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lavoro pubblicato venerdì 12 dicembre 2008
ultima lettura lunedì 2 dicembre 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - XLV LA TORRE DELL'OROLOGIO

di Dunklenacht. Letto 1185 volte. Dallo scaffale Viaggi

Africa Coloniale Tedesca, 18 gennaio 1918. Ricordo che uno dei barboni del porto mi corteggiò per tutta la notte, dal calar del sole al sorger...

Africa Coloniale Tedesca, 18 gennaio 1918.

Ricordo che uno dei barboni del porto mi corteggiò per tutta la notte, dal calar del sole al sorgere dell'aurora. Ci incontrammo per caso, dinanzi alla capitaneria di porto, fu là che egli mi baciò la bianca mano per la prima volta, prima di cominciare ad incantarmi con le sue chiacchiere appassionate. Oh, come mi parlava! Mi narrava delle storie di sirene, dalle code d'argento, che abitavano in quelle acque portuali. Erano le sorelle dell'inverno, avevano dei volti che rilucevano d'Amburgo, brillavano quanto le sue navi e i suoi tetti, imbiancati di sogno.

- Signorina, vi amo! - mi ripeteva il barbone. - Sono innamorato di voi, delle vostre belle mani, dei vostri begli occhi! Permettetemi di parlarvi e di narrarvi il mio amore!

- Il vostro... - ebbi modo di rispondergli, portandomi una mano sul petto. - Ma noi non ci conosciamo! Come fate a parlarmi così?

- Io parlo all'amica dei miei sguardi... Vi ho già vista, in sogno, sapete? Era scritto nel libro del destino che dovevamo incontrarci, corteggiarci e...

- Non avete il coraggio di finire la frase, eh? Siete un caro ragazzo, anche se avete la barba lunga.

E gliela accarezzai, teneramente, come se veramente fossimo stati amici.

- Chissà quante cose avete da dirmi, da raccontarmi! - gli dissi in un orecchio. - Fatelo ora, ve ne prego! Muoio dalla voglia di ascoltarvi, qui, sotto le luci vaghe del porto, se avrete freddo vi scalderò io, sarò il vostro mantello, la vostra buona mamma... Guardate, le navi e i marinai passano per noi! Per noi e solo per noi... Ma sì, vi bacerò, se lo vorrete! Vi bacerò sulla bella barba, per sempre! Sarete il mio capitano, il mio ufficiale!

- Sono un barbone del porto, è vero, mademoiselle. Ma accenderò la mia lanterna per voi, per veder brillare i vostri begli occhi!

- Siete così premuroso e lusinghiero, che... Oh! Mi commuovete. Le vostre parole sono talmente toccanti! Questo vale sia per quelle che ho udito ora, sia per quelle che già udii.

- Vi amo, signorina... Siete tanto bella!

Il buon barbone delirava, sì... In quegli istanti, gli accarezzavo il mento con il mignolo, facendogli il solletico, mentre un marinaio ormeggiava la sua barca a motore ad una bitta vicina, ricoperta di neve, la stessa che come un velo ricopriva le tavole di legno di quel molo. Sotto le luci del porto, sembrava turchina e quasi brillava.

- Voi siete un fantasma! - sussurrai al caro barbone. - Uno spirito amoroso...

- Non fatemi arrossire, anche se non si vedrebbe, a causa della mia barba.

- Venite qui, scaldatevi tra le mie braccia!

- Siete così buona!

Fu allora che abbracciai il buon barbone, per fargli dimenticare il suo pessimismo. Oh, pensate che mi aveva detto che la vita non è altro se non l'attesa triste della fine! Un'attesa vissuta nella penombra o nella nebbia, fatta di silenzio, di lacrime che scorrono sulle guance e di nient'altro.

- Ascoltate! E' il rumore dell'acqua, che carezza le barche! - gli dissi. - E' un sussurro, generato per noi dalle nuvole grigie del cielo, che toccano il mare. Guardatele, lassù! Scintillavano forte durante il giorno, poi si sono addormentate, coccolate dal vento notturno! Oh, le nubi! Erano ferro fuso, negli istanti dei fulgori supremi, allorché accompagnavano il sonno del giorno! E ora... Ah! Sento che non dormiremo, stanotte e, se lo faremo... Ma dove mi state portando? Dove? Avete preso la mia mano e ora corriamo insieme verso...

Mi interruppi, sospirando. Passammo il resto della notte in un fabbricato dimenticato, dove c'era una caldaia e solevano radunarsi anche degli altri barboni. Vi erano, a dire il vero, pure delle stoviglie di rame e una stufa vecchia, a carbone, che accendemmo. La usavano nell'Ottocento, era tutta di ferro, bruna. Vidi anche un mucchio di cemento, che forse usavano i muratori. In un angolo avevano ammonticchiato tutto il carbone e c'era una pala, per caricarlo nella stufa. Si raccontava che, di tanto in tanto, arrivassero i gendarmi e bastonassero i barboni, non so bene per quale ragione. In quelle occasioni, scoppiava una zuffa, nella quale i soldati avevano sempre la meglio.

Durante il sonno, quasi inavvertitamente, abbracciai il barbone, che mi bagnò la spalla con qualcuna delle sue lacrime.

L'indomani, fu lui a condurmi al luogo dell'appuntamento.

- Conoscete la torre dell'orologio, in *** Strasse? - gli chiesi.

- Sì, signorina, per servirvi - mi rispose.

- Allora, prendetemi per mano e conducetemi colà! Corriamo!

Egli mi obbedì, come se fosse stato il servo del mio cuore.

L'edificio del quale vi ho accennato era una torricella solitaria, che spuntava tra le fronde spoglie degli alberi, figli dell'inverno. Al suo sommo avevano costruito un orologio, dalle ore scritte in numeri romani, dalle lancette ornate d'oro. A fianco di ciascun numero era raffigurato uno dei più popolari personaggi della mitologia germanica.

La torricella era dipinta di bianco, un fabbricato vetusto le stava innanzi. Avevano dipinto due stelle scarlatte sopra la soglia. Erano un simbolo di passione. L'uscio era sempre aperto, l'avevano verniciato di verde ed aveva un battente dorato, che pareva fatto apposta per essere stretto tra le mani. Si trattava di un luogo noto per essere teatro di bollenti incontri amorosi.

- Lo so, mi accompagnereste ovunque - dissi al barbone. - Ma qui è bene che non entriate. Mi congederò da voi baciandovi sulla bella fronte!

Pensai ardentemente che Friedrich mi stesse attendendo oltre quel portone.

A destra e a manca, c'erano delle fascine ammonticchiate, alle quali avrebbero dato fuoco la notte ventura.

Un'upupa si era posata sul ramo più lungo di uno degli alberi circostanti e spandeva tutt'intorno il suo verso cupo e misterioso, che assomigliava ad una melodia, ma non lo era. Il popolo raccontava che in quei luoghi nebbiosi si aggirasse una sorta di fata, che aveva l'abitudine di trasformare in uccelli silvestri le donne che avevano perduto la giovinezza, per poi mutare se stessa in fonte. Infatti, in quei paraggi v'era una fontana, dalle acque allora in parte gelate. Non gorgogliava e sembrava incantata.



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