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lavoro pubblicato domenica 25 gennaio 2009
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Mondo Vero

di Indianapips. Letto 915 volte. Dallo scaffale Fiabe

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“No, preferirei di no, grazie- rispose Guglielmo, le dita delle mani incrociate sul tavolino di metallo- anche perché, ultimamente, non riesco bene ad organizzarmi nelle faccende”.

Il suo interlocutore era un uomo basso, calvo, con piccoli occhiali da sole con lenti tonde.

“Ragazzo mio!- esclamò l’uomo- è una buona occasione, non puoi sprecarla in questo modo!”

“Davvero signore, davvero, non potrei proprio…anche volendolo”

“Sei sicuro?”

“Al cento per mille”

“Bene così, non ti infastidirò oltre”

Il piccolo uomo si alzò dal tavolino, la tazzina del caffè ancora fumante, piena. Non lo aveva bevuto.

Il giovanotto, l’aria un po’ tra le nuvole, si alzò anche lui, come per voler mostrare i segni di un comportamento rispettoso, antico e consuetudinario.

“Nonostante ciò, Guglielmo, spero di poterti rivedere un giorno”

“Sissignore”. Poi i due si separarono mentre il cielo si faceva sempre più scuro ed i suoni delle serrande dei negozi che chiudevano sovrastavano il rumore delle automobili.

Guglielmo prese la metro, stette in piedi tra la moltitudine e la calca di gente che si assiepava nelle carrozze, fece poche lunghe fermate, poi si staccò dal finestrone che sapeva di candeggina e ferro ossidato, si avvicinò alle porte automatiche, scese, affrettò il passo, un’ombra confusa tra la gente che affluiva fuori dalla stazione, salì le scale, uscì dalla stazione e fu all’aperto, con in mano lo stesso quotidiano che aveva preso quella mattinata quando era uscito da casa.

Respirò un po’ d’aria, mentre la calca si disperdeva tutto intorno. Le auto ed i mezzi pubblici correvano sull’asfalto illuminato da luci elettriche come lupi sulla neve al chiaro di luna. Sentì un leggero ronzio propagarsi subdolamente tra i collegamenti nervosi del cervello, e si avvide che un’altra giornata era finita. Arrivò al citofono del portone, suonò, un tocco secco, veloce, e gli fu aperto.

Correndo su per le scale, senza prendere l’ascensore, arrivò davanti all’appartamento. Il campanello trillò pigramente, come se in quel momento stesse riposando e non volesse essere disturbato.

La madre, intenta a preparare la cena, si tolse la parannanza e fu alla porta. Lei aprì, vide Guglielmo, gli diede un bacio, lo salutò e lo fece entrare.

“Ciao”

“Ciao”

“Come è andata?”

“ Te lo racconto a cena”

“Si, ma ora entra, su, tuo padre ancora non torna”

“Come è andata oggi?”

“Spero bene, aveva un bel da fare per convincere quel tale”

“Già, è vero”

“Si è vero, ma ora entra, su, lui arriverà tra poco”

Guglielmo entrò, lasciò a terra lo zaino, ripose le scarpe fuori al balcone, e si mise a sentire un po’ di musica. Seduto allo scrittoio. Stava per mettere mano ai suoi scritti e a ripensare al suo incontro con quel uomo misterioso quando la madre lo chiamò a tavola; il suono secco di un campanello, la voce del solito giornalista del telegiornale delle otto di sera.

“Ciao papà”

“Ciao figliolo, come è andata all’università oggi?”

“Bene, una bella lezione su Arnaut Daniel e su Dante”

“Interessante, davvero, ed hai avuto modo di incrementare la tua sapienza sugli Antichi?”

“Ovvio”

“A tavola” esclamò poi la mamma

“Ciao tesoro, vado a posare la borsa e arrivo, ci sono nuove sai?”

Sederono tutti tre a tavola, e cominciarono a mangiare. La televisione riempiva di suoni e notizie e voci il piccolo salotto.

Il padre di Guglielmo, Anguy, era uno scrittore di sceneggiature; a volte riusciva a vendere qualche sua opera a registi e produttori di cinema e teatro, ma, il più delle volte, doveva aspettare diversi mesi perché riuscisse a firmare un contratto. La mamma di Guglielmo, Rosa, era una casalinga, frequentava assiduamente la parrocchia del quartiere ed andava a pulire le case dei vicini. Guglielmo studiava letteratura e scienze umane all’Università. Ma quel giorno, di Arnaut Daniel e di Dante non aveva visto neanche le corone d’alloro, poiché era stato fuori tutto il giorno insieme a quel piccolo uomo con gli occhiali scuri e tondi, Piero, a parlare di lavoro.

“Allora caro, dicevi?”

“Ah si,-stava inzuppando il pane nell’olio dei pomodori- Robert e gli altri, hanno comprato l’Orlando, i soldi dovrebbero arrivare a fine mese”

“Splendido”

“Si splendido, papà, davvero”

“E tu figliolo, cosa hai imparato su Dante?”

“Che era un gran donnaiolo, sotto sotto” e si salvò prima ancora di cominciare un discorso più approfondito, perché subito Anguy scoppiò a ridere

“Smettila caro, altrimenti rideranno pure i vicini”

“E chi se ne importa, che ridano pure, così la smetteranno di sparlare, per un istante”

“Cosa vorresti dire?”

“Lo sai”

“Cosa so, che non riusciamo ad arrivare a fine mese, che tu non riesci mai a vendere, e che Guglielmo studia delle cose che, sicuramente, non gli faranno guadagnare che miseri spiccioli…?”

“Come me?”

“Esatto!”

“Non c’è nulla di sbagliato a fare ciò che si desidera, i soldi non sono tutto; Philip Marlow…”

“Era un poveraccio si…”

Guglielmo, prima di sentire l’ennesima discussione familiare, finì di mangiare, posò il piatto in cucina e se ne andò in camera, a capo chino. Come un cucciolo di lupo che, il più piccolo della cucciolata, non riesce a succhiare per primo il latte dalle mammelle della madre e si allontana tristemente, nell’angolo più buio della tana.

Vide quanti libri erano impilati sugli innumerevoli scaffali impolverati delle pareti, le innumerevoli opere di Uomini dalle menti eccelse. Pensò allora a quegli scrigni preziosi che erano stati gli antichi monasteri, che conservavano la saggezza, le scoperte e le paure del Mondo Antico. Quanto gli sarebbe piaciuto possedere tutta quella sapienza. Ma come poteva farcela, a contenere le innumerevoli nozioni dei saggi e dei mistici e dei profeti e dei filosofi e dei burloni? Era giovane, troppo giovane, e non esercitava abbastanza l’arte delle memoria. Come tutti i suoi contemporanei. Guglielmo viveva in un era di macchine e progresso, di infiniti profitti e di ricchezze, divise in maniera ineguale tra le genti del Mondo. Per la memoria non c’era più posto, e gli ingranaggi avevano rimpiazzato l’infinita pazienza dei procedimenti della logica e della tecnica: non esistevano più i copisti, i narratori ed i filosofi. Almeno, si poteva continuare a studiarli. A emularli? Era difficile.

Guglielmo si sedette allo scrittoio. Dopotutto, anche se doveva studiare, forse, avrebbe trovato il tempo per rincontrare l’uomo del caffè. Magari domani. Un colpo di telefono, un messaggio sul cellulare.

Sbadigliò, la testa ciondolò come il pendolo di un orologio ottocentesco.

Si sdraiò sul piccolo letto in ferro battuto colorato di un rosso acceso, con piccoli altoparlanti nelle orecchie, per non sentire il litigio dei suoi.

“E’ ancora una buona occasione?” chiese al piccolo uomo

“Direi di si”

“Bene- disse Guglielmo- allora accetto volentieri”

“Fantastico, eccoti qua degli appunti, diciamo, per farti un idea, ok?”

“Non si fida di me?”

“Dovrei? Sei ancora alla tua prima esperienza, giusto?”

“Sissignore”

“Bene, comunque, mi raccomando, non è una cosa da poco”

“Sissignore”

“Ottimo, prendi qualcosa da bere?”

“Un bellini”

“Io prendo una coca cola piccola invece, cameriere!”

Bevvero e parlarono ancora, del mondo, del lavoro, della vita. Poi, verso l’ora di pranzo, si lasciarono.

“Perché hai cambiato idea- gli chiese il piccolo uomo- c’è un motivo in particolare?”

“No, direi di no- rispose Guglielmo- e lei, lei perché è ritornato? “

“Non lo so, fiducia, forse”

Quella sera Guglielmo rientrò a casa, mangiò un uovo fritto e un po’ di insalata, poi andò allo scrittoio.

Si mise subito a lavorare su quelle carte. La luce della lampadina che lambiva le pagine di carta del blocco note accarezzava il legno duro e laccato del tavolo e illuminava il volto di Guglielmo di una luce ultraterrena. Gli occhi premevano, come volessero uscire dalle orbite e attraversare con lampi e bagliori impercettibili quello stesso foglio di appunti, intenzionati a compiere un incantesimo,come a voler materializzare quanto era stato scritto: al tempo in cui Dei ed Eroi camminavano sulla Terra, i bardi ed i Cantori avevano questa possibilità! essi cantavano, raccontavano alla folla, ed ecco che prendevano vita un Achille o un Odisseo; quando Guglielmo scriveva, questa antica consapevolezza gli destava strani tremori lungo la schiena e su, per le braccia, fino alla bocca. In un mondo di finzioni ed immagini, come quello che Guglielmo viveva tutti i giorni, non c’era spazio per queste sensazioni e questi pensieri; un’altra storia diversa dalle precedenti compagne, antiche e gloriose, si cantava per le strade fiancheggiate da vetrine e negozi. Vetrine opache che rispecchiano false storie e memorie mai esistite. Ma ora c’era posto solo per quel tipo di storie e di racconti.

Eppure Guglielmo scriveva, poteva assaporare, forse, quello stesso gusto che alcuni monaci copisti provavano nell’eradere antichi manoscritti di storie perdute. Egli, più giustamente di loro, non cancellava verità, ma le riscriveva, alla luce di quella lampada.

Quella sera stava riscrivendo una storia; e Guglielmo correva per le vie di quel suo mondo perduto, respirando un aria pulita, come un cavallo selvaggio imperlato dal sudore che dilata feroce le froge del muso per inspirare più aria durante la corsa nella prateria, il cuore bisognoso di ossigeno; entrambi accecati da una grande pioggia di luce in un mondo ancora intatto.

Entrambi impiegati in un ardua impresa.

E mentre scriveva, i libri accatastati sotto lo scrittoio, fu rapito nella luce della sua corsa.

Trovandosi nel buio più assoluto, Gugliemo ebbe paura e tremò, sino a quando una luce calda e rossa divampò nell’oscurità. Ritaratasi improvvisamente, cominciò a riavvicinarsi di nuovo, più lentamente. Guglielmo l’osservava da lontano. Una volta che l’ebbe raggiunto, aveva la penna in mano, la luce rossa parlò.

“Benvenuto Guglielmo”

“Grazie… sono morto?”

“Oh, no, assolutamente”

“Sei Dio?”

Una risata fece vibrare quella luce rossa

“Stai scherzando…”

“No”

“No- rispose la luce- non sono Dio, anche se, in questa mia presentazione, potrei sembrarlo”

“Chi sei?”

“Una luce”

“Questo lo vedo”.”Sarebbe preoccupante se così non fosse”

“Ovvio”.”In quanto luce sono per natura visibile”

“Sei solo una luce…”

“Solo una luce…”.”E ti sembra poco?”.”Nel mondo in cui vivi, di luce vera, se ne vede abbastanza poca, no?”

“Bè, è difficile rispondere; diciamo che il Sole continua a splendere… ancora…”

“Però…”

“Però ci sono ombre che non sono scacciate dal Sole”

“Bella risposta!”.”Se non avessi bisogno di scacciare queste ombre, non saresti qui altrimenti”

Silenzio.

“Dunque, tu sei quel tipo di luce?”

“Esatto”

“E saresti in grado di…”

“Ovvio, per natura!”

Detto ciò, la luce scomparve. Improvvisamente, l’oscurità di dissipò, e Guglielmo si ritrovò immerso in un paesaggio magnifico, di un verde brillante, come quando ci si tuffa in mare dopo un lungo tempo passato a prendere il sole. E mentre l’oscurità si dissipava insieme al bagliore rossastro, fu come se venisse girata la pagina vecchia e sbiadita di un qualche libro. Una nuova pagina. Verde e sconfinata: non come i libri che conosciamo. E Guglielmo camminava per quello nuove e terribili pagine, in quel verde immenso, lucente.

Enormi fiumi scorrevano placidi nei loro letti di sabbia e ciottoli lucenti.

Grandi montagne dai picchi innevati si stagliavano all’orizzonte, gettando lunghe ombre sulla terra; in cielo scorrevano nuvole bianche, come le vele inalberate di un veliero. Foreste e boschi verdi, dorati e rossi coprivano i piedi e le falde di quella catena di monti inaccessibili all’ingegno umano. Ma Guglielmo non desiderava altro, non voleva altro che vedere quel mondo tanto lungamente sognato, immaginato; quel mondo di cui aveva letto innumerevoli testi, di cui si ricordava ogni singolo antro o recesso. Da piccolo, aveva perfino, se ben ricordava, sentito raccontarsi quel mondo. Ma allora, quando era piccolo, era diverso, quel mondo, niente più che un’eco di un gioco perduto: ora, da grande, poteva sembrargli una fonte inesauribile di ristoro, un rifugio agognato e desiderato da tempo.

Ma era anche qualcosa di più di un sogno; era un ricordo vivo, di una verità andata perduta per sempre.

Non sapeva ancora bene come aveva fatto ad entrare in quel ricordo, in quel Mondo.

Dopo questi pensieri inattesi, nuovamente la luce rossa lo investì, lo prese e lo avvolse in se in un secondo: Solo un attimo per poter scorgere il baluginare sull’acqua dei tratti di un cavallo dal manto argentato ed il rumore degli zoccoli sul fondo di ciottoli levigati e ghiaia.

Poi fu il buio più assoluto.



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