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lavoro pubblicato domenica 7 dicembre 2008
ultima lettura lunedì 14 ottobre 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - XXXIX UN EPISODIO DI DOMINAZIONE

di Dunklenacht. Letto 2777 volte. Dallo scaffale Viaggi

Africa Coloniale Tedesca, 9 gennaio 1918. Ricordo che Friedrich mi afferrò appassionatamente per un orecchio e mi disse:- Adesso farai...

Africa Coloniale Tedesca, 9 gennaio 1918.

Ricordo che Friedrich mi afferrò appassionatamente per un orecchio e mi disse:

- Adesso farai quello che ti dirò io e soltanto quello che ti dirò io!

- Vuoi giocare con me? Vuoi portarmi nella stanza dei giochi? - gli chiesi, facendogli una linguaccia. - Vediamo quello che sai farei! A che gioco giochiamo?

- Devi chiamarmi padrone! Devi dirmi signore, quando mi parli!

- Va bene, signore, anzi, padrone!

Avevamo iniziato il nostro gioco erotico nel bordello e quella graziosa conversazione si teneva davanti alle mie compagne, che ridevano, osservandoci.

- Guardateli! - dicevano. - I due piccioncini! Come bisticciano felici! Sono innamorati! Lo sono davvero! Prima lui le prende la mano, poi lei...

A quel punto, Friedrich mi afferrò per l'altro orecchio e mi condusse fuori, dove voleva. Girammo così per le vie di Amburgo, pazzamente, sotto gli sguardi incuriositi dei passanti. Egli si divertiva a baciarmi, a toccarmi, a stuzzicarmi, a stringermi le tette tra le mani davanti alla gente, mentre io dicevo a tutti, per vendicarmi:

- Guardate, guardate cosa mi fa, il mascalzone! E' vergognoso! Fate qualcosa! Ditegli di smetterla! Uffa!

- Non datele retta - diceva il mio amato. - E' pazza!

Sembrava che persino i vecchi si lisciassero i baffi, guardandoci. Alcuni applaudivano divertiti. Altri ci facevano l'occhiolino, per salutarci. Altri ancora non facevano caso alla scena.

E lui continuava a trascinarmi, a provocarmi, davanti alle botteghe dei fabbri, alle officine degli artigiani, ai passanti!

- Lasciami! Non voglio! Non voglio! - protestavo forte. - Non sono la tua schiava! Mollami, perdindirindina!

E gli battevo i pugni sul petto, sulle spalle, ma lui non allentava la sua stretta appassionata.

- E non tirarmi per i capelli! - dissi poi. - Mi dà fastidio! Sei un bruto! Cattivo! Permaloso! Antipatico! Prepotente! Imbroglione! Non si tratta così una donna!

- Sta' zitta! Sei mia e soltanto mia, ricordatelo! - esclamò Friedrich, duramente.

- Se non la smetti, ti darò uno schiaffo!

- Provaci! Provaci soltanto!

- Chiamate i gendarmi! Chiamate qualcuno!

A quel punto, il mio tesoro mi posò una mano sulla bocca, impedendomi di parlare e di trasformare quella scenetta ironica in un pasticcio. Mi spogliava, mi denudava davanti alla gente e... Ad un tratto, aprì un portoncino segreto con una chiave che portava al collo e disparve, con me tra le braccia.

Mi portò nel suo alloggio segreto, dove c'era un letto e...

- Che vuoi fare? Vuoi incatenarmi? - gli chiesi, guardandomi intorno.

Mi aveva condotta in una specie di sala della tortura medievale. Oltre ad un letto, c'erano delle catene arrugginite, fatte per legare la gente... Notai altresì una gabbia di ferro, che pendeva dal soffitto, tre o quattro topi neri che correvano in un angolo e delle corde che facevano paura. I muri erano sconnessi, tanto che si vedevano le mattonelle decrepite, ricoperte di muschio e piene di fessure.

- Vuoi torturarmi, padrone? - gli chiesi.

- Voglio domarti, il che è diverso - mi rispose.

Mi accorsi di essere diventata la serva dei suoi desideri. Mi trattava con passione e con affetto, si capiva che non voleva farmi del male, non voleva distruggere il mio corpo ma soltanto goderlo.

Dapprima mi spogliò definitivamente (mi aveva già in gran parte denudata lungo il cammino), poi prese a coccolarmi con i suoi baci e le sue carezze amorose. Mi stava scaldando, esaltando, eccitando.

Poi, però, volle che esaudissi le sue voglie. Mi legò i polsi con una cordicella, mi fece inginocchiare e glielo presi in bocca, languidamente. Gli volevo solo bene, in quegli istanti.

Era come se con i miei occhi dolci gli dicessi quanto l'amavo, quanto lo desideravo. I miei sogni gli appartenevano, così come la mia anima e il mio immenso affetto, che allora si manifestava attraverso le mie labbra.

Facendolo, non parlavamo ed era tanto, tanto bello.

Mi lasciai incatenare e da allora tutto accadde.



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