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lavoro pubblicato venerdì 16 gennaio 2009
ultima lettura mercoledì 9 ottobre 2019

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LA BIONDA DELLA MORTE

di Dunklenacht. Letto 1091 volte. Dallo scaffale Fantasia

C'era una volta una gola maledetta, in mezzo a montagne gelate e bianche, vi si udiva il gracchiare dei corvi, neri come la morte, tetri quanto il c...

C'era una volta una gola maledetta, in mezzo a montagne gelate e bianche, vi si udiva il gracchiare dei corvi, neri come la morte, tetri quanto il castigo.

Qualcuno di essi perdeva alcune delle sue penne, che volavano giù, nel baratro, prima di scomparire per sempre.

In quei paraggi sorgeva un villaggio solitario, arroccato sul fianco di un monte: era fatto per lo più di case dai tetti aguzzi, spioventi, sulle cui sommità il popolo collocava delle statuette a forma di streghe o di teste di cervo. V'erano altresì un campanile diroccato, gotico, una chiesa abbandonata, un deposito di legname e la miseria nera.

Lungo i sentieri maledetti passavano dei contadini sdentati, che portavano delle gerle sulle spalle. La leggenda diceva che in esse caricassero gli spiriti maligni che infestavano le loro case, per portarli fin lassù, sopra la gola, nella quale sarebbero rimasti intrappolati per l'eternità delle eternità. Qualcuno narrava pure che nella gola si gettassero soprattutto le vecchie canute e rugose, incapaci di dare ancora soddisfazioni carnali agli uomini più giovani ed assetati di sesso. I padroni di casa proponevano alle orride anziane di fare una passeggiata su in montagna, le caricavano nelle gerle e poi, giunti sulla cima stregata, le scaraventavano nell'abisso, all'improvviso, dopo aver fatto loro credere di volere un bacio d'amore dalle loro labbra vizze, ormai incapaci di concedere altro che bestemmie.

Si diceva che qualche marito sventurato non adoperasse l'inganno per riuscire nei suoi intenti, ma facesse precedere il fatto da una lite feroce, consumata nel cupo della stamberga di famiglia. Durante la furibonda lotta volavano bottiglie, calici e bicchieri, i tavoli si fracassavano, i vetri si rompevano. Poi, di solito, le vecchie avevano la peggio e le loro rovinose carcasse venivano caricate nelle gerle o sulle carriole, per poi essere donate al mistero stregato dei monti.

Nessuno osava mormorare di quelle morti, nemmeno i gendarmi sapevano alcunché di esse.

Nel cupo villaggio di tanto in tanto si vedeva passare una giovane donna bionda, la quale, si diceva, abitava nel bosco e dormiva in una botte, chissà da quanti secoli, forse dalla notte dei tempi.

Chiunque aveva osato chiedere a quella femmina come si chiamasse, non aveva avuto modo di raccontarlo ad alcun mortale, perché la morte era andata a prenderlo, prima che potesse proferire verbo.

- Chiamatemi Freya, oppure Osiris - ripeteva la giovane donna bionda ai faggi e ai frassini del bosco.

Noi faremo prima a chiamarla Bionda della Morte.

Non so se fu in sogno o accadde a questo mondo, ma una volta la vidi inseguire un cinghiale, nella foresta cupa, poi lo catturò, lo afferrò con tutte le sue forze e lo morse sul collo. Ah, quant'era più forte di quella bestia! E gli andava succhiando il sangue, goccia dopo goccia, mentre l'animale si divincolava e sbraitava, negli spasimi dell'agonia.

Ricordo che, un brutto giorno, i gendarmi e i contrabbandieri si inseguivano nel bosco. S'udivano delle fucilate, degli scoppi, delle grida disperate.

- Prendeteli, vivi o morti! - tuonava uno degli ufficiali.

Il fumo delle armi da fuoco si spargeva tra gli alberi e svaniva nella valle, pareva che le orme della morte fossero rimaste impresse nella neve, qualcuno rimase ferito o ucciso, non ricordo, non ricordo...

La Bionda della Morte contemplava tutto questo, in cima al suo bel colle, si carezzava i teneri capelli e pensava a colui al quale avrebbe concesso i prossimi suoi baci.

Ricordo che, di tanto in tanto, ella si faceva possedere carnalmente da qualche contadino, da qualche operaio del villaggio. Voleva farlo al freddo, sulle foglie che ammantavano il sottobosco, nonché sui camini ricoperti di cenere ancora bollente. Durante i suoi accoppiamenti, ella apriva le sue labbra e strillava di piacere, sembrava che fosse pronta a mangiarsi ognuno dei suoi amanti, con i suoi denti bianchi, che mostrava, con la bocca spalancata. Voleva che le facessero male, ma a volte era lei a far soffrire chiunque la toccasse.

Un giorno in cui nevicava, la Bionda della Morte scrisse una lettera d'amore al Sindaco del villaggio.

"Venite presto, ardo dal desiderio di vedervi, ho dei vivi sentimenti d'affetto da trasmettervi e morirei senza i vostri abbracci. Vi amo da quando vi vidi per la prima volta; se ben rammento, dal nostro primo incontro amoroso, nel Palazzo Municipale, sono trascorsi ormai tre anni e i miei occhi diverranno ciechi per la sofferenza, se non vi rivedrò entro il prossimo plenilunio". Così gli scrisse.

Ella era riuscita a far innamorare di sé quell'uomo dabbene e non avrebbe rinunziato alle sue dolci premure per niente al mondo, per niente al mondo, no, niente al mondo...

La Bionda della Morte ripeteva il nome del suo amato al vento; in quel momento, la voce sua si trasformava in un'eco di fuoco, tanto, che pareva di vedere le fiamme bruciare in quell'etere vago, in mezzo ai monti selvaggi ed aspri. Sotto la giovane del mistero, s'apriva la gola, accanto a lei, volavano i corvi e i rapaci delle vette.

- Sono venuta a prenderti - disse la bella infausta, allorché si trovò a tu per tu con il Sindaco, nel Palazzo Comunale. - Non avere paura, ti porterò con me e ti amerò per sempre! Saremo due amanti felici e innamorati! Che felicità! Che felicità! Che felicità!

E gli andava accarezzando il collo con le sue dita affusolate, dalle unghie lunghe, rosse, che sembravano bagnate d'amore e di sangue.

Tutt'intorno, c'erano armature medievali e ritratti di personaggi illustri, morti da almeno cento anni. All'illuso amante parve di udire le voci di quei defunti, che auguravano a lui e alla sua innamorata un destino di gioie. S'udiva anche un suono vago di violini, nessuno sapeva da dove venisse, nessuno, nessuno, nessuno.

- Vieni con me! - ripeteva la Bionda della Morte. - Faremo l'amore per sempre!

La voce sua era così dolce, che avrebbe incantato chiunque. Lo prese amorevolmente per mano e, quando lui le chiese dove lo portasse, lo invitò a seguirla, senza rispondergli. La giovane aveva intonato un canto meraviglioso, che avrebbe lusingato e fatto innamorare l'essere più burbero della terra. Il Sindaco, uomo dal cappello a cilindro e dalla lunga redingote blu, guardava la sua bella con occhi estasiati dall'affetto. Egli non sapeva quello che faceva...

Lungo i viali del villaggio stregato passavano i cavalli e le carrozze dell'Ottocento. S'udiva forte lo stridore delle ruote, che passavano sul selciato aspro. La Bionda della Morte gli fece attraversare quelle strade, rischiando che un carro li investisse. Tutt'intorno, brillavano i lampioni dalle luci vaghe, era mezzogiorno, ma si levavano le brume, che svolazzavano come spiriti in mezzo ai monti. Pareva di sentirli sghignazzare.

La sventurata doveva essere già vissuta prima, poiché nella certosa del villaggio c'era una tomba, che recava il suo nome e la sua data di morte: XX Settembre 1733.

Ricordo che la giovane maledetta amoreggiò a lungo e ardentemente con il Sindaco e gettò il suo cappello a cilindro alle vipere, che sibilavano semiaddormentate in fondo ad una fossa.

Dopo che ebbe fatto di lui ciò che voleva, gli gridò con voce sinistra:

- E adesso che cosa me ne faccio di te? Dimmelo! Che me ne faccio? Dimmelo!

Gli urlò codeste parole in un orecchio, con la bocca spalancata, quasi avesse voluto divorarglielo.

La Bionda della Morte smise di baciare il suo amante, perché gli serbava un destino che quasi non si può narrare.

Un brutto giorno, ella mandò a chiamare il macellaio più anziano del villaggio, lo stregò e gli fece promettere di fare a pezzi il povero Sindaco. Questi fu colto all'improvviso... A malapena rammento l'istante in cui crollò in ginocchio, nel bosco, si portò le mani al collo insanguinato e... Cielo! La carne sua venne avvolta in un mantello nero e la Bionda della Morte la portò in cima a una montagna, onde offrirla in pasto agli avvoltoi, neri come la pece.

Ricordo la giovane donna, mentre baciava sulla bocca l'esecutore dei suoi disegni, onde ricompensarlo per averle obbedito.

- Chiamami Osiris, o Freya - gli disse, cingendolo con le sue braccia, davanti alla gola maledetta.

E disparve.



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