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lavoro pubblicato mercoledì 10 dicembre 2008
ultima lettura venerdì 15 novembre 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - XLIII LA CAPITANERIA DI PORTO

di Dunklenacht. Letto 1055 volte. Dallo scaffale Viaggi

Africa Coloniale Tedesca, 15 gennaio 1918. Una voce imperiosa mi risvegliò dai miei sogni malinconici, all'improvviso e come se tutto fosse acc...

Africa Coloniale Tedesca, 15 gennaio 1918.

Una voce imperiosa mi risvegliò dai miei sogni malinconici, all'improvviso e come se tutto fosse accaduto per caso.

- Signorina, siete sveglia o state dormendo?

Qualcuno mi strinse tra le sue braccia e mi piegò all'indietro, lasciando che i miei morbidi capelli scivolassero lungo la mia schiena, come a cascata.

- Ti stavo sognando, Friedrich - gli dissi, con voce melata, carezzandogli le guance fatate. - E tu se qui con me, ora, come per incanto!

Egli non si stancava mai di stringere forte la mano della sua Mirabelle, sembrava che avesse voluto possederla.

- Tu sei mia, mia e soltanto mia - mi ripeteva, ardentemente, mentre passava la sua mano morbida sulla mia chioma, che brillava sotto il sole d'inverno. - Sono il tuo padrone, ricordatelo!

- Se lo sei, dimostramelo! - gli dissi, sorridendo, quasi avessi voluto sfidarlo.

Allora mi prese e mi costrinse a correre con lui, lungo il molo, verso la capitaneria di porto.

In quei paraggi, c'era un vecchio fabbricato, che sembrava abbandonato. Si trattava di un edificio dipinto di verde, fatiscente, pieno di casse di legno, contenenti merci provenienti dall'Oriente o, forse, dall'India. Ad una delle pareti era appoggiato un forcone. C'erano anche dei badili, vecchi, il cui uso ci era sconosciuto.

- Ti possiederò qui, ora - mi disse il mio amato, stringendomi la vita. - Sei la donna dei miei sogni, la mia serva, il mio destino! Ti possiederò e sarai mia...

Mi cinse la vita anche con l'altro braccio, mentre gli posavo le mani sul petto, sulle guance un po' irsute, sui capelli virili, sui fianchi.

L'uscio era di legno, attraverso quella soglia si scorgeva il vecchio edificio della capitaneria di porto, dalle imposte verdi e spalancate, dal tetto tutto ricoperto di neve lieve, fresca e tanto tenera sotto gli sguardi. Una bandiera sventolava sopra la porta d'ingresso, sventolava forte, forte, nella brezza marina.

Entrambi sapevamo che non sarebbe passato nessuno.

- Baciami, baciami ardentemente sulla bocca - chiesi al mio Friedrich, sospirando. - Tocca le mie labbra con le tue dita morbide, con il tuo desiderio... Accendile di passione! Se vorrai, partiremo insieme... Partiremo insieme e andremo dove tu vorrai!

- Lo deciderò io! La decisione sarà mia.

Era diventato lui il vero padrone delle labbra di Mirabelle, dei suoi sguardi, delle sue guance morbide, delle sue mammelle turgide, sode, tanto piacevoli al tatto, che... Oh!

- La mia bocca rossa, ebbra d'affetto, ti appartiene - gli mormorai, languidamente. - I miei occhi, che scintillano come stelle di felicità, ti appartengono... Non c'è nulla di me, che non sia tuo.

- E' vero, è così... - mi fece eco lui.

Dal camino della capitaneria di porto si innalzava il fumo grigio, lo vedevamo salire verso il cielo, mentre i sensi e l'affetto ci vincevano, ci rapivano.

- Socchiudi l'uscio - gli chiesi, giungendo le mani verso il mio padrone amoroso.

- Non sarà necessario, ci penserà il vento...

E così fu. Mi accorsi di come, a poco a poco, la porta girasse sui suoi cardini e si chiudesse, grazie ad un'improvvisa, magica folata di vento.

Durante il nostro incontro amoroso, l'uscio si riaprì e si richiuse più volte, più volte, sì... Di tanto in tanto, una folata gelida, che sapeva di mare, sfiorava la nostra pelle, inebriata di mistero.

Friedrich volle la sua bella completamente nuda, le ordinò di stare sotto, di piegare le belle gambe, di posargli i piedi sul torace irsuto, spinse forte nella sua vagina e... Immaginate il resto.

Il suono cupo di una fisarmonica era con noi, volava intorno a noi, avvolgeva noi e i nostri corpi, come una stregoneria di passione. Assomigliava molto a quello che avevamo udito una notte, forse era lo stesso. Non rammento...

L'uscio sbatteva e cigolava sempre, la bandiera della capitaneria di porto volava nel vento del Nord, un bastimento salpava alla volta delle Indie, io non sapevo, non sapevo dove fossi, cosa facessi, cosa pensassi.

- Chi siete? Che cosa state facendo? - ebbi la sensazione di sentirmi dire, all'improvviso. - Guardateli! Guardateli! Stanno amoreggiando nella fabbrica vecchia... Non si fa così! Cacciateli via!

Ma la mia era un'illusione, soltanto un'illusione e nient'altro. Avevo persino creduto di vedere tre o quattro marinai, dalle divise a righe bianche e blu, affollarsi dinanzi all'uscio. Facevano il saluto militare... Vaghezze!

- Amoreggiamo ancora - chiesi al mio padrone, guardandolo con due occhi pieni d'affetto. - Amoreggiamo per sempre! Vuoi incatenarmi? Fallo! Ti amo tanto.

E lo ammiravo, lo contemplavo, proprio come un cagnolino poteva ammirare il suo padrone.

Egli mi legò, mi leccò, mi succhiò, mi fece morire di piacere, più e più volte.

- Partiremo insieme, Friedrich - gli ripetei, alla fine. - Partiremo per il paradiso!

Ma il paradiso ci era accanto, il paradiso era quegli istanti, il paradiso era quei baci d'affetto e volava languidamente nel vento.

- Guarda la bandiera, come vola - mormorai, socchiudendo le labbra. - E' il simbolo della patria e... Fammi sognare ancora!

A quel punto, il delirio mi vinse e presi a impazzire di follia e di felicità, gettando le braccia al collo del mio amato per l'ennesima volta.

Mi sembrava di udire le voci dei marinai, che narravano di balene bianche, di iceberg, di avventure di mare, di velieri, di fate che abitavano nei boschi di betulle, che crescevano lungo le spiagge della Scandinavia.

- Pensa che ti avevo scritto due lettere, per inviartele con un piccione viaggiatore - gli dissi.

- Le ho già lette, nei miei pensieri - mi rispose.

Poi, egli vide la sua Mirabelle socchiudere i suoi occhi, ubriaca d'amore e di speranze.

- Ti bacerò ancora - mi sentii dire. - Ti bacerà il vento, ti baceranno finché non sarai sazia, ubriaca d'affetto.

- Dimmelo ancora, sì... Dimmelo ancora - mormorai, nel sonno.



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