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lavoro pubblicato venerdì 16 gennaio 2009
ultima lettura mercoledì 4 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

UN'ESECUZIONE CAPITALE NEL 1823

di Dunklenacht. Letto 859 volte. Dallo scaffale Fantasia

C'erano una volta le torri e le guglie rosse, che brillavano nel cielo turchino di un mattino 1823, in non so quale remoto angolo dell'Europa.Arabel...

C'erano una volta le torri e le guglie rosse, che brillavano nel cielo turchino di un mattino 1823, in non so quale remoto angolo dell'Europa.

Arabelle piangeva innamorata davanti a una candela accesa, che si andava spegnendo a poco a poco, dinanzi agli occhi suoi, che scintillavano pieni d'amore e di felicità.

- Ti ho sognato e pianto, ti ho chiamato e visto nei miei dolci sguardi - mormorava ella, giungendo le mani verso l'immenso.

La giovane evocava nell'animo suo i dolci attimi di giocondità, vissuti al fianco del suo tesoro. Si rivedeva seduta sulle sue ginocchia, mentre lui giocava con i suoi capelli d'oro, la chiamava per nome, la coccolava come se fosse stata una fatina buona, le prometteva eterno affetto.

Tutt'intorno, passavano i carri e i calessi, sbocciava la primavera con i suoi germogli, i suoi fiori profumati, che colmavano i cesti delle giovani viandanti, dai volti eburnei, che promettevano amore ed eterna giovinezza.

Poi, però, arrivavano i cattivi e...

I gendarmi afferravano Arabelle e il suo amato, li separavano, conducevano l'uno in una prigione, l'altra in un monastero, dove monache dai volti arcigni e dalle maniere rudi la tormentavano e la facevano soffrire, sì, soffrire!

Alla fine, un brutto giorno, quell'esecuzione, che lei vide come in sogno... I cattivi avevano portato il suo amato davanti a un muro, l'avevano legato, gli avevano messo un cappuccio nero sul capo, davanti a lui c'erano dieci soldati, comandati da un ufficiale. S'udivano queste parole:

- Caricare! Puntare! Fuoco!

Il suo tesoro alzava le braccia al cielo, gridava disperato, per poi cadere al suolo, pallido e senza vita, la camicia bianca lacerata e bagnata di sangue.

- Sei morto così - mormorava Arabelle - da patriota!

Sì, era in quel modo che morivano i patrioti, o begli occhi celesti pieni di desiderio e voluttà, gioia e felicità, nonché tristezze!

Nel monastero c'erano tante monache cattive, sembrava di vivere in un Medioevo, il mondo appariva lontano e vago, come avvolto nell'incantesimo di un mistero o in mezzo a mille malefici.

Le monache perfide ridevano di Arabelle, perché erano invidiose della sua bellezza, della sua innocenza, della sua giovinezza.

- Uh, l'avete vista? Ha le guance tutte bagnate, ancora piange il suo innamorato! È una ragazzaccia! È viziata, travolta dalle gioie del mondo e della carne! Credetemi, uno di questi giorni il diavolo verrà a prendersela! Mi è sembrato di sentirla sghignazzare. Che abbia commesso qualche sacrilegio?

Questo era ciò che mormoravano nell'ombra, in mezzo ai canti e alle voci che santificavano quelle mura. Qualcuna delle cattive si spinse oltre, tanto che osò prendere per il naso e per i capelli la povera infelice, le fece lo sgambetto, divertendosi a farla cadere per terra e a calpestarla poi, quando nessuno poteva vederla e venire in soccorso di colei che aveva avuto la peggio.

- Chi verrà a salvarti? Chi mai? Dimmelo, avanti! - chiese un giorno una monaca crudele alla sventurata. - Sei tutta mia, farò di te ciò che più mi piacerà! Perché no? Chissà, forse potrò provare a cuocerti e a mangiarti! Uh, guarda, la poverina piange! Si arruffa i bei capelli per la disperazione!

Arabelle aveva invero una chioma meravigliosa, della quale qualsiasi giovane sarebbe stata invidiosa. Era quello, forse, il motivo di tanta avversione nei suoi confronti.

Un giorno, ella riuscì a fuggire dal convento, passando attraverso un sotterraneo, lastricato di foglie morte. Uscì nel mondo di un tempo attraverso un pozzo. Era di nuovo libera, sì.

Rammento però che una delle monache del convento si accorse di quella fuga, la inseguì e la trovò. Le disse di essere indemoniata e di volerla possedere carnalmente.

- Lasciami in pace! - gridò Arabelle, afferrando la candela accesa e gettandone il lume sul volto della sua interlocutrice.

Dietro i neri abiti monacali, si celava una sorta di vecchia dal volto rugoso e dai capelli canuti, dalle mani dalle dita lunghe, ma scarne e vizze, tanto, che facevano paura.

- Arabelle, sono venuta per ricondurti nel mondo dei morti! - disse la monaca, sghignazzando.

Era da lì, infatti, che la giovane era venuta. Io non so come potesse essere tanto bella, né in quale modo avesse potuto amare.

Tutti coloro che l'avevano conosciuta o s'erano imbattuti in lei, s'erano illusi, poiché avevano visto dinanzi a sé soltanto un'apparizione, venuta dall'altro mondo.

- Lasciami stare - ripeteva Arabelle, che allora pareva ubriaca. - Desidero restare ancora sulla terra, voglio vivere questo autunno 1824, ho voglia di innamorarmi ancora! Lo sai... Ho fatto ritorno nel mondo soltanto per innamorarmi e riscattare con questo affetto il nero delle mie colpe passate!

Ma la monaca indemoniata aveva la voce cupa, era venuta a prenderla e non tollerava obiezione alcuna. Teneva in mano un'arma insanguinata, che brillava in modo sinistro alla luce di quel cero.

- Adesso verrai via con me, sì! - muggì quell'interlocutrice nera.

Arabelle scrisse un'ultima lettera all'amore della terra, la sigillò con la cera della sua candela, poi disparve. Fu come se un avvoltoio dalle ali grandi, del color della pece, fosse venuto a prenderla.

Nessuno la rivide più, né a Parigi, né ad Amburgo, né a Berna, città alla quale doveva i suoi natali. Svanì, poiché aveva fatto ritorno al mondo donde era venuta.



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