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lavoro pubblicato domenica 30 novembre 2008
ultima lettura sabato 4 luglio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Alexander - (14) Sei un debole?

di aNoMore. Letto 1018 volte. Dallo scaffale Fantasia

Quali sentimenti possono spingere al cambiamento? Forse fu orgoglio o forse qualcosa di diverso più difficile, più complesso: un misto di rimorso e chissà che altro. Una notte come molte anche un vampiro vide la luce. Un nuovo capitolo, buona lettura

1

Qualcosa in Alexander cambiò per davvero e non furono i lunghi anni passati nella dimenticata prigione a cambiarlo. Certo avevano sicuramente contribuito a indebolire ulteriormente le sue difese mentali, ma non erano stati quei giorni ad assestare un nuovo colpo al delicato equilibrio mentale del vampiro.

In quei lunghi anni aveva ripreso a parlare da solo, ma fu per solitudine.

In quella oscura prigione non aveva davvero null'altro da fare se non ascoltare i propri pensieri e quando smise di scervellarsi sul come fuggire, non gli rimasero altro che i ricordi.

A colpire nel profondo la mente del “non più umano” fu il cibarsi del proprio genitore, constatare con orrore che quell'uomo che ogni notte si lagnava, era veramente suo padre.

I vampiri possono comprendere molto dal sapore del sangue e una volta divorato il proprio padre, Alexander riconobbe il proprio sapore. Dentro quelle vene scorreva un nettare straordinariamente simile a quello che scorreva nel suo corpo.

Ne uscì scosso, sebbene avesse perso gran parte della sua umanità, quella scoperta lo lasciò turbato, pensoso, per lungo tempo continuò a chiedersi se parte della confessione del proprio genitore fosse vera.

Non aveva ucciso il padre per salvarsi la vita, non ne avrebbe mai avuto bisogno, nessun vecchio umano avrebbe potuto impensierirlo, il padre non aveva mai avuto nessuna possibilità di ucciderlo, lo aveva fatto per il semplice desiderio di uccidere.

Erano passati anni da quando, per l'ultima volta, aveva potuto affondare le zanne nella carne ancora calda di una preda, per un vampiro poteva essere un qualcosa di molto simile all'amplesso amoroso di un umano e non era passata notte che non avesse desiderato di riprovare quelle emozioni.

Lo divorò, del cavaliere maledetto rimasero solo vestiti sporchi e poche tracce di sangue in una prigione dimenticata anche da Dio.

Al calare della notte Alexander fuggì, nuovamente libero puntò dritto verso terre più conosciute, pronto a rigettarsi nella euforica spirale della caccia.

2

Non fu mai più come prima, la sua violenza aveva trovato un freno, solo nelle prime due o tre notti si comportò come un tempo, poi i pensieri tornarono a tormentarlo.

Ripensava a suo padre ed inevitabilmente questo lo portava a pensare a Nicodemus, ai suoi insegnamenti, al fatto che ogni notte il suo comportamento lo faceva rivoltare nella tomba.

Durante gli insegnamenti il vecchio mentore aveva sempre portato il padre ad esempio, Alexander nella sua crescita aveva imparato ad ammirare il padre come simbolo di perfezione. Ora però conosceva la verità.

Cominciò un nuovo periodo per il vampiro, se il padre era arrivato ad atti così malvagi nel segno dell'amore, il suo comportamento poteva in qualche modo essere giustificato?

Non conosceva la risposta a quella domanda, ma ne aveva ipotizzate molte, era difficile per lui rinunciare al piacere del sangue, ma nel giro di un anno la caccia si era trasformata dall'unico divertimento, a pura necessità per sopravvivere.

Il resto del tempo Alexander lo spendeva a pensare, nascosto negli anfratti più bui delle città più popolose o di villaggi dimenticati, il vampiro rifletteva sul suo destino. Ancora non lo aveva capito, ma quella che stava cercando era la felicità.

Anche per un vampiro in fin dei conti la non-vita si tramutava in una semplice ricerca, la risposta ad una domanda comune a tutte le creature: “Come possiamo essere felici?”

Non ricordava perché fosse diventato una bestia, avrebbe voluto ricordare la notte in cui tutto iniziò, ma nulla, sapeva solo di essere rimasto solo e che ora il sangue gli era necessario.

Quando un vampiro decide di rinunciare al sangue ha ben poco da sperare, quando il corpo consuma anche l'ultima goccia di nettare, si rinsecchisce con un frutto appassito e si addormenta in attesa di nutrimento, un letargo molto simile a quello delle piante in inverno.

Purtroppo Alexander sapeva che per lui non vi sarebbe stata primavera, se avesse deciso di rinunciare al sangue si sarebbe semplicemente addormentato e mai più nessuno lo avrebbe risvegliato. Anzi, molto probabilmente sarebbe morto incenerito dai raggi solari una volta che il suo rifugio fosse stato scoperto, presto o tardi sarebbe successo, altrimenti avrebbe semplicemente dormito per l'eternità: un sonno senza sogni, come morto.

Lui era stato un uomo, poteva accettare di uccidere altri uomini per vivere?

La sua poteva essere chiamata vita?

Quella vita lo rendeva felice?

Suo padre aveva cercato di salvarlo da una maledizione e lo aveva lasciato nelle grinfie di un'altra, perché il destino era stato così beffardo?

Che scopo poteva avere la sua esistenza, in quel momento, in quel mondo, perché avrebbe dovuto continuare ad esistere?

Era diventato un mostro, la bestia lo aveva consumato rendendolo una creatura aberrante anche nell'aspetto esteriore. Ovunque fosse andato sarebbe stato cacciato, le persone che aveva ucciso non potevano andare dimenticate, gliela avrebbero fatta pagare.

Forse non voleva limitarsi, non voleva mettere freno ai suoi istinti: uccidere e saziarsi, lo faceva sentire libero, lo faceva sentire vivo, allontanava quei pensieri che tanto lo deprimevano.

Era questa la felicità?

Alexander era libero dalle mura di una prigione, ma a seguito dei lunghi mesi di riflessione, giunse all'orrenda conclusione che era ancora imprigionato. Il sangue di suo padre avevano creato delle mura attorno a lui, che imprigionavano il suo animo e lo facevano vivere a metà, nel costante dubbio, nell'incertezza riguardo al proprio destino.

Furono tempi difficili, il vampiro era braccato più che mai, i pochi giorni da leone avevano riacceso l'interesse dei cacciatori più arditi. Confrontarsi con loro in quei tempi di depressione era estenuante, spesso era finito a tanto così dal farsi uccidere.

La morte lo avrebbe reso felice?

Suo padre pensava di sì.

Morirono, morirono in molti, morirono in troppi, Alexander uccise i padri, poi fu il turno dei figli giunti a vendicarli e poi il turno dei figli dei figli: nessuno si salvò.

Il vampiro non ebbe pietà per nessuno, erano eroi giunti da ogni dove, giunti a riscattare le persone morte per i morsi e gli artigli di una bestia. Fallirono.

Nicodemus aveva fatto un ottimo lavoro, gli aveva insegnato la tecnica, la sua natura maligna gli aveva dato la forza e la resistenza, era divenuto il guerriero perfetto, sicuramente al disopra della gran parte dei mortali.

Il tempo poi fece il resto, Alexander era diventato abbastanza crudele da non risparmiare chi lo sfidava ed imparò a sfruttare la sua immortalità, provando i limiti del proprio corpo, osando sempre un passo in più ad ogni scontro.

Seppellì tre generazioni e alla fine la gente non si dimenticò di lui, ma smise di cercarlo per paura.

Il vampiro che infestava quelle terre era divenuto famoso, ne giunsero altri a cacciare in quel territorio, alcuni volevano sfidarlo, altri volevano sfruttare la sua fama per avere vita facile: il risultato fu che morirono anch'essi.

Gli sfidanti vennero abbattuti da Alexander, gli emulatori dagli ammazza-vampiri che comunque non avevano cambiato mestiere, ma non si concentravano più su un solo vampiro.

Due secoli trascorsero, duecento anni, un periodo interminabile nel quale Alexander diventò sempre più potente, più temuto e più dubbioso sul suo destino.

Ora si potrebbe pensare che quel vampiro fosse diventato una specie di dio in terra, la realtà era ben diversa: ebbe solo fortuna.

Era nato nell'entro terra degli umanoidi, nessuna delle bestiali creature, che avrebbero potuto schiacciarlo senza sforzo alcuno, si addentrava mai tanto in quei posti.

Infine, come già detto, erano tempi in cui vi era penuria di eroi, Alexander era sempre rimasto in uno dei regni più decadenti, quasi una sorta di tumore per il mondo degli umanoidi, un luogo in cui nessuno di addentrava con piacere, neppure gli eroi.

3

La sua battaglia interiore era ben lontana dall'essere vinta, ogni giorno passava come una leggera brezza, senza lasciare nessun segno nell'animo del vampiro.

Alexander pensava solo al giorno in cui viveva, era l'unico modo che aveva trovato per non impazzire del tutto.

Nella seconda fase della sua vita vampirica, iniziata dopo la prigionia, sentiva di essere cambiato, uccidere lo feriva, lo faceva stare male, gli faceva disprezzare il mostro che era diventato.

Alexander viveva attendendo un segno, un ispirazione, qualcuno che rispondesse alle sue domande...

“Chi sono?”

“Dove vado?”

“Perché sono qui?”

“Perché non sono felice?”

...e in fondo chi non cerca quelle risposte?

Le aveva attese per oltre duecento anni e dopo millenni gli capitò ancora di chiedersi se fossero davvero mai giunte, ma in una notte apparentemente come molte, anche un vampiro vide la luce.

4

In un villaggio il cui nome era andato perduto, come le ceneri di due vampiri che videro l'alba, un giorno arrivò drappello di soldati a servizio del re. Poco più di quaranta uomini, affamati, assetati e che probabilmente non giacevano con una donna da almeno un mese.

Come mercenari al servizio della corona, alla simbolica cifra di una moneta d'oro al giorno, avevano il diritto di essere ospitati in qualunque villaggio all'interno del regno. Era tradizione, andava rispettata.

Purtroppo una moneta oro sarebbe stata un buon pagamento per una decina di uomini, loro erano più di quaranta, ciononostante il pagamento non sarebbe cambiato. Stava alla generosità di quei soldati ripagare adeguatamente i servizi del villaggio, ma a ben guardarli, quel manipolo di uomini, non era certo gente generosa.

Avrebbero mangiato a sbaffo, avrebbero dormito, avrebbero probabilmente demolito la mensa del piccolo paese, avrebbero versato il loro tributo di una moneta e sarebbero partiti.

Ai paesani sarebbe toccato accettare tutto, rimboccarsi le maniche e fare sacrifici per un mese o due per tornare al pari.

Era tradizione, i soldati non facevano più il loro dovere da un pezzo, ma era tradizione, tutti al villaggio facevano la loro parte per soddisfare i desideri degli ospiti. Inoltre erano uomini d'armi, Dio ce ne scampi se avessero deciso di mettere a ferro e fuoco il paese, nessuno avrebbe potuto potuto fermarli e probabilmente nessuno li avrebbe mai perseguitati per un simile crimine.

Rassegnati gli abitati servirono buona carne, buon vino e buona birra, allestirono un grande dormitorio, regalarono le scorte che i soldati chiesero e molti uomini vennero impiegati per riparazioni di emergenza e manutenzione ordinaria di armi e armature.

I mercenari fecero baldoria tutta la notte. Spaccarono tavoli, sedie e boccali e il giorno seguente comunicarono al capovillaggio che, vista la splendida ospitalità del posto, si sarebbero trattenuti qualche giorno ancora.

Sebbene il vecchio uomo acconsentì di buon grado, in cuor suo si disperava, ogni giorno con quegli uomini era probabilmente un mese o due di lavoro doppio per i suoi compaesani.

Vi era inoltre un ulteriore disgrazia, per quella sera i soldati avevano richiesto donne, molte donne con cui rinvigorire gli animi. Inutile dire che per un villaggio così piccolo era impossibile soddisfare una richiesta del genere.

Per soddisfarli, avrebbero dovuto dare in pasto a quei porci figlie e mogli, idea che ovviamente nessuno prese in considerazione.

Il capovillaggio, Erod era il suo nome, si scervellò tutto il giorno per trovare il modo di non far arrabbiare quei mercenari. Fin da subito aveva già espresso i suoi dubbi riguardo quella richiesta, aveva fatto presente che per il suo piccolo paese era semplicemente impossibile soddisfarla e ovviamente i soldati avevano risposto che avrebbe sicuramente trovato un modo.

Erod quella sera dovette farsi coraggio e andare dal capitano di quel manipolo a presentare la sfortunata situazione.

Jad, un omone dalla carnagione olivastra e i modi tutt'altro che raffinati, era il capitano di quei soldati, come era facile immaginare non era una persona che amava i rifiuti e soprattutto chi lo conosceva, non poteva che definirlo come un sadico bastardo. Quando veniva mandato a fare un lavoro, finiva sempre che qualcuno si facesse male e quello che purtroppo Erod non sapeva, era che la richiesta di donne era stata ben pensata. Jad era molte cose, ma non uno stupido.

Il vecchio capovillaggio non poteva immaginare che quel gruppo di mercenari fosse giunto lì con il preciso scopo di arrotondare i propri salari, la corona in quel periodo pagava poco e a farne le spese erano ovviamente i più deboli.

Il violento Jad si era quasi disperato nel trovare così tanta accondiscendenza da parte degli abitanti di quel luogo, sperava che le sue richieste avrebbero scatenato le ire di quella gente. Invece non fu così, dovette ricorrere allo stratagemma delle donne e quando il vecchio Erod comunicò il suo fallimento, gioì nel comunicargli che aveva tempo fino dopo cena, poi avrebbero messo a ferro e fuoco tutto il villaggio.

Tra gli abitanti scoppiò il panico, i capifamiglia corsero a mettere al sicuro le proprie consorti ed i propri figli.

Si muovevano come topi impauriti, avevano impugnato forconi, accette ed ogni arnese potesse assomigliare ad un'arma. Tutti purtroppo sapevano che se fossero davvero serviti, per la maggior parte di loro non ci sarebbe stato scampo: quelli alla mensa erano uomini che sapevano uccidere, la spada era il loro mestiere, quattro contadini non avrebbero potuto nulla.

Jad ordinò ai suoi uomini di mangiare con calma, in fondo sperava che una ribellione sarebbe solo servita a facilitarlo nel motivare la mattanza, sempre che qualcuno fosse venuto a chiedergli cosa fosse accaduto.

5

Jonas era un carpentiere e tra tutti i paesani forse era sempre stato il più previdente. Non avrebbe mai potuto immaginare che un manipolo di mercenari assalisse il villaggio, ma aveva previsto che un giorno sarebbe potuto servire un posto dove nascondere sua moglie e la bambina.

Così, un estate di molti anni prima, quando la bimba ancora mangiava succhiando dal seno della madre, aveva creato un nascondiglio sotto il pavimento di casa. Aveva scavato una grande buca, fu abbastanza furbo da crearla della dimensione giusta per tre adulti e lasciare sufficiente spazio per un po' di viveri.

Era un carpentiere, non gli fu difficile creare una botola d'ingresso che si mascherasse totalmente con il pavimento. Aveva anche provveduto a creare una seconda chiusura a livello del terreno: in questo modo camminando per casa, sarebbe stato molto difficile udire differenze nel modo cui il legno risuonava sotto i piedi.

Negli anni a seguire ogni estate aveva sempre rimesso mano a quel piccolo rifugio, si era sempre preoccupato che fosse pronto ad ospitarli alla prima emergenza.

Quella sera Jonas gettò tutto ciò che c'era di commestibile in casa dentro la botola, vi ci fece scendere la moglie e la figlia e chiuse sopra di loro la doppia chiusura. Poi prese l'accetta più grande che aveva in casa e si riversò in strada, per unirsi agli altri paesani pronti a combattere per le proprie famiglie.

Inutile precisare che moglie e figlia lo supplicarono di restare con loro, in fondo il rifugio era stato fatto per tutti e tre, ma lui non poteva lasciare i compagni di una vita, possiamo dire che facesse parte del suo ruolo d'essere uomo.

Quando Jonas raggiunse gli altri paesani il sole era tramontato.

Jad e i suoi avevano finito di mangiare, da qualche minuto stavano stringendo le cinghie delle armature e sguainavano le armi.

Tutto stava volgendo all'unica conclusione possibile, un finale facile da prevedere, un massacro incontrollato, un villaggio cancellato dalle mappe e un manipolo di soldati arricchito di un po'.

Quei contadini sarebbe stato schiacciato, le loro speranze sarebbero state infrante, probabilmente mogli e figlie sarebbero state stuprate, uccise o vendute.

E tutto questo faceva solo parte del copione già recitato diverse volte.

Quella notte però il destino aveva rivolto il suo sguardo su quel villaggio, forse una preghiera più forte di altre aveva raggiunto l'orecchio di Dio, forse era semplicemente giusto che tutto finisse in modo diverso, una cosa é certa: nulla andò come previsto.

6

Il giorno seguente il sole sorse su quelle piccole casette di legno.

I suoi raggi illuminavano pavimenti lordi di sangue.

Nella piazza, se così si poteva definire, erano accatastate decine di armi e decine di armature.

In tutto il piccolo paese furono ritrovati solo cinque cadaveri, erano uomini del villaggio ed erano morti combattendo.

Gli altri abitanti erano illesi.

Di Jad ed il suo manipolo di mercenari non si sentì più parlare, mai più.

Solo un contabile della corona, un giorno, per caso, si domandò perché vi era un certo numero di monete in eccesso nelle casse reali, ma era sera e la sua famiglia lo aspettava, decise di chiudere in fretta i conteggi, così anche quell'unica traccia andò perduta per sempre.

7

Madre e figlia erano nascoste nel rifugio, facevano silenzio, si stringevano abbracciate l'una con l'altra, avevano paura.

La madre bisbigliava parole gentili alla giovane bambina, la rassicurava. Il papà le avrebbe difese. Il papà avrebbe risolto tutto.

Purtroppo Jonas non aveva avuto il tempo di dare una candela alle sue donne, non aveva avuto neppure l'accortezza di controllare il rifugio, che dopo tanto tempo, poteva contenere qualche serpente, un animale selvaggio o anche peggio.

Jonas era sicuramente più furbo dei suoi compaesani, ma rimaneva comunque un uomo che aveva sempre vissuto pacifico e in tranquillità. Nella frenesia di quei momenti non era più riuscito a ragionare, inoltre, mentre infilava le sue amate nel nascondiglio, stava già recitando le sue preghiere: non credeva sarebbe uscito vivo da quella situazione, la sua unica ambizione era permettere alle sue donne di sopravvivere.

«Chi siete?» Un sussurro le fece sobbalzare.

Nel buio più totale né Brisby, la madre, né Maya, la figlia, erano in grado di distinguere molto, forse una sagoma nera si stava muovendo, ma nessuna delle due poteva esserne certa.

La bambina cominciò ad ansimare, la donna tremava, ancora un po' e sarebbe sembrata in preda alle convulsioni.

«Sono Brisby, io abito qui, tu chi sei, non ti riconosco.»

«Non ha importanza, la notte è scesa, tra poco me ne andrò.» In quel buco profondo poco più di un metro e mezzo quella voce parlava con inquietante calma.

«Ti prego non uscire, ci scopriranno.» La donna era prossima al pianto, la sua voce non nascondeva la feroce paura che stava provando.

«Chi?»

«Fuori ci sono i soldati, vogliono farci del male, ti prego non farci scoprire.»

«Cosa avete fatto, perché ce l'hanno con voi?»

«Jonas ha detto che volevano delle donne, ma noi siamo un piccolo villaggio, avremmo dovuto prostituirci o magari farlo fare alle nostre figlie?

Sono solo degli animali.»

Mercenari, l'appellativo di bestie calzava loro perfettamente.

Alexander ne aveva conosciuti parecchi, erano stati i suoi inseguitori più accaniti e pericolosi, ogni loro azione era guidata dall'oro, dal guadagno, non esitavano a mettere in pericolo persone innocenti o ucciderli di man propria pur di raggiungere lo scopo che si erano prefissi.

Gli era impossibile non paragonarsi a loro, la loro droga era l'oro, la sua droga era il sangue, erano terribilmente simili ed era conscio che nei primi anni della sua maledizione, non si sarebbe fatto scrupolo ad uccidere dei contadini per procurarsi il sangue.

Quei mercenari avrebbero probabilmente fatto lo stesso per l'oro e qualche donna.

«Jonas è tuo marito?»

«Sì.»

«Chi c'é con te?»

«Mia figlia: Maya.»

L'odore della bambina era sublime. Fu un considerevole sforzo resistere alla tentazione di assaggiare il suo sangue, ma in qualche modo gli faceva tenerezza, gli ricordava qualcosa di perduto nel suo passato.

«Quanti anni hai Maya?» La voce si era fatta più dolce, come se per comunicare con i bambini ci fosse un intonazione diversa, sembrava che non fosse neppure stata la stessa persona a parlare.

La bambina esitava a rispondere, così la madre la spronò: «Avanti, rispondi Maya.»

«Ho otto anni.» Aveva una voce angelica, purtroppo consumata dalle lacrime, avrebbe intenerito chiunque, ma in Alexander invece, risvegliò un desiderio sadico. Era come se la sua mente fosse pronta a ricordare qualcosa, quella voce bianca era una buona chiave per sbloccarla, ma questo aveva attivato un guardiano.

Probabilmente il cervello sapeva che erano ricordi che era meglio lasciare sepolti e così spinse avanti la vena maligna.

«Vuoi bene al tuo papà?» La risposta di un bambino ad una domanda del genere era scontata, ma il vampiro volle comunque sentirla, già sapeva dove avrebbe indirizzato quella conversazione.

«Sì.»

«Tuo marito è un guerriero, ha servito nell'esercito?»

«No, é sempre stata una persona pacifica, non so cosa gli sia saltato in mente.»

«A volte quando la tua famiglia é in pericolo scegli di fare cose stupide, purtroppo quelle scelte molto spesso conducono ad una vita di miseria e magari alla morte.»

Morte, era quello il punto a cui voleva arrivare, voleva che sapessero che il loro caro Jonas non sarebbe tornato, voleva che anche la bambina sapesse che non avrebbe mai più rivisto suo padre.

Perché lo stava facendo?

Forse perché anche lui aveva dovuto rinunciare a suo padre e quando lo aveva riscoperto era troppo tardi. L'uomo aveva svenduto anima, onore e tutto ciò che lo rendeva una persona, nella speranza di salvare un figlio che non avrebbe mai visto.

Era cresciuto venerando il padre, era la perfezione, invece quando lo ritrovò, si accorse che era solo un debole, un fallito, un uomo da disprezzare.

Questo pensiero lo inasprì ancora di più.

«Non parlare così, ti prego.»

«Dovresti sapere cosa ti aspetta, è un buon nascondiglio, se non danno fuoco alle case vi salverete, ma tuo marito...» Lasciò volutamente che la frase finisse nel vuoto, era come girare il coltello nella piaga, era da tempo che con dava libero sfogo alla sua natura maligna, quella poteva essere una buona notte per lasciarsi andare. Forse lo avrebbe reso felice.

«No, perché parli così, perché sei così crudele?»

«È la mia natura, se potessi vedere il mio volto capiresti.»

«Ma tu chi sei, cosa ci fai in casa mia?»

«Non vuoi saperlo donna, credi a me, se te lo dicessi, aumenterei solo la tua angoscia.» Alexander giocava, avrebbe dovuto essere divertente, almeno per lui, lo era sempre stato, invece non sentiva nulla. Osservare quella gente che soffriva e lottava per la vita, che sperava e si faceva spezzare il cuore dall'amore, lo rendevano triste.

«Mamma il papà tornerà vero?» Ancora quella voce bianca.

Cosa gli ricordava quella voce?

«Certo piccola, non ti preoccupare.»

«Non dovresti mentire a tua figlia, un giorno potrebbe serbarti rancore.»

«Sta zitto.» Urlò la donna strozzata dal pianto ed il vampiro improvvisamente si ammutolì.

Forse anche sua madre piangeva quando morì, chissà se lo faceva per se stessa o per suo figlio, Nicodemus aveva di certo cercato di proteggerla. Lui era arrivato troppo tardi.

“No, quel ricordo si sta facendo nuovamente avanti. Tornatene da dove sei venuto, non voglio ricordare.”

Invece Alexander ricordò: i corpi straziati della sua famiglia, era arrivato troppo tardi, erano stati dei mostri ad ucciderli e lui era stato capace di vendicarli. Lo avrebbe fatto anni dopo.

“È una menzogna, ti sei solo salvato la vita.” Aveva ucciso gli assassini della sua famiglia, ma lo aveva fatto perché loro volevano ucciderlo.

Era troppo tardi ormai, non poteva tornare sui suoi passi, era diventato un mostro, in questo provava piacere.

“Stai spezzando il cuore del tuo maestro, lui ti aveva insegnato ad essere un cavaliere.”

Aveva comunque bisogno di sangue.

«Ho fame.»

“Ti piacerebbe divorare la bambina, ma divorando la madre potresti trasformare anche lei in un mostro come te, sono deboli, fallo.”

Quella famiglia stava per essere distrutta, come la sua, il padre sarebbe morto, come il suo, Alexander dopo questo era divenuto un assassino, sarebbe forse toccato anche a Maya?

“Hai il potere, usarlo è divertente!”

Era diventato immensamente più potente col tempo, ma era doloroso. Avrebbe forse potuto evitare che ad altri provassero quel tormento, ma perché?

Se era successo a lui, perché gli altri dovevano essere risparmiati?

«A terra ci dovrebbe essere del cibo, serviti pure, ma ti prego fa silenzio.»

«Non mangio quella roba.»

«Non credo tu abbia molta scelta.»

«Quanti sono i mercenari?»

«Jonas ha detto che sono più di quaranta.» Erano molti, sarebbe stato più facile cibarsi di madre e figlia, era un azzardo combattere contro così tanti uomini d'armi.

«Sai donna, molti anni fa non avrei esitato, avrei divorato te e tua figlia. Avrei aspettato che i soldati se ne andassero e mi sarei dileguato nella notte.»

«Divorarci?» Disse Brisby a voce alta.

Già, era quello il punto, perché stava esitando, Alexander non se lo spiegava.

“Forse perché dentro di te c'é un cavaliere che non é mai morto. Forse il tuo destino è quello di salvare queste persone.”

Essere un assassino lo appagava veramente?

Solo in quel momento, per la prima volta, Alexander dubitava di scelte che reputava inamovibili: era davvero felice di essere così?

Se lo era, perché aveva continuato a pensarci?

Prima di divenire un vampiro era stato felice, in un bacio aveva toccato il Paradiso, quale era il piacere della violenza?

Forse quell'attimo simile ad un orgasmo, mentre succhiava il sangue delle sue vittime?

Avrebbe potuto essere felice salvando quelle persone?

«Fai silenzio, non alzare la voce.»

8

“Da grande mi piacerebbe poter servire un grande sovrano, come prima di me fece mio padre.”

“Perdonami figlio.”

“Tuo padre è malvagio.”

“Tuo padre è diventato malvagio per proteggerti.”

“Tuo padre ti amava al punto da scegliere la via oscura pur di darti un futuro.”

“Tuo padre era un debole.”

“Alexander sei un debole. Hai ceduto all'oscurità come tuo padre. Sei un assassino.”

“Nicodemus si starà rigirando nella tomba nel vedere cosa è divenuto il suo pupillo.”

“Alexander sei un debole, dovresti cercare la forza di cambiare.”

“Non importa se riuscirai a diventare un grande cavaliere. Se riuscirai a rendere felice la tua famiglia, sarai già diventato un uomo forse più grande di tuo padre. Lui ha sempre combattuto solo per questo, ma non è mai tornato.” Erano le parole di Nicodemus, ora le ricordava, gliele aveva dette il giorno in cui aveva ufficializzato il suo fidanzamento con Jasmine.

“Alexander sei un debole.”

«No, non sono un debole.» Sussurrò infine il vampiro.

«Cosa?»

«Non ha importanza, mi è piaciuto parlare con te, era una cosa che non facevo da tanto tempo.»

«Vuoi fuggire? Ci farai scoprire!»

«Non sto fuggendo, cercherò di dare un futuro a te e alla tua bambina.»

La scelta: erano serviti più di due secoli per arrivare a quella decisione, il giovane Alexander, quel ragazzo per bene che aveva conquistato il cuore di una dolce ragazza, che aveva fatto sperare il suo mentore, che aveva reso orgogliosa sua madre, quel ragazzo, si era finalmente risvegliato.

Era un peccato che quella decisione dovesse essere suggellata con il sangue, quasi servisse a lavare via i due secoli trascorsi, ma quella volta sarebbe stato diverso.

Ogni goccia di sangue versata, sarebbe stato in nome di una buona causa.

«Cosa vuoi fare?»

«Non posso dirtelo, domattina capirai.»

«Ma tu chi sei?»

«Sono un figlio della notte, un vampiro, sai cosa vuol dire?»

«No.»

«Non importa, sono solo un mostro che faresti meglio a dimenticare.»

Era un mostro, era verità, era una creatura nata per cacciare i viventi, ma da quel momento avrebbe ucciso con il cuore, avrebbe pensato con grande cura alla vita delle sue vittime: avrebbe rispettato la vita.

«Ci farai uccidere, non voglio che facciano del male alla mia bambina.»

Con quei buoni propositi Alexander lasciò quella piccola fossa nascosta sotto il pavimento di una casupola di campagna, la botola si aprì e la sua figura ne uscì.

Madre e figlia poterono solo intravedere qualcosa di avvolto in un mantello, forse un vecchio, oppure qualcosa di diverso, fu loro impossibile stabilirlo con precisione.

Il mattino seguente, quando uscirono dal rifugio, il villaggio era salvo.

Per loro sarebbe stato comunque un giorno di lutto, Jonas era tra quelli che quella notte morirono in difesa dei propri cari.

Fu una grande disgrazia, ma loro ebbero comunque un futuro e non dimenticarono mai quella voce nell'oscurità.



Commenti

pubblicato il 02/12/2008 17.16.00
fiordiloto, ha scritto: Epico questo capitolo! Davvero ben descritti anche i pensieri di Alexander, che mi piace sempre più. Grazie per l'avvertimento, devo aver sbagliato inavvertitamente sezione. Un bacio grande e che la penna di noi scrittori resti sempre colma d'inchiostro, così come la mente piena di fantasia!!!!! :-)

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