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lavoro pubblicato venerdì 23 gennaio 2009
ultima lettura lunedì 25 marzo 2019

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LA BAIA DI ARCANGELO

di Dunklenacht. Letto 855 volte. Dallo scaffale Fantasia

C'erano una volta i paesaggi freddi di Arcangelo, i rimorchiatori che spargevano nel cielo il loro fumo nero, i palazzi tristi, le infrastrutture di...

C'erano una volta i paesaggi freddi di Arcangelo, i rimorchiatori che spargevano nel cielo il loro fumo nero, i palazzi tristi, le infrastrutture di quel porto nordico, dinanzi alle quali si coccolavano due amanti sconosciuti.

Giungendo dal mare, ci si trovava dinanzi ad un palazzo bianco, dai vetri indorati da una luce fantasma, si discernevano le gru vaghe, fatte per caricare i container, quante navi c'erano, quante navi! Sembravano fatte soltanto d'acciaio, avevano gli scafi rossi, grigi o blu, ma i colori non brillavano in mezzo a quei bagliori freddi, no, non brillavano.

Soprattutto, la mente mia fu impressionata dalla visione di quel palazzo bianco, di cui già vi ho accennato, che aveva spesso il tetto ricoperto di neve lieve ed era ornato da alcune colonne alte, gigantesche, le quali spiccavano alquanto sulla sua facciata maestosa, a sostegno di una sorta di capriata d'avorio, che recava una specie di stemma che, di lontano, pareva un punto nero.

Le conifere erano quasi sempre spoglie, tanto, che sembravano morte.

Gli altri fabbricati erano per lo più a pochi piani, avevano i tetti spioventi, le finestre dai vetri grandi, fatti per ardere malinconicamente sotto la luce boreale e i suoi chiarori o sopportare le carezze della neve e delle gocce di pioggia, nei giorni in cui cadevano.

Il cielo era sovente ricoperto di nuvole polari, lo accarezzavano i palazzi più alti, i ripetitori della radio e della televisione, che apparivano come torri grigie, di ferro, costruite dall'uomo per l'immensità e le comunicazioni.

Di quando in quando, la coltre cerulea del cielo cedeva il passo a degli sprazzi di luce giallastra, spettrale, che però permettevano di sognare.

Qua e là, per esempio dinanzi al Palazzo della Radio, si scorgeva qualche bandiera dell'Unione Sovietica, che sventolava nell'aria, rossa, con la falce e il martello.

Due giovani amanti si erano uccisi nelle acque antistanti la cittadina... Io non so bene quando fosse successo, ma li avevano visti galleggiare abbracciati, nella baia gelida. Forse, era stato un incidente. Purtroppo, però, tanti giovani si uccidevano per non saper affrontare le sofferenze della vita. Non erano i soli... Anche alcuni anziani finivano in quelle acque.

Rammento due labbra dolci, scarlatte, un cappottino turchino, dei capelli morbidi, davanti al Palazzo della Radio, di cui or ora vi ho parlato. Lei era giovane e forte, innamorata del vento e delle estati fredde che accarezzavano Arcangelo. Gli occhi suoi bruciavano d'amore e delle infinità dell'Artico.

Ella faceva la maestrina nella vecchia scuola dedicata a non so quale martire del comunismo, insegnava le glorie di Marx, Lenin e Stalin ai suoi allievi, perché così le aveva raccomandato di fare il regime. Tutti credevano nelle bandiere rosse, nella falce e nel martello, simboli di felicità e di eguaglianza.

Parlando al telefono con il suo tesoro, la maestrina gli concedeva qualcuna delle sue più belle frasi affettuose... Gli diceva:

- Ti amo, come i palazzi grigi che si specchiano sulle acque di topazio del Mar Bianco, nelle estati in cui il sole non tramonta mai.

Pensate che lui andava a trovarla di nascosto nella vecchia scuola ed aveva sempre con sé un mazzo di garofani rossi, per la gioia dei suoi begli occhi. Una volta, si era fatto passare per uno dei suoi scolaretti, pur di baciarla sulla bocca. Poi, però, lei gli aveva fatto la predica e l'aveva messo in castigo.

A volte, d'estate, il suo uomo andava a prenderla alla fine delle lezioni, poi i due s'incamminavano mano nella mano in direzione del porto, sopra una specie di lungomare, fino ad uscire dall'abitato, verso le lande desolate, costellate da betulle e alberi nani, amici delle nevi e dell'inverno. La brezza era sempre fredda, anche a Luglio, mese che recava non so quali fiori profumati, che lui soleva portare in dono alla sua bella.

Una volta, la maestrina si concesse al suo uomo sui banchi di scuola. Si fece spogliare nuda, per poi lasciarsi toccare per mezz'ora, mentre chiacchierava ardentemente col suo lui, onde eccitarlo. I due amanti sapevano che non sarebbe venuto nessuno, nessuno, nessuno... Si misero su uno dei banchi, lei volle salire sopra il suo tesoro, poi iniziò il suo movimento: andava su e giù, descrivendo non so quali segni nell'aria, con le sue curve, i suoi glutei senza veli, stretti dalle mani di lui, che parevano quelle di un meccanico.

Poi, il piacere venne e fu indicibile: prese prima lei, poi il suo bell'uomo.

E la città di Arcangelo era sempre bianca e fredda, con i suoi palazzi dai bei vetri ardenti, che si specchiavano sul mare incantato.



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