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lavoro pubblicato martedì 6 gennaio 2009
ultima lettura mercoledì 27 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il diario della Strega Eremita (Cap.2)

di Salazar. Letto 752 volte. Dallo scaffale Fantasia

Una guerra millenaria tra Est e Ovest è appena terminata e dalle ceneri delle città distrutte sorge un ordine che ha il compito di salvaguardare la pace.Due ragazzi addestrati fin da bambini si trovano catapultati in una missione che li renderà uomin.......

La sera varcammo i cancelli che sancivano la fine di quella terra di nessuno. La foresta, selvaggia e buia, torreggiava davanti a noi emanando un alone di fitta tenebra che ci si attaccava alla pelle, umido come la paura. Le voci degli animali notturni gracchiavano, come urla agghiaccianti, e a coronare il tutto: delle nubi scure che si radunavano nella volta, soffocando il chiarore della luna. Nahvarre fu il primo a pestare il terriccio arso dal freddo e a penetrare nell'oscurità, che ci inghiottì e ci costrinse a proseguire a tentoni. Battevo i denti per il freddo, avevo i muscoli irrigiditi e incapaci di muovere rapidamente le mie ossa, nel caso dell'attacco di una fiera. L'unica a mostrare sul suo volto un'espressione di più completa indifferenza era la donna dai capelli rossi. Si stringeva le braccia al petto come se si tenesse stretta al corpo qualcosa, la osservai di nascosto per lunghi secondi, prima che mi scoprisse e mi costrinse con un'occhiata più gelida del clima a distogliere lo sguardo.

"Ci accamperemo in quella piccola radura...", ordinò Nahvarre. "Rimedio legna e del cibo, tu non perderla d'occhio..."

Trovai solamente la forza di continuare a sbattere i denti e di seguire la signora dallo sguardo magico, che si sedette sul trono che le radici di un albero formavano. Mi accasciai difronte a lei, e mi strinsi nelle spalle osservando gli squarci di cielo che si scorgevano tra gli artigli dei rami spogli. Nahvarre si infilò due dita in bocca, fischiò. Nel giro di pochi secondi il folto pelo di un mastodontico orso nero mi fece rabbrividire, lo guardai terrorizzato mentre si avvicinava al mio compagno e gli leccava il palmo delle mani come se fosse stato cosparso di miele. Nahvarre gli sussurrò qualcosa e la bestia sparì nel buio, silenziosa, esattamente come era comparsa. Qualche minuto dopo ci servì due grossi conigli le cui ossa erano appena state triturate e, a rate, grossi tronchi e ramoscelli secchi.

Accesi il fuoco con un incantesimo e la fiamma esplose ad illuminare la radura. Un paio di gufi volarono via e Nahvarre spellò le nostre cene con un piccolo coltello. Mangiammo in silenzio, lanciandoci occhiate furtive gli uni gli altri fino quando l'Empatico non interruppe il silenzio in cui spadroneggiava lo scoppiettare del fuoco.

"Non mi interessa sapere chi sei, o perché devi essere scortata a Tavit...", esordì. "voglio solo sapere da che cosa dovremmo proteggerti... Non penso siano semplici briganti quelli che ti dànno la caccia, altrimenti non saremmo stati scomodati."

"Mi proteggete da uomini...", rispose, dando l'impressione di non voler aggiungere altro.

"Chi, quanti sono?", chiesi.

"Il chi è un mistero, so che un tempo erano sette, che adesso sono sei, che prendono ordini da uno solo e che uno di loro ci sta seguendo..."

Il mio cuore compì sei battiti in un solo secondo. Nahvarre si guardò attorno e tese le orecchie.

"Non c'è da preoccuparsi, finché è uno solo...", dissi io, riacquistando la calma. "se pensasse di poterci sconfiggere ci avrebbe già attaccato..."

"Non ha paura di voi, ha paura del Vecchio, che probabilmente segue le nostre mosse dal castello che è a una cinquantina di chilometri dietro di noi, distanza risibile per un uomo coi suoi poteri..."

Il Vecchio. Il fondatore, non che capo, dell'Ordine dei sette, è all'apparenza un semplice vecchio con ciuffi di capelli bianchi che spuntano qua e là sul suo cranio liscio come la seta. Sarebbe alto due metri se non fosse costretto ad essere piegato dal peso degli anni e a reggersi ad un nodoso bastone. Una coltre di mistero aleggia attorno alla sua storia: nessuno sa quanti anni abbia, come in realtà si chiami e quali siano le sue capacità. La cosa che più mi stupì è che quella donna sembrava saperla lunga sul suo conto.

"Temo che si faranno avanti molto presto, superato il bosco, temo... ma per questa sera, almeno, non abbiamo di che preoccuparci."

E invece mi preoccupai.

Il fuoco si spense lentamente, soffocato da un vento gelido che, mi illudevo, era l'unica causa della mia insonnia. Ogni rumore notturno, il fruscio dei rami accarezzati dalla brezza, l'ululare lontano di qualche bestia, il silenzioso battito di qualche ala, mi faceva rabbrividire. Sapevo che da qualche parte, celato dal velo dell'oscurità, qualcuno mi stava osservando.

Il mattino dopo mi svegliò un grosso fiocco di neve che si adagiò sulla mia fronte. L'alba si intravedeva attraverso le nuvole, tinte di un particolare arancione. Nahvarre aveva raccolto qualche bacca e le stava mangiando, seduto su una piccola pietra. Quando si accorse che ero sveglio, mi lanciò una manciata di frutti, che mi affrettai a raccogliere da terra e a divorare.

"Dov'è lei?", domandai preoccupato, non appena realizzai che la donna era sparita.

"Aveva da fare le sue cose, le ho detto di non allontanarsi troppo..."

Partimmo pochi minuti dopo, avventurandoci in una selva aspra, caratterizzata da rovi e rami appuntiti. Il mantello era il nostro unico scudo contro la natura ed il gelo, eppure, la meno coperta di tutti, la nostra protetta, era quella che riportava meno tagli e sembrava soffrire meno il gelo. In poche ore mi chiesi più volte se quella donna avesse davvero bisogno di una scorta, visto che in qualunque occasione sapeva comportarsi meglio di me e del mio compagno: mi aveva aiutato ad uscire da un fosso in cui ero precipitato, sollevandomi con una forza che avrebbe fatto invidia a Nahvarre, che aveva aiutato a districarsi dall'abbraccio mortale di alcune piante carnivore che avevano la particolare propensione a vivere a base di una dieta umana.

Per due giorni il viaggio procedette senza troppi intoppi, se non quelli opposti dalla natura che aveva cosparso il suolo di un velo bianco e scivoloso, che celava pericoli e che si attaccava alla pelle rubando calore ed energie: la neve era ovunque. Vigeva sovrano un silenzio che si interrompeva solo quando ci consultavamo sulla strada più breve da intraprendere, anche in quelle circostanze la voce arcana della donna dai capelli rossi si dimostrava la più saggia.

Cominciavamo a sperare che i pericoli non si sarebbero presentati affatto, quando, appena usciti dalla selva l'aria si fece particolarmente elettrica ed un vento gelido urlò tetramente, mentre scendeva dalle montagne. La luna si alzava nel cielo ed il sole scompariva insanguinando la volta, in un crepuscolo da fare invidia al pennello di qualunque pittore. La voce che ci raggiunse era come se fosse stata cullata fino a noi da Eolo.

"Daccelo, non vogliamo altro..."

Ricordo che mi voltai di soprassalto e vidi solamente la grossa corteccia di un albero.

"Non vorrai addossarti sulle spalle il fardello della morte di due giovani ragazzi, vero?"

Poi lo vidi.

Avanzava verso di noi, nell'ombra, come se camminasse senza calpestare il suolo. Alle sue spalle, gli ultimi raggi di un sole infuocato impedivano di riconoscere i suoi lineamenti. Era più o meno della stessa stazza di Nahvarre, ed indossava un'ampia tunica di colore plumbeo che non aveva l'aria di un indumento in grado da proteggere dai denti dell'inverno. Era ad una quindicina di metri da noi quando tese la mano e qualcosa di molto simile ad un piccolo e vecchio libro schizzò fuori dalla veste della donna dai capelli rossi e si precipitò verso lo sconosciuto. Anche nel buio potei scorgere il sorriso inquietante dell'uomo davanti a noi quando con le dita sfiorò l'oggetto rubato alla nostra protetta. Non potrò nemmeno mai dimenticarmi come quelle labbra si contorsero e poi esplosero in un grido di rabbia, quando un uccello ghermì il libro e lo riconsegnò, intatto, nelle mani di Nahvarre.

"Non così in fretta...", disse.



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