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lavoro pubblicato mercoledì 14 gennaio 2009
ultima lettura martedì 12 novembre 2019

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GUIDA SCIENTIFICA PER ASPIRANTI SUICIDI

di Cardinal. Letto 3741 volte. Dallo scaffale Filosofia

  Questo scritto non è per coloro che accettano. Queste riflessioni sono sconosciute a chi pensa ad una morte serena, lontana, accompagnata dalla facezie ignare di un nipote giocondo e dalla fiamma parca di un qualsiasi camino. Le poche pag...

Questo scritto non è per coloro che accettano. Queste riflessioni sono sconosciute a chi pensa ad una morte serena, lontana, accompagnata dalla facezie ignare di un nipote giocondo e dalla fiamma parca di un qualsiasi camino. Le poche pagine che seguono sono l'energia e la tracotanza del protervo che sadicamente accetta la blasfemia di un corpo ucciso e dilaniato, di un cranio orrendamente spaccato, del sangue che scorre, del volto violaceo deformato dal veleno inclemente.

Si parlerà qui di una morte vissuta come soluzione e non più come problema: il suicidio, l'annichilimento dell'esistenza in un gesto insolente e totalmente, forse per la prima volta nella vita, libero! Ovviamente non incapperò nell'errore di trattare sistematicamente l'argomento, nessun omicidio mancato, nessuna anomia; solo il riflesso di una vita che si è illanguidita, un'esperienza, una prospettiva come tante, uno sguardo ermeneutico che, come richiede la natura soggettiva ma al tempo stesso comune dell'argomento, non può che essere il mio. Le motivazioni che quindi porrò alla base di questo pensiero immorale, saranno unicamente personali ma, presumo, utili a tutti coloro in grado di immedesimarsi nelle mie sventure. Innanzitutto, vi chiederete: perché scrivere di questo? Era davvero così necessario imprimere questi ragionamenti nel candore illibato di un foglio di carta ? La chiarezza e l'incontrastato bisogno di logicità mi hanno spinto a fare ciò. Nella mente i pensieri lottano, si confondono, soccombono alla luce improvvisa di un'idea nuova per poi ritornare ai vertici del discorso interno qualora questa perda la sua presunta evidenza. Da qui l'istanza di sezionare, con acribia maniacale e strumenti di cerusico, il malessere nel quale il mio spirito senz'anima da tempo avvampa. La dissertazione qui proposta può salvarmi la vita, o mortificarla per sempre. È qui che decido il da farsi ed è proprio qui che ho bisogno di imbastire, in bella e limpida copia, un discorso razionale, intelligibile e, per quanto possibile, scientifico e dimostrativo. A dire il vero l'appello alla scientificità non potrà essere rispettato fino in fondo dato che comunque il suicidio resta, al di là delle circostanze affini, un'esperienza soggettiva; l'invocata supplica alla scienza si deve quindi trasmutare con indulgenza in un meno esigente ricorso alla massima razionalità. Solo depurando la riflessione dalle componenti passionali ed emotive che rischiano di infirmarne la validità, riuscirò a capire quanto sia conveniente assecondare la mia auto-distruzione. Non c'è nulla di profano, malvagio e sacrilego in questa sana morte. Perché continuare a vivere se la vita ci mortifica? Il suicidio è l'atto di libertà per eccellenza di chi, estenuato dalla pena, prende in mano le redini della propria vita per mettervi fine. Non si può concepire gesto più indipendente ed emancipato. Paradossalmente, è proprio in questa estrema decisione che l'uomo si affranca dalla sua eterna schiavitù e comincia, per la prima ed ultima volta, ad autodeterminare le proprie scelte. Il suicidio è l'acme della libertà. Chi invece, guidato dalla luce accecante della religione, si appella al dovere di vivere e di assecondare sempre l'esistenza, anche nelle sue manifestazioni più cupe, rinuncia alla propria autonomia. Considerazioni escatologiche trovano qui un terreno arido e infecondo che si lascia coltivare da soli pensatori o, ma in fondo è lo stesso, da pensatori soli. La vita umana non merita alcun primato assiologico, è pura biologia, sostanzialmente indifferente da quella di una pianta, di un batterio o di una spora; solo l'arroganza dell'uomo poteva porla al vertice della natura.

Sancita quindi l'assoluta liceità, e utilità, di questo anticipato commiato dall'esistenza, mi occorre stabilire se la cagione principale di ogni mio malessere possa essere, a buon diritto, indicata come legittima e giustificare l'atto finale. Può quindi la perdita di un amore fondare l'interruzione delle mie attività biologiche?

Sapevo avreste riso, severi lettori; questo tono drammatico, vi chiederete, per una così banale eventualità? Ebbene, è così. Per qualche strano ed oscuro motivo l'amore è, da sempre, la passione più ardente che possa infiammare lo spirito umano. Inoltre, quelle causate dall'amore, sembrano essere le ferite più profonde e più difficilmente sanabili. È per questo che non risulta così ridicolo, credo, rintracciare nella brusca ed imprevista perdita di tale stato straordinario, una delle cause preminenti della volontà suicidaria. Anche Romeo, credendo morta la sua dama, volle uccidersi, e lo fece. Si potrebbero trovare infiniti esempi di questo tipo fluttuando tra realtà e finzione, tra esperienza e letteratura.

Ora, devo tornare alla mia situazione e capire quanto questa possa fondare il ricorso alla morte, senza lasciarmi assolutamente sviare da casi che, con il mio, possono avere solo una blanda affinità. Ho perso un amore al quale tenevo immensamente. La donna che fino a poco tempo fa condivideva ogni secondo della mia miserabile vita, mi ha improvvisamente voltato le spalle; senza preavviso, senza nemmeno il tempo di vaticinare la fine, mi sono ritrovato solo, sperduto, perso nell'assurda e torturante contemplazione della sua felicità accanto ad un altro uomo.

Io non credo veramente che lei sia la donna perfetta, soprattutto non riesco a credere che lo sia per me, e a dire il vero ho sempre avuto il dubbio che non lo fosse per tutto il tempo passato insieme. Certamente possiede qualità fuori dal comune, caratteristiche che non ho mai riscontrato in nessun'altra. Ipotizziamo tuttavia che lei sia veramente unica, straordinaria, che non ci sia migliore donna al mondo e che io l'abbia definitivamente perduta; sarebbe questo un valido motivo per pensare al suicidio? Ho davvero così poca stima di me stesso? Le mie eccellenti qualità devono davvero aver bisogno di lei per stagliarsi sulla massa? La risposta è così palese che non richiede nemmeno di essere esplicitata. Tuttavia queste considerazioni non annullano in alcun modo il mio dolore, il mio supplizio, la mia pena. Questa sofferenza che non mi abbandona mai, non ci crederete, ha comunque qualcosa di buono, ha il sapore dell'aria salubre dei monti. Il dolore mi ha scosso, spingendomi a guardare oltre il mio ristretto punto di vista. Si tratta di un acuto shock ermeneutico, certo; ma è un trauma che nasconde il tesoro dell'occasione, della creatività. Ora posso cambiare schema interpretativo e dipingere una nuova tela con colori più ricchi. La sofferenza è la molla, un passe-partout universale in grado di scassinare nuove porte, di aprire finestre su mondi mai visti. L'evento della perdita mi ha portato in dono la possibilità di creare una nuova morfologia, il pretesto di aprire gli occhi di fronte alle infinite circostanze del divenire.

Per questo, e per il processo didattico-educativo al quale sono sottoposto, non posso che essere grato alle mie tribolazioni, e se un giorno mi capiterà di riuscire ad apprezzare cose che finora avevo trascurato, ciò sarà dovuto alla mia angoscia passata. La tavolozza è pronta, l'artista ispirato, è il tempo di una nuova creazione.

In base a queste considerazioni risulta evidente la necessità di escludere il dolore dal novero delle legittime cause per le quali ricorrere allo strumento del suicidio. Continuo tuttavia nella mia indagine esaminando se, d'altro canto, sia possibile giustificare l'atto sulla base di un semplice argomento razionale. La premessa è già di per se poco evidente, ma partiamo ugualmente dal presupposto che quello che ho perso sia il più grande amore che potrò mai avere. Ebbene, la consapevolezza di dovermi accontentare, da qui in poi, solo di amori minori o meno felici, sarebbe sufficiente a farmi decidere di uccidermi? La risposta sarebbe si se: primo, possedessi l'intelletto infinito di un dio, grazie al quale riuscirei ad avere la lungimiranza per poter affermare con certezza che davvero non potrei provare piacere maggiore di quello trascorso; secondo, se l'amore fosse davvero qualcosa di assolutamente puro e metafisico, un sentimento che scende su di noi a guisa di un'estasi coribantica e non, invece, una semplice manifestazione della natura umana, tra breve spiegherò il perché. Direi con certezza che nemmeno la mia tronfia superbia riuscirebbe a prendere in considerazione la prima ipotesi. Nonostante questo possa bastare a negare la risposta affermativa alla domanda posta poco prima, l'argomentazione più convincente traspare esaminando la seconda ipotesi. Che cos'è in realtà l'amore?

La replica al quesito passa inevitabilmente da questa breve considerazione: ho saputo per tutto questo tempo che lei, la ragazza per la quale soffro, non si poteva totalmente ascrivere ad una persona come me eppure, nel momento del suo abbandono, la certezza di amarla mi colse lancinante; spontanea mi sorge allora una domanda: era davvero amore ciò che provavo nei suoi confronti, oppure la mia pena è dovuta all'orgoglio che grida?

Noi siamo, come tutti gli esseri viventi, intrinsecamente egoisti. Agiamo sempre per potenziare il nostro ego, la nostra potenza. Che cos'è l'amore se non la certezza di aver assoggettato una persona, di possederla tra le nostre mani, di averla resa dipendente dall'interesse che noi dimostriamo nei suoi confronti. Noi amiamo sempre noi stessi negli occhi dell'altra persona. Si crea così un circolo virtuoso in cui gli amanti si sfruttano, inconsapevolmente e reciprocamente, per aumentare il proprio dominio e soddisfare sempre di più il proprio orgoglio. Amiamo soltanto noi stessi e il motivo per il quale, in base a questo presupposto, non ci innamoriamo di chiunque ci capiti vicino è che maggior interesse verrà mostrato verso la preda da tutti più ambita. La donna che possiede le qualità alle quali maggiormente la società anela, sarà anche la più desiderata. Ma il concetto di fondo è molto chiaro: ognuno pensa solo a se stesso e l'unico motivo per il quale dissimula questa grande verità è che, solo facendolo, può ottenere più soddisfazione e compiacimento dalla stima, o in questo caso dalla passione, altrui. Non sono cose nuove, ma solo ora ne acquisisco completa coscienza.

Questa mio breve pensiero reificato su carta mi ha quindi persuaso della totale infondatezza delle mie pretese autolesionistiche. Se l'unico e solo oggetto della mia passione sono io, mi avrò sempre a disposizione e dovrò solo cercare un modo per darle libero sfogo. Il mio naturale narcisismo egoistico sarà quindi, di volta in volta, sublimato su oggetti o persone a me esterni. L'importante è però capire l'assurdità delle mie precedenti istanze; uccidersi per un'altra persona: una follia, io amo solo me stesso. Bastava soltanto svelare, indagare.

Continuerò a vivere quindi, almeno ancora per un po', e qualora il dolore continuasse a martoriarmi beh, avrei due alternative: potrei aspettare la fine naturale di questa breve vita (in fondo dovrà pur finire, prima o poi!) oppure, in fondo, potrei sempre pensare di uccidermi.



Commenti

pubblicato il 01/09/2011 0.54.47
apollonia, ha scritto: sei ancora vivo?

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