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lavoro pubblicato lunedì 8 dicembre 2008
ultima lettura domenica 13 ottobre 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - XL LA NEBBIA CHE S'INNALZAVA DAI CANALI FREDDI

di Dunklenacht. Letto 964 volte. Dallo scaffale Viaggi

Africa Coloniale Tedesca, 10 gennaio 1918. Uscii da quella stanza con una felicità nuova nell'animo; eppure, la tristezza era tutt'intorno a m...

Africa Coloniale Tedesca, 10 gennaio 1918.

Uscii da quella stanza con una felicità nuova nell'animo; eppure, la tristezza era tutt'intorno a me. La sentivo nell'aria tranquilla, invernale, fredda, che ispirava languore e tormento, al pari della mano del vento.

Ad Amburgo c'era un cantiere, lo ricopriva la bianca neve. Io passeggiavo mano nella mano con la mia amica Ursula e, quasi ogni giorno, lo visitavo.

Vedevamo i muri malinconici, fatti di pietra grigia, che salivano piano verso il cielo, mattino dopo mattino, istante dopo istante. I muratori avevano le barbe bianche, alcuni di loro erano davvero anziani, altri lo erano di meno, ma avevano delle rughe profonde, che solcavano i volti, le spalle, le braccia nerborute e virili, ma stanche.

Tremavano le betulle sotto il vento d'inverno, tremavano i miei pensieri, i miei sogni perduti di gioventù, che mai si sarebbero realizzati.

C'erano tante vanghe, tante cazzuole, tanti oggetti strani che servivano per praticare un mestiere, laggiù, proprio in quel cantiere, tra le guglie, le torri e i palazzi della città vecchia. Brividi di malinconia facevano trepidare il petto, la mani e le spalle di Ursula, erano brividi d'inverno, brividi di ricordi e di fantasmi, che ci chiedevano di seguirli, nell'immenso silenzio del niente.

- Hai freddo? - le chiedevo, di tanto in tanto, come per consolarla.

- No, per nulla - mi rispondeva sempre. - Grazie, Mirabelle... Grazie, per avermelo chiesto!

- Figurati! Sei la mia migliore amica. Sei la mia cara sorella.

I gabbiani del porto giungevano sino al cantiere sulle loro ali bianche e si posavano su quel fabbricato in divenire, quando non c'erano gli operai e le grida che accompagnavano il faticoso lavoro. I capomastri portavano delle camicie strappate, a quadri bianchi e blu, strillavano forte, imprecavano, comandavano, tormentavano i lavoratori e a volte li toccavano malamente, con le loro mani tozze. Si vedevano le carriole arrugginite, andare su e giù, spinte dai disperati, nati per la fatica e la sofferenza. Sembrava che anche le colombe avessero compassione di loro, anche le tortore, amiche del cielo e degli alberi, anche i passanti, che si fermavano a guardarli.

- Siamo come loro, amica mia - mi sussurrava Ursula, appoggiando la sua bella testa di giovane donna sulla mia spalla. - Siamo come loro, in fondo!

- Non dire così! - le rispondevo, confortandola con le mie carezze. - Sai bene che non è vero... Almeno, io lo spero!

Aveva i capelli morbidi, morbidi, così morbidi, che... Oh!

Le illusioni volavano sulle ali dei passerotti, dai becchi acuti e grandi, che si posavano sui tetti, sui muri decrepiti, sugli usci socchiusi, sugli arnesi da lavoro, apparentemente dimenticati sulle carriole, sulle impalcature tristi, sui davanzali mal nascosti dalle fronde spoglie degli alberi.

Oh, sì, sì, sì, i tigli, le betulle e i faggi sembravano morti. Forse, lo erano davvero, forse, erano soltanto addormentati nel silenzio, perfetto, di Amburgo.

Io accarezzavo Ursula e pareva che non ci fosse nessuno a guardarci, a confortarci... Eravamo sole, io e lei, nel mistero malinconico di un inverno dei sensi e dell'illusione.

- Prenderemo il volo e voleremo via, come delle tortore! - dissi una volta alla mia amica del cuore, guardandola con due occhi grandi, pieni di fiaba e di curiosità. - Ti racconterò una favola al giorno, se vorrai, sì, se solo lo vorrai. E sognerai di felicità perdute e malinconiche, languide, quanto i miei sguardi... Lascia che ti guardi!

Le presi la mano e gliela strinsi forte, la passai teneramente sulla mia guancia, la baciai, per dimostrarle che le volevo bene, tanto bene, sì.

Lungo un canale passava un barcaiolo. Era un bell'uomo, che intonava una melodia antica, un canto che parlava d'amore e di piacere, insieme.

Passando lungo la via, i borghesi più facoltosi ci ammiravano, perché eravamo belle, nella nuvola malinconica e dorata che ci avvolgeva.

- Guarda i rami degli alberi, Ursula - mormoravo alla mia amica del cuore. - Guarda come tremano lievi, nel vento! Sono spogli, accarezzati dall'inverno! Stringi la mia bianca mano, stringila per me, soltanto per me e...

La mia voce si ruppe, a causa di un singhiozzo, un mesto singhiozzo. Era come se la mia felicità fosse spezzata.

- Non piangere per me - sussurravo. - Non piangere, non è niente... E' come essere felici per sempre.

Non conoscevo il significato delle mie parole astruse, vaghe, confuse, quanto la nebbia che s'innalzava dai canali freddi.



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