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lavoro pubblicato giovedì 11 dicembre 2008
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - XLIV I BARBONI DEL PORTO

di Dunklenacht. Letto 1034 volte. Dallo scaffale Viaggi

Africa Coloniale Tedesca, 16 gennaio 1918. La pioggia aveva le dita lunghe, sottili, dolci, come quelle di una giovane donna, che suonava il violonce...

Africa Coloniale Tedesca, 16 gennaio 1918.

La pioggia aveva le dita lunghe, sottili, dolci, come quelle di una giovane donna, che suonava il violoncello. La pioggia sapeva di profumo e di freddo, bagnava i tetti più aguzzi di Amburgo, scrosciava e mormorava in me, nei miei pensieri, dove nuvole di fumo mal celavano figure di giovani donne e giovani uomini, intenti ad amoreggiare nelle posizioni più lievi che la mente possa immaginare. A volte, quell'acqua celeste si mutava in neve e tutto diventava un paradiso bianco.

Fu sotto gli alberi maestosi e spogli di uno degli antri più remoti della città che ebbi modo di ricongiungermi al mio Friedrich. Gli concessi quest'opportunità con un bacio, un sospiro, un anelito, farfugliato a fior di labbra, sotto quei rami ricoperti di neve lieve,

su di una panchina di legno. Dinanzi a noi si estendeva il porto lontano, costellato di luci vaghe, che si accendevano, si spegnevano, brillavano, languivano dolcemente, malinconicamente, accompagnavano i pensieri e i desideri, nonché le navi amiche del mare e della Scandinavia.

Quanti suoni! Quante voci! Quanti echi mormoravano intorno a noi! C'era sempre una foschia densa, confusa, che ci avvolgeva; in essa discernevo gli spiriti dei vichinghi, che volavano forte, tanto forte, in quell'etere meraviglioso, folle, onirico.

Vidi molti cavalli, dalle criniere lunghe: galoppavano, galoppavano, su prati di smeraldo. Poi, mi apparvero i rimorchiatori grandi, quelli che il popolo avrebbe visto navigare nelle acque del porto di lì a cento anni. Oh, erano talmente tanti! Si accendevano pure dei lampioni, qualcuno voleva rapire la mia anima, forse, era la morte. Non sapevo chi fosse...

- I miei baci ti danno appuntamento nella torre dell'orologio, sotto i faggi del silenzio, nell'ora del tramonto, lungo la via del desiderio - mormorai al mio amato.

Poi, gli diedi l'indirizzo esatto del luogo in cui desideravo incontrarlo.

- Vieni solo, sarò tua e soltanto tua - gli promisi.

- Sei così buona e cara - si lasciò sfuggire lui.

- Grazie... Sei troppo gentile, amabile!

E così, in quell'oblio di luci e di paesaggi portuali, di ombre, lampioni e fantasmi, prendevo amorevolmente la sua testa tra le mani, accarezzavo i suoi capelli, per poi baciarlo fatalmente, come se tra noi vi fosse stato un legame di sangue e di carne.

Lampi di luce vaga illuminarono il mio volto, il suo volto, poi, più niente, per sempre.

Era come se il nostro affetto ci tuffasse in quelle acque tranquille, eppur così fredde, tanto, tanto fredde, quanto gli inverni trascorsi lontano da ogni sentimento amoroso. Un brivido ci riscosse all'improvviso dal nostro sogno d'amore, il nostro dream of love.

- Tuffiamoci insieme in queste acque, Friedrich - gli dissi. -Tuffiamoci nelle acque del porto, dissolviamoci come fantasmi in queste nebbie, afferra la mia mano, facciamolo...

La vita era dolore e sofferenza, ma, per qualcuno, anche amore e piacere. Così gli sussurravo, gli deliravo, gli vaneggiavo, mentre due lacrime di passione mi uscivano dagli occhi e mi inondavano le guance.

- Onora il mio appuntamento - gli chiesi, ardentemente. - Non mancare... Fallo per me!

Le facciate delle fabbriche lontane ci apparvero bianche e sfocate, il cielo era rosso quanto il ferro incandescente, appena uscito dalla fucina. Uno dopo l'altro, gli operai dalle tute grigie entravano e uscivano da quei padiglioni, dalle ciminiere fumanti, in muratura, protese verso il cielo. Ci si dava il cambio, in una giostra senza fine, al pari di quanto poteva avvenire in un formicaio.

- Friedrich, amore caro - gli dissi. - Ho tanta paura del destino, stringimi a te, fammi coraggio! Sento che sto tremando... La vita mi abbandonerebbe, se non avessi te!

Perdetti i sensi, le sue braccia non mi sostennero e caddi languidamente sull'erba fredda. Pensai che un angelo del porto sarebbe venuto a soccorrermi. Dalle mie labbra semiaperte, scarlatte e profumate fuggivano queste parole:

- Angeli del porto, angeli del mare! Venite a risvegliarmi con i baci e le carezze ardenti! Ve ne prego, o i miei occhi moriranno di pianto e di malinconia!

E gli angeli del porto vennero, vennero, sì, vennero... Avevano le ali bianche, volavano sopra le navi, fra le nebbie, nel mistero delle darsene deserte, nella tristezza dei moli e delle barche ormeggiate, che sembravano abbandonate.

Alcuni di loro mi presero tra le loro braccia, per poi baciarmi e coccolarmi, consolarmi, confortarmi. Era come se volassi sui flutti con loro, in mezzo alle navi.

Dovete sapere che c'erano anche i barboni del porto. Avevano delle barbe ispide, lunghe, incolte, erano vestiti come dei vagabondi, con delle camicie sgualcite, dei cappotti logori e strappati, degli stivali neri, sfondati. Parlavano in un tedesco arcaico o da bassifondi. Dormivano sotto le tettoie, vicino alle caldaie, a volte raggomitolati come bestie, nelle stanze abbandonate, ingombre di vapore e di echi di macchine, di voci confuse, di navi.

Nessuno sapeva perché vivessero così. Alcuni erano fuggiti da casa, altri erano rimasti senza lavoro, altri ancora non avevano amici, all'infuori dei fantasmi del porto. Talvolta, li vedevate litigare tra loro. Allora, si abbracciavano, si davano dei pugni o degli schiaffi e schiamazzavano forte. Durante la notte, taluni vagavano come ombre nei pressi della capitaneria o della taverna grande, sotto i lampioni dalle luci offuscate, che illuminavano le loro guance solcate da profonde cicatrici.

Alcuni chiedevano l'elemosina. Di tanto in tanto, qualcuno si uccideva, tuffandosi nelle acque di quei paesaggi portuali, piene di schiuma e malinconia. Lo ritrovavano al mattino, mentre galleggiava vagamente, infelicemente, rapito dalla corrente. Forse, però, non accadeva, non succedeva questo, mi dicevo. E' così triste privarsi della vita! E' il gesto più brutto che possa esistere.

Tra barboni, era facile che scoppiassero delle risse. Ma preferisco non narrarne. Mi dicevo che, quando qualcuno finiva in acqua, gli angeli del porto lo soccorrevano sempre, sempre, sempre... Oh!

Mentre ripenso a tutte queste cose, è come se una musica di pianoforte mi addormentasse. Vedo i tasti bianchi e neri, le note che si sprigionano dal nulla, volano più leggere del vento, verso l'immenso.

I barboni solevano errare nei paraggi del porto con delle lanterne accese in mano, che emanavano una luce vaga, la quale sembrava fatta soltanto per illuminare il niente. Io ero sempre tutta fremente.



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