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lavoro pubblicato lunedì 5 gennaio 2009
ultima lettura martedì 17 settembre 2019

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LA FAVOLA DELL'INNOCENTE

di Dunklenacht. Letto 629 volte. Dallo scaffale Fantasia

C'era una volta una giovane donna, che viveva nel Medioevo, in un paese del quale più non ricordo il nome. Abitava in una baracca fatiscente,...

C'era una volta una giovane donna, che viveva nel Medioevo, in un paese del quale più non ricordo il nome. Abitava in una baracca fatiscente, tutta di legno, con il tetto spiovente; davanti c'erano le torri tristi, nere come la pece, che finivano in punta, come per toccare il cielo grigio.

Dietro scorreva il fiume dei morti, il volgo lo chiamava così perché alcuni, nelle notti di luna piena, vi avevano visto galleggiare le teste dei defunti. Si diceva che, dopo il calar del sole, sopra quelle acque vagasse una barca misteriosa, guidata da un rematore nero, con un teschio al posto del volto, pronto a traghettare nel mondo dei morti chiunque si fosse trovato lungo una delle sponde.

La donna di cui vi narro portava il nome di Marillì, aveva un corpo venusto e lavorava dall'aurora al tramonto con la gerla sulle spalle, portando carbone da un capo all'altro del villaggio.

Le vecchie la deridevano, la schernivano, perché erano invidiose dell'avvenenza delle sue forme, del suo volto dolce, che emanava tenerezza e candore.

Qualcuno conosceva la sua relazione con il figlio di un calderaio. Ella soleva spogliarsi per lui, mostrarsi nuda ai suoi occhi accorti e bramosi, farsi menare i seni spogli da quel giovane senza paura. Ben presto, prese l'abitudine di farsi toccare in mezzo alle gambe dal suo amato, di farsi pizzicare, stuzzicare dalla sua lingua, di lamentarsi di piacere mentre lui la penetrava. Non avrebbero dovuto generare un figlio: entrambi avrebbero fatto attenzione, onde evitare il concepimento.

Marillì non aveva mai confidato a nessuno il nome del suo amato. Pensate che a volte si davano appuntamento vicino alle mura di un convento, dove crescevano i rododendri e le mimose.

- Ti bacerei dappertutto - diceva l'amato della bella. - Bacio le tue parole di fata, la tua anima innocente, le tue fantasie, profumate di sogni.

Forse, presto avrebbero avuto un figlio. Dopo essersi dati appuntamento vicino al convento dei benedettini, i due correvano nella notte, mano nella mano, sotto la luna e le stelle, narrandosi delle favole di felicità.

Si diceva che un mattino nebbioso Marillì avesse portato a casa il suo amante, nascosto nella sua gerla.

Un brutto giorno, dei cattivi presero a sparlare di lei e la accusarono di stregoneria. Scoppiarono delle zuffe, poi la presero, la fecero piangere e la portarono dall'Inquisitore, che era un prete cattivo. Prima che cominciassero le torture, Marillì puntò il dito contro i tre malvagi che l'avevano calunniata e gridò loro:

- Dopo che sarò morta, il mio spirito non vi darà pace! Quanto a te, pretonzolo crudele, ti giuro che infesterò le tue notti ed i tuoi sonni, rendendoli terribili! Mi impossesserò di te, della tua carcassa e di quel che resta della tua inutil vita! Lo giuro sulla testa del mio amato!

I perfidi la spogliarono, la legarono, la misero sulla ruota della tortura e la fecero girare, fino a trasformarla in un corpo insanguinato e urlante.

A Marillì fu negato il diritto di essere sepolta in terra consacrata. Quel che restava del suo tenero corpo fu gettato in pasto ai cani, ai porci e alle bestie selvatiche, come non si faceva nemmeno per i briganti. Ella invero non era colpevole di nulla.

Ma la maledizione s'avverò e lo spirito della morta prese a tormentare atrocemente i vivi a cui aveva promesso orrore.

L'Inquisitore cominciò ad essere torturato ogni volta che si coricava nel suo letto. Era come se mille fantasmi avessero preso l'abitudine di infestare i suoi sogni, di impedirgli il risveglio, di bastonarlo sotto le coperte, di ululare nei suoi orecchi.

I tre calunniatori subirono scherzi e disgrazie che nemmeno si possono narrare. Uno di essi finì incornato da un grosso bue, del quale, secondo il popolo, s'era impossessato lo spirito di Marillì.

Gli altri due furono sepolti vivi e morirono sottoterra, chiusi nelle loro bare, perché per loro fu inutile picchiare con i pugni e sbraitare chiusi nella tomba. Nessuno più, in paese, li vide giocare a carte o ubriacarsi.

Quando il popolo seppe tutto questo, molti rimpiansero l'innocente.



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