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lavoro pubblicato lunedì 8 dicembre 2008
ultima lettura giovedì 2 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Fair Ardagh

di matteo. Letto 723 volte. Dallo scaffale Fantasia

Dall'alto della sua scomoda posizione, Fair osservò con disgusto quel branco di orribili gnometti radunarsi sotto di lui e guatarlo con occhi maligni. Come diavolo era finito appeso a quel trespolo, legato come un salame a mo' di premio per quel...

Dall'alto della sua scomoda posizione, Fair osservò con disgusto quel branco di orribili gnometti radunarsi sotto di lui e guatarlo con occhi maligni. Come diavolo era finito appeso a quel trespolo, legato come un salame a mo' di premio per quell'orrida masnada di esserini rinsecchiti? Col sole nascente negli occhi e un ematoma dolorante alla testa, tentò di dissipare le nebbie dei ricordi, al momento ancora piuttosto fitte e andò indietro nel tempo, in una gelida serata senza stelle, di fronte ad un cadente edificio da cui sventolava, cigolando, un'insegna ormai sbiadita...

***

Entrando nella locanda a Fair vennero in mente due cose, vale a dire che per un elfo bello ed affascinante come lui quel posto era veramente degradante e secondo che era un eroe e come tale poteva fare più o meno ciò che voleva. Quindi anche andarsene. Purtroppo aveva ormai accettato il denaro e ora non poteva più tirarsi indietro. Insomma, anche lui conservava un minimo di etica, quel tanto che bastava a classificarlo nella categoria dei "buoni", ammesso che tale categoria potesse effettivamente esistere. Per l'ennesima volta, i cattivi erano il suo bersaglio. D'altronde, non si è mai visto un buono che va a caccia di altri buoni, no?

Tucas Peak era un minuscolo villaggio di boscaioli, composto di uno scarno emporio, una stamberga che il proprietario spacciava per una locanda ed alcune decine di capanne. Ah, già, c'era anche il bordello. Una cosa che non finiva mai di stupirlo era che, in qualsiasi luogo si andasse, anche il più desolato e solitario, poteva mancare tutto, ma il bordello proprio no.

Comunque, Tucas Peak era l'ultimo avanzo di civiltà in quei boschi solitari e selvaggi e poi iniziava la barbarie, anche se definire civili quei rozzi e barbuti boscaioli era un'affermazione decisamente opinabile. In effetti c'era una certa differenza con gli orchi delle montagne, se non altro perché i boscaioli di Tucas Peak una o due volte all'anno si lavavano, ma le differenze, almeno per quel che ci capiva Fair, finivano qui.

Gli pareva abbastanza chiaro di essere capitato nel periodo di astinenza dai lavaggi, perché l'aria della stamberga era ammorbata da un odore intenso e pungente di fumo, sudore, alito cattivo, alcool e non si capiva bene quali altre schifezze, ma per la propria tranquillità interiore Fair decise di non porsi altre domande e di fare buon viso a cattivo gioco.

In realtà scoprì che tale atteggiamento risultava più semplice a parole che di fatto, per l'evidente ostilità che gli abitanti del luogo gli manifestavano pienamente. Va bene che gli elfi non sono mai stati troppo graditi e guardati sempre un po' con sospetto, ma quando uno degli avventori, grosso e lurido, con la mano sulla guaina del pugnale lo aveva apostrofato con tono sprezzante, chiedendogli se gli elfi erano stati vomitati dalle fiamme dell'inferno, Fair aveva capito di non essere esattamente il benvenuto. A quel punto la reazione più istintiva sarebbe stata quella di sfoderare Maklaad e staccare la testa a quel buzzurro, tanto per insegnargli le buone maniere, ma poi si sarebbe trovato tutti contro e avrebbe dovuto fare una carneficina. E se uccideva tutti, a chi le chiedeva le informazioni che gli servivano?

Quindi, molto diplomaticamente, ignorò il troglodita e si avvicinò al bancone.

"Vorrei una stanza. - disse, rivolgendosi al locandiere.

Quello lo squadrò con un'occhiata di aperta ostilità che sembrava una dichiarazione di guerra e con voce gutturale rispose:

"Non abbiamo più stanze libere."

Tradotto, torna a casa, qui non ti vogliamo. Era un messaggio molto chiaro, come era chiaro che in quella bettola non potevano esserci stanze occupate, perché non arrivavano visitatori a Tucas Peak, né commercianti, né giocatori di poker, né soldati di ventura e nemmeno ladri e briganti, i quali preferivano rischiare di essere catturati in un luogo civilizzato piuttosto che rischiare la vita in quel posto dimenticato da tutti gli Dei, nessuno escluso.

Purtroppo Fair era costretto a rimanerci, almeno per quella notte, quindi pensò fosse giunto il momento di sfoderare le sue magnifiche arti di persuasione. Mise la mano sotto il mantello ed estrasse con un gesto sapiente e studiato la saccoccia.

"Scommetto che riesci a liberamene una. - replicò e la saccoccia tintinnò, come per confermare le intenzioni dell'elfo.

Il locandiere deglutì a quel suono argentino ed in quel momento il suo animo fu probabilmente dilaniato fra l'atteggiamento di aperta ostilità e la brama di denaro. Inutile dire chi vinse.

Quella notte Fair poté dormire su una branda della rinomata "Locanda al Cinghiale Nero". A dire il vero non riposò più di tanto, perché il letto era vecchio e scomodo ed il pavimento pericolante cigolava ogni volta che gli scarafaggi lo attraversavano tutto. Se non altro, questo gli permise di sentire i passi pesanti di numerosi individui che si apprestavano alla sua porta. Quando la porta si aprì cigolando e sull'uscio comparvero tre inquietanti figure armate di mannaia, Fair pensò che sbandierare i suoi averi non era stata proprio l'idea più geniale del mondo, quindi con uno sbuffo estrasse Maklaad e macellò senza fatica i tre poveri imbecilli. Ritornò a letto piuttosto scocciato e non riuscì a chiudere occhio per il nervoso.

La mattina seguente l'oste non disse una parola quando si ritrovò a recuperare i cadaveri maciullati dei boscaioli, ma il suo volto improvvisamente pallido era abbastanza eloquente. Nemmeno Fair disse nulla e quando scese a fare colazione, evitarono tutti di guardarlo.

"Ho bisogno di un'informazione! - chiese al taverniere quando quello gli servì la colazione, ma l'uomo finse di non sentirlo e sgattaiolò via.

"Che genere d'informazione?"

Chi aveva parlato era un vecchio trasandato, seduto ad un tavolo lì accanto, che trangugiava come fosse acqua un'enorme pinta di birra.

"Cerco una persona. - cominciò cautamente Fair.

"Se la cerchi a Tucas Peak, allora non devi andare più in là di quella porta! - grugnì stizzito e indicò con un ampio gesto eloquente gli avventori che infestavano la taverna.

"Non credo sia qui...avete mai sentito parlare di..."

"No! - lo interruppe inaspettatamente il vecchio, il cui sguardo, già debitamente astioso fin dalla nascita, si era fatto improvvisamente ancor più truce e minaccioso alle parole dell'elfo - E ora puoi anche andartene!"

"Ma non mi hai nemmeno lasciato finire!?"

Un altro degli avventori, un forzuto col grugno da orco si alzò e squadrò Fair con aria apertamente ostile.

"Tutto ciò che cerchi fuori da Tucas Peak, non ci interessa! - muggì.

In risposta da tutto il locale giunsero grugniti di solidarietà. L'elfo radicò sempre di più il convincimento di trovarsi in una porcilaia. O in un luogo similare. Anche altri si erano alzati e lo stavano squadrando. Era chiaro il senso del messaggio, com'era chiaro che avessero saputo della fine che avevano fatto i loro tre compari.

Dopo un istante di drammatica sospensione, uno di quelli sputò in terra ed estratto un corto spadino, si avvicinò minacciosamente. Fair constatò che anche gli altri avventori stavano maturando rapidamente intenzioni simili. Dodici, almeno questi erano quelli che vedeva al momento. Comunque, per ora potevano bastare. Si chiese se fosse il caso di intimare loro la resa tentando di evitarne l'estinzione, poi l'orda gli saltò addosso impedendogli di realizzare quei progetti umanitari.

Fu il massacro. I boscaioli erano forti e robusti, ma mancavano di tecnica, in cui l'elfo invece eccelleva. Quando sfoderò Maklaad, evitando un paio di stilettate qua e là, le teste iniziarono a volare e il sangue tinteggiò le pareti in più di un punto. C'è da dire che Fair, resosi conto della propria indiscussa superiorità, tentò di limitare i danni al massimo, ma un guerriero è pur sempre un guerriero. Così, dopo le prime tre-quattro teste, si decise a recidere braccia e gambe e la cosa non gli riuscì troppo male. Dopo pochi minuti, la puzza del locale si era trasformata in un orribile odore di sangue e di carne viva. Numerosi ominidi barbuti giacevano in terra rantolando, cercando pezzi dei loro arti dispersi sul pavimento del locale. Due di loro litigarono perfino per un braccio, che entrambi credevano di loro proprietà e per questo si scannarono. Nessuno rivendicò più il possesso del braccio.

Fair rinfoderò la spada, nonostante i tremiti di furore e di eccitazione che lo attraversavano tutto. Sentiva il prepotente desiderio dell'arma di uccidere ancora e si domandò, con timore, se quel desiderio non fosse anche il suo. Dato che era un introspettivo, come tutti i bravi protagonisti di storie fantasy (a parte Conan il barbaro), concluse che in effetti quello sterminio era da imputare solo in parte al controllo che Maklaad aveva su di lui durante una lotta. Ma la cosa non lo preoccupò eccessivamente. In fin dei conti, cos'erano una dozzina in più o in meno di boscaioli nell'immenso ciclo dell'esistenza?

"Ma come sei cinico! - stridette la spada - Non sono tanto sicura che un eroe debba fare simili ragionamenti."

"Zitta, che ti sei solo divertita!"

"Ed ora che sono tutti morti, - proseguì l'arma, ignorandolo - Che intendi fare?"

"Il taverniere è ancora vivo, ammesso che non si sia suicidato. - rispose l'elfo e si diresse verso le cucine.

Lì trovò il gestore, rintanato sotto un tavolo che tremava come un budino, pregando non si sa bene quale divinità. Fair lo tirò fuori senza troppa delicatezza. L'oste fu più conciliante degli altri, anche perché se la stava facendo letteralmente sotto e diede all'elfo le informazioni che desiderava. Sbuffando della stupidità tipicamente umana, questi se ne uscì, lasciandosi alle spalle l'attonito locandiere, oltre ad una mezza dozzina di cadaveri.

***

La Foresta di Gwendoln era quanto di più buio e spettrale Fair avesse mai visto. Le conifere altissime e l'intrico di rami veramente impressionante oscuravano la visione del cielo e impedivano ai raggi solari di oltrepassare la loro barriera. Laggiù, al piano terra, al cospetto di quei giganti vegetali, tutto era scuro e freddo. Una pungente umidità penetrava sotto i vestiti, fin dentro le ossa, facendo battere i denti al povero elfo. Più vi si inoltrava e più i segni del passaggio dell'uomo cedevano il passo ad un ambiente vergine e selvaggio.

Ovunque, intorno a lui, decine di presenze seguivano con attenzione il suo passaggio. Fair le avvertiva, almeno a livello di impressione e non sapeva dire se fossero benevole o meno, ma vista la reputazione di quei luoghi, la risposta appariva più che mai ovvia e scontata.

L'attesa di un pericolo ignoto, la cui unica certezza era che sarebbe sicuramente arrivato, era piuttosto snervante e Fair non riusciva mai a farci l'abitudine.

Il secondo giorno di cammino la foresta cominciò ad inerpicarsi su per la montagna e l'assenza di sentieri si fece duramente notare sulle gambe del povero elfo. Camminò per un paio di giorni senza riuscire ancora a scorgere bene le cime delle montagne. Le presenze che lo seguivano erano sempre più presenti, ma questo era implicito nella loro stessa definizione. Ciò che Fair avrebbe voluto conoscere era l'identità di queste fantomatiche presenze. Era chiaro che non si trattava di animali, lupi o cose del genere, perché era difficile che delle bestie riuscissero a celarsi così bene a lui, che era un cacciatore nato. O almeno, credeva di esserlo. Probabilmente erano creature particolari, forse addirittura soprannaturali, anzi, era possibile che fossero i servitori dell'arcimago, mandati in avanscoperta per spiare le sue mosse ed eventualmente, bloccarlo. Forse però...

"Ecco, ci risiamo! - proruppe indispettita la spada - Ti lasci andare alle supposizioni, senza avere alcun riscontro empirico di ciò che vai farfugliando!"

"Non stavo farfugliando proprio nulla! - replicò l'elfo, notevolmente seccato per l'intrusione di Maklaad nella sua testa - Stavo solo pensando, io!"

"Quante volte te lo devo spiegare che io percepisco i pensieri allo stesso modo con cui percepisco i suoni? Per me il pensiero è solo un'altra forma di comunicazione!"

"Bell'affare! Non sono nemmeno libero di pensare ciò che desidero..."

"Ma che scorbutico!"

"E zitta!"

"Vorrei avvisarti che..."

"Fai silenzio, per la miseriaahhh!"

Fair urlò così quando il terreno sotto di lui sembrò animarsi improvvisamente, il mondo intero si capovolse ed il suo piede destro sfidò la forza di gravità saettando verso l'alto. Una fitta alla testa gli indicò che aveva sbattuto violentemente, quindi impiegò alcuni istanti per riprendersi dal dolore, aprire gli occhi e scoprire che si trovava a penzolare a testa in giù dal ramo di un albero, col piede preso al laccio da una rudimentale, quanto insulsa trappola da cacciatori. Maklaad gli era sfuggita di mano ed era probabilmente troppo lontana perché il raggio d'azione del suo potere psichico potesse raggiungerlo, ma questa era, nello schifo generale, l'unica buona notizia: se non altro, non poteva udire le risate che la spada si stava sicuramente facendo alle sue spalle.

Con uno sforzo non comune, Fair inarcò la schiena ed allungò il braccio per raggiungere il pugnale infilato in uno stivale, ma fu in quel momento che udì un fruscio sotto di lui. Quasi immediatamente la corda a cui era appeso venne recisa di netto ed il mondo precipitò ancora, seguendo stavolta le corrette direttive della forza d'attrazione. L'impatto fu deciso e violento e Fair collezionò, tra gli altri, uno splendido ematoma in testa che gli fruttò un paio di ore di sonno non voluto. Quando si svegliò aveva più mal di testa di prima e la testa gli doleva ancora, insieme ad una serie imprecisata di articolazioni e giunture. Ci mise poco a riprendere del tutto conoscenza (dopotutto era un eroe) e a rendersi conto di essere legato come un salame e appeso a penzolare ad un palo come un insaccato.

Così passò tutto il resto della notte, rabbrividendo al freddo pungente e quando il sole fece di nuovo capolino in quelle lande sperdute, Fair constatò che non aveva sognato e che era tutto vero. Gnomi compresi. Che continuavano a fissarlo con quello sguardo stolido e...che altro? Affamato? Gran bella situazione, pensò l'elfo. Fu in quella che si rese conto di non avere Maklaad a portata di mano e nemmeno in vista. Non percepiva nemmeno la fastidiosa presenza del manufatto, che aveva l'insana abitudine di violare costantemente i suoi pensieri. E senza la spada, anche se era duro ammetterlo, non aveva speranza di cavarsela.

Fair non seppe dire quanto tempo passò, ma fu quando il sole era alto già da un pezzo e la sua mente divagava ormai in strani mondi evanescenti, che arrivò l'uomo. Era alto e magro, dal volto pallido come un morto e vestiva piuttosto elegante, se paragonato al resto della sua cenciosa compagnia. Si piazzò quasi sotto l'elfo e lo guardò dritto negli occhi. Questa degli sguardi stava diventando una moda, tra l'altro piuttosto sgradita, quindi Fair decise di fare uno sforzo sovrumano e chiedere:

"Chi diavolo sei?"

L'uomo sembrò accennare un sorriso, probabilmente sarcastico, anche se Fair non poteva esserne sicuro, vista la situazione.

"Voi avventurieri non imparerete mai l'educazione. - bofonchiò con una voce squillante che stupì l'elfo - Dovrei farle io le domande, visto che sono il padrone di casa. Comunque sarò magnanimo: mi chiamo Pailus Xenthord, di professione arcimago. Ora posso sapere con chi ho l'onore..."

"Fair Ardagh...- lo prevenne l'elfo - Di professione...boscaiolo..."

Pailus scoppiò in una sonora risata.

"Volerti credere sarebbe un deplorevole insulto al Vero ed al Giusto!"

"Perché mai? - grugnì Fair, assai seccato del fatto che la sua balla fosse durata così poco.

"Primo: non assomigli in niente ai boscaioli di Tucas Peak e nemmeno a quelli di altre regioni. Non assomigli ad un boscaiolo, punto e basta. Secondo: la spada che impugnavi non l'ho mai vista nemmeno nelle mani di un re, figuriamoci in quelle di un misero tagliaboschi!"

"E allora chi sarei? - lo sfidò Fair, con tono saccente.

"Un avventuriero, un cacciatore di taglie. Sei stato mandato da quell'insulso monarca che sarebbe Re Adelton III, il quale non ha né soldi, né voglia di impiegare le proprie milizie regolari..."

"Però! - fu il commento ammirato dell'elfo.

"E indovino anche il compenso: 50 monete d'oro. Giusto?"

"Settantacinque."

"Ma guarda! Il vecchiardo ha alzato il tiro! Ed ha funzionato, visto che sei arrivato tu..."

"Ne sono venuti altri prima di me?"

"Sette od otto, ma se ti può interessare, nessuno è mai caduto in una trappola che i miei gnomi avevano predisposto, tra l'altro, per la selvaggina!"

"La vita è bella perché è varia. Che gusto ci provi a farli fuori tutti nello stesso identico modo, no?"

"Bè ... sarà anche varia, ma è l'unica che abbiamo a disposizione e tu avresti ormai esaurito la tua, se non fosse che, nella mia magnifica generosità, ho da proporti un patto che ti renderà libero, nel caso accettassi, di tornare a casa sano e salvo...Che ne pensi?"

"Penso che sarei un vero ingrato a disdegnare cotanta nobiltà d'animo. Accetto senza riserve, sempre che mi sia possibile soddisfarti. Di che si tratta?"

"E' molto semplice. Ho con me la tua spada e dopo averla studiata tutta la notte, sono arrivato alla conclusione che possiede dei poteri inimmaginabili, il cui accesso mi è purtroppo negato. E visto che non riesco minimamente a capire come farla funzionare, ho pensato che avresti potuto istruirmi facilmente sul loro impiego, evitandomi così un noioso lavoro di ricerca, che in questi casi può durare degli anni..."

"Basta così! - lo interruppe Fair, con fare gioviale - Benché mi pianga il cuore lasciarti la mia arma, credo che sarei molto più dispiaciuto di finite i miei giorni nello stomaco di un gnomo delle montagne. Collaborerò certamente, ma ho bisogno di avere qui la spada, così da farti vedere direttamente il suo funzionamento."

"Come desideri. - rispose il mago e fece un cenno agli gnomi lì accanto.

Questi scomparvero e tornarono alcuni istanti più tardi trascinandosi dietro la pesante lama dell'elfo. Quando la vide Fair avrebbe voluto urlare di gioia, ma riuscì a trattenersene. Nel frattempo Pailus stava saggiando l'arma.

"Ecco qui. Ora, prima ti sbrighi e prima te ne andrai. Ti devo avvertire di non tentare scherzi inutili, tanto più che nella tua posizione non è certo conveniente. Inoltre se non impugni la spada, so per certo che i suoi poteri non possono essere attivati. Forza, dimmi cosa devo fare!"

L'elfo si permise un ghigno malevolo.

"Al momento devi solo pregare! - ringhiò - Perché io non sarò così magnanimo come tu ti vanti di essere stato con me!"

"Ma che stai dicendo? - domandò quell'altro, sinceramente stupito.

"Hai fatto l'ultimo sbaglio della tua carriera, Pailus! Osserva ora le conseguenze del tuo errore!"

E detto questo lanciò un grido stridente e allo stesso tempo stranamente ipnotico, che riecheggiò per tutta la vallata. Quasi all'istante, la spada fremette tutta, balzò via dalle mani del mago e, come scagliata da una forza superiore, si librò in aria dove esplose in mille frammenti, liberando una nuvola di fumo nero e denso, che coprì ogni cosa per alcuni istanti. Quando disparve, su tutto troneggiava una creatura mostruosa dalla forma umanoide, gigantesca, ricoperta di scaglie e orrende piaghe e la cui faccia era un caleidoscopio di immagini orrorifiche e inquietanti.

Pailus rimase immobile, fra il terrore puro e l'ammirazione, ad osservare l'enorme creatura che si avvicina all'elfo e piegava il capo in segno di sottomissione.

"Liberami! - ordinò Fair. Poi aggiunse: - E senza provocarmi danni di alcun genere, chiaro?"

Il mostro parve un attimo contrariato, poi alitò sui legami che tenevano prigioniero Fair e li dissolse nel giro di un battito di ciglia. Improvvisamente libero, l'elfo cadde a terra dalla rispettabile altezza di tre metri e urlò di dolore quando toccò pesantemente terra.

"Avevo detto niente danni! - strillò - Dannato demone sadico!"

"Si parlava di danni relativi alla liberazione, non alle conseguenze della stessa. - precisò quello, senza un'ombra di rimorso o di scusa nel tono di voce.

"Maledetto demone maniaco e sofista! Ma un giorno faremo i conti!"

"Adesso capisco! - intervenne il mago - La tua spada racchiudeva un demone al suo interno! Complimenti, un trucco di sicuro effetto coreografico, ma sicuramente insufficiente ad impressionarmi! Ora non ti resta che ammirare la mia sublime potenza, piccolo, patetico elfo!"

E detto questo, approfittando del fatto che l'elfo aveva notevoli difficoltà a rialzarsi, ululò alcune frasi stridenti e incomprensibili. Sotto lo sguardo attonito dell'elfo, la terra sembrò letteralmente aprirsi e sputar fuori la creatura più orrida e abominevole che Fair avesse mai visto. I due mostri si guardarono in cagnesco e poi, prevenendo qualsiasi ordine dei loro padroni, si lanciarono l'uno sull'altro con la ferocia abbietta e sconvolgente che solo i demoni al loro pari possedevano. Con artigli e zanne acuminate, scaglie appuntite e lame affilate come rasoi, le due creature infernali si inflissero tutti i tagli e le ferite contemplate in un manuale di chirurgia medievale, più una serie su cui i cerusici del tempo avrebbero disquisito parecchio, se avessero avuto l'opportunità di vederle. Comunque sia, i due orrori vomitati da non si sa quale inferno continuarono a scatenare la loro furia, incuranti del mondo che stava loro attorno, incuranti di alberi, rocce, cose, persone, animali. La loro era una scia di distruzione che non risparmiava nulla e nessuno. Consapevole di questo fatto, Fair decise che la soluzione più saggia era quella di levarsi dai piedi, tanto più che, ora come ora, era praticamente inerme. Perciò, pregando ad ogni doloroso passo che la furia dei due demoni non lo investisse prima di essere giunto al riparo, Fair caracollò dietro alcune rocce, che costituivano sicuramente un rifugio relativamente inaccessibile per le due furie scatenate. Quando finalmente si fermò, tutta la sua recente collezione di ossa rotte, contusioni e lacerazioni varie, senza tralasciare l'estrema spossatezza e l' inevitabile disidratazione - era rimasto appeso tutta la notte ed il giorno senza toccare cibo - iniziarono finalmente a farsi sentire. Dapprima un poco alla volta, poi, quando la tensione e la concentrazione scemarono di colpo, Fair fu costretto a subirsi un intero concerto del suo corpo dolorante, in cui ogni singola parte lesa si univa alle altre, in una splendida e armonica unione di sofferenza. Se non altro, il demone Xyargh, evocato grazie al potere della spada, stava vincendo. O no?

Fair era sicuro che il suo demone fosse il più forte, ma si sa, il dubbio è un tarlo maledetto che si insinua anche nelle menti dei più forti. E siccome Fair al momento di forte non aveva nulla, si sporse un po' dal suo nascondiglio per guardare.

L'assurdità della scena che vide lo colpì come un pugno allo stomaco (una cosa di cui non aveva veramente bisogno al momento). In realtà, a colpirlo fu l'assurdità della scena che non vide. Sul terreno devastato del piccolo altopiano, i due osceni contendenti non c'erano più. Le tracce del loro passaggio, se così si poteva chiamare, erano incise in ogni solco lasciato nel terreno, ma di loro, nessun segno, né visibile, né udibile, né altro ancora (è noto che i demoni puzzassero la loro buona parte).

Un sottile sospetto che cominciava a degenerare in panico cominciò a insinuarsi nella mente di Fair: e se il demone avesse perso? Era un'ipotesi assurda, ma se così fosse stato...sarebbe rimasto solo, senza demone e senza spada. E se quest'ultimo fatto sarebbe stato di sollievo in molte altre circostanze, adesso, con le forze allo stremo ed un arcimago pazzoide in circolazione, non era decisamente auspicabile. A proposito... il mago dov'era? Fair lo cercò con lo sguardo, tremando al pensiero di ciò che sarebbe successo se questi l'avesse scovato lì, inerme, senza possibilità alcuna di resistere a magie più potenti di quelle che provocavano il prurito o la diarrea. E forse nemmeno a quelle.

Fu con estremo terrore che Fair udì un debole respiro poco distante da lui. Proveniva da un anfratto nella roccia che prima non aveva notato. Stringendo i denti ad ogni scricchiolio delle sue ossa malandate, l'elfo decise di strisciare coraggiosamente fin lì, anche se questo avrebbe significato scontrarsi con un avversario più forte. Ma l'inazione e la curiosità erano più che sufficienti per spingere Fair a muoversi.

Dovette utilizzare molte energie per alzare la propria miserevole carcassa di un numero di centimetri sufficienti a strisciare fra le rocce, ma infine riuscì nell'eroica impresa. Man mano che si avvicinava all'anfratto, il respiro che aveva udito poc'anzi si faceva sempre più distinto, ed era sempre più roco e affannoso.

Il primo contatto lo ebbe coi piedi dell'arcimago. L'uomo era disteso fra le rocce, con lo sguardo assente, il volto era un maschera grottesca di sudore e sangue ed il respiro diseguale e spezzato degli spasmi dolorosissimi, che lo facevano fremere in ogni sua fibra.

Fair osservò Pailus per un istante con un misto di stupore e rabbia, poi prese il sopravvento la soddisfazione, perché gli era ormai chiara la condizione dello stregone. Aveva visto innumerevoli campi di battaglia ormai, ed anche se non riusciva a capire cosa stesse facendo soffrire tanto l'arcimago, una cosa era chiara: Pailus stava morendo.

Quindi, con tutta la calma possibile si avvicinò al suo avversario, si sistemò come meglio poté fra le rocce, prestando una scrupolosa attenzione a non infastidire l'arcimago e sfoderò il suo miglior sorriso di circostanza.

"Allora, come butta vecchio mio?"

L'altro si accorse solo in quel momento della presenza dell'elfo e dalla smorfia contorta che si lesse sul suo volto si capiva chiaramente quanto stesse soffrendo. Fair non avrebbe saputo dire se tanta sofferenza fosse causata anche dalla sua presenza lì, ma era contento ugualmente. Naturalmente, non si premurò in alcun modo di nascondere la sua gioia.

"Ti vedo maluccio, mio caro nemico. - continuò - Mai mettersi contro di me...ma, tanto per la cronaca, che ti sta succedendo?"

La smorfia di Pailus divenne in quell'istante una maschera di orrendo dolore, e Fair realizzò che quell'ultima manifestazione era da imputarsi al suo talento, cosa che non mancò di farlo sentire estremamente appagato.

Comunque, l'arcimago impiegò diversi istanti a rispondere, dato che ogni respiro gli risultava sempre più difficile.

"Sto...sto morendo...- biascicò con un flebile sussurro.

"Questo si era capito - lo sfotté Fair con tono saccente - quello che vorrei tanto sapere è: di che cosa?"

Questa volta Pailus riuscì ad esibire un'espressione quasi di rabbia, ma purtroppo venne distorta quasi subito da un'immane fitta di dolore. Fair era quasi in lacrime dal divertimento.

"... il demone ... - biascicò quello.

"Xyargh? - si stupì l'elfo - Ma è impossibile! Quell' orrendo mostro scellerato ti avrebbe fatto a pezzi, succhiato il midollo, squartato, sgozzato, calpestato, smembrato e dilaniato prima di ucciderti! E dove sarebbero dunque tali orrende ferite? Non dirmi che te la sei cavata con un'artigliata velenosa alla schiena e stai già tirando le cuoia?! A proposito, dov'è quel dannato rifiuto dell'inferno? E poi come diavolo ... eh, cosa c'è?"

"Per favore ... - sussurrò Pailus, il quale era incredibilmente riuscito ad afferrare il braccio dell'elfo - un ... solo ... favore..."

"Ma certo! - replicò gaio l'elfo - un ultimo favore ad un condannato a morte non si rifiuta. Cosa desideri?"

"Vattene ... lasciami ... lasciami morire ... in pace ..."

"Lo farei più che volentieri, ma non posso, per due validissime ragioni: la prima è che sono stato pagato per ucciderti e quindi devo assicurarmi che tu muoia effettivamente. Lo so che voi arcimaghi siete pieni di risorse e che se poi ti lascio qui da solo ..."

"... vattene ... ti ... scon ...giur..."

"...tu trovi sicuramente un modo per sfuggirmi e poi chi mi assicura i soldi della taglia? Certo, potrei sempre riferire che sei morto, ma non avendo prove certe, quali la tua testa o simili ... sì, che vuoi?"

Pailus stavolta aveva trovato le energie per strattonare l'elfo, costringe dolo a fermarsi nel mezzo del suo soliloquio.

"Hai vinto ... - balbettò il mago, fra un tremito e uno spasmo di dolore - sto morendo ... cos'altro ... cos'altro diavolo vuoi per lasciarmi crepare in pace?"

Fair osservò attentamente l'avversario come se lo vedesse per la prima volta e rimase assorto con un'espressione indecifrabile per alcuni istanti.

"Ah, già! - scattò improvvisamente - volevo sapere chi ti ha ridotto così, e soprattutto dov'è il mio demone? Se fosse tornato all'Inferno io riavrei la mia spada, che invece non ho. E se fosse stato ucciso dal tuo mostro, ora probabilmente sarei io a tirare le cuoia. Per cui ..."

"I due demoni ... stanno ... stanno ancora combattendo..."

"Ah, sì? E tu come fai a dirlo?"

Pailus dovette fare ricorso ad energie sconosciute per aprire la bocca e biascicare una risposta stentorea, fra un conato di vomito e l'altro:

"Per evocare un demone ... l'Inferno esige un tributo ... nel tuo caso, la spada scende negli Inferi finchè il demone rimane sulla terra .. nel mio, non avendo niente di così prezioso ... posso ... posso solo dare in cambio ... la mia vita ..."

"Ehi, ehi! Non perderti! La cosa sta diventando interessante!"

Pailus era una maschera di sangue. Aveva il viso stravolto, contratto, la pelle solcata da un numero sempre crescente di rughe, di piaghe, di piccoli tagli che si aprivano in tutte le direzioni, trasformandone il volto in un grottesco fantoccio sanguinolento. Anche il resto del corpo era scosso da tremiti, come se fosse sottoposto ad una tensione estrema.

"Finchè il demone ... rimane ... io perdo la mia vita, ogni istante che... che ... che passa..."

"Ma è assurdo! - sbottò l'elfo - Questo è un suicidio! Perché lo hai fatto?"

"Pensavo ... - balbettò l'altro, rischiando di soffocare nel sangue che gli usciva copioso dalla bocca - ...pensavo che il tuo demone ... fosse molto più debole.."

"Pensavi male! - replicò Fair con notevole soddisfazione.

Rimase ancora lì qualche minuto, nella morbosa attesa della fine dell'avversario, il quale spirò di lì a poco, dopo aver vomitato, in un ultimo, violento spasmo, sangue e visceri.

Quindi si alzò, o almeno tentò di farlo e strisciò fuori, completamente soddisfatto. Aveva vinto. Anche se non per merito suo, ma questo poco importava. Ora non doveva far altro che riprendere le forze e andare a riprendere la spada, cioè il demone, che, nel momento in cui il combattimento era finito, se n'era tornato all'Inferno. Lasciando al suo posto Maklaad.

Con fatica, sbuffando spazientito, Fair guardò a malincuore il precipizio nel quale erano finiti i due mostri, nel tentativo di scannarsi a vicenda.

Si grattò la testa, rimuginò per alcuni istanti e poi dedusse che no, non aveva altra scelta. Gli toccava scendere nel baratro, rischiando probabilmente di spaccarsi le ossa per riprendersi la sua maledettissima spada intelligente. Vita dura, quella dell'eroe!



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