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lavoro pubblicato mercoledì 14 gennaio 2009
ultima lettura lunedì 14 ottobre 2019

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La vera storia di Enimrac di Grosso Borgo - Capitolo 1, parte I

di Klinemar. Letto 708 volte. Dallo scaffale Fantasia

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I

Calando dietro le Tristi Colline, l’ultima luna di Fas sembrava stagliare nel terzo sole di Cailum l’ombra impietrita di pruneti e contadini. Dopo una lunga giornata di apprendimento, Enimrac avrebbe avuto proprio bisogno di andare per campi in cerca di Respiri di Felce e Ombre di Fiordipietra, o seguire i richiami ammalianti di Magigatti e Ramospini; nonostante vedesse tutti i giorni quelle magiche creature silvane, non smetteva mai di stupirsene. E soprattutto non capiva come i suoi coetanei potessero ritenerle cose ordinarie. Certamente, Enimrac diceva, sono esserini che vivono proprio fuori le mura di Grosso Borgo, e basta percorrere pochi Angoli Lunari al di là delle porte per trovarne in quantità abbondante; magari mettersi a cacciare comuni Topi Fognari, Vipere D’Alto Colle e simili sfuggenti bestioline sempre pronte a ficcarsi nei posti più impervi, potrebbe essere un avvincente gioco di abilità oltre che un passatempo impegnativo. Eppure, tutto ciò che veniva dalle profondità del Silvis era così straordinariamente diverso da apparire nuovo ad ogni nuovo incontro; come paragonare un Triste Salice, un Vecchio Noce, un Ricco Pero e simili rigidi alberi di campagna, alle proprietà delle piante che crescevano a ridosso delle Selve Nebbiose? Come paragonare quelle figure così ferme e immobili, così insensibili al Vento, all’alternarsi delle lune di un singolo Celeste, con l’infinita varietà degli umori di ciascuna magica pianta silvana? Per non parlare del mondo animale! Magigatti e Ramospini, ma anche Volpi Ridenti, Ranocule e Arpaquile, abitavano Nostra Terra in modo così imprevedibile che un piccolo Topo Fognario sembrava al confronto una creatura di rango infinitamente inferiore. Spesso, perciò, Enimrac preferiva osservare, o correr dietro a questi animali misteriosi, piuttosto che schiamazzare con gli altri per i vicoli di Grosso Borgo. E poi, da quasi una Mezza-Cronaca locale, stava maturando l’ambizioso progetto di spingersi oltre le Tristi Colline fino ai confini delle Selve Nebbiose, alla ricerca di un luogo impronunciabile (forse perché conosciuto con un nome Antico Etrin) di cui aveva sentito parlare durante un’escursione con suo padre. Pensava ogni giorno a questa sua avventura, ad ogni minimo particolare da risolvere per far sì che tutto filasse liscio come l’olio; appena però risolveva un cavillo, subito gliene si presentava un altro, e dopo quello un altro ancora, poi ancora un altro e così via, fino a che arrivò a credere che non sarebbe mai riuscito a pianificare tutto nei dettagli, almeno non senza qualcuno che lo aiutasse facendogli da spalla. Fu così che proprio quel giorno Enimrac si decise a rivelare il suo piano a Segretil, suo cugino per parte di padre; tra l’altro, qualche tempo addietro, il maestro di grammatica aveva spiegato che la desinenza til è usata per tutti i sostantivi dell’Umano Occidentale declinati in caso promettente. Segretil era perciò il promettente di Segar (ciò che oggi pronunciamo “silenzio”) e significava “starò zitto” o anche “farò silenzio”. Al riguardo, quindi, non ci doveva essere dubbio, Segretil sarebbe stato una tomba; questa fu una brillante intuizione di Enimrac, quella di seguire con tale fiducia un nome, sebbene egli non fosse ancora in grado di comprendere l’importanza, e la potenza, delle parole.

Al termine della lezione di quel giorno, perciò, Enimrac fermò Segretil prima che scappasse con gli altri alla locanda, intento a parlargli da Uomo a Uomo.

“E di cosa? Ma proprio oggi Enimrac? Lo sai anche tu che è tornato Perifas, e che stasera sarà alla locanda per raccontare i suoi viaggi!”

“Allora facciamo domani? Però devi promettermi che domani ci sarai di sicuro”

“Si, domani, prometto. Alla stessa ora di oggi. Speriamo che non piova, ma male che vada ci ripareremo da qualche parte”

“No! È un segreto! Al massimo da Biliotil…lì si sta tranquilli, e se parli a bassa voce nessuno si insospettisce”

“Speriamo che non piova, allora…lo sai che preferisco una locanda chiassosa alle candele smorzate di Biliotil. Adesso andiamo, Perifas avrà già cominciato il racconto!”

Perifas era un famosissimo sarto di Grosso Borgo. Così famoso che spesso i suoi capi erano richiesti da governatori, duchi o addirittura principi e principesse. Viaggiava spesso attraverso il ducato di Mezza Nebbia (patria di Enimrac), e a volte anche nei ducati vicini. Stavolta, però, si era spinto così oltre che il suo viaggio d’affari era già divenuto leggenda. Un Mago di Eoron aveva avuto sentore della sua fama, e così gli aveva commissionato un abito da guerra da ricucire attraverso metalli e stoffe di natura magica. Eoron, dal canto suo, era la più grande città del nord-ovest di Nostra Terra e, prima di allora, a Grosso Borgo avevano sentito parlare di lei solamente attraverso le Cronache del regno di Apumar (di cui Mezza Nebbia era un ducato). Chissà che notizie avrebbe portato con sé, l’acclamatissimo sarto! Quali strane creature, possenti montagne, impenetrabili nebbie aveva, con i suoi stessi occhi, potuto ammirare? Alla locanda, quella sera, c’era una bolgia infernale.

Quando Segretil ed Enimrac arrivarono, la confusione era tale che le uniche frasi che si riuscivano a distinguere erano “alla salute di Perifas!” e “evviva Perifas, il miglior sarto di Nostra Terra!”, o anche “orgoglio di Grosso Borgo!”; oltre a quella probabilmente più usata fino ad allora, e cioè “altro Malsam!”, considerata l’euforia collettiva. Il Malsam non poteva essere servito a chi, come Segretil e Enimrac, non avesse ancora baffi, o peli sotto al collo; perciò la compagnia di scolaretti optò per un delizioso nettare di Cedro. Perifas era seduto in un angolo rialzato della locanda; per lui era stato imbandito il più sontuoso dei banchetti, ed il suo tavolo grondava di carni, minestre e frutti da ogni bordo; indossava una semplice tenuta da viaggio, con stivali in pelo d’Orso ed una lunga tunica di rugosa Lana rossa. L’unico orpello che tradiva la sua opulenza, era una mantellina nera di Cervo, arricchita con un piumaggio mai visto, forse di qualche volatile del Silvis. Trangugiava ogni cosa con grande voracità, ma anche con estrema disinvoltura; il pregio dei ricchi mercanti di Grosso Borgo era proprio il fatto che riuscivano a non perdere mai il sentore delle proprie origini e della loro natura essenzialmente nord-occidentale; era raro che anche uno solo di essi facesse sfoggio di inutile lusso, ricchezza o raffinatezza, e tra l’altro ciascuno di loro si sarebbe trovato a disagio tra unguenti, pelli di bestie magiche, e simili eleganterie. In quella locanda, Perifas ci stava a pennello, sebbene fosse l’attrazione principale della serata. Quando ebbe finito di mangiare (e di bere), avvicinò il locandiere e pretese un po’ di silenzio.

“Cari compaesani, il calore che mi dimostrate e quasi pari alla bontà del Malsam” – risa e approvazioni – “ma adesso voglio ricambiare tutto ciò, e raccontarvi, come mi chiedete, del mio viaggio ad Eoron”. Ognuno brindava, ma Enimrac e compagni rimasero in silenzio, rapiti improvvisamente dalle parole di Perifas. “Ebbene, lasciai come sapete Grosso Borgo quando ancora l’ultima luna di Drozir visitava le notti e i giorni di Cailum; Fas era già annunciato, però, dai Pruni in fiore e dall’odore dei Venti Umidi provenienti da Bianche Sabbie. Interrogai Klinemar sulla riuscita del mio cammino, ed egli mi disse che mai come adesso conveniva recarsi ad Eoron; egli, inoltre, mi descrisse Filux, il mio cliente, come un potentissimo Mago devoto al luminoso Fàsazur, con cui Klinemar stesso aveva studiato presso la Gilda di Apumar parecchie Cronache fa. Quando giunsi a Eoron, la terza delle sei lune di Fas aveva compiuto già metà del suo cammino, ma il clima era ancora mite e la terra ancora rigogliosa. Sembrava che la luce del primo Celeste potesse penetrare fin nelle gallerie di Eoron, attraverso l’enorme cascata che copriva la vista verso sud”. “Cascata?” disse qualcuno nella sala. “Si. L’antichissima Eoron fu innalzata sulle rovine di un antico tempio Megano, all’interno di un’immensa grotta. Al di sopra di essa scorre il Fiume chiamato Eismeridion, che riversandosi nella vallata ricopre l’ingresso della grotta con uno splendido tendaggio di acque scroscianti. A lato della cascata si erge un’ampia scala in pietra che, risalendo il pendio, porta fino alla sponda destra del fiume, e al ponte che conduce agli Ultimi Picchi. È stupefacente valicarli aspettandosi di incontrare il lontano profilo di Eoron, e invece non vedere altro che l’Eismeridion tuffarsi in un burrone senza fondo. Eoron, pertanto, è costruita nelle radici profonde degli Ultimi Picchi; gallerie brulicanti di mercanti, maghi, pellegrini, sapienti, diplomatici e perdigiorno, si snodano in ogni direzione salendo e scendendo all’interno della roccia. La luce dei Celesti e di Cailum è sostituita dal fuoco delle torce, reso più luminoso dall’aggiunta di Briciole Di Trota”. “Chi costruì queste gallerie?” chiese ancora qualcuno. Ma Perifas rispose che quello, la storia approfondita di Eoron, non era affar suo. Oggi sappiamo che alcune di quelle gallerie furono costruite ai tempi del Pre-Era, e molte di esse terminavano in prossimità di Luoghi che solo l’oscurità potrebbe vedere. Ad ogni modo, la rovina di Eoron giunse proprio dalle viscere di quelle gallerie, che gli Eoroniani chiamavano Strade-Senza-Vita.

Inutile dire che lo stupore generale, e in particolare di Enimrac e compagni, era alle stelle; mai nessuno dei presenti aveva sentito parlare di luoghi così strabilianti. La stessa Apumar, che pure molti avevano sentito solo dal racconto di terzi, sembrava una normalissima stazione di sosta sulla strada per le Bianche Sabbie del nord. “Raccontaci del mago!” diceva qualcuno, e qualcun altro “parlaci del viaggio!”; Perifas non sembrò per nulla infastidito, anzi mostrò cortesia nell’accingersi a parlare di Filux. “Ammetto di non intendermi per nulla di magia, invocazioni, rapporti e voci del mondo in genere. Perciò, amici miei, non saprei dirvi se questo tale Filux sia davvero il grande mago di cui Klinemar mi ha parlato. La sua ricchissima magione è incastonata nella profondità della grotta, lontana dal clamore cittadino. Vi si accede tramite un ponte di legno; sotto di esso un umido baratro, di cui non ho scorto la fine. Posso giurarvelo, attraversandolo ho avuto l’impressione di trovarmi sul centro stesso di Nostra Terra; sentivo agitarsi sotto di me il respiro delle Ere, e più giù il clamore delle forze oscure, forse la voce dei Megani. Lo stesso Filux mi ha una volta raccontato che più in basso di Eoron, nella voragine magmatica dell’ovest, esistono alcuni Luoghi Megani; possenti città, strade, regni e sovrani Megani vivono nelle viscere degli Ultimi Picchi, più oscuri di quanto possiate immaginare”. Tutti abbassarono gli occhi, tacendo, come se cercassero di immaginarsi quella regione di Nostra Terra che i maghi attuali conoscono benissimo con il nome di Smorzacandela. “Di tutte le gallerie che Filux ha adibito a sua residenza, io conosco soltanto quelle che conducevano nei miei alloggi, e quelle destinate agli affari con ospiti stranieri. Gallerie di interminabile lunghezza, ma ben arredate, con arazzi del sud, splendidi mobili in Mogano lavorato, dai quali spande timida la luce di candele e lanterne. Filux ospita molti diplomatici provenienti da tutti i regni di Nostra Terra; le sue cene sontuose – per quanto meno succulente di quelle di Grosso Borgo – possono indifferentemente soddisfare il palato di Uomini, Silvani e mezzi Etrin. Io stesso ho conosciuto un Silvano di Acquitrino, la più grande città Silvana a sud-ovest di Eoron, e da lui ho appreso qualcosa della loro splendida civiltà; ad Eoron, infatti, molto più che ad Apumar, le razze si mescolano tra loro, e convivono apprendendo l’una dall’altra. Così, dal mio viaggio ho portato alcune stoffe vegetali Silvane, che mai avevo visto prima d’ora”. Qualcuno allora si levò dal fondo della sala gridando: “e gli Ultimi Picchi? Gli Ultimi Picchi!”.

“Li ho valicati quando l’ultima luna di Drozir, ormai all’imbrunire, accendeva il Rosso Crepuscolo con la sua luce violetta. Avevo già percorso alcune decine di Angoli Lunari su fino al Valico Di Chiara Notte; l’aria era fresca e nitida, la sua leggerezza sgombrava la mia mente dalla paurosa visione delle nebbie Silvane che stazionavano minacciose a nord. Il sentiero conduce attraverso gli Ultimi Picchi fino al di là del regno di Apumar, nella terra di Eoron; lo percorrono ogni giorno pellegrini, carovane di diplomatici e maghi, guardie dell’Ovest. Ho sentito che invece i Silvani e i mezzi Etrin preferiscono usare un passo più a sud, dal quale è possibile ammirare il Talsur, e l’estremità delle Tristi Colline. Ma non è un sentiero impervio, né però del tutto privo di pericoli. Alcune alture sono infatti Luoghi del Silvis, o addirittura del Meghis; un incompetente come me potrebbe imbattersi in un Lupo Solitario, o peggio in un branco di Ebrotin Dagli Occhi Rossi, che vivono all’estremità delle foreste. Ho avuto la fortuna, però, di trascorrere nottate tranquille; parecchie locande situate lungo il cammino offrono riparo ai viaggiatori, e distano solo pochi Cicli Lunari l’una dall’altra. Il Valico di Chiara Notte è, infatti, un ampio spiano nel cuore del Picco Ventoso; c’è una locanda, ma anche un ufficio postale e una dogana con alcuni servizi comuni. Appartiene alla giurisdizione di Eoron, ed è lì che ho fatto il mio incontro più strano…a dire il vero”. Perifas concluse il suo discorso, facendo come per alzarsi; ma subito fu richiamato a completare quanto aveva iniziato. Che tipo di strano incontro? Una manifestazione Silvana? Un guerriero Megano? Un qualche strano animale, o l’intercessione di due regni terrestri? “Niente di tutto ciò” rispose Perifas “soltanto un mago un po’ strambo. Era seduto con alcuni apprendisti al tavolo accanto al mio, e li indottrinava su un grande mistero che egli chiamava l’Eiserchon. Si esprimeva in Umano Centrale, volgendo di continuo lo sguardo verso una finestra che affacciava a nord, dalla quale si scorgeva lontano l’oscuro profilo delle Selve Nebbiose sotto le stelle di Fas (che come vi ho detto era sorto da pochi Cicli). Nelle sue parole vi era un’ansia indicibile, quasi come se il più oscuro degli Etrin malefici fosse sulle sue tracce. Ed infatti, il mattino dopo il locandiere mi assicurò che la stramba compagnia aveva preso la strada per il Picco Di Viridis, dove il Verde Valico incontra la strada usata da Silvani e mezzi Etrin. Cosa abbia potuto spingerlo su un percorso così incerto per noi uomini, solo lo stesso Viridis (che dicono abiti quel picco) può saperlo; fatto sta che Eiserchon è una parola ben strana, visto che fece impallidire lo stesso Filux, quando gliela riferii. Mi disse che si trattava di un’antichissima formula, ma che essa apparteneva più a Cailum che alla bocca mortale di un Uomo, di un Silvano, di un Meghis e perfino di un mezzo Etrin; mi consigliò quindi di non pronunciarla mai più…strano non è vero?”. L’approvazione fu unanime, ma l’atmosfera di mistero fu presto dimenticata dai baldanzosi abitanti di Grosso Borgo, che subito brindarono al sarto Perifas, elogiando la bellezza delle sue storie. Perifas, dal canto suo, prese parte all’ultimo brindisi, ma si congedò dopo poco per tornarsene nella sua grande, ma umile casa.

Tutti dimenticarono Eiserchon, ma non Enimrac, che quando si tratta di misteri, maghi e magie è assolutamente incapace di dimenticare. S’era fatto tardi e la sua comitiva stava lasciando la locanda. Li seguì, pieno di eccitazione per i racconti ascoltati, fino alla piazza di Grosso Borgo. Poi li salutò, raccomandandosi per l’ultima volta con Segretil di mantenere la promessa. E Segretil, il giorno dopo, la mantenne.

Come previsto, al termine delle lezioni Enimrac e Segretil si incontrarono fuori le mura di Grosso Borgo; si appostarono nei pressi di un orto di zucche, e lì presero a discutere di questo grand’affare.

“Ma sei pazzo, Enimrac! Le Selve Nebbiose sono un posto pericoloso! Non puoi spingerti fin là!”

“Shhh, Segretil non urlare! Vuoi mandare tutto a monte?! Non voglio che tu venga con me, voglio andarci io…ma devi coprirmi”

“In che senso?”

“Se mia madre venisse a saperlo mi chiuderebbe in casa per giorni…devo farlo quanto prima. Ieri è calata l’ultima di Fas, e tra poco il clima si farà gelido e malvagio”

“È vero, si sente già la voce del Vento Ghiacciato”

“In più, non ti ho ancora detto il motivo…Lì c’è un posto incredibilmente misterioso, di cui ho sentito parlare durante un’escursione con mio padre”

“E sarebbe?”

“Eravamo sulla strada per Borgo Costa, poco a sud di Apumar…Mio padre aveva alcuni libri da consegnare ad un certo Lyberin ed io lo seguii, come faccio spesso, per aiutarlo con il carico. Era nel tempo di Drozir, e faceva molto caldo; così ci fermammo lungo la strada, nei pressi di una tavernetta lungo la sponda sinistra dell’Eisentrion Minore. Conosci mio padre, non appena vede un volto che gli sembri strano, vuole subito conoscerne la provenienza e, se la cosa lo intriga, farsi raccontare della civiltà a cui appartiene. Allora, avvicinò un pellegrino silenzioso, che beveva il suo Siero Di Scab, e vedendolo particolarmente malconcio gli chiese: ‘dovete essere stato in un posto ben strano, pellegrino, per ridurvi così!’…quello a tutta prima sembrò non rispondere. Poi iniziò a raccontare di essersi avventurato nella Selva Nebbiosa in cerca di un antico tesoro, senza trovar fortuna”

“E tu vorresti metterti a cercare il tesoro nella Selva Nebbiosa?”

“No! Non così dentro! Ma, secondo il pellegrino, proprio ai confini della Selva Nebbiosa, quando ancora la foschia è poco densa, si trova una rovina Etrinica risalente a molto tempo fa”

“E perché mai il pellegrino avrebbe parlato di quella rovina? Credeva di trovarvi il tesoro?”

“No Segretil! In effetti, il pellegrino ha parlato della rovina solo per informarci che vi si era riposato una volta uscito dalla Selva, prima di riprendere il cammino verso casa”

“E allora, che importanza ha questa rovina?”

“Ha importanza per me. Potrebbe essere esaltante visitarla, e tutto sommato neanche troppo pericoloso”

“Enimrac, i libri che commercia tuo padre ti hanno dato alla testa. Passi pure la tua insensata passione per queste comunissime bestie magiche. Ma adesso proprio non capisco…hai sentito parlare da un pellegrino malconcio di una rovina senza alcuna importanza, e vuoi andare a ‘visitarla’? Perché?”

“Non c’è nessun motivo particolare Segretil…non è che lì ci sia qualcosa da prendere, o qualcuno da incontrare. O forse si; ma anche se così non fosse, a me basta vedere con i miei occhi i Luoghi misteriosi da cui quelle che tu chiami comunissime bestie magiche provengono. E visto che il Silvis è così pericoloso, mi accontento di una rovina che si trova ai margini del Silvis”

“Hai detto bene, pericoloso più che misterioso! Non sarebbe più facile accompagnare qualche volta il maestro ad Apumar? Lì troverai qualche Silvano, e se sei fortunato anche qualche Etrin”

“Ma non vedrei il Silvis, Segretil! Il Silvis è un Luogo che forse io e te non immaginiamo nemmeno. E non voglio aspettare infinite lune di Cailum prima di poter raggiungere qualche città Silvana… Non temere, seguirò la strada maestra che si inoltra fin dentro la Selva Nebbiosa. Non sarà pericoloso come dici. Massimo tre Cicli Celesti, e sarò di ritorno”

Segretil gonfiò un po’ le guance guardando Enimrac con sguardo indagatore. Trovava difficile, se non impossibile, capire il semplice motivo del viaggio di Enimrac; una voglia di avventurarsi in luoghi ignoti assolutamente anomala per un cittadino di Grosso Borgo. Forse lo stesso Enimrac non riusciva a chiarire a sé stesso il vero, profondo motivo per cui voleva andare a visitare quella rovina. Ma alla fine, Segretil balzò giù dalla zucca su cui era appoggiato e, stringendo la mano di Enimrac, disse: “e va bene. Ma non metterti nei guai”.

Ora, c’è bisogno di chiarire un paio di cosette. Innanzitutto, la rovina che Enimrac s’era messo in testa di visitare era uno dei tantissimi Luoghi del Pre-Era di cui Nostra Terra abbondava; si trattava, nella maggioranza dei casi, di templi Etrin, Megani o Silvani abbandonati dopo le grandi rivoluzioni che indussero i maghi ad incominciare la scrittura dei Libri Delle Ere. Altre volte si trattava invece di semplici ruderi archeologici risalenti ad antiche città appartenute alle diverse razze. Alcune di esse, visibili ancora oggi, avevano un elevato interesse magico, e quando si trattava di zone non troppo pericolose costituivano un’ottima meta di escursioni per stregoni, maghi ed apprendisti. Spesso, come nel nostro caso, si trovavano alle porte di Luoghi non-Umani (quindi Silvani, Megani ed Etrin), e rappresentavano un’incognita per ogni comune mortale che vi si avvicinasse non munito di sufficiente coraggio. Ciò che si poteva incontrare, vedere, toccare con mano, era così stupefacente e insondabile da poter sconvolgere l’usuale visione della realtà, e spesso indurre in quella che i maghi guaritori del tempo chiamavano Mòrsacrum, e ciò che noi oggi chiamiamo invece Magica Follia. Gli antichi templi, in particolare, si diceva, e si dice, conservassero ancora alcune forze del Pre-Era, forze selvagge, o semplicemente trascendenti, che la mano del più sapiente dei sapienti avrebbe difficoltà a controllare; i culti del Pre-Era, infatti, erano basati su una visione bellica del cosmo, e, per quel poco che sappiamo, molti riti erano rivolti agli stessi Luoghi, alle Vie che la forza adorata poteva percorrere per raggiungere Nostra Terra. A ciò si aggiunge che spesso queste rovine sono abitate da alcune razze che la magia ufficiale, antica come attuale, non riconosce; sono le creature del Mediis, i Mediani: né Umani, né Silvani, né Megani, né Etrin, ma nati dall’unione di due individui di razze diverse. Non sono aberranti, né necessariamente malvagi; ma portano un enorme fardello, il Dono Della Visione, che era detto Pluroculas. Essi sono mortali come le creature di Nostra Terra, ma abitano il sottile mondo delle relazioni che appartiene alle forze magiche, o elementari; così, non riescono a sopportare il loro enorme potere, né a dispiegarlo del tutto, e vivono ai margini delle Ere, oltre che della civiltà. La magia li esclude per bisogno di chiarezza; alcuni maghi tentarono di dialogare con loro, ma uscirono confusi dal confronto, mentre i Mediani continuavano a vivere solitari e raminghi. Né si può pensare di proibire l’unione di due spiriti amanti, per quanto appartenenti a razze diverse; perciò la questione dei Mediani non è semplice, e non può essere trattata ulteriormente. Ci limiteremo a dire che allora, più che adesso, con i Mediani non si sapeva come comportarsi; tutti sapevano della loro esistenza, ma non guardavano ad essi come a creature comuni, piuttosto come ad esseri fuori dal comune e a semi-divinità (da non confondere però con i mezzi Etrin, o con le divinità vere e proprie). Se però essi un giorno, unendosi, riuscissero a convivere con noi, magari creando un proprio regno, tutti noi saremmo contenti di assistere alla nascita della loro civiltà, aspettandoci da essi luminosi sprazzi nel buio residuo della nostra era.

Dobbiamo infine spendere qualche parola sul padre di Enimrac, un personaggio allora abbastanza noto a Grosso Borgo; si chiamava Parvogram, ed era uno dei principali bibliofili del regno di Apumar. Per bibliofilo intendo chi raccoglie libri rari, preziosi o magici, per poi venderli a clienti più o meno ricchi che li leggeranno ai fini dell’accrescimento della loro dottrina. Parvogram, come tutti i bibliofili, aveva una cultura ampia, ma dispersiva; era interessato alle stranezze, parlava con molte persone alla ricerca di qualche dritta per scovare prima d’altri un libro nascosto, leggeva sempre ciò che trovava prima di venderlo, ed aveva anche una notevole abilità nel giudicare la bontà, la veridicità e l’utilità di un testo. Conosceva quasi benissimo tutti i suoi clienti, così sapeva sempre a chi serviva cosa; un libro di botanica serviva ad un mago devoto alle divinità terrestri, e forse anche ad un pellegrino prossimo a partire per la ricerca di una certa pianta di Nostra Terra; un libro di storia serviva ad un mago sapiente, ma anche ad un guerriero se nel libro si parlava di antiche battaglie, o ad un diplomatico se si parlava di storia politica. Però Parvogram aveva anche libri utili alla gente comune; vite dei grandi uomini, consigli per la coltura o la creazione di bevande, manuali per il conteggio del Tempo e libri di preghiera. Viaggiava parecchio, ma sempre all’interno delle terre di Apumar, e sempre battendo strade note e sicure, non essendo egli, come abbiamo invece constatato per Enimrac, amante dell’avventura o dell’esplorazione; l’unica spericolatezza che concepiva era quella bibliografica, quando poteva sentirsi sicuro all’interno delle quattro angolature di una pagina scritta. Ed infine, come tutti i mercanti di Grosso Borgo, aveva una bottega in paese, sulla Strada Principale, quasi all’angolo con la Piazza Del Mercato e nei pressi del Palazzo Governativo; un piccolo edificio a due piani, di cui il secondo serviva come vero e proprio ufficio dove tenere le carte marchiate, il libro mastro, la cassa ed i prodotti da spedire in giro per il regno. Alla bottega lavoravano due garzoni, più un bardo pellegrino che sostituiva il capo quando i libri da controllare erano troppi, e quest’ultimo da solo non era in grado di leggerli tutti; Parvogram si fidava ciecamente di tutti i suoi impiegati, ed Enimrac trascorreva parecchio tempo con loro. Sebbene fosse appena al terzo anno di Seconda Scuola, Enimrac leggeva moltissimi dei libri presenti alla bottega; alcuni di essi erano davvero complicati, e discutevano di argomenti che Enimrac non riusciva a comprendere, riferendosi a conoscenze che un ragazzo della sua età non aveva ancora acquisito. Spesso comunque si trattava di libri specialistici, per cui si può anche dire che Enimrac avesse avuto quantomeno il sentore di dottrine che la maggior parte dei suoi compaesani (e potremo dire degli abitanti di Nostra Terra) non aveva mai neppure sfiorato; la sua assoluta ignoranza, d’altro canto, gli consentiva di avvicinarsi senza timori o pregiudizi alla descrizione delle pratiche magiche più elitarie, dei culti più strani, dei luoghi più lontani e reconditi di Nostra Terra. La sua sete di conoscenza era vivace e libera, e alimentata di giorno in giorno dal costante via vai di libri nella bottega di Parvogram; lo stesso Parvogram, che pure proibiva ad Enimrac alcune pericolose letture (come Il Libro Dei Megani Di Talsur, o Gli Etrin Malefici Dei Profondi Abissi, due libri molto studiati prima del viaggio di Talsurin), si compiaceva però della vivace intelligenza del figlio, e aveva già da tempo ipotizzato di iscriverlo alla Gilda Magica di Grosso Borgo, il cui maestro era Klinemar.


Commenti

pubblicato il 15/01/2009 20.44.34
Mario Vecchione , ha scritto: per salvare il tuo lavoro e leggermelo con calma, ho dimenticato di postare il commento: bene, volevo solo ringraziarti per i tuoi commenti che ho trovato molto acuti e attenti, segno di un'attenta lettura e di uno spirito critico non indifferente e non lo dico per retorica..
pubblicato il 15/01/2009 21.32.47
Klinemar, ha scritto: Figurati Mario...anzi, per me è un vero piacere leggere i tuoi lavori!

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