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lavoro pubblicato domenica 23 novembre 2008
ultima lettura giovedì 14 febbraio 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - XXVI GIALLO SUL MARE DEL NORD

di Dunklenacht. Letto 985 volte. Dallo scaffale Viaggi

Africa Coloniale Tedesca, 26 dicembre 1917.La vita e la morte si rincorrevano e giocavano tutt'intorno a me. La vita e la morte erano tristi, quanto...

Africa Coloniale Tedesca, 26 dicembre 1917.

La vita e la morte si rincorrevano e giocavano tutt'intorno a me. La vita e la morte erano tristi, quanto le cose che mi circondavano una volta, in un tempo assai remoto che quasi più non ricordavo. La vita e la morte avevano le parvenze degli stormi di albatri e tortore che volavano sulle coste del Mare del Nord. Di tanto in tanto, accadeva che queste due realtà si mescolassero tra loro, si congiungessero in un non so che di vago e indefinito, quanto le creste spumeggianti delle onde che s'infrangevano sulle coste della Germania Settentrionale e le scogliere bianche. Si narrava che non so quale dio pagano avesse fatto squillare il suo corno d'oro sopra quei lidi.

L'amore e la tenerezza di una giovane donna dalle belle labbra possono consolare. Me lo ripetevo invano, invano, anche quel giorno lontano, in cui passeggiavo al fianco del mio Friedrich lungo la costa, bagnata dal Mare del Nord. Era inverno, faceva freddo, la sabbia della spiaggia era gelida e ricoperta a tratti da una neve lieve. Qua e là, si discerneva un gabbiano, che cercava vanamente del cibo sotto la coltre bianca. Il blu era il colore dominante, assieme al grigio. Mi sembrava di vedere quegli uccelli dappertutto, persino tra le nubi, squarciate soltanto da un freddissimo raggio di sole, la vista del quale mi feriva il cuore. La mano fredda del vento mi mostrava e quasi scoperchiava i tetti spioventi delle case di legno, costruite lungo la spiaggia. Erano tutti del color della pece, mentre i muri erano dipinti di verde, di rosso e di celeste. Le finestre avevano delle rugginose inferriate, le quali facevano assomigliare quegli edifici a delle prigioni. Gli usci erano sbilenchi, sconnessi e cigolavano alquanto sui loro cardini. Alcuni di essi erano rosicchiati dai topi. Accanto ad altri avevano dimenticato delle fiocine arrugginite, mentre altri ancora recavano delle scritte a lettere dorate, che si solevano leggere sulle case in cui si praticava il meretricio. Il lutto era tutto ciò che accomunava quelle dimore misteriose.

Mentre io e il mio amato passeggiavamo sulla spiaggia, di quando in quando ci giungevano delle urla funebri, vaghe, disperate, che si levavano da quelle case. Colà, infatti, dimoravano le noverche della sabbia.

Nelle giornate più fredde dell'inverno le sventurate uscivano allo scoperto, tutte vestite di nero, le lunghe trecce bionde o rosse al vento, i volti stregati eppure ancora dalle parvenze giovanili, portavano ciascuna un secchio dorato sottobraccio e raccoglievano la sabbia, con le mani e con gli artigli. Piangevano, gridavano, si strappavano i capelli, si davano degli spintoni e alcune ruzzolavano al suolo, dimenandosi come delle bestie. Strillavano i nomi dei morti e il vento rapiva le loro voci, trasformandole in un muggito gutturale. Praticavano delle usanze misteriose. Dovete sapere che alcune di esse, in quelle occasioni, si tagliavano le vene e il loro sangue macchiava la neve. Pareva stipulassero chissà quale patto con il cielo, il mare e la bufera. Poi, arrivava un branco di cavalli, liberi e selvaggi ed era come se svanissero.

Io e il mio Friedrich vedemmo le noverche della sabbia, ebbi modo di tirare le trecce ad una di esse, per poi fuggirmene. Seppi che il loro comportamento era dovuto al fatto di aver perduto i loro amici del cuore, vale a dire gli uomini dai lunghi falli con cui solevano praticare i loro accoppiamenti sessuali. La disperazione che ne era seguita le aveva rese folli.

- Stringimi ardentemente, appassionatamente - chiesi al mio amato. - Così, la vita e la morte non ci faranno male... Non soffriremo e il nostro affetto ci renderà felici!

E passeggiavamo sottobraccio vicino alla foce dell'Elba, il vento era il nostro compagno e ci accarezzava piano, languidamente, come per darci un bacio.

Voi dovete sapere che c'era una volta un uomo vestito con un frac nero, tarlato; egli portava una benda color della pece sul volto, perché gli mancava un occhio e faceva fischiare sempre in aria il suo frustino nero, che usava per cavalcare e per sferzare i suoi schiavi. I suoi pantaloni erano strappati e logori, come può essere la mente di chi si lascia conquistare dai vizi più usuranti della terra. Portava la bombetta ed era cattivo, furbo e pronto alla truffa e all'inganno. Andava sempre in giro su una vettura automobile ottocentesca, nera quanto il lutto, il cui motore emetteva dei ruggiti tenebrosi e quasi scoppiava, ogni volta che si accendeva. La macchina recava sulle fiancate due striscioni viola e su ciascuno di essi si leggeva la seguente scritta, a lettere dorate: «LA VITA, LA MORTE, IL NULLA». Il clacson rosso della vettura suonava sempre molto forte.

Il Venditore di Ragazzi (questo era il nome del personaggio) sapeva quale fosse la stagione migliore per fare il suo mestiere. Nel primo autunno cominciava le sue meste peregrinazioni di villaggio in villaggio, di città in città, onde raccogliere le sue conquiste e portarle via con sé, una dopo l'altra. Si metteva su di un piedistallo bianco e scarlatto, nella pubblica piazza e chiamava a raccolta i giovani del Nord, gridando e schiamazzando con la sua voce da gradasso. Prometteva divertimenti, spasso, prosperità, sesso e felicità senza fine a chiunque avesse scelto di seguirlo. Chiamava tutti per nome, perché sapeva tutto di tutti, conosceva ogni segreto e sapeva sedurre gli uomini. Mi sembra ancora di vederlo, nelle piazze di Amburgo, Brema, Amsterdam, Rostock, Hannover e persino Copenaghen.

Il Venditore di Ragazzi si portava vicino alla bocca una sorta di cono di cartone turchino e ripeteva sempre le sue promesse impossibili, le sue parole sature d'illusioni, alle quali facevano seguito occhi scintillanti, bocche spalancate, grida d'ammirazione e applausi.

- Vengo! Vengo! Lasciatemi passare! Arrivo! Voglio venire anch'io! - vociferava la folla, al termine di quelle arringhe.

Erano i discorsi dell'inganno, tenuti davanti alle case gialle, dai tetti neri e spioventi, all'ombra delle betulle dalle foglie caduche, per l'autunno. Il sole era talmente triste, in quei giorni!

- Venite con me, ragazzi! - esclamava il Venditore. - Vi condurrò nella felicità e nel divertimento, non dovrete mai più lavorare, piangere o soffrire! Seguitemi! Seguitemi!

Alla fine, li caricava tutti sul suo carro di legno munito di sbarre e li rinchiudeva là dentro, come bestie che vanno verso il macello. Eppure, nessuno di quei giovani si lamentava, anzi, tutti schiamazzavano, ridevano, scherzavano, si ubriacavano. Ho dimenticato di dirvi che il Venditore di Ragazzi soleva offuscare le menti delle sue vittime regalando loro delle botti colme di birra e d'acquavite. Alcuni di quelli del carro addirittura fumavano i derivati della canapa indiana, perché quel vecchiaccio era generoso, sì, tanto da non lesinare loro le droghe dell'illusione e del piacere.

E succedeva così ad Amburgo, a Brema, ad Amsterdam, a Rostock, ad Hannover e persino a Copenaghen.

Dovete sapere che nei villaggi e nelle città dei Paesi Bassi, della Frisia, della Sassonia, della Westfalia, della Turingia, della Danimarca e via dicendo, girava un carretto di legno, tirato da nessuno o forse dai fantasmi del destino. Era il carretto dei tulipani e si vedeva nella periodo compreso tra maggio e settembre. Invero, era colmo soltanto di terra e di quei fiori dai petali aguzzi, gialli, turchini e scarlatti. I vecchi saggi sapevano che il vederlo fermo dinanzi alla propria casa era segno di sventura, perché la sua presenza significava che il ragazzo o la ragazza che abitava in quella dimora sarebbe stato rapito dal crudele personaggio di cui vi parlo.

Quanti giovani il Venditore portava via con sé!

- Farete festa come state facendo ora, anzi, anche di più! Venite con me! - diceva sempre.

Alla fine, arrivava il momento di caricarli tutti su una nave. Dovete sapere che ad Amburgo, nel mese di dicembre, arrivava sempre da non so quale paese un bastimento tutto nero e verde, che faceva risuonare forte la sua sirena entrando in porto.

Li caricavano tutti a bordo. I ragazzi erano incatenati, portavano al collo dei grandi collari di ferro, ai quali erano agganciate delle grosse catene arrugginite, che li tenevano indissolubilmente insieme. Avevano i polsi legati ma essi non si accorgevano di nulla, perché erano ubriachi, drogati ed esaltati, schiamazzavano, ridevano e scherzavano alla follia.

Aspettavano in fila lungo il molo, prima di essere caricati sulla nave da marinai che avevano i volti coperti da cappucci neri, con due buchi al posto degli occhi e uno al posto della bocca. Il fumo di una ciminiera avvolgeva tutta la scena. Io non so verso quale destinazione li conducessero... Davvero, non lo so!

La nave dipinta di nero e di verde recava altresì delle grandi scritte in alfabeto cirillico, che non riuscivo a leggere, né a capire. Erano scritte tracciate con inchiostro rosso, fatto sgocciolare dal pennello, in modo che sembrassero dipinte col sangue.

- Caricateli a bordo! - strillava il Venditore di Ragazzi, sghignazzando. - Caricate queste bestiacce!

E sogghignava, sogghignava, sogghignava, calcandosi la bombetta tarlata sulla testa, affinché non fosse rapita dal vento freddo. Mi sembra ancora di vedere i tetti e le torri nere di Amburgo, dietro quella figura cupa, come in una visione! E che rumore, di macchine e voci infuriate!

Dopo aver raccolto tutto il suo disperato carico, la nave fatale levava le ancore e salpava così, alla volta del Mare del Nord, verso chissà dove, verso chissà dove.

Alla fine, quando tutti si trovavano al largo, tra le nebbie, ci si accorgeva che era impossibile tornare indietro ed arrivava la bufera. Tutti scoppiavano a piangere, ma era troppo tardi, troppo tardi! Le onde erano alte come montagne e gli scogli stregati mandavano la stiva in frantumi. Poi, la nave si capovolgeva su se stessa e andava a picco. I giovani infelici venivano catapultati nel mare, che li avvinceva con un abbraccio gelido, fatale. Tutti morivano, uno dopo l'altro. Alcuni, si mettevano subito a bere, per farla finita subito. Altri gridavano e chiamavano aiuto, invano. A me sembrava di essere con loro, di non avere più nulla per cui vivere, di non avere più un cielo, un sole e una terra come patria, di essere pianto e tristezza soltanto. Ed era come se bevessi insieme a loro l'acqua gelida del Mare del Nord, in un inverno nevoso e senza fine.

Mi sembra ancora di scorgere il Venditore di Ragazzi, al sicuro sulla terraferma: la nebbiosa città alle spalle, contava i suoi numerosi biglietti di banca, sghignazzando. Li aveva venduti tutti alla tempesta e agli abissi marini, come faceva ogni anno.



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