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lavoro pubblicato sabato 13 dicembre 2008
ultima lettura sabato 12 ottobre 2019

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Alexander - (16) È così che va il mondo

di aNoMore. Letto 1098 volte. Dallo scaffale Fantasia

Un altro pezzo nato per caso, sembra quasi che la storia voglia scriversi da sola seguendo i suoi ritmi. Era da un pezzo che non mi era così facile scrivere. Spero piaccia a chi mi segue, un saluto a tutti loro.

1

Tre secoli, molte cose possono cambiare in trecento anni.

In questo mondo, dal 1700 al 2000 nulla è più lo stesso, si è passati dai calessi alle automobili, dai calamai alle penne a sfera, dai fogli di carta ai computer, le persone sono cambiate, il modo di pensare è cambiato, un abitante del primo settecento probabilmente stenterebbe a credere che un abitante del 2000 sia umano.

Nel mondo di Alexander invece nulla era cambiato, incredibilmente trecento anni di storia non avevano condotto a nulla, vi erano state molte guerre, regni erano nati e regni erano scomparsi, ma nulla era davvero cambiato.

La magia sembrava trattenere il progresso dei popoli con il pugno di ferro, in quel periodo e da molto tempo a quella parte, tutto seguiva un rigido copione, dove i pochi detentori delle arti magiche avevano il controllo e quindi anche tutto l'interesse a mantenere le cose come stavano.

Magia era l'energia che aveva spinto quel mondo ad uno sviluppo eccezionalmente rapido, che aveva condotto un popolo primitivo a creare regni, a costruire ponti, dighe, roccaforti, città e molto altro ancora.

Poi come ogni forma di potere era degenerata, persone troppo avide l'avevano sfruttata nel modo più deplorevole, avevano creato catene invisibili per i popoli un tempo liberi e infine rimasero in pochi a combattersi per il predominio.

Regolata da contorte leggi, la magia poteva ogni cosa, dal plasmare la mente delle persone, al trattare con gli spiriti, all'invocare fiamme, al curare malati e feriti, era una scienza complessa che pochi riuscivano a controllare. Studiandola era possibile sperimentare e se si era abbastanza fortunati da non morire, si poteva giungere a scoperte che avrebbero concesso immensi poteri.

Potere: forse un'altra delle parole chiave dell'esistenza.

Ogni creatura senziente cerca maggiore potere, per i motivi più disperati, alcuni nobili, altri inenarrabili, ma la brama di potere è difficile da rinnegare e se poi vi é la possibilità di imbrogliare in un certo senso, di sfruttare un'energia che va oltre le regole a cui sono vincolati la maggior parte dei contendenti, allora il potere diventa un prurito che è impossibile ignorare.

Entro i confini del mondo conosciuto i territori si dividevano ormai in ben pochi regni, la esplosiva proliferazione di tribù si era trasformata in una guerra continua per il predominio, spinti dalla necessità di cibo, la fede, il semplice espansionismo.

Con i millenni quelle terre si erano nettamente divise in cinque grandi imperi, ognuno con le sue idee, le sue credenze, le sue divinità e i suoi desideri.

A sud vi erano le terre del sole, l'immenso impero di Zantian, in quanto ad estensione sicuramente non aveva eguali, ma la piaga del deserto, che ogni anno divorava terre coltivabili, lo rendeva il più instabile degli imperi, perennemente afflitto da guerre interne tra i suoi abitanti.

A ovest vi erano le terre di Shav'kun, il secondo impero per estensione, ma sicuramente il primo per potenza. Il suo saggio Ba, il messaggero degli Dei, uno dei tanti modi per definire un imperatore, aveva avuto l'argutezza di stringere un patto con i popoli Mezzosangue. Questi ultimi, erano degli uomini metà bestie, il cui passato era avvolto nel mistero, ma che vantavano gli stregoni-guerrieri più potenti del mondo conosciuto e sicuramente anche i più abili nel chiedere il favore degli spiriti.

A nord vi era l'impero di Resadia, governato dalla bellissima Dama: era credenza di quei luoghi che ogni regnante fosse la reincarnazione della precedente, quindi quando una bambina veniva scelta, il suo passato e il suo nome venivano cancellati. Da quel momento veniva chiamata sempre e solo Damajin, fino al giorno della sua incoronazione, quando veniva investita del suo ultimo nome: Dama.

Nessuno era mai stato abbastanza stupido da muovere guerra a Resadia, nelle sue terre l'istruzione era un obbligo, i cittadini erano sempre almeno degli apprendisti maghi e la loro fedeltà alla sovrana era considerato un esempio da citare nei libri.

A est vi era l'impero di Drimater, raramente si sentiva parlare di quelle terre, era un luogo divenuto da tempo inospitale, le sue genti nascevano, crescevano e morivano all'insegna della guerra.

Era uno degli imperi meno avvezzi all'uso della magia, infatti questa veniva studiata al solo scopo di potenziare al massimo la propria capacità di brandire un'arma e sopportare gli attacchi nemici.

Da oltre cinquecento anni Drimater era in guerra con Kratokor, l'ultimo degli imperi, il più piccolo ed il più antico di tutti. Nato all'ombra dei monti Obsator era un luogo praticamente inaccessibile agli altri tre imperi, le montagne gli formavano attorno una sorta di “C” che si apriva proprio sulle terre di Drimater.

Kratokor era la terra degli incubi, da lì uscivano mostri aberranti e continue storie di spargimenti di sangue, insane violenze, miseria e schiavitù. Ogni impero temeva quel piccolo regno, in particolare le attenzioni del suo assoluto signore: Lord Victor il Nero, conosciuto meglio tra i popoli come Lord Victor il Pazzo o Lord Victor il Negromante.

Né il nome di quel luogo, né quello del suo sovrano, venivano mai pronunciati ad alta voce, quasi portassero sventura.

Un tempo il lord era il sovrano di tutta Drimater, ma poi venne maledetto, cosa che si dice lo abbia portato alla pazzia e da lì la scelta dei suoi vassalli di formare un Concilio, fondare una loro nazione e combattere strenuamente per distruggere l'antico sovrano, cercando così la pace.

I sovrani di ogni impero, nonostante i differenti appellativi con cui usavano farsi chiamare, avevano sempre e solo un'unica qualità in comune: erano maghi di straordinaria potenza.

Ciò che si nascondeva oltre i confini del mondo conosciuto, era un mistero ai più. Vi erano stati eroi e condottieri che avevano varcato quella soglia, alcuni erano tornati, ma la stragrande maggioranza, non aveva più rimesso piede a casa.

“Lì vivono i draghi.” Dicevano i vecchi e non avevano neppure tutti i torti, giungeva voce che un drago in tempi recenti si fosse sul serio risvegliato, non era affare da poco, ma non rappresentava neppure un reale pericolo. La fuori vi erano entità dai poteri sconfinati, che avrebbero potuto piegare in duello ogni mago o stregone degli imperi, ma nessuno di loro sembrava interessato a invadere quelle terre, quei popoli avevano proliferato all'inverosimile e il numero poteva fare la differenza anche contro entità dalla potenza così straordinaria.

Questo era il mondo in cui era nato e cresciuto Alexander, un mondo in perenne tumulto, devastato dalle guerre, che anche dinanzi ad un segno di pace, aveva sempre trovato un buon motivo per combattere, uccidere e schiavizzare.

Ed ora quel vampiro era diretto al Mezzo Picco, il monte più alto della catena montuosa degli Obsator, che proteggeva Zantian dall'oscuro impero di Kratokor, le cui vicende tutti sperano di dimenticare.

Si dice che il Mezzo Picco avesse avuto un nome nell'antichità, ma tutti lo avevano dimenticato qualche secolo addietro, negli anni in cui fece tremare i cuori di tutti, spazzando via la sua punta aguzza e innevata in una tremenda esplosione che scagliò scuri frammenti per chilometri e chilometri.

Per giorni vomitò la sua bile rossa e densa, che bruciò ogni cosa, uccise migliaia di persone e rese morta e inospitale una zona che un tempo era florida e ricca di selvaggina.

Il vampiro era diretto in un deserto nero, spesso avvolto dai fumi tossici e, di tanto in tanto, attraversato da fiumi di lava che correva a riversarsi nel vicino Mare degli Spettri o sedimentava a valle, scoraggiando chiunque a costruire o a stabilirsi nei pressi di quel vulcano ancora attivo.

2

Era da più di tre secoli che Alexander camminava su quelle terre ed esclusi i primi vent'anni della sua vita, non aveva mai potuto ammirare il mondo se non alla luce della Luna.

Anche per lui, come per l'intero mondo in cui viveva, il tempo sembrava essersi fermato.

Era stato un giovane che aveva vissuto con pienezza la sua esistenza, aveva amato, si era stupito, ma prima di poter diventare un vero uomo, era morto.

Nonostante questo aveva continuato a camminare nel mondo dei vivi, con la mente spezzata dalla sua nuova condizione e dagli eventi che l'avevano immeditamente preceduta.

Alexander non si riprese mai più, come è facile intuire visse millenni, ma non ritrovò mai la vera sanità mentale. La sua vita si divideva tra buoni e cattivi momenti, ma la depressione era sempre dietro l'angolo.

Nei momenti buoni era riuscito anche a diventare un eroe pur essendo un mostruoso vampiro, ma in quelli cattivi, si rintanava in un angolo oscuro e desiderava solo che qualcuno lo trovasse per ucciderlo.

Una volta, forse il peggior momento di sempre, riuscì a convincersi che l'unica sua speranza era farla finita, uscire e farsi consumare dalle luci dell'alba.

Colpito dal primo raggio solare, quando sentì le sue carni sfrigolare, ogni muscolo contrassi d'istinto e la vista si fece nera, non ebbe la forza di continuare e accantonò quell'idea per sempre.

A memoria di quell'evento, portò una cicatrice sul braccio sinistro fino al giorno in cui non avvenne la strana mutazione, causata dal sangue di quell'essere che osava definirsi suo fratello.

Era stato un evento traumatizzante almeno quanto il diventare vampiro, il sangue di quella notte gli aveva incendiato ogni vena ed arteria, il dolore che aveva provato era del tutto simile a quello provocato dal sole, ma diramato in tutto il corpo, dal nucleo più interno fino alla pelle. Ad un certo punto credette di vedere le fiamme incendiargli i vestiti per autocombustione, ma non accadde.

Poi quell'appuntamento al Mezzo Picco, non era distante, in quanto vampiro poteva correre tutta la notte, ma non sapeva se accettare quell'invito. Aveva saggiato la potenza di quella creatura e non era sicuro di volersi gettare tra le sue braccia.

Partì ugualmente e nel giro di due settimane arrivò all'ultimo paese alle pendici dei monti Obsator e lì sostò attanagliato dai dubbi.

Aveva corso come non mai, sfruttando ogni briciolo di potere dato dalla sua natura aveva corso più veloce di un cavallo lanciato al galoppo. Si era fermato solo di rado per nutrirsi, ma poi aveva continuato correre, aveva rimandato ogni esitazione al momento in cui sarebbe stato abbastanza vicino per decidere se andare a caccia del misterioso “fratello” o tornare sui suoi passi.

Quello era stato un buon periodo in fin dei conti, la depressione era lontana, la necessità di spostarsi nascondendosi dalla luce del sole gli teneva occupata la mente, solo di tanto in tanto, mentre correva nei posti più deserti, quando non doveva guardarsi dai viventi, si concedeva qualche attimo per pensare.

L'idea di trovarsi nuovamente faccia a faccia con quel mostro lo impauriva e per quanto si imponesse di non pensare a quel fatto, perché era una riflessione rimandata a quando sarebbe stato alle pendici del Mezzo Picco, non riusciva a levarsela dalla testa.

Era un chiodo fisso e più ci pensava, più si avvicinava all'inevitabile conclusione che non avrebbe mai potuto ucciderlo, era troppo potente, non sapeva da dove provenisse quella convinzione, ma era così, non lo avrebbe battuto neppure impegnandosi per secoli e secoli a cercare sempre maggiore potere.

Gli occhi di quella bestia erano ben stampati nei suoi ricordi, aveva notato quel guizzo nel suo sguardo, che lì per lì non aveva riconosciuto, poi ripensandoci aveva capito che erano gli occhi di un sadico: uno sguardo da killer.

Si era rifugiato nella legnaia di una piccola fattoria, al buio, con il pesante odore di legna secca che gli saturava il naso, era una sensazione così densa, che sembrava depositarsi nelle narici cercando di chiuderle per sempre.

Lì stava pensando al perché aveva deciso di non continuare il suo viaggio.

Alla fine delle sue riflessioni, dopo una sosta di giorni alle pendici del vulcano, era giunto alla conclusione che dopo essere corso fino a lì, avrebbe girato sui tacchi e sarebbe tornato da dove era venuto, non voleva fare il gioco di quel folle.

3

Nell'ultimo paese alle pendici del Mezzo Picco era calata un'altra notte e per la prima volta dopo troppo tempo, Alexander sentiva musica levarsi nell'aria, doveva esserci festa in quel giorno che a lui sembrava tanto simile a tutti gli altri, sentiva gente urlare felice e un'allegra canzone si levava, allietando i pensieri del vampiro.

Erano cornamuse che suonavano con ritmo incalzante, noi avremmo detto che ricordava qualche ballata irlandese, ad Alexander invece tornarono alla mente i suoi anni a Zaradel, lì nessuno suonava cornamuse, ma alle feste comandate c'erano sempre musica, balli e allegria.

Ricordava una precisa scena della sua vita, seduto con gli occhi immersi in un focolare, sentiva il cuore battergli veloce, accanto a lui, a proteggergli un fianco dal pungente freddo dell'inverno, vi era il caldo corpo di Jasmine.

Si tenevano per mano e assieme contemplavano la bellezza della legna che ardeva circondati da gente festante, anche quello era stato un momento felice, la felicità di non far nulla e stare accanto alla propria amata, ascoltando il silenzio turbato solo da grida gioiose.

Venne colto dallo sconforto, non aveva idea di quanto tempo fosse passato per davvero, aveva smesso di contare i giorni e gli anni da moltissimo, ma sapeva per certo che tutte le persone a cui aveva voluto bene erano morte.

Di quei giorni di festa ricordava ogni cosa, anche l'intenso odore del maiale allo spiedo e del caldo vino spezziato con cannella, chiodi di garofano e scorza d'agrumi. Quei ricordi erano il marchio della sua gioventù, gli unici momenti davvero felici della sua esistenza.

Chissà se anche in quel paesino assieme alla musica di cornamuse, avevano quel misto di odori e la gente si riversava nelle strade abbracciandosi in auguri gioiosi e mangiava in compagnia, dimenticando per una notte i problemi della vita.

Alexander non riusciva a sentirlo, l'odore del legno secco e della segatura ne copriva ogni altro, avrebbe voluto uscire, ma era incerto, era un clandestino e se lo avessero scoperto sarebbe dovuto scappare ancora.

Disteso sopra una catasta di legna il vampiro perdeva i suo sguardo tra le travi del soffitto, osservava un piccolo ragno intento a tessere la sua appiccicosa dimora, lo aveva studiato per giorni e aveva ammirato la sua costanza. Quella ragnatela era una trappola mortale e molte volte aveva visto insetti, anche più grandi del ragno stesso, cadere nel tranello e venire immagazzinati come cibo, avvolti in bozzoli grigiastri.

Quella sera neppure il ragno riusciva a distrarre i pensieri di Alexander, come i topi venivano attirati dal magico suono del pifferaio, lui era attirato dalle allegre note della festa, voleva vedere la gente che si divertiva, guardare i focolari che probabilmente avevano acceso e sentire quegli odori che tanto gli mancavano.

Non avrebbe mangiato, no, toccare il cibo degli umani lo avrebbe reso rabbioso, la sua natura lo rendeva incapace di godere di un buon pasto e questo lo frustrava, non si spiegava perché potesse sentirne i sublimi odori meglio dei viventi e poi quando lo mangiava, tutto scemava, senza procurargli alcun piacere.

Nel momento più cupo della sua malinconia, sotto voce il vampiro cominciò a canticchiare una vecchia canzone, Jasmine diceva sempre che quando era infelice cantava, la musica le dava forza, risvegliava quella parte del suo cuore che la spingeva ad andare avanti.

«Questo mondo sembra strano e surreale

Perdo tempo senza te

La mia pelle è fredda e mi sento male

Vecchio e stanco la rabbia mi ribolle dentro

Vorrei tanto che tu aprissi gli occhi

Ho bisogno di specchiarmi nella tua anima...»

Sussurrava Alexander, ma la sua voce nei secoli si era fatta strana, profonda e gutturale, sicuramente la meno indicata per quella dolce melodia, di certo non lo aiutava a ricordare quella candida del suo unico amore, ma effettivamente sentiva qualcosa risollevarsi nel suo cuore. Nel suo freddo corpo cadaverico sentiva un leggero tepore diffondersi, un'illusione forse, ma piacevole, non voleva rovinarla pensandoci, quindi si lasciò semplicemente cullare dai ricordi.

4

«Avevamo detto che non valeva nascondersi nella case!» Il portone della legnaia si stava aprendo e la bianca voce di una bambina filtrava all'interno dell'oscuro rifugio.

Alexander smise di cantare ovviamente, ma se fosse stato vivo probabilmente avrebbe smesso anche di respirare e magari avrebbe chiesto al suo cuore di battere il più lentamente possibile o magari di non battere affatto.

Appiattito sulla catasta di legna, con alcuni ceppi che gli entravano dritti nei reni, non aveva possibilità di osservare i movimenti della fanciulla, doveva unicamente affidarsi al suo udito. Se fosse stato ancora umano non gli sarebbe stato possibile, ma grazie a quella natura, riusciva a tramutare i suoni in un'idea abbastanza precisa di quello che gli accadeva attorno.

La giovane intrusa aveva cominciato a gironzolare con pacata spensieratezza, il vampiro sentiva il suo cuoricino battere a ritmo altalenante, ogni volta che sgusciava in un angolo per vedere se vi era nascosto qualche amichetto, lo sentiva battere più velocemente e poi calmarsi nuovamente.

Emanava un odore particolare, quello tipico dei piccoli che per un vampiro era come un richiamo irresistibile, il loro sangue giovanissimo aveva un sapore sublime e più di una volta Alexander fu quasi pronto a scattare per divorarla, reprimendo sempre all'ultimo istante quell'atroce istinto.

I suoi passi leggeri risuonavano sulla terra battuta cosparsa di fieno, nel buio più totale il vampiro si chiedeva come la ragazzina sperasse di trovare i suoi amichetti, che comunque lì non erano.

Con estrema freddezza vagliò tutte le possibilità a sua disposizione, se non lo avesse scoperto tanto meglio, ma se fosse successo cosa avrebbe fatto?

Poteva fuggire, ucciderla o imprigionarla per qualche tempo, giusto gli attimi necessari a pensare quale delle due prime possibilità percorrere.

“Cos'é la tua esistenza vampiro,” pensò “un'eterna fuga da quelli che erano stati i tuoi simili?

Che tu li aiuti o li uccida a loro non importa, tu sei un mostro e come tale vai trattato, magari quella bambina non urlerà in preda al panico quando ti vedrà, ma pensi che non lo farebbe se sapesse chi sei?

Sono davvero patetico, da dieci giorni ormai ristagno in questo posto e ancora non ho saputo decidermi. Mi ha promesso di ridarmi la mia vita, ma probabilmente stava mentendo o chissà cos'altro avrà in mente.

Ucciderlo è escluso, troppo potente e se davvero è interessato a me, probabilmente mi ritroverà. Davvero sto pensando di gettarmi nella bocca del lupo?

Effettivamente più ci penso e più mi chiedo perché no, la peggiore ipotesi è venire ucciso e non è forse quello che cerco?

Se d'altro canto venissi riportato in vita, potrei ricominciare.

Mi piacerebbe ricominciare, la prima cosa che farei sarebbe un bagno. Consumerei almeno cinque pezzi di sapone e raschierei via questo odore di morte che mi porto dietro da troppo tempo.

Poi mi stabilirei in un villaggio come questo e coltiverei il mio piccolo campo, sarei felice di sentire la fatica e avere il sudore che mi corre lungo la fronte.

Basta con la guerra, basta con le uccisioni, potevo diventare un buon cavaliere, ora lo so, ma mi dispiace, se dovessi tornare in vita non avrei più il coraggio di uccidere nessuno.

E magari cercherei una moglie, forse mi aiuterebbe a levarmi dal cuore Jasmine, lei è morta, magari è vissuta anche felicemente. Sicuramente con il passare degli anni mi avrà dimenticato e si sarà costruita una bellissima vita con qualche altro uomo.

Chissà se ha avuto bambini, ne parlava sempre, dubito che abbia rinunciato a questo suo sogno, aveva davvero molto affetto da donare.

Devo correre a ovest quindi, verso il Mezzo Picco e sperare che vi sia una grotta in cui rifugiarsi, altrimenti l'alba mi distruggerà.

Sarebbe comunque un buon pareggio dei conti, un buon epilogo.

Correndo con tutte le mie forze potrei essere lì prima del sorgere del sole, basterebbe muoversi ora, senza perdere altro tempo.

Dubito che un essere del genere mi abbia chiamato a sé per regalarmi degli attimi di pace, ma voglio sperarci, voglio sperare che almeno per un momento potrò vivere quietamente.

Oppure che mi uccida.

Se tutto dovesse andare male, spero solo che mi voglia uccidere, sono stufo di tutto, non sono nato per vivere nell'oscurità, eppure ora è tutto quello che ho.”

La bambina guardò dietro un altro angolo, un legno traditore si mosse sotto il peso del vampiro, non lo aveva fatto fino a quel momento, poi aveva scelto l'attimo peggiore per assestarsi. Era proprio il destino che remava in una sola direzione.

“Quindi il caso alla fine ha scelto per me, devo andare e se proprio devo correre ancora una notte, che sia verso una fine, tragica magari, ma che ponga fine a tutto questo.”

Con un movimento simile ad un leggero soffio, Alxander abbandonò la catasta di legna, quando la bambina alzò lo sguardo, il portone stava leggermente aprendosi, come mosso da un alito di vento. La bambina rabbrividì, era convinta di aver sentito qualcuno lì dentro, ma sembrava non esserci nessuno, quel posto era davvero buio ed inquietante, si sentì sollevata ad uscirne chiudendo l'ingresso.

Ancora per qualche minuto la fanciulla ebbe la netta impressione di essere osservata, si guardò attorno, ma non notò nessuno, così tornò a cercare gli altri suoi amichetti in centro al paese.

Appollaiato sul tetto della legnaia il vampiro attese che la bambina si allontanasse, poi saltò di sotto atterrando sul suolo indurito dal gelo e dalla secca di quel periodo.

Non resistette all'idea di allungare lo sguardo verso il centro del paesino, la gente era per strada, molti ballavano, altri battevano il ritmo con le mani, un corpulento uomo serviva pane e porchetta, vi erano dei piccoli focolari accesi per le strade, i bambini sgusciavano da ogni angolo correndo e schivando all'ultimo secondo i pericolosi bracieri.

L'aria era ricca di musica e di odori. Funghi spezziati, patate arrosto, carne alla brace, vi era anche la dolce fragranza della confettura di mele e arance e di torte appena sfornate.

“Mi sarebbe piaciuto essere tra di loro, ma ormai ho fatto la mia scelta, non posso attardarmi oltre. Spero solo, che un giorno, anche lontano, potrò nuovamente essere tra quelle persone che cantano e ballano e si divertono.

Vorrei essere felice ancora una volta, ma senza sentire l'odore del sangue che mi circonda, non voglio più essere considerato un eroe solo perché so ammazzare la gente.

Sono stanco.”

Una bambina che stava giocando a nascondino si fermò per un attimo a osservare un uomo, era fermo nei pressi della legnaia, si sorprese di non averlo visto qualche attimo prima, quando era stata proprio dentro al piccolo capanno per cercare i suoi amici pensando che volessero barare.

Non capì perché, ma quella bambina provò una grandissima tristezza, avrebbe voluto invitarlo a festeggiare, non era giusto che in quella notte di giubilo lui fosse triste come sembrava.

Quando si decise a correre a chiamarlo, lui era già scomparso, era corso via, più veloce del vento, la sia figura si stava perdendo all'orizzonte.

Alla bambina dispiacque molto.



Commenti

pubblicato il 26/12/2008 22.25.04
Muse90, ha scritto: Ciao aNoMore, molto piacere, ti scrivo queste righe perchè sono stato menzionato nel tuo ultimo commento (sono quello che ha parlato di Twilight). Io non sono nè un fan del libro nè del film, la mia citazione aveva lo scopo di spiegare come, che ci piaccia o meno, la figura del vampiro in questi tempi venga utilizzata in maniera piuttosto disinvolta (Twilight). Quindi, per raccontare una buona storia sui "non-morti" bisogna partire da uno spunto innovativo, rimanendo comunque fedeli alla tradizione della letteratura di genere. Io ho provato a scrivere un racconto che chiamava in causa i nostri dibattuti vampiri, spero con risultati almeno decenti. In conclusione, sono assolutamente d'accordo con te nell'affermare che accostare Twilight alle leggende sui vampiri è come paragonare Gabriel Garko a Jack Nicholson. La prossima volta starò più attento... Ps: Se ti va lascia qualche commento ai miei lavori :-) Grazie per l'attenzione...

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