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lavoro pubblicato lunedì 19 gennaio 2009
ultima lettura lunedì 4 novembre 2019

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L'INCENDIO MALEDETTO

di Dunklenacht. Letto 746 volte. Dallo scaffale Fantasia

C'era una volta una città cupa, vagamente confusa tra le nebbie, che ardeva tra le fiamme.Il volgo aveva deciso di incendiarla e tutto andava...

C'era una volta una città cupa, vagamente confusa tra le nebbie, che ardeva tra le fiamme.

Il volgo aveva deciso di incendiarla e tutto andava a fuoco. Bruciavano i palazzi, le case rossastre, dai tetti neri, il Municipio, i cantieri, i carri e le carrozze, i cimiteri, le scuole, le bettole già ingombre di vapori e di vernaccia. Anche la chiesa diroccata e il suo campanile aguzzo ardevano tra le fiamme.

L'orologio vecchio aveva cessato di segnare le ore. Il fuoco rossastro e selvaggio spiccava nel turchino della notte stellata, nei chiarori dell'aurora, nei grigiori del giorno, nel vago svanire del tramonto. Le finestre e le imposte di legno erano per lo più spalancate, attraverso di esse si discernevano fiamme, mobili rovesciati, specchi infranti, letti distrutti, cenere. L'incendio era scoppiato da poco e sarebbe durato per alcuni giorni. Era destinato a diffondersi dal centro cittadino sino alle baracche dei poveri.

Buona parte degli abitanti era fuggita. Rimanevano soltanto i briganti, gli sciacalli, le streghe maledette, che godevano di quelle visioni incendiarie e non temevano di scottarsi, perché nulla poteva offenderle. Avevano per lo più la forma di vecchie o di giovinastre, dai capelli rossastri e dai volti lentigginosi, passavano su dei carri tirati da cavalli neri, sghignazzando, gettando a destra e a manca sacchi pieni di cenere stregata. Erano le ceneri degli indemoniati. Alcune di esse penetravano nei palazzi e ravvivavano le fiamme, altre confabulavano con le vicine, per poi improvvisare con loro degli allegri girotondi sulla Piazza Grande, nella quale ardevano dei roghi minacciosi, giganteschi, fatti di fascine, libri vecchi, ramazze, mobili fracassati e non so che altro. Che voci! Che cantilene! Che festeggiamenti macabri!

Alcune delle fattucchiere si alzavano le sottane logore, nere come il carbone, onde mostrare le loro gambe nude ai ladri, ai briganti, agli assassini che passavano, travestiti da gentiluomini con la giacca e il cappello a cilindro. Andava a finire che consumassero con loro dei rapporti sessuali bollenti, lì, sulla pubblica piazza, quando oramai neanche i gendarmi c'erano più.

Talune delle streghe maledette gettavano delle bombe, che tenevano nascoste in canestri di vimini e tiravano fuori all'occorrenza. Le scagliavano nei palazzi e nelle case ardenti passando su di un carro e, ad ogni scoppio, sghignazzavano.

C'erano altresì delle ragazzacce mascherate... Portavano sul volto delle maschere di velluto nero, brutte, che ad alcune coprivano soltanto le orbite, ad altre celavano tutto il viso, lasciando scoperti soltanto gli occhi, il naso e la bocca. Quei travestimenti non servivano tanto per giocare degli scherzi, quanto per commettere dei crimini neri, che forse nemmeno si possono raccontare.

Alcune di quelle con la maschera si accapigliavano con le altre, si azzuffavano, si dicevano le parolacce, bestemmiavano, si tiravano le lunghe trecce, che serbavano misteriosamente la morbidezza e il colore di una giovinezza senza fine.

Vidi anche una che - si diceva - era posseduta da uno spirito maligno e faceva le capriole in mezzo al fuoco che divorava le panchine, sotto una specie di torre dell'orologio dipinta di un rosso che pareva sangue.

Due o tre altre ragazzacce tracannavano acquavite, direttamente dalle bottiglie, per poi gettare quanto restava alle fiamme, onde alimentarle.

Alcune di quelle mascherate dovevano essersi vendute l'anima al diavolo, in cambio di non so quali favori materiali: denaro, fortuna, amore, piacere sessuale, longevità, giovinezza senza fine. Le sentii dire, mentre appiccavano il fuoco ad una catasta di barili di legno:

- Guarda, guarda diavolaccio, che ne facciamo del nostro patto!

E tiravano fuori le pergamene maledette, che recavano i loro nomi e sulle quali avevano redatto i terribili contratti, firmati col sangue, le strappavano in mille pezzi, per poi gettare il tutto in pasto al fuoco, che divampava!

Certe donnacce, che dovevano essere delle streghe maledette, si denudavano in mezzo ai roghi e cominciavano a praticare la masturbazione con ogni sorta d'oggetto che trovavano a portata di mano. L'avrebbero fatto persino con un ceppo acceso!

Poi arrivavano dei becchini e degli spazzacamini, vestiti con delle giacche logore e annerite da non so che. Tiravano fuori i loro enormi falli, lunghissimi e quasi paurosi. Con quelli in mano, si mettevano ad inseguire le donne, con il desiderio di possederle carnalmente e di fecondarle.

- Ah, ti ho presa! Ti ho acciuffata! Adesso non ti mollo più!

Così dicevano, quando riuscivano a mettere le mani addosso a una di loro, non importava se fosse una delle streghe o delle ragazzacce.

Nel frattempo, interi edifici crollavano, diventavano cenere e rovinavano al suolo, facendo un rumore terrificante.

Ricordo che tre o quattro giovinastre mascherate avevano preso un uomo, l'avevano chiuso in una botte e lo andavano rotolando così, sul selciato, come se fosse stato la ruota di un carro.

E poco dopo un carro passò davvero, si fermò dinanzi a ciò che rimaneva del Palazzo Municipale, raccolse tre o quattro di quelle pesti, per poi ripartire al gran galoppo.

- Anime prave, vi conduco nel mondo dei morti! - disse una voce cupa, che accompagnava quella visione.

Si diceva che l'incendio fosse scoppiato per liberare la città perduta da un'orrenda pestilenza, da una piaga senza fine, che soltanto il fuoco poteva arrestare. Forse, non era vero!

I cani, gli uccelli, le tortore fuggivano spaventati. Ad un tratto, in mezzo ad una delle innumerevoli nubi di fumo grigio, vidi comparire dinanzi a me una sorta di furia, dai capelli scarmigliati, dagli occhi nascosti da una maschera di velluto nero, dalle mani insanguinate...

- Buuuh! - muggì, afferrandomi con le sue mani da giovinastra.

E si denudò, mostrandomi le sue tette enormi, da grande meretrice, la sua vulva nuda, il suo ombelico, le sue gambe lunghe, fatte per essere toccate.

- Ti renderò gravida! - urlai.

E la possedetti, la possedetti, ma la giovinastra non poteva concepire e strillò violentemente. Alla fine di tutto, ella riabbassò la sua gonna a frange, simile a quella di una dama del Settecento, per poi scoppiare a ridere d'un riso clamoroso e vivace.

Se ne andò via così, ridendo, anzi, sghignazzando, salutandomi con la mano ornata da un guanto bianco.

E l'incendio divorava ancora i tetti e le torri della città stregata.



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