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lavoro pubblicato lunedì 8 dicembre 2008
ultima lettura martedì 10 dicembre 2019

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PERCHE' SBUCCIARE L'ARANCIA?

di DavideCibic. Letto 2717 volte. Dallo scaffale Sogni

E’ così gonfia, lucente, morbida. Mi piace tastarla, maneggiarla, odorarla. Spesso penso che sia bellissima, sembra il sole prima del ...

E’ così gonfia, lucente, morbida. Mi piace tastarla, maneggiarla, odorarla. Spesso penso che sia bellissima, sembra il sole prima del tramonto. E io mi soffermo intere ore ad osservarla e a contemplare i raggi che emana.

La sua pelle giallo arancio, un po’ rugosa al tatto ma accogliente per gli occhi, mi emoziona. La sua rotondità a volte mi pare sinonimo di perfezione, quasi fosse uscita dal pennello di Giotto. La faccio scorrere lungo i miei avambracci, come fossi un giocoliere, e il suo profumo mi ammalia mentre dalla mano destra passa a quella sinistra.

Mi domando spesso, cosa c’è di più bello di un’arancia?

E’ fonte di vita. Fin da piccolo ti condizionano a mangiare arance o a bere succo di arancia. Per la vitamina C, dicono. Così non avrai più raffreddori. Ma io soffrivo a sbucciare l’arancia, mi sembrava di scavare nel cuore di un bambino, di denudare un ignudo. Mi sembrava di violare uno scrigno segreto. Mi sembrava di spezzare una vita.

E allora mi rifiutavo di incidere, non lo facevo né con le unghie né con il coltello né con altre diavolerie. La lasciavo vivere. E l’impressione è che tutte le arance che risparmiavo mi ringraziassero, anche solo in maniera tacita, roteando sul proprio asse.

I miei genitori mi prendevano per pazzo. Come sarebbe a dire che non vuoi sbucciare le arance? Vuoi forse che te le sbucciamo noi? E dopo che le abbiamo sbucciate dobbiamo masticarle per sputarne i semi prima di darle a te? Questo vorresti? Loro pensavano che i semi m’irritassero.

In realtà non volevo niente di tutto questo. Volevo solo che non si spargesse sangue. Volevo che le arance continuassero a vivere, che mi sorridessero, che risplendessero. E volevo che mi parlassero. I miei genitori infatti non lo facevano mai. Volevo che almeno loro, le arance, lo facessero. E invece una sera i miei genitori presero un’intera cassetta di arance e mi obbligarono a guardare. Alcune le fecero a pezzi con il coltello da cucina, altre le stritolarono con le mani, altre ancora le schiacciarono sul pavimento, calpestandole con i piedi fino a ridurre in poltiglia ciò che era stato vita. E ricordo che riuscii a percepire un rantolo, io solo, un rantolo proveniente dal pavimento, un sussurro agonizzante, un lascito testamentario. Le arance che stavano morendo mi fecero promettere che mai avrei sacrificato dei loro simili.

Mi domando spesso, cosa c’è di più bello di un’arancia?

Con un’arancia Maradona era capace di palleggiare per mezz’ora. Con un limone non sarebbe stato in grado di fare altrettanto. Quando qua dentro mi lasciavano ancora la televisione, guardavo le partite di Arancia Sanchez, mi meravigliavo come una persona potesse avere un nome così bello, e m’immaginavo sempre che lei non avesse mai sbucciato nemmeno un’arancia.

Atalanta, che aveva deciso di rimanere vergine, inseguiva con la lancia i suoi pretendenti per ucciderli, ma Ippomene, su suggerimento di Afrodite, lasciò cadere a terra alcuni di quei frutti dorati e la cosa funzionò perché Atalanta si fece distrarre da quella bellezza, rallentò l’andatura e si fermò per raccoglierli. L’arancio e i suoi fiori bianchi, le zagare, sono quindi simbolo di verginità e di purezza, cosa c’è di più bello? Eracle sfidò il drago nel giardino delle Esperidi pur di accaparrarsi delle arance. Cosa c’è di più prezioso? Eppure i miei genitori se ne fregarono e uccisero.

Quando me ne andai da quella casa, trovai impiego come garzone in un’ortofrutticola. Mio malgrado venni impiegato nel reparto verdure, lontano quindi dalle primizie da me amate. A nulla valsero le mie proteste, reiterate, anzi mi dissero che, se non mi fossi placato, mi avrebbero assegnato a dividere la frutta da gettare. Si butta tanta frutta, quella ammaccata, quella invenduta, quella incolore. Si buttavano soprattutto tante arance. Sembrava che lo facessero apposta, i miei padroni, a disfarsi delle arance, perché sapevano che io le veneravo.

E poi l’agonia di trovarmi a stivare zucchine, a ordinare melanzane, a pesare pomodori. I miei peggiori nemici erano i peperoni, che assumevano le forme più oscene per sottrarmi alle perfezioni arancine. E i cavoli romani, blasfemi nelle loro forme piramidali; e il sedano rapa, grottesco nella sua forma da oscuro abitante ipogeo.

Poi, avventurandomi in altre reparti, mi assalivano le castagne, dure come proiettili, i fichi d’india, insidiosi per loro stessa ammissione, le banane, di cui non vedevo mai la buccia.

Insomma, ero circondato, e le arance continuavano a sanguinare, senza che io potessi far nulla. Stavo violando la promessa che avevo fatto alle arance massacrate dai miei genitori. La mia inerzia equivaleva a colpa.

Dopo qualche anno mi trasferirono di reparto. Non era ancora nella zona agrumi, ma molto vicino. Corruppi il collega che si occupava di arance. Lo pagavo col quinto del mio stipendio e lui accatastava le arance che altrimenti sarebbero state buttate. Periodicamente venivo di notte col camioncino e le trasportavo a casa mia. Salve.

Nel periodo iniziale pensai che anche il mio collega si fosse convinto che lo scempio dovesse finire, che dovessimo adoperarci attivamente per interrompere in maniera duratura quelli spargimenti di sangue innocente. Capii invece che lo faceva solo per i soldi. E infatti cominciò a pretenderne di più, sempre di più. Non era mai sazio. E cominciò a ricattarmi. Mi minacciava di torturare centinaia di arance se io non gli avessi versato almeno metà dello stipendio. Mi privai del pane di bocca pur di accontentarlo. Poi però si fece di nuovo esoso. Voleva tutti i miei soldi, altrimenti avrebbe calpestato migliaia di vite sotto i miei occhi. Lo scongiurai, lo supplicai di desistere. Ma lui era avido, era accecato dal facile guadagno. Già io non mangiavo più per pagarlo. Lui mi voleva seppellire. Per questo non ebbi scelta.

Ora, qui, nel buio di questa stanza, mi hanno dato quest’arancia, qualche settimana fa. Fattela bastare, mi hanno urlato. Ne hai viste tante in vita tua, questa ti deve bastare a lungo!

Io la accarezzo, ci gioco, ci parlo, è l’unica persona ormai che mi sta a sentire.

Perché non la sbucci e non la mangi, mi urlano da fuori, hai bisogno forse di una cannuccia?

Io non la sbuccio l’arancia, io non sono un assassino.

Ho il solo rammarico di essere solo con lei, mentre ne vorrei tante altre, per poterne godere il profumo e il sorriso.

Fortunatamente il mio avvocato mi ha detto che dovrebbero farmi uscire presto da qua. Per buona condotta, dice. Si sono resi conto finalmente che io amo solo la vita. Non la morte. Potrò quindi circondarmi di nuovo di tanti frutti dorati e farò il possibile per continuare a strapparli ai loro carnefici.



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