fu aperta violentemente.

Il mondo, il nemico, la morale, gli obblighi terreni del vescovo, abbagliarono e distrussero le loro sensazioni e il loro rapporto amoroso.

Marghot si stringeva al suo amico, il quale, ormai, non poteva più proteggerla, ne aveva la certezza.

Era arrivato il dies irae.

- Amore mio! Amore mio, che cosa succede? - mormorava Marghot, affranta, appoggiandosi ad una spalla del suo illustre amante.

- Non lo so! Marghot, è la fine... Il mondo sta precipitando davanti ai nostri occhi!

- Oh, no! No, no!

Scoppiarono in lacrime entrambi; forse, non tutto era perduto.

Una donna era la radice di quanto stava accadendo.

Una donna, ferita, offesa, era venuta a conoscenza della relazione tra Marghot e l'ecclesiastico e non aveva potuto non fare in modo che fossero sorpresi, con grande scandalo e vergogna.

Quella donna portava il nome di Odile.

Odile aveva avuto una relazione immorale con don Guglielmo.

Era stato un amore simile a quello tra Marghot ed il vescovo, ma s'era concluso terribilmente. La donna, infatti, era rimasta incinta di lui e chissà che ne sarebbe stato del loro figlio. Odile aveva saputo che Marghot era sorella dell'infame che aveva approfittato della sua avvenenza. Per lei, rovinare Marghot era stato come rovinare don Guglielmo.

Ora che lo scandalo era scoppiato, per l'ecclesiastico sarebbero stati guai, ma la sua ira si sarebbe riversata sulla sua amante. Infatti, secondo il prelato, la bellezza di costei era la causa di tutto, era stata lei a sedurlo, a rovinarlo, a distruggerlo come uomo e come vescovo!

La odiava.

Sapeva che don Guglielmo era suo fratello e gli fece subire in prima persona il suo sdegno e il suo furore. Ad ogni modo, lo scandalo non aveva avuto il tempo di inghiottire il vescovo con le sue fauci. Qualcosa di più tragico, di più temibile, si era impossessato definitivamente dell'alto prelato.

La morte!

Il vescovo, pochi giorni dopo l'accaduto, era morto, sull'altare. Sì, fu sull'altare, di cui aveva calpestato più volte la sacralità, che lo colse la morte.

Fu una sorta di punizione divina, ineluttabile.

Di Marghot si persero, per alcuni anni, le tracce; nessuno più, dopo il clamore iniziale, parlò di lei.

Mentre narrava tutte queste vicende e la voce sua si perdeva nel racconto di tanti particolari tristi e deprimenti, come il vento può smarrirsi in un bosco dalle mille fronde cupe, Fiorenza sentiva crescere dentro di sé un profondo raccapriccio.

Il tempo era volato. Degli interi quarti d'ora erano fuggiti, mentre Fiorenza, tutta assorta e pensosa, era stata intenta a raccontare la storia di quell'infelice.

- Molti giorni passarono così, come le foglie d'autunno, senza che Marghot fosse più ricordata, ma poi, superato quel periodo, la giovane riemerse in tutta la sua affascinante avvenenza.

Così sospirò la narratrice.

- In che modo? - chiese Aurora.

- La giovane era innamorata, molto innamorata... Non era semplicemente affezionata...

Queste parole cabalistiche, che sapevano di mistero, furono tutta la sua risposta.

Poi Fiorenza aggiunse:

- Io e Marghot siamo parenti, ma lei non ha mai voluto avere benevolenza verso di me.

La freddezza della bionda nei suoi confronti era stata, invero, a dir poco glaciale.

- Forse io le ho persino voluto bene, ma lei mi è stata addirittura nemica, poiché le ero antipatica... Mio padre, prima di morire, aveva promesso a me e a Marghot dei soldi. Infatti, egli doveva incassare una somma di denaro piuttosto ingente, non so da chi, né in che modo... So soltanto che quella somma doveva essere spartita amichevolmente tra me e Marghot, ma...

- Oh! - esclamò Aurora.

- La bionda disse di non avere avuto la sua parte e mi accusò di averla presa di nascosto. Ella diceva e forse continua a dire che sono una ladra. Bugiarda!

Ad ogni modo, tutta quella storia, tutto quel raccontare, avevano impressionato profondamente Aurora, che volle stringere l'amica al suo petto, forse infinitamente incuriosita da quella storia, ma anche assai commossa.

Fiorenza si spinse sino ad aggiungere degli ulteriori particolari, più scottanti che mai.

- Dici sul serio? Lei? Tuo padre? - mormorava la bella arpista, a bocca aperta, lasciando vedere la bellezza delle sue labbra rosse ed il bianco dei suoi denti eburnei.

- Sì... Ricorda: ti ho detto soltanto che è una persona triste...

- Ma allora?

- Allora, dimmi: che cosa mi posso aspettare, da una persona simile, che forse mi serba ancora del rancore?

- No, non avere paura, non temere, ci sono io qui con te... Ci sono io, la tua cara amica...

Marghot era stata una mantide. Dopo essere caduta nelle mani di Arturo, però, non aveva più saputo reagire.

Le giornate sue trascorrevano sempre uguali, in una monotonia stancante ed ossessiva.

Arturo tentava di convincerla ad amarlo con tutti i mezzi che aveva a sua disposizione. Le regalava continuamente delle rose rosse, si metteva in ginocchio davanti a lei per porgergliele, ma l'altra però nemmeno lo guardava.

Marghot, fiore sciupato, forse, ma ancor brillante e meraviglioso, piangeva, ed ogni volta che lo faceva mandava in estasi il suo nuovo spasimante, al pari di quando sorrideva.

Philippe, in lei, era completamente svanito, come una nuvola grigia, che se ne andava dopo la tempesta, oltre le torri medievali della città e le guglie rossastre della cattedrale, nell'ora del tramonto.

Ad ogni modo, Arturo voleva Marghot tutta per sé, si era scritto nella mente il suo nome, se l'era stampata nel cuore.

Invano cercava di baciarla, di accarezzarla, di parlare con lei, invano cercava di destare la sua attenzione e di conquistare la sua amicizia. Otteneva in cambio soltanto una pacata indifferenza, che sapeva d'edera, di rose, di mistero, di fragranze boschive e selvatiche: il suo profumo.

- Sì, Marghot, sì - diceva Arturo, appassionatamente, durante i suoi slanci affettuosi. - Sarai mia! Ti avrò, avrò la felicità, che non ho mai avuto. I bagliori della bellezza si riflettono in te.

Ella era ormai semplicemente sua, come una parte di lui stesso, quantunque non accettasse le sue premure. Era un suo braccio, una sua gamba, una delle sue mani, uno dei suoi occhi, una delle sue labbra.

Allorché Arturo si accendeva di veemenza, quando diventava crudele, Marghot lo guardava.

No, non era veramente uomo, l'amore non poteva accarezzarlo. I suoi occhi le facevano più impressione che tenerezza, i suoi capelli dai riflessi strani, magici, non le ispiravano che un senso di repulsione.

- Ah, Arturo - gli diceva talvolta - che cosa puoi fare, tu, uomo perduto?

Quando la bionda gli parlava così, il suo spasimante si faceva muto, per ascoltarla, ma inutilmente.

- Arturo, Arturo, Arturo, Arturo, Arturo... Come potrai mai rendermi felice? L'amore è una stella che brillava in me una volta, ma ora è spenta, nelle eternità siderali.

Simili parole risuonavano come schiaffi nelle orecchie di quell'amante insaziabile.

In risposta, le gridava:

- Ora basta, Marghot, ora basta! Tu mi apparterrai! Tu sarai mia!

E mentre lui la maltrattava, quasi con violenza, lei piagnucolava assorta, dimentica della realtà.

Era come se un autunno dei sensi fosse stato intorno a loro.

- Marghot, noi due saremo presto una cosa sola, sei contenta? - le chiese lui un giorno.

L'altra restava muta e impassibile... Doveva rispondergli!

- Dimmelo! - le urlò lo spasimante, afferrandola per un braccio.

- Sì, Arturo, sì - gli mormorò lei, con voce flebile.

- Noi due saremo presto una cosa sola, mia amata... Lo siamo già, Marghot! Marghot! Marghot! Guardami negli occhi, mentre ti parlo! Leggi l'amore che provo per te... Ti amo, ti amo alla follia!

Egli la scuoteva, la tratteneva per le spalle e le scarmigliava i lunghi capelli biondi, che ricadevano disordinati sul suo volto. In quell'istante, la donna, che portava un maglione nero, sembrava un essere dissoluto e sfocato.

- Tesoro, è necessario che tu mi sposi... Voglio che tu mi sposi...

Così le canticchiava lui.

Lei taceva.

- Tu mi sposerai... Diventerai valdese, come me... Valdese, hai capito? - le disse poi l'innamorato.

- Come vuoi - sussurrò poco dopo la bionda. - Vivremo insieme, staremo insieme, ci ameremo...

- Vedi che lo vuoi anche tu? Vedi che siamo un'anima sola? Posseggo la tua anima! Sei già mia!

Arturo cominciò a mettere in atto il disegno che aveva concepito.

- Amore caro - gli disse un giorno Marghot - io non so se diventerò valdese. Non sono sicura di volerti sposare...

L'altro divenne improvvisamente scuro in volto ed assai minaccioso.

- Tu farai quello che ti dirò io! - le gridò, alzando un dito verso il cielo. - Tu mi obbedirai! Ti farò diventare valdese, sì...

Fu così che la condusse dal pastore valdese che dirigeva la piccola comunità di Pontvieux-sur-Lasson.

Era un giovane dall'aspetto elegante, ma forse un po' triste. Nel suo abito blu scuro, provocò una strana impressione in Marghot. Gli occhi del religioso si sollevavano di rado, accesi da un vago pallore e si posavano ora su Arturo, ora sulla sua amante. Parlò loro della chiesa valdese, una chiesa che canta...

Il nome del giovane pastore era Federico.

Dopo che il suo amore e la sua felicità erano stati calpestati dal destino, egli aveva compreso l'assoluta necessità di cercare un valido rifugio nella religione, che era stata per lui un porto di salvezza, dove mettersi al riparo dalle tempeste dell'esistenza.

Per questo aveva deciso di diventare pastore valdese ed era divenuto capo del ristretto numero di fedeli di quella città alpina.

In Federico rivivevano spesso i sogni e le visioni di un tempo, che allontanava da sé con pena e malinconia. Ad ogni modo, la sua dimensione spirituale, si ripeteva spesso, era quella in cui avrebbe dovuto vedere immersa tutta la sua vita.

- Io e Marghot ci vogliamo bene, ci amiamo di un amore che sembra crescere giorno dopo giorno - diceva Arturo, ma con una voce simile a quella con cui recitavano gli attori.

Federico, ascoltandolo, lo guardava. Egli sapeva leggere gli sguardi e le intenzioni sepolte nel cuore degli umani. La sua sensibilità triste, quanto le cattedrali sperdute nelle Alpi, lo guidava nell'intimo di quel balordo interlocutore.

Marghot annuiva sempre... Sembrava che qualcuno l'avesse drogata, per costringerla ad acconsentire a tutto.

- Sì, è vero, lo amo... Lo amo molto - trovò la forza di dire poco dopo.

Il religioso non doveva farsi una cattiva idea del rapporto tra i due amanti, né della decisione di lei di entrare a far parte della chiesa valdese.

Federico fece i complimenti ad Arturo, perché era riuscito a farsi amare da una giovane bellissima. Poi aggiunse:

- Se Marghot vorrà veramente unirsi a noi, non potrò che accoglierla a braccia aperte.

- È il suo più grande desiderio, unitamente a quello di sposarmi - rispose il promesso sposo, in vece della sua compagna.

- Marghot, se l'affetto per quest'uomo ti ha fatto trovare la vera felicità e ti ha fatto scoprire e scegliere la verità, io non potrò fare altro che esserne felice e rivolgerti i miei più vivi rallegramenti!



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