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lavoro pubblicato martedì 17 febbraio 2009
ultima lettura martedì 12 marzo 2019

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IL SOGNATORE BLU

di Dunklenacht. Letto 534 volte. Dallo scaffale Fantasia

PROLOGO C'era una volta una cittadina sperduta sulle Alpi Marittime, chiamata Pontvieux-sur-Lasson. Si trovava in prossimità del confine tr...

PROLOGO

C'era una volta una cittadina sperduta sulle Alpi Marittime, chiamata Pontvieux-sur-Lasson. Si trovava in prossimità del confine tra l'Italia e la Francia ed aveva una splendida cattedrale gotica, bianca, dalle guglie rosse, che facevano sognare. L'avevano costruita nel Medioevo e un giorno, verso la fine degli anni Cinquanta del Novecento, vi si innamorarono due innocenti. Non ricordo se accadde ai vespri o in occasione di qualche altra solenne cerimonia. Lei si chiamava Aurora, aveva una chioma di fuoco e suonava l'arpa come avrebbe fatto uno degli angeli di marmo bianco che si trovavano lungo le navate laterali della cattedrale. Era una giovane buona, meravigliosamente affettuosa ed assai caritatevole. Una volta, la cara giovane incontrò il suo Philippe sulla scalinata bianca antistante la cattedrale; c'era stata una processione, nevicava e lui la riscaldò, stringendola tra le sue braccia. Io non so narrarvi i languidi baci sulle labbra ed i dolci abbracci di quegli istanti. Egli le fece la corte. Fu in quell'occasione che i due amanti si promisero un amore più forte della morte.

Ricordo che Philippe era un uomo intrepido e coraggioso, forte e passionale, a volte irruento; lo chiamavano il sognatore blu, perché lo si vedeva spesso tutto intento a fantasticare, il volto pensoso tra le mani, seduto su uno degli scalini bianchi, presso la cattedrale di Pontvieux-sur-Lasson. Un giorno, egli disse addio alla sua Aurora, perché doveva andare a lavorare a Lione, in non so quale fabbrica di automobili. I baci che le diede per salutarla furono l'ultimo suo addio.

- Ma perché, perché non posso venire con te? - gli chiese la sua bella, gli occhi colmi di lacrime.

- Non piangere, tornerò presto! - le disse il suo amato, accarezzandole le palpebre con le sue labbra.

- Dove vai? Non lasciarmi qui da sola... Non abbandonarmi!

- Credimi, tornerò un giorno... Tornerò!

La fabbrica di Lione era grigia, piena di rumori, di macchine e di grigiore; Philippe lavorò in mezzo a quelle braccia e a quelle bocche meccaniche pensando al suo amore lontano. Vedeva sempre il volto di lei accanto a sé.

Un brutto giorno, il sognatore blu ebbe un incidente in fabbrica e la sua bella non era al suo fianco, per consolarlo! Aurora ricevette una lettera tristissima, ma per fortuna il suo Philippe era salvo, la vita sua non era in pericolo!

Egli le scrisse molte lettere appassionate da Lione.

Poi fece ritorno a Pontvieux-sur-Lasson, ma la sua amata non era lì ad aspettarlo. Dei cattivi gli dissero che era morta, ma era una menzogna; oh, quanto fu grande la disperazione dell'innamorato! Egli prese a cercare la bella arpista lungo tutti i viottoli della città, ma s'imbatté in un'altra donna, una bionda di nome Marghot.

Il destino voleva che ritornasse accanto alla sua amata di un tempo, ma la sua ira appassionata lo avrebbe indotto a fare del male. Una forza buona e celestiale avrebbe rimesso insieme i due amanti, facendo sì che la giustizia umana e i suoi gendarmi non potessero perseguitare Philippe per le sue follie amorose.

Capitolo Primo. Lei e la cattedrale.

Alle sei e trenta del mattino, la città alpina di Pontvieux-sur-Lasson si stava risvegliando dai suoi incantati torpori notturni.

Anche la cattedrale, attorno alla quale si erano rannuvolate le brume mattutine, prendeva nuovamente forma, disegnando il suo profilo gotico nel cielo lievemente ingombro di nubi.

Il grande portale nord era spalancato.

Attraverso le entrate laterali e secondarie, ali di folla, come a fiumi, penetravano all'interno.

Un brusio leggero, a malapena percettibile, si levava dagli astanti, elegantemente vestiti, che si accingevano ad assistere ad una delle cerimonie più tradizionali dell'anno.

Il grande disco rossastro del sole, lentamente, s'innalzava nell'etere brumoso e risolveva, a poco a poco, la nebbia.

Le ombre lunghe, esili, ancora poco discernibili, dell'antica cattedrale, si prolungavano sulla grande piazza lastricata di marmo bianco, mentre torme di persone continuavano ad affluire. Tutti portavano indosso gli abiti delle feste.

Improvvisamente, il grande silenzio che ancor regnava a Pontvieux-sur-Lasson parve distrutto dal suono delle imponenti campane, che avevano cominciato a suonare, onde annunziare l'ormai prossimo inizio della cerimonia.

Il vento surreale sussurrava, trascinava lontano il rumore profondamente roco di quegli strumenti di bronzo, che giungeva fino agli estremi della città, spumeggiante e sempre più evanescente, come le onde di un mare invisibile.

La cattedrale cominciava ad essere gremita.

Nel vasto ed innumerabile gruppo di persone presenti e in arrivo, si poteva discernere altresì un volto a noi familiare, accompagnato dalla impensabile sua compagna.

Un uomo alto, con un cappello blu sul capo, a braccetto con una donna bionda, era mescolato alla moltitudine di gente anonima che riempiva la piazza e pullulava nel più importante monumento della città. Egli aveva l'aria triste, c'era un non so che di smarrito e malinconico nei tratti del suo volto, leggermente scavati dal tempo. I suoi orecchi ed il suo collo erano ricoperti da capelli che avevano perduto il loro originario colore bruno, per tingersi di grigio.

Quell'uomo portava il nome di Philippe.

Non di rado, il suo sguardo si posava sulle fattezze e sul bel volto della donna che aveva accanto e della quale stringeva, di tanto in tanto, la dolce mano. Talora, chinava la testa, quasi smarrito e tediato dal correre senza fine degli eventi.

Egli aspettava da tempo quel giorno. Chissà! Forse, per un istante, aveva pensato all'impossibile. Stringeva forte la mano della sua compagna e si consolava così.

Mentre stava per entrare nella cattedrale, il pensiero suo corse, come un lampo, ad un attimo sepolto nel suo passato.

Quel moto dell'animo suo sfuggì rapidissimo, quasi impercettibile, ma gli lasciò un che di amaro ed intoccabile nel petto.

- Vieni, Marghot, entriamo - disse Philippe, rivolto alla sua amica intima.

- Sì - rispose lei, facendo un sorriso scintillante, onde mostrare i suoi denti bianchissimi, che sembravano di porcellana.

Marghot, il bel volto incorniciato da capelli biondissimi e appena acconciati, era felice. Gli occhi suoi sembravano trasmettere talvolta dei sorrisi di letizia e tranquillità, che si dileguavano in un secondo, per lasciare il posto, in lei, ad un'espressione di immobile eleganza.

Vestita con un abito lungo, azzurro, molto femminile, poteva sembrare la concretizzazione del perfetto portamento e della bellezza ineguagliabile, ma ella non pensava affatto al suo aspetto esteriore.

Aveva conosciuto da poco quel Philippe, ma s'era subito saldamente legata a lui.

- Vieni, entriamo! - le diceva l'amico intimo, facendosi largo tra la folla, anche a furia di spintoni.

- Andiamo, andiamo - mormorava l'altra, sotto il suo sottile velo nero.

Philippe si sentiva alquanto emozionato. La cosa non gli capitava spesso, ma non aveva freddo. Perché mai quei singhiozzi temporanei e sconvolgenti, come se dentro di lui accadesse un non so che di anormale? Guardava Marghot e si sentiva pieno di voglia di vivere, malgrado la sua bella età fosse da tempo svanita. Toccata la vetta, sperava di poter trovare ancora dei freschi ruscelli ove dissetare i suoi sentimenti.

Marghot era forse per lui una sorgente di felicità.

I due entrarono nella cattedrale. Philippe si strinse a lei, che a propria volta si avvicinò ancor più al suo amico. La gente arrivata era tanta, che non si sarebbe potuto trovare nemmeno un solo posto a sedere.

Philippe spinse il suo sguardo lontano, fino all'altare maggiore, che era bianco, immenso, con due angeli alati a ciascuno dei lati.

Una visione di cento grandi ceri ardenti accendeva la cerimonia solenne. Erano stati tutti collocati presso il grande crocifisso antico, a destra del gigantesco altare monumentale.

Il vescovo doveva ancora giungere. La messa, in tutta la sua solennità, nella sua suggestione e nel suo fulgore, sarebbe cominciata presto, impressionante, quanto un fenomeno soprannaturale.

Ci sarebbero state musiche sacre d'autore, cantate dal coro con l'accompagnamento di alcuni strumentisti famosi.

Philippe e Marghot si sistemarono in mezzo alla folla. Riuscivano a stento a respirare, tanto erano numerosi i presenti. Ad ogni modo, questo non importava loro.

- Vuoi restare? - chiese ad un certo punto Philippe. - Altrimenti, ce ne andremo.

- No, non dire così, siamo venuti per questo... - rispose Marghot, con un sorriso vellutato.

Truccata, semplice nel suo vestito pomposo, Marghot sembrava poco più che una bambola di vent'anni. Era ancora nel pieno fulgore nella sua giovinezza, che non l'avrebbe mai lasciata e riluceva in lei come una stella del firmamento.

Philppe aveva quasi paura.

Sì, lo sentiva: se ne sarebbe andato volentieri, forse non era bene, per lui, rimanere in quel luogo. Si domandava perché mai fosse venuto.

La cattedrale gotica mormorava il suo splendore e la sua maestà attraverso lo sfarzo e la solennità della funzione religiosa. Era come se bruciasse di austera, fiammeggiante magnificenza.

La messa aveva avuto inizio e s'intonarono i canti.

Le note intense, cariche di gravità e di fulgore, pervenivano sfocate alle orecchie di Philippe, che pensava a tutt'altro, forse, agli angeli.

All'udito gli giungeva altresì il suono argentino di un'arpa. Era lo strumento che una donna a lui cara, ma allora definitivamente scomparsa dalla sua vita, sapeva suonare con indicibile maestria. Il volto suo gli tornò in mente proprio in quell'istante.

Tra le fiamme solari e scintillanti dei ceri, gli apparve un viso amico.

Fu come vedere una sorta di fantasma, tuttavia egli non provò alcun timore, ma soltanto una triste rassegnazione, mista a raccapriccio.

Dei capelli lunghi, rossi, delle mani candide, immacolate, dalle dita lunghe, un collo di cigno, una pelle bianchissima, vellutata, uno sguardo accorato e confuso... Questo era l'aspetto della bella arpista che lo sguardo di lui aveva incontrato.

- No, non può essere - sussurrò l'uomo. - Philippe! Philippe! Non può essere vero!

Si accorse improvvisamente di avere la fronte imperlata di un gelido sudore. Forse era a causa della folla, la gran folla.

Aurora? Aurora, in quell'arpista? No, cento volte no! Aurora era morta per sempre in lui!

- Scusami, se permetti, esco un attimo - disse a Marghot.

L'aria fresca del mattino gli carezzò la gola, mentre egli riscopriva di essere se stesso e nessun altro.

Tra poco, si disse, la messa sarebbe finita e tutta la folla sarebbe uscita, per la processione. Doveva essere una giornata memorabile.

Agli orecchi di Philippe, nondimeno, continuavano a giungere i rumori della cerimonia, il vocio soffocato dei presenti e soprattutto la musica sacra, quei suoni d'arpa sussurrati.

Sì, tra i musicisti doveva esserci un'arpista, ma forse, anzi, senza dubbio, egli s'era ingannato, nel riconoscere Aurora tra i presenti.

Era trascorso troppo tempo da quando s'erano incontrati l'ultima volta ed ora Philippe amava Marghot più che mai. Se l'uomo vestito di blu avesse saputo che quel mattino, recandosi alla solenne cerimonia, si sarebbe imbattuto in quella visione, senza dubbio non avrebbe lasciato la sua dimora.

La mente sua aveva ripreso a pensare incessantemente ad Aurora, così come il vento aveva ricominciato ad accarezzare i rami dei lecci, dei faggi, dei castagni e dei frassini vecchi.

Ad un tratto, Philippe s'accorse che dalla cattedrale cominciava ad uscire la processione, lenta, tarda ed un poco mesta. I canti lo facevano sognare e piangere, ad un tempo.

Tra i passanti, gli parve di scorgere di nuovo Aurora. Qualcuno dei fedeli lo toccò e il suo sguardo inafferrabile gli regalò tormento ed estasi. Era quello della sua amata di un tempo.

L'uomo vestito di blu non capiva più se sognava, se aveva avuto delle visioni o se quello che aveva percepito con i sensi apparteneva veramente alla realtà.

Poi rivide Marghot, che usciva: era bellissima, biondissima, ammaliante, con i suoi capelli d'oro racchiusi in un velo nero, che le ricopriva di penombra il bel volto.

Egli la raggiunse. Era sua. Le prese la mano e gliela strinse quasi con violenza.

- Andiamo! Scusami, ma poco fa, nella cattedrale, quasi mi sono sentito male - le sussurrò appassionatamente.

I due seguirono la processione, con la stessa, lenta andatura che ne scandiva, sonnolento, il ritmo.

Alla fine, anche quella processione, anche quella vaga, soave sofferenza, per Philippe, sarebbero cessate. Mentre abbracciava Marghot (la poteva abbracciare in qualsiasi istante) riacquistava coraggio.

Quella giovane non era sempre stata con lui, lo sapeva: in passato, era appartenuta ad altri uomini. Ella era stata l'amante di un uomo vecchio, deforme, che l'aveva voluta soltanto per affrescare di gioventù e bellezza gli ultimi giorni di una vita che svaniva. Ma il giorno in cui lei l'aveva conosciuto davvero, ogni tenerezza tra i due era cessata. Si era accorta, infatti, di non avere amato un uomo dal cuore nobile, bensì soltanto un rozzo opportunista.

Gli aveva concesso se stessa, il suo corpo, la sua avvenenza, ma lui, dopo averla posseduta carnalmente, aveva creduto di non poter fare altro di quella donna. Poi, la morte l'aveva portato via con sé.

Marghot non era più riuscita a sopportarlo. Il suo uxoricidio segreto non era stato dettato da un capriccio, bensì dalla sua sete di vita. L'altro non si era nemmeno accorto di ciò che la sua bella aveva perpetrato a suo danno: semplicemente, si era sentito male, mentre baciava i bei capelli dorati della sua amante e languiva d'affetto sul suo seno.

Il giorno in cui quell'uomo se n'era andato, Marghot aveva pianto.

"Ma a che cosa serve pentirsi" pensava sempre la giovane "quando non è più possibile tornare indietro e riparare al mal fatto? A cosa serve amare, se ci si accorge di non essere amati? A che cosa giova morire, se ci si accorge che la morte non serve a nulla?".

Ella non si era mai detta di essere un'assassina, non aveva mai pensato che se un giorno qualcuno avesse scoperto quello che aveva fatto, sarebbe stata un'infame per sempre.

Poi aveva incontrato Philippe, erano diventati amici, si erano innamorati... Era stata una gioia per entrambi, ma Philippe non avrebbe mai potuto immaginare che genere di strega fosse Marghot. Quest'ultima era stata vista da un uomo balordo, insoddisfatto dalla vita, una persona matura, ma infantile allo stesso tempo. Era un solitario, che abitava in una casa graziosa, dal tetto in ardesia, costruita lungo il fiume. Lo sconosciuto si era innamorato di Marghot.

Un giorno, Philippe trovò sotto la porta di casa sua uno strano biglietto.

"Chi sono non ha importanza; ad ogni modo, lo saprà ben presto. Ho l'assoluta necessità di parlare con lei, per una questione della massima rilevanza. Non cerchi di fuggirmi o di evitarmi, potrebbe essere un errore. Si ricordi di questo numero di telefono: *******. Se lo stampi nella mente e poi, dopo averci pensato, mi chiami".

Era uno scherzo?

Fu così che Philippe telefonò al numero indicato. Gli rispose una voce roca, quasi spenta, che parlava piano e di rado. Difficile, se non impossibile, sarebbe stato capire, per telefono, ciò che diceva quel cupo interlocutore, che probabilmente non era colui che aveva scritto il messaggio.

Philippe non sapeva più che cosa dire, ma, alla fine, l'altro, che non poteva non cogliere quell'occasione favorevole, gli fece sapere veramente che cosa volesse. Non l'avrebbe lasciato in pace fino a quando non gli avesse detto le sue intenzioni.

I due fissarono un appuntamento per l'indomani, in Piazza Venezia, dinanzi al monumento a Debussy.

Philippe decise di recarsi nel luogo convenuto. Il sole tramontava... Era l'ora.

Tra i riflessi rossastri degli ultimi raggi del crepuscolo, egli vide un uomo che scendeva da una scalinata. Forse, era colui che doveva incontrare.

- Buona sera - mormorò Philippe.

- Buona sera - rispose l'altro, allungando la sua mano, quasi per stringere quella dell'altro.

I capelli dello sconosciuto dovevano essere stati rossi, un tempo, perché mantenevano, seppur canuti, dei riflessi fulvi e rari. Erano lunghi ed arrivavano fino alle spalle. Due occhi verdi, profondamente infossati, sormontati da due sopracciglia quasi invisibili, riflettevano un animo stravagante, originale, ma soprattutto inquietante ed astruso.

A Philippe parve che quegli occhi fossero fatti a spirale. Gli sembrarono quelli di un dannato, ma la sua era soltanto un'impressione. Quel viso ovale racchiudeva un sorriso anomalo, che assomigliava ad un ghigno.

Philippe provò un brivido.

- Che cosa c'è? - domandò lo strano uomo. - Forse qualcosa non va?

L'altro tacque, poi rispose:

- No, tutto è a posto. Ma piuttosto, vuole dirmi chi è lei e che cosa vuole? Chi è? Qual è il suo nome? Cosa desidera? Cosa cerca?

- Non si preoccupi. Mi chiami Arturo e questo le basterà. Mi consideri semplicemente poco meno che un amico.

Philippe già malediceva il momento in cui aveva scelto di recarsi all'appuntamento. Perché mai, si domandava, aveva deciso di rovinarsi in quel modo?

- Signor Arturo, a che cosa devo i suoi discorsi? - gli chiese poi.

- Venga con me a fare una passeggiata, se le pare. Non vede che è un'ora stupenda? - rispose l'altro, che tentò addirittura di posare una mano sulla spalla del suo interlocutore, cosa che quest'ultimo non gli avrebbe permesso mai. - Bene, è giunta l'ora di spiegarle perché sono qui e che cosa mi ha spinto ad intromettermi nella sua vita.

"Era ora, ma non mi fiderò mai di te, insulso essere!" pensò il nostro protagonista.

Philippe non aveva mai temuto veramente Arturo. Ora che lo sentiva parlare e che comprendeva come fosse un individuo ragionevole, poteva quasi capire in anticipo a che cosa miravano le sue belle parole.

- Io non le chiedo un favore, ma devo dirle una cosa - disse poi quel brutto ceffo.

- Si spieghi meglio!

- Io mi sono innamorato della sua amante, Marghot.

Philippe andò in collera. Sapeva di non essere in grado di trattenersi, in quelle circostanze. Nondimeno, faceva degli sforzi straordinari per riuscirci. Sarebbe stato fin troppo facile, per uno dei due, assalire l'altro.

- Ma lei sa quanto sono legato a Marghot? Lei sa quanto la amo? Lei sa quanto mi ama? Che cosa vuole? Dividerci? Non ci riuscirà mai!

Così gridò Philippe.

- Io non sono un violento. Stia piuttosto a sentire la mia offerta - disse l'altro.

- Se ne vada...

- Le farò avere venti milioni, in contanti, in cambio di quella donna!

- I sentimenti non si comprano!

- Voglio una cosa da lei, che pensi bene alla mia offerta. Potrebbe pentirsi di aver rifiutato!

Alla fine, Philippe si allontanò da Arturo, sconvolto. Gli parve di avere incontrato la morte.

"No, non potrò mai acconsentire" mormorava tra sé, sentendosi distrutto. "Marghot mi odierebbe per sempre ed io la amo. Venti milioni! Venti milioni, per un essere umano, per il suo amore!".

Arturo era un pazzo.

Philippe sentiva che quella faccia misteriosa e tenebrosa gli si era incastrata nella mente. Erano stati quegli occhi verdi e profondi a fargli paura, più che quelle parole cupe, quanto i rami neri degli alberi nei tramonti infuocati dell'inverno.

Il nostro protagonista fece ritorno a casa.

Non aveva confidato a Marghot il motivo per il quale era uscito, paventando di doverle poi dare un'ulteriore spiegazione circa il contenuto di un colloquio che poteva essere tanto negativo quanto sconveniente.

Egli guardò la sua amante nel profondo degli occhi. La vide timida, ritrosa, un po' accorata; forse, la sua assenza l'aveva spaventata. In ogni caso, trovò il modo per dissimularle il grande turbamento interiore che quell'incontro gli aveva provocato.

Ma la mente sua continuava a pensare.

Arturo, certamente, non lo avrebbe lasciato in pace ed anzi avrebbe tentato di ottenere ciò che voleva da lui, se faceva veramente sul serio.

Nei giorni che seguirono, Philippe incontrò colui che lo inquietava, più e più volte. Lo vide svanire vagamente davanti ai suoi occhi, come una visione. Poi ricevette un altro di quei biglietti.

"Devo ancora ricevere una risposta da parte sua. Non creda di potersi liberare di me facilmente, perché ho bisogno di lei. Non sottovaluti la mia offerta, potrebbe pentirsene. Marghot deve essere mia".

- Marghot deve essere sua! - mormorò spaventato il nostro protagonista, appallottolando il foglio. - Ho a che fare con un pazzo!

A poco a poco, Philippe prendeva in considerazione l'idea di piegarsi alle richieste di Arturo, soltanto per paura. Costui gli aveva infatti fatto capire che non avrebbe mai potuto accettare il suo rifiuto; lo avrebbe perseguitato, tormentato, oppresso, fino ad impossessarsi di Marghot. Ma quest'ultima non sapeva ancora nulla e, quand'anche fosse stata al corrente di quell'affare, avrebbe ignorato tutto. Stava troppo bene con il suo amato Philippe, che non era disposto a consentire ad altri di rovinare la loro splendida felicità.

- Ascolti - gli diceva Arturo per telefono - venti milioni, venti milioni, venti milioni... Per una donna soltanto! Pensi a ciò che le potrebbe costare un rifiuto! Io non rinuncerò a Marghot.

Ma perché mai in Philippe non si scatenava la gelosia? Perché mai egli non s'infuriava e non minacciava con la pistola quell'uomo balordo e prepotente, eccentrico e pericoloso?

Il nostro protagonista era interiormente debole in quel periodo. Aveva bisogno di pensare, ma il suo rivale non gliene concedeva il tempo. Philippe non sapeva più che cosa fare e un giorno, in cui aveva litigato con la sua Marghot per motivi assolutamente futili ed il suo umore era nero, tanto da non permettergli di vedere la differenza tra l'amore di quella giovane ed una ventina di milioni, si recò ad uno degli appuntamenti fissatigli da Arturo, ai quali era ormai solito non recarsi.

- Io voglio bene a Marghot, se lo ricordi - diceva il losco figuro. - Mi complimenterei volentieri con lei, è veramente una persona ragionevole.

Philippe sentì che Arturo gli posava una mano sulla spalla; lo guardò negli occhi e s'accorse che non era stato per paura, che aveva acconsentito.

Da tempo, infatti, Marghot non possedeva più il suo cuore.

Forse, in lui, era avvenuto un mutamento, generato dalla visione, apparentemente irreale, che aveva avuto il giorno nella processione, nella cattedrale della città alpina di Pontvieux-sur-Lasson

Era come se fosse stato indotto a fare spazio nel suo cuore e a liberarsi di un peso.

Guardava i venti milioni, che gli facevano malinconia. Erano chiusi in una valigetta e Arturo glieli mostrava, compiaciuto.

I due si trovavano in un luogo isolato, le Alpi dalle cime immense ed innevate brillavano all'orizzonte e facevano da cornice al loro incontro. Philippe fu colto dall'idea di aggredire Arturo all'improvviso, di soffocarlo, di eliminare quel malvagio, che si nutriva degli amori altrui. Ad ogni modo, non fece nulla e non sbagliò.

Stringeva tra le sue mani le belle banconote. Era denaro, era suo, ma non bastava a renderlo felice.

Forse, egli aveva perduto qualche cosa di più prezioso, come l'amore di una giovane donna.

- Tra qualche giorno - gli disse Arturo - lei porterà Marghot a casa mia.

- A casa sua? Io?

- Sì. Non voglio che la cosa sia traumatica, per lei. Si ricordi che deve amarmi. Voglio che sia una donna felice. Mi presenterà a lei, faremo conoscenza e poi la lascerà a me.

- Come vuole.

In quel periodo, il nostro protagonista cercò di godersi Marghot per l'ultima volta, ma non riuscì che a rendere più grigia la sua tristezza. Sapeva di averla venduta per venti milioni ed ogni volta che tentava di abbracciarla non riusciva a sentire tra le sue braccia che un pezzo di materia qualsiasi.

Verso il tramonto di un giorno di pioggia, Philippe prese Marghot e le domandò se volesse venire a fare un giro in macchina con lui.

- Perché no? Andiamo, sarà uno svago per entrambi - gli rispose l'altra.

Egli la fece salire nella sua automobile, anzi, la caricò come se fosse stata una cosa.

- Dove andiamo? - gli chiese Marghot, pettinandosi i bei capelli biondi. - Vorrei passare per il Viale di Parigi, a quest'ora è tutto illuminato dai lampioni bianchi.

Philippe sapeva dove si trovava la casa di Arturo. Non poteva sbagliare strada e gli dispiaceva di ingannare la bella amante, che, quella sera, gli sembrava particolarmente triste e sfavillante, ad un tempo.

Di tanto in tanto, le lanciava delle occhiate furtive. Le guardava il volto, il petto e, così facendo, si accorgeva della sua immobilità: era tutta pensosa e guardava attraverso il finestrino le ultime luci del giorno, le Alpi maestose, i viali che si accendevano delle luci notturne, gli alberi frondosi e oscuri.

- Sì, passeremo lungo il viale di Parigi - le disse Philippe.

Poi, però, prese un'altra strada. I due si diressero verso un piccolo quartiere di Pontvieux-sur-Lasson, a quell'ora sempre deserto.

Forse, Marghot non avrebbe accettato e sarebbe impazzita. Quando si accorse che il suo amato non si dirigeva verso il viale di Parigi, gliene chiese il motivo. Lui non le rispose.

Allora la bella sentì crescere dentro di sé l'angoscia, si accorse di non essere più padrona di se stessa. Philippe non le parlava, agiva. Marghot aveva paura, follemente paura. Non si trattava di qualcosa di grave, di spaventoso?

- Philippe, dimmi dove andiamo! - chiese ancora la donna.

Le rispose un silenzio cupo, che le fece provare un brivido di mistero.

Il nostro protagonista sterzò bruscamente, poi Marghot si accorse che stava fermando la vettura. Ma dove si trovavano? Dove l'aveva portata? Che cosa stava per succederle?

- Andiamo a casa di un amico - disse lui, invitandola a scendere.

- No! - rispose l'altra, rifiutando di muoversi. - Amore caro, torniamo a casa! Ho paura, sì...

- Vieni!

- No!

Un'ombra tenebrosa apparve al di là del grande cancello, munito di lance con punte acuminate. Era Arturo. Sembrava scuro in volto, i capelli suoi erano scarmigliati sulla sua fronte ampia, le mani gli tremavano. Marghot lo aveva visto e ne era rimasta spaventata.

Poi la donna si decise ad uscire. Vide venire verso di sé lo sconosciuto... Philippe la afferrò saldamente per un braccio e lei comprese, finalmente, che non l'amava più.

- Ti odio! - gli sussurrò in un orecchio, facendogli sentire tutta la dolcezza del suo profumo.

- Non temere - le disse Philippe. - Costui è un nostro amico...

Il nostro protagonista lasciò la bella mano di Marghot ed Arturo la prese appassionatamente tra le sue, dopo averla baciata con ardore, quasi avesse voluto esprimerle tutto il suo affetto.

- Marghot - diceva poi Arturo, giocherellando con i lunghi capelli biondi della giovane - tu non sai quanto ho desiderato questo istante! Ti amo da impazzire e finalmente sono riuscito a strapparti all'indegno che ti possedeva. Adesso verrai in casa con me, parleremo con calma, ti corteggerò, ti farò diventare rossa come un peperone e ti innamorerai di me...

- Che cosa deve dirmi? - chiese Marghot, sorpresa, mentre cercava di liberarsi dalla stretta del suo interlocutore. - Io non la conosco... Mi lasci...

- Io ho pagato per averti! Ora tu sei mia... Non farmi spazientire!

La bionda sentì la paura che le scorreva nelle vene, insieme al sangue. Provava il desiderio di disperarsi, forse di piangere, ma non sarebbe mai riuscita a farlo. Si lasciò condurre via. In Philippe non vedeva più che un nemico, un odiato nemico. Svenne, o le sembrò di perdere i sensi. La tensione in lei era divenuta troppo intensa, perché la potesse sopportare.

Quando riaprì i suoi begli occhi, si trovava nel salotto di Arturo. Accanto a lei c'era Philippe, che la bella avrebbe volentieri cacciato via.

- Marghot, io ho fatto sì che il tuo amante ti vendesse a me - le disse Arturo - e poiché sono riuscito a convincerlo con le buone e lui è stato così accondiscendente, tu dovresti essere più amichevole, più disposta ad amarmi ed ascoltarmi.

- Chi è lei? - chiese la bionda.

- Il mio nome è Arturo - le rispose l'altro, sorseggiando la sua coppa di champagne.

- Philippe, perché dice questo? Che storia è mai questa, amor mio?

- Costui non ti ha mai amata, ti voleva al suo fianco soltanto per un breve periodo, d'altronde non ti ha mai meritata. Sono stato io a notarti, a scoprire la tua prorompente bellezza. Philippe ti considerava un inutile bagaglio. Philippe ti ha venduta a me, per venti milioni, sì, si è lasciato convincere dalla forza del denaro.

- Marghot, io credo che sia giunta l'ora che me ne vada - disse Philippe, quasi adirato, raccogliendo la sua giacca e concedendo alla sua amata un ultimo sguardo.

- Mi lasci qui? - gli chiese lei. - Ma come! Che ne sarà di me? Che cosa mi accadrà?

- Arturo è il tuo nuovo amante. Siate felici!

A quel punto la bella si slanciò verso di lui, lo prese per una mano, gli fece capire che era arrabbiata, ma non a morte, tanto che era disposta a tornare a casa con lui.

Philippe le rispose dandole uno schiaffo.

Marghot, allora, offesa profondamente, lo lasciò al suo destino.

Quando Arturo fu rimasto solo con la sua nuova amica del cuore, le disse:

- Philippe non è mai stato nulla nella tua vita. Era così innamorato di te, che quando gli ho detto che non avrei mai rinunciato ad averti, mi ha proposto di dargli una ventina di milioni in cambio ed io ho acconsentito. Tu sei mia, Marghot! Mia, soltanto mia. Io non ho avuto mai nessuna donna prima d'ora. Non ho ancora potuto conoscere la cosa meravigliosa che gli umani chiamano felicità. Spero di scoprirla insieme a te. Sono stato forse un malvagio? No, ho soltanto sbagliato, ho commesso degli errori gravi, ma ora credo che sia finalmente giunto il mio momento.

Marghot fu in procinto di aggredire Arturo, che le era antipatico a morte. Avrebbe potuto rompergli sulla testa la bottiglia di champagne che vedeva sul tavolino.

- Dammi del tu, carissima - le disse il suo compratore. - Non voglio farti del male, né prenderti con la forza.

- Philippe non mi amava - mormorava Marghot. - No, non mi amava... Ma tu, tu, tu chi sei?

- Calmati, stai tranquilla...

- Io non posso calmarmi! Io non ti conosco, non so chi tu sia, non credere di potermi avere facilmente...

- Io ti avrò, invece! Perdinci, se ti avrò! Ti avrò e sarai mia!

In quell'istante, affacciandosi alla finestra, Marghot vide passare una giovane donna. Sì, era una figura femminile, che vagabondava come un dolce fantasma sotto gli alberi dalle ombre languide, che sembravano fatte apposta per nascondere dei convegni amorosi.

Philippe, andandosene, aveva incontrato quella colomba notturna.

- Sì, sono io - gli disse la bella senza nome, alzando il suo sguardo. - Sono la tua Aurora! Sono ancora viva, Philippe, sono ancora viva... Ti amo ardentemente, appassionatamente...

L'altro taceva estasiato, non riusciva a trovare le parole... Non esistevano frasi con cui esprimere le sue sensazioni, in quelle circostanze.

- Aurora, io... - le mormorò, giungendo le mani e togliendosi il cappello blu.

- Non dire nulla. Mi credevi morta, lo so... Arturo mi ha ritrovata. Ero finita nel fiume, mi avevano confusa con un cadavere, qualche malvagio aveva voluto che una tomba portasse il mio nome, senza che vi fosse il mio corpo, bensì quello di un'altra donna. Fu Arturo a salvarmi...

- Allora, eri tu, in cattedrale, quel giorno...

- Sì, ero io. Ti guardai e soffersi... Vattene, ora... Non guardarmi più, non pensarmi più, non incontrarmi più... Dimenticami!

- Dimenticami! - le fece eco Philippe, che non trovò altro da dire se non l'ultimo, appassionato imperativo di Aurora.



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