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lavoro pubblicato giovedì 5 febbraio 2009
ultima lettura lunedì 10 giugno 2019

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Le due A

di TheHobbit. Letto 1029 volte. Dallo scaffale Fantascienza

(1)Andrew Compton era Sovrintendente Nazionale per l'Economia dell'Ovest. Così recitava per esteso la sua qualifica professionale, acquisita no...


(1)

Andrew Compton era Sovrintendente Nazionale per l'Economia dell'Ovest. Così recitava per esteso la sua qualifica professionale, acquisita nove anni prima a Detroit, Michigan, quando aveva solo ventisei anni. La sua era stata una prepotente e travolgente scalata al potere; mai un cedimento, mai un passo falso, mai un intoppo di sorta, la sua era stata una vita di sacrifici e responsabilità, ma nel contempo anche di enormi soddisfazioni personali; una carriera modello, inimitabile, di uomo sempre ai massimi livelli, abituato a gestire il potere senza esserne dominato.
E sempre in compagnia di Andre Harlan, il suo miglior amico.
Le loro vite erano state indissolubilmente legate dalla sorte fin dall'infanzia, e, parallelamente, come per magia, si erano svolte perfettamente quasi allo stesso modo, come uno specchio.
Andrew Compton ripercorse con la memoria le fasi salienti della sua vita. Era stranamente teso, quella sera d'autunno, mentre, dall'alto del ventottesimo piano dei Metropolitan Center di New York, contemplava l'intreccio regolare delle strade, rapito dalla furia demoniaca dell'esistenza cittadina che si era sostituita vittoriosamente a quella primordiale degli elementi.
Il sole stava morendo lentamente al di là del grattacielo di fronte, dando di sé il suo spettacolo quotidiano gratuito che esprimeva solidarietà e fratellanza, come non volesse abbandonare quelle fragili creature che s'inebriavano della sua gagliardia, laggiù sulla Terra, al loro tragico destino di follia. La sua luce innaturale, sanguigna, inondava il volto di Andrew, il quale si senti in quel momento sorprendentemente stanco e solo. Quella visione che aveva la forza di permeare non solo la vista ma anche l'anima, liberandola da quei vincoli terreni che la tenevano prigioniera, gli strappò un sorriso malinconico, tanto da fargli socchiudere gli occhi in assorta meditazione, quando bruscamente fu distratto dai suoi pensieri dal suono del citofono interno, che aveva iniziato a ticchettare ininterrottamente. Qualcuno era entrato di soppiatto nel suo ufficio, eludendo la sorveglianza della segretaria.
Andrew Compton non imprecò in quell'occasione, come avrebbe fallo per qualsiasi altro visitatore. Era, al contrario, rilassato. Sapeva già chi fosse l'uomo che stava entrando in quel momento.

(2)

Andre Harlan entrò col suo solito passo felpato, noncurante delle cose circostanti e delle situazioni. Era l'immagine della spensieratezza più assoluta, che traspariva anche dal volto, non segnato dalle rughe e sempre inondato di luce, dai lineamenti chiari, distesi, che lasciavano intendere sempre buone intenzioni nei confronti di qualsiasi interlocutore. Per farla breve, Andre Harlan era il tipo che si potrebbe definire agevolmente amabile e cortese. Per questo era continuamente circondato da un incredibile stuolo di amici.
Andrew Compton pensò distrattamente, nel vederlo entrare, di non averlo mai visto adirato; il suo volto era sempre apparso pulito e sorridente come quello di un bambino, e per questo lo invidiava. Eppure sulle spalle di Andre Harlan pesava il suo enorme onere di Direttore Generale dell'Atomic Agency of Industrial Reception and Solution of Mathematical Interferences, AAIR-SMI in sigle, una multinazionale a carattere universale che trattava nuovi metodi di ricerca nel campo della matematica applicata ai neo-spazi vettoriali esterni e orbite, e parimenti la teoria integrata di Hakes degli atomi accelerati in campo diamagnetico applicati all'industria pesante. Questo recitava esattamente la sua qualifica. In breve egli era esperto principalmente di ingegneria atomica, fisica teorica e matematica, plurilaureato a pieni voti nell'ateneo più prestigioso di New York, il Tammond J. Lane, segnalatosi come uno dei principali centri di ricerca mondiale nel campo della Fisica Meccanica e Ulteriore. L'ultimo riconoscimento accademico, in Evoluzione dei Quanti e delle Onde, nuovissima disciplina istituita nel 2145, l'aveva ricevuto tre anni prima, all'età di soli trentadue anni.
Ma c'era di più: Harlan era stato il pioniere della ricerca nel campo della Matematica Applicata agli Auto-generatori di fasce sincroniche, che aveva trovato in lui il suo capostipite e fondatore, nonché il più illustre rappresentante. Perché di discepoli, Harlan, ne aveva avuti davvero pochi. Per non dire nessuno del suo talento.
Anche in quell'occasione il suo aspetto beato non tradiva, come al solito, alcuna inquietudine.
"Buonasera, An. Sempre pensieroso?"
"Non chiamarmi An. Lo sai che ho sempre odiato i diminutivi. E soprattutto quelli che affibbiavano a me. È quasi come se ti mozzassero la testa, e te la mettessero in mano. È semplicemente disgustoso". Poi, notando l'espressione afflitta dell'amico, aggiunse prontamente: "Non è niente di trascendente, Andre. Non lo sopporto e basta".
"Cosa c'è allora, Andrew?", si affrettò a proseguire Harlan, sottolineando questa volta il nome con enfasi, "C'è qualcosa che ti preoccupa più del solito, in questi ultimi tempi? Non ti ricordo così scontroso da molto tempo. È contro le tue abitudini, sai, non lo puoi negare. Problemi col lavoro?"
Andrew sembrò scuotersi solo allora da un misterioso torpore che lo affliggeva, impedendogli di esprimersi al meglio.
"Non lo so, mio caro Andrew, ma tutto sommato sono contento che ti preoccupi per me. Ciò significa che un posto ancora lo occupo nella tua vita, e che tu non mi hai già voltato le spalle e gettato nel cestino dei rifiuti, come si fa con un panno vecchio".
La sua voce andò a perdersi in una tonalità sonora bizzarra e cacofonica, che sembrava un lamento. Harlan da parte sua sfoderò un sorriso disarmante per non mettere in imbarazzo l'amico, quindi sparò a bruciapelo: "Non temere. Comunque non sono capitato qui per caso, ma per una questione della massima urgenza, e soprattutto top secret. In realtà ne parlo con te non solo perché so che sei il mio migliore amico e posso fidarmi di te, ma anche perché riguarda te in generale e il futuro prossimo della Terra in particolare, se non dell'Universo intero". Nel pronunciare quell'ultima frase, Harlan corrugò leggermente la fronte, gesto insolito per lui, che faceva affiorare in superficie la verità degli anni, e che voleva dire semplicemente: Mi devi scusare fin da adesso; mi pongo al tuo completo servizio, ma la questione che sto per porre alla tua attenzione è estremamente delicata; ti prego, quindi di far entrare nello spettro dei tuoi interessi anche questa faccenda, e di rispondere a tono. La mimica facciale dì Harlan era unica ed estremamente variegata. Si poteva dire che si esprimesse meglio a gesti che con le parole. Compton lo sapeva benissimo, perciò si lasciò ricadere pesantemente sulla morbida poltrona di pelle nera, e si prese un sigaro da un cassetto, preparandosi mentalmente a una dura battaglia verbale. Ma, purtroppo, anche quella volta, lo sapeva, ne sarebbe uscito inevitabilmente sconfitto.

(3)

Andre Harlan parlò con piglio sommesso: "Mi hanno contattato, Andrew. È successo la settimana scorsa. Sono a 3.5 parsec di distanza da qui nella curvatura di distorsione del settore dell'Ariete. È stato spiacevole dover rispondere, ma ho dovuto. Andrew, cosa facciamo?"
Di tutte le possibili questioni che Compton immaginava che l'amico potesse sfoderare in quella circostanza, questa fu di certo la più imprevedibile per lui, e la più scottante.
Compton si raddrizzò immediatamente, non facendo mistero della sua sorpresa, sputando l'enorme sigaro che gl'ingombrava la bocca, e fissò Harlan con estrema decisione, quasi con violenza. Nel farlo rabbrividì: "È accaduto una settimana fa, e tu me ne vieni a parlare soltanto adesso? Be', è inaudito da parte tua fare una cosa simile. E semplicemente una assurdità, lo capisci? A quest'ora avrebbero potuto essere atterrati e allora..."
Compton smorzò timidamente la voce, che, nell'ultima proposizione, rivelava una certa vena mal dissimulata di tristezza, poi abbassò lo sguardo sui legno pesante della scrivania, girò nervosamente i pollici in un atto formale di sottomissione patetica, finalmente ritrovò il coraggio di guardare l'altro in faccia.
Disse: "Scusami. Non serve a niente adirarsi. La situazione è grave, davvero. Tutto è pronto, lo so e anche tu lo sai, ma non possiamo, Andre; sei d'accordo con me, vero, lo sei stato fin dall'inizio? Ti prego, desidero ascoltare la tua opinione in proposito"
Harlan rifletté un momento su quella conclusione: "È inammissibile, oltre che doloroso, non saper prendere a tuttora una decisione in merito. Dopotutto è un problema nostro, e nessun altro potrebbe, neppure se per assurdo volesse, accollarsi la nostra responsabilità. Cosa c'è, sei pentito della tua vita, Compton? Ora non possiamo tirarci più indietro"
Compton era visibilmente tirato in volto, un volto che dimostrava rughe precoci poco marcate, ma ben delineate, che incorniciavano un atteggiamento di sincera apprensione.
Mormorò fra i denti: "Lasciami solo questa sera, lasciami meditare; domani ti darò una risposta chiara, e speriamo soddisfacente, in modo da agire in proposito con la lucidità e la ragionevolezza necessaria nel poco tempo che ancora ci rimane"
"D'accordo, Andrew. Riflettici quanto vuoi stanotte. Sono sicurissimo, ad ogni modo, che arriverai, alla fine, alle mie stesse conclusioni. Arrivederci, Andrew. A domani".
Harlan si alzò e se ne andò, così come era venuto, silenziosamente in punta di piedi, quasi per non dissolvere, dopo quelle parole di fuoco, la pacifica quiete che regnava nella stanza e distrarre l'amico, lievemente deluso da quella fuga precipitosa, posto innanzi a un dilemma impossibile.
Nessuno notò una figura sgattaiolare oltre il corridoio che collegava le stanze di quel piano dell'edificio. Andre Harlan, tranquillo come sempre, usci di fretta e a passo energico, infilandosi nell'ascensore più vicino.

(4)

Andrew Compton era solo. Il sole era ormai tramontato da un pezzo nel cielo scuro di New York, e le luci del suo ufficio, quasi un'anomalia in mezzo all'ordine cosmico, come quelle di tutto il grattacielo, s'erano accese automaticamente, all'ora prestabilita. Anche le strade metropolitane, affollatissime, sfavillavano di luci e colori intensi. Tutto normale, rifletté Compton allungando lo sguardo fuori, e tutto questo è destinato a finire? La Terra, i suoi abitanti, la natura? Un giorno... Lo avrebbe sopportato? Il suo istinto, che non sbagliava mai, gli diceva di no.
Egli ne soffriva. Non poteva fare a meno di scorgere quella fine così realisticamente vicina da procurargli male fisico. Allungò una mano e spense l'interruttore della luce. Di colpo, la sua stanza fu inghiottita dalle tenebre naturali, assimilandosi al mondo esterno. Avrebbe trascorso tutta la notte lì, si disse, mentre non si stancava di ammirare quel panorama che ora appariva alieno, lambito da baluginii artificiali che erano nulla in confronto alla strada delle stelle che doveva essere aperta e percorsa dallo spirito, e non conducevano all'immortalità, ma, in qualche modo, a una dolorosa sconfitta.
Quando anche l'ultima finestra del Metropolitan Center divenne preda della notte, a testimonianza che l'ultimo essere vivente aveva abbandonato l'edificio, Compton si ritrovò ancora lì, solo con la sua coscienza.
Gemette: "Alla fine è accaduto! Era inevitabile, dopotutto, ma perché proprio adesso?"
E Compton ricordò...

(5)

Compton aprì gli occhi, ed era giorno.
Nulla nell'aspetto dell'uomo sembrava cambiato, tranne i capelli, un po' arruffati, e gli abiti eleganti leggermente sgualciti, dalla sera precedente. Il viso dell'uomo, invece, aveva paradossalmente ritrovato il naturale equilibrio di sempre; i lineamenti apparivano finalmente posati e distesi, il che donava alla sua figura una certa dose di gioventù e dì finezza in più, gli occhi acuti e introspettivi cercavano ardentemente quelle scarse tenebre che ancora rimanevano nella stanza poiché la luce sembrava far affiorare impietosamente in lui tutti gli affanni insoluti della vita, tormentandolo.
Compton lo aveva fatto spesso, quando aveva bisogno dì stare a colloquio con se stesso, e gli amici capivano il suo gesto senza stare a discutere troppo. Egli gliene era estremamente riconoscente.
Quel giorno era un giorno cruciale, e Compton si era preparato ad affrontarlo nella maniera a lui più congeniale. Per dirla tutta in breve, avrebbe dovuto affrontare Harlan. E quella era un'impresa davvero insormontabile. A volte si chiedeva, con malcelata ma bonaria malignità, se l'amico non fosse fonte inesauribile dì cattiva sorte; alla fine, con un sorriso disarmante che colpiva lui stesso, si diceva che forse il pazzo era soltanto lui che aveva il coraggio di affidarsi ad un tipo del genere.
Ad ogni modo, Compton aveva un bisogno viscerale di Harlan, questo lo riconosceva, e non faceva nulla per dare a intendere il contrario.
Doveva essere abbastanza tardi, e il palazzo si stava lentamente ripopolando di studenti, ricercatori e tecnici, pronti ad affrontare l'ennesima giornata di lavoro. Quell'edificio, rifletté ora Compton in silenzio, sembrava fornito di qualità magiche, come fosse un unico, immenso organismo vivente, dotato di vita indipendente. Quasi riusciva a sentire, dopo tanti anni di rapporti fruttuosi con esso e con la sua gente, per usare un'espressione altamente risonante, la vita palpitare in esso, come fosse il suo stesso corpo.
In quel preciso momento, per esempio, riusciva ad avvertire perfino gli spifferi di freddo provenienti dai cancelli al piano terra, aperti da Mark Lanton, il custode, ogni mattina puntualmente alle sette. Illusione mattutina? Forse. Quella andava via con un caffè. No, adesso udiva i passi dei primi dipendenti che affollavano le stanze, il ronzio nevrotico delle stampanti, lo squillante accordo unisono dei telefoni...
Non udiva la sua segretaria personale, e, ora che ci rifletteva, non ricordava di averla udita lasciare la sua scrivania e le sue carte neppure il giorno prima, quando non aveva fermato la pacifica irruenza di Harlan.
Si alzò in piedi con un dubbio nella mente, aprì la porta che separava il suo ufficio dall'atrio, e vide quello che sospettava: la donna non era ancora al suo posto. Ogni cosa era singolarmente in ordine, come Compton non ricordava da aver visto da anni. Allora diede un'occhiata nervosa all'orologio. Erano le sette e un quarto. Quando rialzò lo sguardo sul posto vuoto della sua collaboratrice, sentì improvvisamente la stanchezza accumulata durante la notte piombargli interamente sulle spalle e penetrargli nelle membra contratte. Ma era solo una fugace sensazione. Proprio allora vide Harlan fare capolino dall'estremità del corridoio.

(6)

"Salve, Andrew. Dormito bene?", esordì Harlan con un tono a metà fra il serio e il beffardo.
"Mai stato così bene, Andre. Davvero. Ho sentito una fitta allo stomaco quando ho visto te piombare come un falco in questo ufficio, senza preavviso, come tua buona abitudine. Scherzi a parte, Andre, ho sofferto tanto stanotte E tutto per causa tua. Non ti senti minimamente responsabile di questo, Harlan? Non hai un minimo di compassione per un vecchio amico che è sull'orlo della distruzione? Parla, Harlan"
Harlan lo stava fissando con aria interrogativa, per scoprire quale fosse il senso vero del discorso dell'amico. Ma, con sincerità, proprio non lo capiva. Non era possibile che dicesse sui serio, la commiserazione del prossimo non era davvero la sua migliore qualità, soprattutto quando si rivolgeva ad atteggiamenti falsi e provocatori.
Disse: "No, e sai bene perché. Non è stata colpa mia, Andrew. Era necessario. Comunque non perdiamo altro tempo. Dove possiamo parlare con un po' di tranquillità senza interruzioni? So cosa stai per dire, mi dispiace molto, ma detesto la pace fittizia della tua gabbia di metallo che chiami ufficio. Vorrei un posto all'aperto, se non chiedo troppo".
Compton si fissò i piedi con imbarazzo. Il suo cervello stava lavorando freneticamente in cerca di un'altra soluzione, preferibilmente indolore. Ma non riusciva a trovarla. Non tollerava di dover abbandonare la sua comoda poltrona quando era in procinto di dover prendere una decisione importante.
Alla fine accettò. "Va bene, dannazione. La vuoi sempre aver vinta tu. E qualche volta ci riesci pure, sei stato fortunato oggi. È di tuo gradimento Gravestone Street a Centrai Park? È abbastanza lontana dalla civiltà, e da misteriosi occhi indiscreti, per il nostro ineguagliabile discorso?". Adesso c'era una pacifica ironia anche nel suo cipiglio.
Harlan si voltò, facendo strada nel corridoio. "Andiamo", disse seccamente. Quello che notò Compton, una volta di più, era il suo viso fresco e pulito come quello di un adolescente, immune a qualsiasi cruccio. Ma come fai, Harlan? Vorrei possedere il tuo talento e il tuo carisma, anche soltanto per un ora. Compton ne era affascinato. Ciò non gl'impedì, comunque, di notare l'assenza prolungata della sua segretaria. Non era mai successo, a quanto ricordava, in tanti anni. Mentre veniva inghiottito dall'enorme scatola dell'ascensore, Compton si portò meccanicamente il polso davanti agli occhi.
Le sette e trenta!

(7)

Central Park era deserto a quell'ora della mattina. Ad eccezione della moltitudine che ne popolava gli spazi avvolta in giornali e cartoni, che era ancora addormentata di grosso, l'erba, l'acqua e il grigio generale dominavano il quadro. Solo due uomini in abiti distinti ingombravano le sue pacifiche distese. Due ombre sferzate della tramontana di fine novembre. Il paesaggio era davvero lugubre ed opprimente Una visione sconfinata di ghiaccio e vegetazione copriva quasi completamente l'orizzonte e le lontane sagome appuntite dei grattacieli, anch'essi avvolti dalla loro stessa massa opaca, facendo dimenticare di essere nella più grande metropoli del mondo.
New York. Ricchezza e potere.
Compton trovò con estrema facilità Gravestone Street, come vi sì recasse ogni giorno. Non ebbero l'imbarazzo della scelta nei trovare una panchina libera, e si sedettero.
Senza mezzi termini, Harlan iniziò: "Conosci già il problema, Andrew. Ora desidero sapere le tue considerazioni"
L'uomo si stupì nel sentire la sua voce rompere gravemente il silenzio mattutino: "Prima di tutto, Harlan, completa sincerità. Penso sia la cosa migliore. Perciò ti devo confessare una cosa. Quel messaggio, ricordi?, l'avevo ricevuto anch'io alcune settimane fa. Sono stato un vigliacco a non riferirtelo, e soprattutto a disinteressarmene completamente. Mi dispiace. Davvero. Comunque dovevo dirtelo, per liberare l'anima da un peso insopportabile"
"Non ti scusare, vai avanti", proruppe Harlan, che era impaziente dì considerare i fatti, più che le parole. "Sarà fatto. Tu vuoi sapere cosa ho deciso. Te lo dirò con molta semplicità, una volta per tutte. Ma sappi che non ho mai cambiato opinione nella mia vita, in nessuna circostanza. La Terra e la vita umana devono sopravvivere". Quella frase, buttata lì quasi per caso, aveva acquistato, con tracotanza soprannaturale, il tono di una atroce sentenza.
E, per un istante infinitesimo di tempo, Andrew Compton sognò.

(8)

Compton sognò le armi, i tradimenti.
Si vide insieme ad Harlan alcuni anni prima nei centri scientifici di ricerca strategici del mondo intero, intento a piazzare segretamente i blocchi trattati di C-T, materiale contraterreno di provenienza spaziale trattenuto in sospensione da specialissimi campi elettromagnetici, e ne ebbe immensa vergogna.
Quello dopotutto era il suo compito. Si vide a Londra, Berlino, Tokyo, Chicago... ed era sempre riuscito nel suo intento. La sua qualifica gli apriva tutte le porte. Era stato estremamente facile, a ripensarci bene a posteriori. La procedura d'impianto era sempre la stessa. Ormai ne aveva imparato le mosse a memoria. Era un gioco infido e mortale.
Pochi grammi di quella sostanza proibita avrebbero potuto distruggere un intero continente. L'uomo sarebbe scomparso dalla faccia della Terra, se solo egli avesse acconsentito.
Perché?
Un tempo a quella prospettiva apocalittica forse avrebbe sorriso ingenuamente. Adesso era costretto, suo malgrado, a considerare realisticamente quella opportunità che aveva conquistato volume e forza propria come un genio malvagio.
Ogni cosa era andata agevolmente al suo posto, tutto era pronto, pensò Compton, ma era pronto lui?

(9)

Compton riapri gli occhi, e la luce lo ferì.
Proseguì: "Io la penso così, Harlan. Togliamo gli ordigni. Non permettiamo che la morte divampi, Andre. Tronchiamo i rapporti con loro, e facciamola finita una buona volta con questa storia. Hai già comunicato la posizione?". Nel tono della voce si poteva distinguere un certo timore, che lo faceva sembrare curiosamente indifeso, a dispetto della sua posizione sociale.
"Non l'ho fatto, Andrew. Volevo prima confidarmi con te. Continua, ti prego"
"Non possiamo farlo, sarebbe ignobile. Dopotutto siamo noi ad avere il coltello dalla parte del manico, noi controlliamo gli esplosivi, gli starter d'accensione sono in mano nostra.
Comunichiamo loro che ci dissociamo completamente dal loro progetto, ed attendiamo gli eventi... io non me la sento, Andre. Spero che sia cosi anche per te. Qui ho vissuto interamente la mia vita, ho avuto i miei successi, i riconoscimenti, le ansie, le gioie, gli amici,
il lavoro. Non posso rinnegare tutto questo, lo capisci vero? Per me e per gli altri. Nel passato ho commesso anch'io i miei errori, errori enormi dovuti all'inesperienza e alla protervia, e di cui oggi mi pento amaramente. Ma io amo questo pianeta, amo la razza umana, davvero, e non sarei mai stato capace di tradirla. Mai". L'uomo si rabbuiò in volto.
"Un sentimento che condivido anch'io pienamente, ma cosa si può fare ora per rimediare? Siamo collegati a loro, non dimenticarlo, ogni nostra azione potrebbe essere facilmente intercettata e disturbata. Sono molto vicini, Andrew, lo sento". Harlan afferrò un braccio di Compton, attirandolo a sé con tanta violenza da stupire l'amico. Nell'espressione del volto si poteva leggere chiaramente il terrore. Cosa strana per lui, l'uomo di ferro che faceva tremare i banchi durante i suoi veementi congressi, l'uomo che non conosceva sconfitte, né insicurezze. "Dobbiamo agire tempestivamente, senza tentennamenti. È deciso. Toglieremo gli ordini e taglieremo ogni contatto radio con loro. Alla fine, Compton, avremo conquistato la nostra libertà, e avremo salvato il pianeta"
Compton sembrava perplesso. "Ma così facendo firmeremo anche la nostra condanna a morte. Sei consapevole di questo? Sei pronto ad affrontare anche la tua morte? Hai il coraggio del sacrificio per esseri che non appartengono alla tua stessa razza, che hanno in comune con te soltanto l'effimero aspetto esteriore?". Una raffica di vento scompigliò i lunghi capelli di Harlan, che li riaggiustò con un movimento deciso.
Trascorse una frazione di secondo che sembrò un secolo.
"È andata, allora. lo sono pronto a rischiare. Niente è vera libertà se non la morte". Harlan aveva riacquistato miracolosamente la fiducia in se stesso, e la sua calma abituale. Estrasse da una tasca un piccolo circuito elettronico di singolare fattura. "Ho portato con me il tri-chip di controllo che ci vincola ancora a loro. L'ho portato qui unicamente per distruggerlo. Essi non avranno mai il coraggio di spingersi fino in questo posto, senza un'adeguata protezione alle spalle. Almeno, lo spero"
"C'è ancora una cosa, Harlan. Le unità C-T sparse per il mondo. Dovremo eliminare nche quelle al più presto"
"Ogni dettaglio lo risolveremo a suo tempo. Non lasceremo gli uomini in balia di oggetti così temibili, questo è certo. Credimi, Compton, questa sarà la nostra prima grande vittoria"
Contemporaneamente premette un tasto microscopico sull'aggeggio, scagliandolo con sproporzionata violenza lontano da sé. Una leggera esplosione, poco dopo, testimoniò la fine dell'oggetto, che lasciò, morendo, un'esile traccia scura sull'erba del parco. Il fumo si dileguò in un attimo. Gli occhi degli uomini erano rimasti puntati su quel puntolino nero, perso in un mare di verde. Nessuno dei due s'era accorto che una figura evanescente, minuta, ammantata dal freddo dell'inverno, era apparsa sullo sfondo scialbo del mattino, e li aveva nascostamente raggiunti.
Compton fu il primo a voltarsi.
"Marion!", gridò, e il suo grido si spense perdendosi nella gelida tramontana, arrivando alle orecchie dell'amico come un flebile sussurro. Allora anche Harlan si voltò. Un grido d'allarme gli morì in gola.
L'anziana segretaria di Andrew Compton li stava fissando con aria minacciosa, carica d'odio. Un sorriso sarcastico si dipinse sul volto della donna, allorché poté scorgere il panico scritto sui volti dei due uomini. La donna impugnava saldamente nelle mani un fulminatore.

(10)

Marion parlò controvoglia: "Niente commenti, signori. Niente suppliche, vi prego. Non siate patetici. Non rendete più amaro il vostro ultimo istante"
Compton tentò di replicare: "Per amor del cielo, Marion, cosa ti salta in mente? Posa quell'arma e discuti con noi quello che..."
Non riuscì a terminare la frase.
Lei lo aggredì, fuori di sé: "Non provarci neppure a parlare, traditore, o come altro ti dovrei chiamare? E non muoverti, o potresti rischiare di porre termine alla tua esistenza qualche secondo prima! Lo stesso vale per il tuo amico, il grande Compton, signore della scienza e della tecnica!"
Compton abbassò il capo, sopraffatto dall'ironia bruciante quanto inspiegabile di quelle parole senza senso, non osando neppure guardare in faccia Harlan per palesargli la sua apprensione. Sicuramente avrebbe scorto un'immagine tranquilla e serena. Egli, al contrario, non si sentiva per nulla rilassato. Si accorse di star rabbrividendo. Poi, con sua estrema sorpresa, si trovò a ribattere: "Quanto tempo ci rimane, Marion? Ho diritto a conoscere i capi d'accusa, a tentare un'ultima difesa?"
Dov'era finito il tenace, invincibile Compton, capace di risolvere brillantemente ogni problema? Dov'era lo scienziato che tutti invidiavano e applaudivano? Quello, rifletté cupamente, era soltanto un vecchio passato, un passato costruito dal nulla ed ormai già sepolto dalle sorti della vita.
Egli si accorse, in realtà, di non avere un passato, solo una nebulosa vaga e indistinta proiettata su un'intelaiatura inconsistente.
La dura voce della sua segretaria lo riscosse dai suoi pensieri.
"In linea teorica sì, mio caro professore, in pratica no. Hai cessato di esistere quando hai tradito l'umanità, la sua immensa fiducia nei tuoi confronti. Essa era pronta a darti, e 1'ha fatto, ogni onore, era pronta a ricoprirti di nuova gloria. Essa ti considerava un semidio, e tu, in cambio, cos'hai fatto?"
Il discorso della donna era diventato un solitario monologo, e l'uomo non fece nulla per interromperla.
"Ci hai venduti tutti al nemico. Ingrato! Ma vuoi sapere qual era la pena per i traditori, nei tempi antichi? Era la morte, e senza possibilità di appello. Ma tu forse l'ignori, dato che eviti accuratamente di sentirti umano come tutti gli altri. Ti ho scoperto, lo sai, circa un mese fa, quando eri ancora in ufficio nel cuore della notte. Giusto in tempo, vero? Ora hai finito, Andrew, ti elimino prima che i tuoi amici possano completare la tua opera". Marion alzò il braccio, puntando l'arma alla testa dello scienziato...

(11)

"Aspetta, Marion!». l'urlo disperato risuonò seccamente, fendendo l'aria circostante.
La donna sembrò esitare.
"Hai frainteso, non vogliamo distruggervi, vogliamo salvarvi! Ascoltami!". la segretaria corrugò i lineamenti del viso, lacrime copiose le scesero sulle guance.
"In nome di Dio, Compton, che cosa sei?", sbottò.
In quell'istante premette il grilletto. Una vampata di fuoco eruttò dal cannello dell'arma. Un uomo non esisteva più.
Anche un altro uomo cessò di esistere.
Marion guardò soddisfatta, quasi raggiante, i due cadaveri. Rivolse lo sguardo sul fulminatore, piena d'ammirazione. Un'arma perfetta, pensò. Era giunto per lei il momento più eccitante dell'intera faccenda. Stava cedendo con grande soddisfazione alla tentazione di frugare fra i corpi degli uomini carbonizzati per controllare la veridicità delle sue ipotesi.
"Ferma, in nome della legge, getta l'arma a terra!". Lei si voltò di scatto, avvampando di rabbia. Un'agente l'aveva sorpresa sul fatto, e le stava puntando contro un'arma identica alla sua.
Non ci pensò su due volte, e premette il grilletto in direzione dell'uomo in uniforme.
L'uomo, rapidissimo, fece lo stesso. Due globi di fuoco esplosero nell'aria tersa di quella giornata.

(12)

Jimmy Rogers faceva la sua passeggiata quotidiana a Central Park. Lo aiutava a raccogliere le idee, e gli conferiva energie eccezionali per affrontare il la loro abituale. Nella sua professione, in particolare, era di fondamentale importanza avere le idee ben chiare.
Jimmy Rogers era giornalista. A volte gli accadeva di vagare per ore e ore, preso dai suoi pensieri, dimenticando di raggiungere la sede del giornale.
Rogers era un giornalista brillante, sempre a caccia di notizie fresche, e la sua testata spendeva una cifra considerevole per tenerlo legato a sé. Quella mattina era particolarmente agitato. La sera prima aveva litigato con sua moglie per una questione futile, la notte era stato costretto a dormire in salotto sul divano, e non aveva chiuso occhio, e quella mattina, freddissima, inclemente, sembrava veramente a corto d'idee. Aveva girovagato nel parco per circa un'ora. Inutilmente. Lo spunto fondamentale della giornata, come egli amava definirlo, non sembrava essergli amico, quel giorno. Dannazione, pensò, con questo freddo mi salteranno definitivamente i circuiti del cervello. Devo sbrigarmi a escogitare qualcosa per sbarcare il lunario, o rischierò il congelamento. Fu in quel momento che vide la luce.
Fu attratto da essa in modo spontaneo, casuale. Si trovò a deviare dal suo tragitto abituale, senza pensarci, in direzione di quella momentanea luminosità. Strano, si disse alla fine, cosa potrebbe essere?. Si avvicinò cautamente, e scorse i cadaveri inceneriti ai suolo.
Accelerò il passo. Diamine, cos'è successo qui? Un regolamento di conti?; Rogers si accinse ad esaminare le salme da vicino. Mio Dio, hanno usato un fulminatore. Impossibile scoprire l'identità dei corpi, purtroppo.
Ne vide quattro, stesi sull'erba ghiacciata, e ne provò compassione.
Un uomo non dovrebbe meritare una fine simile. Si guardò alle spalle, sospettoso.
Dov'era l'assassino? Fuggito, indubbiamente. Avrebbe dovuto avvertire la polizia del delitto?
Certamente l'avrebbe fatto, non prima, però, di aver scoperto qualcosa di più su quegli uomini. L'istinto del giornalista si stava risvegliando in lui. Buon segno, rifletté Rogers, il vecchio cuore di carta sta prendendo il sopravvento sulla psiche che fa quadrare il cerchio. Nessuno mi resiste, quando sono in tale beatitudine. Il cuore stava realmente aumentando freneticamente il ritmo dei battiti. Gli faceva cosi quando era emozionato per una grande notizia.
Frugò tra i resti disintegrati del primo corpo. Riconobbe il distintivo metallico della polizia di stato. Un agente, bastardi, mormorò fra i denti. Poté distinguere anche un fulminatore, probabilmente quello della guardia in servizio. Per il resto, frammenti atomizzati, che un tempo erano stati un corpo caldo e vivo.
Passò oltre. Ciò che vide in seguito gli fece gelare il sangue nelle vene.

(13)

Gli altri tre cadaveri erano quasi interi. Stranamente, avevano il torace sfondato, ma per il resto avevano sopportato il raggio del fulminatore in modo eccellente. Ma c'era di più.
Mio Dio, cosa significa questo? Nessuno di questi è un uomo: Sono tre robot!!
Rogers distolse lo sguardo per un attimo, che sembrò infinito, disgustato. In seguito avrebbe ricordato che in quella circostanza era stato sul punto di vomitare. Quando si voltò, mise a fuoco meglio l'immagine. Dal tronco spezzato, uscivano miriadi di fili, chip bruciati, spie luminose e valvole termoioniche fuse, ma dì fattura mai vista. Rogers ne afferrò uno, e lo scuoiò, vincendo un crescente moto di nausea. Tutta la massa corporea non era altro che un enorme groviglio metallico e plastico senza fine, gli arti orride propaggini d'acciaio, il tutto lubrificato copiosamente da maleodorante olio di macchina. I primi due corpi che Rogers esaminò erano praticamente identici. Dal secondo poté recuperare una scheda magnetica frantumata ma nitida. I circuiti stampati erano di una specie mai vista. Rogers notò due sigle su di essi, ma non fu in grado di decifrarle. Quei simboli gli erano del tutto oscuri.
Quel frammento lo fece riflettere. Da dove provenivano i robot? Alieni?. Scosse fermamente il capo. Storie da bambini. I marziani non esistono, non sono mai esistiti. Allora, chi li ha fabbricati? Preferì rinunciare a rispondere subito a quell'inquietante interrogativo, lasciandolo agli investigatori, che certamente avrebbero avuto un gran da fare nello sbrogliare quella matassa. Rogers passò al terzo robot. Stava innervosendosi oltremodo. L'aria turbolenta gli pungeva il viso, facendolo soffrire fin sulla pelle, il cielo si era chiuso improvvisamente e minacciava la prima neve invernale. E, soprattutto, non riusciva a capire cosa diavolo fosse successo in quel luogo, né chi fossero gli attori di quella macabra scena. L'unico che sembrava rispettare i ruoli canonici del crimine era il povero agente martoriato. Non gli era mai capitato un incidente professionale del genere. Era bruciante per lui.
Il terzo robot, Rogers lo comprese immediatamente, era un robot-femmina. Le fattezze, almeno, erano quelle di una donna di mezz'età. Di tutti gli esemplari, l'ultimo era il meglio conservato. Alcune parti erano praticamente intatte. Rogers sfiorò con la mano congelata la finta pelle, e inorridì.
Quella non era una donna, gli urlò il cervello dinanzi a quell'abominio. A pochi passi da lei trovò un altro fulminatore. Aprì anche quel cadavere. Questo, anche un profano come lui avrebbe potuto accorgersene, era un modello sicuramente più antiquato dei precedenti. Nondimeno sfoggiava inevitabilmente una tecnologia avanzatissima. Niente di terrestre, sembrò convincersi Rogers. Fu disdetto in modo clamoroso quando, strappando la protezione superficiale dei circuiti ormai morti, trovò un'altra scheda elettronica particolarmente resistente. Stavolta, le scritte erano comprensibilissime.
Erano in russo! E c'era anche il simbolo dell'Unione dell'Est, l'antichissima falce e martello circondata da tredici stelle, che, come sapeva, rappresentavano i tredici paesi confederati dell'Unione Slava. Quei caratteri cirillici fecero scattare un misterioso meccanismo in lui.
Tutto andò al proprio posto, tutti i pezzi del puzzle si riunirono in un unico grande mosaico. La mente del giornalista andò rapidamente oltre la verità dei fatti, come richiedevano le doti di un buon cronista, e plasmò una sua realtà da quei pochi elementi a disposizione.
Jimmy Rogers fu contento della sua storia, che gli si andava srotolando davanti agli occhi a poco a poco come un articolo già pronto, e alzò il petto in un baleno, visibilmente eccitato.
Era raggiante.
Mentre s'incamminava fischiettando verso il palazzo del giornale, pensò con estrema soddisfazione al titolo del pezzo che il giorno dopo avrebbe occupato la prima pagina del Daily Paper di New York; "Central Park: cimitero di robot".
Rogers sorrise e allungò il passo verso i grattacieli che svettavano giganti sulla sua esile figura. Il sole era comparso fugacemente tra le nuvole.
Durò solo un attimo. Poi fu di nuovo tutto buio.



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