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lavoro pubblicato domenica 25 gennaio 2009
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Sala Rossa

di Indianapips. Letto 859 volte. Dallo scaffale Fantasia

"...Non ebbe alcuna pietà per coloro che mangiarono il suo cibo ed occuparono la sua Casa..."..

Di notte, i raggi pallidi della luna mal celata dalle nuvole, il forte lungo il fiume era ben sorvegliato dalla truppa.

I soldati di ronda con le fiaccole accese sembravano tante piccole lucciole sul camminamento delle alte mura di pietra nera.

Hornhall, una dimora maledetta, vociferava il popolo.

Quella sera il nuovo signore aveva accolto sul filed, la lunga piazza di pietra antistante la sala degli ospiti, la compagnia venuta dal sud, grandi signore altere e nobili principi, mentre Osric il Cantore si sollazzava con la sua arpa di miele. Che giorni felici!

La luna splendeva in cielo, il vento smuoveva la fiamma nei bracieri, nella grande sala, e abbondavano arrosti, vino, idromele e…donne.

Donne…Il pianto delle donne; alcune si stavano strappando i capelli piangendo sui corpi dei loro uomini massacrati, altre stavano per essere violentate, ad altre ancora veniva sfracellata la testa lungo le alte mura nere della sala degli ospiti di Hornhall. Grida e sangue nella sala dei banchetti.

“Dei ingrati!- esclamò lord Osmund- è così che ripagate l’ospitalità ricevuta, miei signori? Con il tradimento delle spade?”. Furono le ultime parole del vecchio lord, poi Frey il Senz’ossa lo impalò al muro con una picca di ferro, il sangue sporcò la terra battuta della grande sala, le fiamme continuavano ad ardere nei bracieri. Olaf Gutarsson, il Mastino, il leccaculo del Senzossa stava sghignazzando mentre si divertiva a tagliare lunghe trecce bionde alla nobile figlia di Osmund

“Toro senza palle!- esclamò Osvald, il figlio maggiore di Osmund- preferisci battere le donne che affrontare gli uomini!”; in uno slancio d’impeto si scagliò contro un aguzzino e gli tolse la lama che aveva in pugno, poi si scagliò con quella verso il possente Olaf.

Il Senzossa, Occhi di seppia, lanciò la stessa picca con cui aveva trafitto il padre, colpendo alla gamba il temerario Osvald. Questi incespicò e cadde, finendo ai piedi del Mastino. Egli già pregustava la vittoria. Da preda a cacciatore, sollevò il mento del giovane da terra, mostrando un ghigno meschino. Estrasse un pugnale, e mentre questi ancora tentava di alzarsi e di liberarsi dalla stretta dalla sua possente mano da orso, il Mastino gli tagliò la gola.

“Ora smettila di sollazzarti- gli disse poi il Senzossa- finisci con la fanciulla. Il sangue si ripaga con il sangue. Poi vieni alla stanza del tesoro, razza di toro senza palle!”.

Questa volta Olaf non reagì, anzi il suo viso deforme divenne ancora più orribile dopo che lo scosse una profonda e sonoro risata. Gli altri compagni e guerrieri, che stavano partecipando al massacro di Hornhall, eruppero anche loro in una sonora sghignazzata urlante.

E mentre essi ridevano, il piccolo Eric, il mezzano di Osmund, piangeva tra le braccia della nobile madre Wicca, che, inerme, giaceva senza vita ai piedi di un altro guerriero che sembrava avesse nome Sigvarr, cieco ad un occhio.

“Sigvarr- tuonò quindi il Senzossa- lurido figlio di una cagna in calore! Per gli dei inferi, porta qua il ragazzo e va a radunare insieme tutti coloro che non sono stati così folli da non arrendersi; a loro ci penserò dopo”.

Tutti ubbidivano al Senzossa, ed in modo particolare il Mastino e Sigvarr. Eric imparò subito i loro nomi, purtuttavia non smetteva di piangere.

Ora Frey il Senzossa sedeva sull’alto seggio di legno istoriato e di avorio, ancora caldo per gli umori del vecchio Osmund. Era rallegrato, il Senzossa, l’inganno era andato a buon fine, il sangue era stato reso, il bottino e l’oro erano oramai non solo una vuota seduzione. Le lunghe dita scarne e bianchicce presero un calice di bronzo, ancora colmo di idromele, dalle mani senza vita di un nobile idiota seduto alla tavola del vecchio signore.

“Cane- sibilò il Senzossa- tu non ti sei neanche accorto di cosa stava succedendo…”

Dopo che ebbe bevuto, si trovò il ragazzo di fronte…e lo scrutò attentamente…

Cos’era che stava vedendo? Occhi spauriti, membra tremanti di paura…o… uno sguardo di odio, e labbra frementi dalla rabbia. Pensava il Senzossa, come spesso faceva. Poi…

“Oggi abbiamo pagato un buon tributo agli dei- esordì infine , rivolto al Mastino- conducetelo con gli altri, e che non gli sia torto un capello, o, per quanto è vero che alcune meretrici sono rinomate per i loro innumerevoli campi da arare, stanne certo che di te farò più buchi che vanghe!”. Ancora una volta ci fu una grande risata, mescolata al lontano gemito delle donne e dei fanciulli risparmiati dal sangue.

“Non odiarmi giovane Eric- disse infine il Senzossa, quasi tra se e se-; ognuno è ciò che è”.

Ognuno è ciò che è…i canti e le risate, i brindisi dei corni ed i lunghi sussurri amorosi pervadevano ancora una volta la grande sala annerita dal fumo di Hornhall, dopo lunghi anni di tristezza e malinconia. Ed ora, proprio davanti agli astanti, il deforme bardo Osric cantava della lunga notte di gloria e sangue in cui il vecchio e lussurioso Osmund aveva finito di vivere, per mano del possente Frey, il Dorato. Si il Dorato si faceva chiamare ora! Quello smidollato senza ossa e carne!

Egli sedeva ora più in alto di tutti, vecchio anche lui, il nuovo signore di Hornhall. Al suo fianco il giovane figlio avuto da una puttana del borgo. Più in basso, che mangiava con la truppa, Eric, uomo ormai, ammirava la decadenza della sua Casa!

“Alla faccia della lussuria di Osmund!- disse Eric, ubriaco, mentre gozzovigliava tra i seni di una servitrice che gli recava altro vino- bardo deforme! Dì cose che possiam capire, perché qua, di austerità ne vedo ben poca!”.

Detto questo, un greve silenzio cadde nella sala maledetta degli ospiti. Forse Osric avrebbe dovuto comporre un canto che parlava ancora del sangue che imbrattava le pareti o dei lamenti degli spettri che si aggiravano tra le tetre mura antiche. Fuori, le sentinelle fischiettavano nel freddo autunnale, in cappe di lana calda. Nessuna donna, quella notte, gli avrebbe scaldati.

Il Senzossa invece, si stava sollazzando con una frivola servetta mentre lady Widoeuse, la signora del castello, manteneva il suo cipiglio, forse meditando vendetta.

E mentre Eric aveva pronunciato le sue parole, Frey le stava dicendo “Donna, di che pensi, forse che le donne debbano pensare? Lascia agli uomini questo fardello; piuttosto divertiti un poco, per gli dei inferi!”.

Ma poi che il nuovo signore ebbe udito, seppur ebbro, le parole del giovane che aveva risparmiato, quasi stizzito, si alzò di scatto, facendo volare a gambe all’aria la frivola servetta…e le sue sottane.

“Fede ragazzo!- esclamò- coraggio ne hai da vendere; avrei dovuto mozzarti la lingua, tempo fa”.

Come era sceso il silenzio poco prima, così ripresero le risate ed i canti, poiché si pensava che Frey avesse incassato l’affronto, e che il giovane Eric avesse recuperato un po’ di buon senso, magari nelle poppe della giovane che lo sollazzava. Ma, non fu così.

Terribile è il vino, come una donna, entrambi potrebbero destare lo spirito più assopito.

“Quali uomini saggi e dotti proteggi, nobile Occhi di Seppia; a chi tu concedi i tuoi favori! Meglio una baldracca prostata davanti ad un sicofante predicatore che un essere più meschino e lecca chiappe del nostro Osric! Ma peggiore sei tu, mio signore, che come leone ti crogioli del servizio delle tue leonesse!”.

Eric non aveva trascurato l’educazione, nonostante dovesse convivere con l’uccisore della sua famiglia, e nella sua infanzia aveva appreso tutto quello che bisognava dai maestri di corte: retorica, oratoria, scienza; ma anche aveva imparato a maneggiare le armi,a cacciare e a cantare. Poiché Frey riteneva che di nulla dovesse mancare, il nobile orfanello, ora suo figliastro. Col tempo Eric aveva imparato a celare il suo disappunto, a mascherare la rabbia con l’indifferenza e la strafottenza, aspettando il momento più propizio per vendicare il suo onore, se mai questo momento fosse arrivato. Menestrelli cantavano di grandi città, di mille altri mondi e paesi, e di storie a lieto fine. Ma egli non ne conosceva, egli era triste e malediceva il suo destino. Però ciò che non potè fare l’ardore lo fece il tempo. Ed egli divenne paziente, e come il suo ospite, imparò ad odiare e ad essere forte e astuto. Andò a donne e divenne uomo, e si ricordò della fierezza della sua stirpe, non dissimile da quella del Senzossa. Ed egli, col tempo, si era conquistata la fiducia del suo carceriere, che lo credeva ancora un debole rammollito dal vino e dalle donne.

Il bardo deforme, rimase stavolta davvero in disappunto, e fu lui a rispondere “Lingua assai veloce è la tua giovane uomo, ma forse, non quanto la tua spada”

“Sarebbe molto saggio da parte tua opporti giullare gibboso” sibilò Eric, a cui stava montando la collera, ma poi, seppe ancora trattenerla. Ben seppe allora zittirsi Osric, allorché fu Frey a divenire più accomodante “Suvvia ragazzo- e palpava una natica alla fanciulla che gli era accanto- non guastarmi la festa”

“Sei tu il guastatore- gli rispose di rimando il giovane- Otre di vino!”

“Questo è troppo, cane bastardo figlio di puttana!” disse il Senzossa, e se i suoi uomini, il Mastino ed il Guercio, non l’avessero trattenuto, egli sarebbe andato addosso al ragazzo come una furia, brancolando ebbro di idromele e vino

“Venite mio nobile signore- disse Sigvarr- state al gioco del ragazzo, sapete com’è fatto; un cagnolino che abbaia ma non morde”

“Eppure egli mi insulta!”

“Vi insulta, ma null’altro- disse il Mastino- non rovinate questa bella assemblea”. Col tempo Toro senza Palle si era rammollito davvero, come anche Sigvarr. Cosa non fa la ricchezza!

“Orbene vi ascolto- disse ancora ringhiante e sbavante il Senzossa- ma portate costui fuori della mia vista!”

“Sarà fatto mio signore” disse subdolamente Osric.

Il giovane Eric venne scortato alle porte della grande sala. Queste furono spalancate, facendo entrare il gelido vento autunnale, ed Eric venne malamente spinto fuori, mandato a meditare con le stelle. Altri goderono della sua servetta. Ma ad egli questo non importava, ora. Ora, era andato tutto secondo i suoi piani. E mentre, da dentro sentiva il canto fluido e soave del bardo deforme, e le risate degli uomini e delle donne, ed i passi delle oramai incominciate danze, Eric s’incamminava su per il ponte coperto degli arcieri, fin sopra le mura, smettendo di recitare la parte dell’ubriacone.

Al contrario, si, la lucidità aveva guidato la sua lingua, e forse, se gli dei fossero stavolta stati generosi, egli avrebbe goduto della vendetta.

Percorse le mura al lume delle stelle ed andò alle cucine, entrando dal retro, da dove entrano i servi. Li, pazientemente, attese. Il freddo gli intorpidiva le membra, ma non tremava. Osservava le armi accantonate che un suo devoto servo, della vecchia guardia, gli aveva nascosto di soppiatto: giavellotti e asce.

Attese, fin che la festa ed il banchetto durarono, sino a notte fonda. Poi, non sentendo più alcun suono si affacciò nella sala. Uomini e donne dormivano sdraiati per terra, avvolti in calde coperte di pelli di lupo; Sigvarr ed Olaf Gutarsson dormivano con una stessa donna, Frey giaceva con la testa supina sul tavolo, le mani scheletriche che reggevano una coppa di bronzo. Improvvisamente, al buio e al freddo, Eric provò grande tristezza. Orribili ricordi gli ritornarono alla mente, che il tempo gli sembrava avesse cancellato. Ma fu un attimo. La mente ritornò ben salda. Andò nelle cucine, a prendere le armi. Avrebbe iniziato da Frey, dal nobile Occhi di Seppia, da Frey il Dorato. Un lancio preciso e poi sarebbe toccato agli altri. Ma doveva fare in fretta. Calma, freddezza e precisione, nient’altro.

Tornato dalle cucine, s'avvide che un uomo anziano si era destato. Lo fissava. Si accorse di ciò che stringeva in mano. Acuto fu il suo grido di allarme. Ma veloce e stroncato sul nascere, perché subito un giavellotto gli perforò l’addome, scaraventandolo addosso alla grande tavola.

Poi fu l’abisso più nero.

Chi portava la destra all’impugnatura, ma non vi trovava altro che il vuoto fodero. Tutte le armi erano state deposte alla guardiola degli armigeri.

Chi impazziva e cominciava ad urlare; chi si nascondeva o cercava di fuggire. Ma nel caos più tremebondo, Eric cercava Frey e Olaf e Sigvarr. Questi lo trovò mezzo nudo, uscente dalle coperte che cercava di prender uno spiedo appuntito dal grande braciere dell’arrosto. Troppo lento. Il secondo giavellotto si abbattè su di lui come la lingua biforcuta di un drago. Muore, affogato nel suo stesso sangue. Non trovava il Mastino, ma nel caos, uccise altri uomini del seguito del lord, con ascia e pugnale. Poi vide il Mastino, che si faceva scudo di una giovane dal seno scoperto.

“Toro senza palle” ringhiò Eric, e gli tirò l’ascia, colpendolo in mezzo agli occhi. Olaf Gutarsson cadde morto, ricoprendo la donna urlante con il suo corpo ed il suo sangue. Frey, dove ti sei nascosto, si chiedeva il giovane Eric, ormai ebbro dell’odore del sangue e dal sentore di vittoria. Ma furbo era il Senzossa. Gli si avventò alle spalle nella cagnara tremebonda. Oramai erano accorse anche le guardie, che però urtavano inutilmente contro la pesante porta di quercia della grande sala. Essi non riuscivano a sfondare per soccorrere il loro signore! Eric sapeva di avere poco tempo. Si divincolò dalla possente stretta del patrigno, colpendolo di gomitate all’addome. Entrambi si spinsero lottando vicino al fuoco del braciere. Seppure vecchio, Frey era più forte di un bue, e grande la sua esperienza in combattimento. Nella lotta, il braciere cadde sul terreno, le ceneri infiammarono alcune coperte di pelle, e Frey accecò ad un occhio il giovane Eric con un tizzone ardente. Stordito dalla ferita Eric indietreggiò, cadde all’indietro, si puntò sull unico giavellotto che rimasto gli era in mano…fu come una folata di vento primaverile, improvvisamente si ritrovò il Senzossa impalato sulla sua asta. Egli boccheggiava, sangue gli usciva a fiotti dalla bocca. Con un orbita annerita Eric sorrise. Frey Occhi di Seppia, mugugnando, affogato dal suo stesso sangue, rantolò” Traditore…!”

“Ognuno è ciò che è, caro padre. Non foste voi, a dirmelo, molto tempo fa…?”.

Il giovane si tirò su in piedi e spinse Frey contro l alto scranno, affondando sempre più il giavellotto nelle tenere carni. Chè un bue è sempre un bue, ma una volta macellato, la sua carne è tenera.

Piano piano, senza alcun grido, il vecchio, seduto sullo scranno, con il giavellotto nella pancia, chiuse gli occhi, mentre sembrava rimettere tutta la brodaglia che aveva mangiato.

Eric, sudato e dolente, si guardò a torno. La sala era deserta, buia, tutto sembrava essere concluso. Trovò il cadavere di Sigvarr; gli strappò la benda dagli occhi e se la mise sul suo. Poi le porte rimbombarono ancora più forte. Gli armigeri la stavano sfondando. Allora, colto dalla paura, come un orso che finito il banchetto torna a temere l’uomo e le sue armi, così si voltò di scatto verso le cucine e cominciò a correre, scivolando sul sangue che ricopriva il terreno bruno.

In cucina aveva chiuso le porte, nessuno poteva entrare o uscire. Aprì la porta della legnaia. Aprì una botola che conduceva direttamente alle stalle sulla corte, oltre il filed, poco a ridosso della prima cinta muraria.

Al sorgere del sole, fu fuori dalla fortezza maledetta di Hornhall. Grida risuonavano dall’alto della corte.

Da allora in avanti, i menestrelli che vennero a sapere cosa accadde nella fortezza maledetta di Hornhall, cantarono della fine di Frey il Dorato e del Terrore Nero, di quello spirito vendicativo delle tenebre, uno spettro dei vecchi signorii e dei giorni andati, che aveva falciato il prato nuovo.

Ben presto sarebbero arrivati nuovi seminatori.



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