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lavoro pubblicato sabato 22 novembre 2008
ultima lettura domenica 15 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Alexander - (13) Vampiro

di aNoMore. Letto 1387 volte. Dallo scaffale Fantasia

Altra settimana, nuovo capitolo. Il nostro occhio si sposta un po' dal protagonista ad un altro personaggio cardine della storia. Questa è la storia di un cavaliere, che tradì, sbagliò, quasi si pentì ed infine... Buona lettura, spero vi piaccia.

1

Seduto su una fredda scalinata di pietra, un uomo piangeva di rabbia.

È un fatto ricorrente in questa storia, uomini d'armi, dal cuore di pietra ricoperto di spine, arrivano al punto in cui la loro mente crolla e cedono al pianto, come bambini che non hanno più un genitore a cui rivolgersi. Con quelle lacrime gridano aiuto, tentano in vano di sfogare la loro rabbia, la loro frustrazione e i loro rimpianti.

Erano scale che conducevano ad una angusta prigione, umida, puzzolente e per la maggiore popolata da ratti.

Nessuno veniva rinchiuso in quel sotterraneo dalla caduta di Garren, il castello era stato dato alle fiamme, sulla terra era stato sparso il sale, a più nessuno era stato concesso di edificare su quelle terre, come si trattasse di suolo maledetto.

Dopo quasi vent'anni, lì sotto era stato rinchiusa una persona, l'essere che aveva decretato quella sentenza, forse si era dimenticato pure di averla sancita e così il tempo passò.

La mente di quel prigioniero era ferita, nei suoi deliri di tanto in tanto parlava di una notte di tragedia, ma comprendere di preciso cosa intendesse era impossibile.

L'unico uomo a sapere dell'esistenza di quel prigioniero era ormai vecchio e seduto su fredde scale di pietra, piangeva.

Da qualche anno ogni sera era andato in quel luogo dimenticato da Dio a portare del cibo, nessuno si era mai curato del perché, quel povero vecchio, ogni santo giorno si recasse in quel terreno interdetto a tutti. Forse, se fosse successo, la storia avrebbe preso una piega diversa, i piani di un antico si sarebbero infranti, disciolti come neve al sole, ma così non fu.

Quando metteva piede in quel castello spesso quel vecchio uomo si disperava, era l'incarnazione del fallimento della sua vita e laggiù in quelle celle, vi era l'incarnazione del suo fallimento come uomo.

Aveva suonato i sessanta da un pezzo, un miracolo per una persona come lui aver raggiunto quell'età, ormai sentiva ogni giorno la morte un passo più vicina. Sarebbe giunto il tempo in cui non avrebbe più potuto andare in quel luogo e dunque bisognava decidere: liberare il prigioniero o ucciderlo?

Una scodella come tutte le notti, passata per la piccola apertura alla base di una porta di solido metallo. Come tutte le notti vi erano colpi e tumulto dietro quella barriera, sembrava che il prigioniero volesse abbatterla piuttosto che avvicinarsi per prendere il cibo. Poi come ogni notte gorgoglii, urli e versi indescrivibili si susseguivano per tutto il pasto.

Dallo spioncino, spesso il vecchio aveva osservato quel prigioniero mentre gustava il suo pasto: sembrava una bestia, un lupo che si nutriva della sua dose di sangue con grande ingordigia.

Infine la scodella veniva scaraventata fuori e il vecchio si sedeva vicino a quella porta di metallo ascoltando i suoi rimpianti. A volte ascoltava i deliri dell'unica sua compagnia in quel luogo e non passava giorno che non si domandasse se esistesse un rimedio a quella maledizione.

2

Dopo quella tragica notte Alexander scomparve dal villaggio di Zaradel, il suo corpo non venne mai ritrovato, ma in cimitero, accanto alla tomba di Nicodemus ed Eveline, venne piantata una croce anche per lui.

Jasmine impiegò quasi due anni per tornare alla normalità e prima che riuscisse di nuovo ad affezionarsi ad un uomo, ne trascorsero altrettanti.

Dopo otto anni da quella tragica notte si sposò e l'anno seguente ebbe una figlia. La sua vita trascorse felice, anche se a volte, leggendo un libro o ammirando un tramonto particolarmente romantico, sentiva qualcosa muoversi in mezzo al petto e con la mente volava a dei lontani ricordi tanto belli quanto dolorosi.

Lontano da Zaradel, nelle notti più nere, degli umani che sembravano bestie continuavano il loro viaggio.

Di paese in paese seminavano disperazione e dopo quella notte furono in tre.

Alexander era stato trasformato in uno di loro, era diventato il predatore degli umani, una creatura che ripudiava il giorno e come un'ombra tramava nella notte.

La sua mente continuò a sanguinare per tutto quel tempo, in definitiva, l'aspirante cavaliere era divenuto la più crudele delle bestie.

Quando non delirava, era intento a cibarsi del caldo sangue di qualche creatura, umani, magari mezzi-umani, l'importante era che comprendessero il dramma della morte e supplicassero per le loro inutili vite.

A volte, i due vampiri che lo avevano generato, temevano i suoi sbalzi di umore, quel giovane diventava di giorno in giorno più forte, la sua potenza cresceva in modo esponenziale e temevano che presto sarebbero stati annientati dalla sua follia distruttrice.

Alexander era diventato il vampiro che anche i vampiri temono, uno di quelli che non si cura della sua natura eterna, uno di quelli che non si preoccupa di nulla, nella sua esistenza vi erano unicamente i momenti in cui bisognava dormire e quelli in cui bisognava cibarsi, fosse anche di altri vampiri.

Nel saziarsi poi, riteneva ci dovesse essere anche sufficiente crudeltà, il sangue doveva arrivare fino al cielo. Un umano a notte poteva riempirlo, ma sprecando il caldo nettare, aveva la motivazione per cacciarne anche due o tre per notte.

Trascorsero quasi cinque anni e per due vampiri che in fin dei conti avevano sempre mirato ad arrivare alla notte successiva, la compagnia di quel giovane stava diventando un peso sempre maggiore. Ormai erano braccati da diverse compagnie di ammazza-vampiri, la loro presenza in quelle terre era diventata fin troppo evidente e non era più così semplice mettere le mani su un po' di sangue fresco.

I due puntarono il dito sul nuovo giunto, con il suo modo di fare troppo esibizionista e non curante delle conseguenze, aveva attirato su di loro le attenzioni di troppe persone, era divenuto un pericolo troppo grande, era un errore a cui dovevano porre rimedio.

Appena qualche notte dopo essere giunti a quella conclusione, i due vampiri scomparvero.

Alexander aveva udito le loro conversazioni, agì per primo e li distrusse. Si saziò del loro sangue e una volta spediti entrambi nel torpore dell'astinenza, li lasciò fuori, a conoscere il piacere delle prime luci dell'alba.

Le loro ceneri vennero sparse dal vento, così che non rimase alcuna traccia del fatto che fossero esistiti.

Per un anno ancora Alexander vagò, finalmente solo, poteva dare libero sfogo a quell'odio incontrollabile che gli proveniva da dentro. La sua fame cresceva ogni giorno, come se il sangue fosse una droga che pian piano faceva sempre meno effetto e richiedeva dosi maggiori.

Ogni volta che gli capitava di vedere la sua figura riflessa, constatava come il suo aspetto stesse mutando, il suo corpo seguiva la degenerazione e si avvicinava alla bestia partorita dalla malattia mentale.

Non erano più solo i canini, ma tutti i denti si stavano trasformando in zanne, le unghie che prima mutavano tra un aspetto normale ed acuminati artigli, erano ira perennemente nella loro forma da combattimento.

La pelle impallidiva, si rattrappiva come quella di un vecchio, i muscoli si gonfiavano a dismisura mostrando le vene in rilievo, il suo stesso corpo stava mutando in quello di un uomo deforme, dalla bocca spropositatamente grande, occhi spenti e seppelliti dietro la pelle cadente.

Anche le mani e i piedi si erano fatti più grandi e animaleschi, dalle vertebre della schiena stavano fuoriuscendo escrescenze ossee, che probabilmente in qualche tempo si sarebbero trasformate in una fila di corna lungo tutta la schiena, dalla base del cranio fino al bacino.

Ormai la sua umanità era dimenticata, i suoi pensieri si erano fatti giorno dopo giorno sempre più elementari, arrivò il momento in cui non perdeva più tempo a mormorare solitario nella notte, si limitava ad aprire gli occhi al tramonto, cacciare e rifugiarsi nuovamente all'alba.

Poi una notte si svegliò e si accorse di non essere nello stesso luogo in cui si era addormentato il mattino. Era in una piccola stanza buia, fredda e chiusa da una spessa porta di metallo.

Impiegò appena qualche istante per comprendere di essere in trappola e come ogni belva rinchiusa dentro una piccola gabbia, salto da una parete all'altra, si incrinò le ossa nel tentativo di sfondare la porta, si spezzò gli artigli nel graffiare le pareti, urlò, ma nulla, non sembrava esservi modo di uscire da quel luogo.

In un attimo di silenzio infine, mentre meditava sul cosa tentare per fuggire, udì delle parole provenire da oltre la porta metallica:

«Ora anche lui mi appartiene, a quanto pare il tuo stratagemma è fallito comunque.»

«Non era questo il nostro patto. Ti prego, liberalo, almeno lui.»

«Sei stato tu ad arrivare a questo, io avevo già scelto lui, ma hai voluto fare di testa tua e questo è il risultato.»

«Non puoi prenderti anche lui.»

«Oh, l'ho già fatto la notte in cui l'hanno reso vampiro, ora la sua anima è appuntata nel mio libro, mi appartiene e nessuno potrà mai più rivendicarla.»

«Non é giusto, noi avevamo un patto...»

«Esatto, quindi non mi tediare, hai vinto la tua guerra e quando ti ho chiesto di pagare il tuo debito, hai tentato di raggirarmi. Ho accettato il tuo inganno, cosa ci posso fare se poi il destino ha voluto così?»

3

Ancora una notte, ancora una scodella, ancora urla e gorgogli, era un altro giorno trascorso, un giorno in meno che lo separava dalla morte.

Ancora una volta seduto accanto a quella porta, il vecchio uomo si malediva, giocato dal destino beffardo, ora era costretto a terminare il sogno chiamato vita con un indescrivibile incubo.

Non era mai riuscito a parlare alla creatura dall'altra parte della barriera di metallo, non era mai riuscito a dirle nulla, ma quella sera più di ogni altra, sentiva l'incombenza di decidere, doveva scegliere tra lasciarla vivere o ucciderla.

Così prese il coraggio a due mani e tra le lacrime lo chiamò:

«Alenxader, mi senti?»

Dall'altra parte nessuna risposta.

«Ti prego, dimmi che c'é ancora qualcosa di umano dentro di te.»

«No.» Un unica sillaba, pronunciata con voce profonda, una parola sufficiente a spezzare il cuore del vecchio.

«Volevo solo chiederti scusa... per tutto.

Ho sbagliato mille e mille volte con te, ho sbagliato tutto, ma ora vorrei fare un'ultima cosa per te, vorrei liberarti dal tuo cordoglio.

Non potendo riscrivere il passato, vorrei darti sollievo, almeno per un attimo, sappiamo entrambi cosa ci aspetta dopo la morte: la tua anima é già stata giudicata, come la mia del resto.

Tuttavia credo che nella morte vi sia l'unica soluzione, l'unica espiazione alle mie colpe e l'unica liberazione dalla tua maledizione.»

«Io non voglio morire.» La voce profonda aveva risposto, non vi erano emozioni in quelle parole, era semplicemente la manifestazione degli unici pensieri chiari in una mente confusa.

Negli ultimi anni il vampiro aveva ripreso ad avere le sue fasi catatoniche, nelle quali parlava, rideva, piangeva, il tutto rannicchiato in un angolo di quella sporca cella.

«Perdonami figlio mio, ma non so davvero che altro fare, come potevo sapere che lui avrebbe chiesto la tua vita in cambio?

Io volevo solo creare un futuro felice per te e la mamma, volevo solo vederti crescere felice, volevo solo che fossimo una famiglia felice.»

Da dietro la porta non arrivò più nessuna risposta per quella notte, il vecchio continuò a confessare i suoi peccati chiedendo in continuazione perdono, ma l'assoluzione per i suoi errori non giunse mai.

Ser Justin Tarey aveva sbagliato, aveva sbagliato il giorno in cui mandò via la sua famiglia con l'amico Nicodemus, se solo non lo avesse fatto, probabilmente avrebbe trovato la forza per combattere fino alla fine.

Nel castello di Garren invece, non vi era più una famiglia da proteggere, fu più facile quindi decidere di cambiare bandiera, vendere il regno pur di avere salva la vita, nessuno dei suoi cari avrebbe rischiato di morire nell'assalto notturno che avrebbe decretato la caduta.

Fu solo il primo errore, perché l'indomito coraggio dei cavalieri di quel regno era degno di entrare nelle leggende e Ser Justin non aveva fatto i conti con questa realtà.

La controffensiva di Garren veniva ancora tramandata in gran segreto tra i pochi che sperano nella rinascita di quella corona, perché loro ebbero successo, per alcuni mesi sembrò che un sogno stesse per realizzarsi, il trono caduto sarebbe stato ripristinato.

Furono mesi di paura per Ser Justin, si era venduto al nemico, ormai la voce circolava tra gli uomini di Garren, qualcuno avrebbe potuto rifarsi sulla sua famiglia, qualcuno avrebbe potuto fare del male a suo figlio: non poteva permetterlo, era l'unica cosa per cui riteneva giuste le sue scelte.

Fu così che Ser Justin fece il secondo dei suoi errori, decise di rispolverare un antico tomo di famiglia, decise di andare a leggere gli antichi manoscritti che portarono i suoi bisnonni al rogo.

Il sangue da demonologo è una cosa che ti porti dentro, é come una di quelle malattie ereditarie che non sai mai quale generazione torneranno a colpire e dopo oltre settant'anni, la famiglia Tarey tornò a trafficare con i signori dell'oscurità.

Era scritto ovunque in quei testo, avere a che fare con uno di quei dannati era un affare da non prendere alla leggera: anche il patto perfetto poteva celare una ritorsione. Ser Justin volle comunque rischiare.

Come se avesse avuto a che fare con il genio della lampada, desiderò di vincere quella guerra, desiderò che il suo tradimento sprofondasse nell'oscurità e che nessuno potesse mai riportarlo alla sua famiglia.

Il dannato diavolo soppesò le richieste e affermò che era un affare parecchio difficile, il pagamento sarebbe stato alto, molto alto.

Il padre di Alexander sbagliò per la terza volta, distrutto psicologicamente da quell'evocazione a cui non era sicuramente preparato.

Non aveva mai fatto nulla del genere, non era neppure molto affine alle arti magiche e quel rituale gli aveva richiesto energie dieci volte superiori al normale, lasciandolo nel momento della trattativa al limite dello svenimento.

In quelle condizioni dimenticò una delle regole fondamentali, non ricordò di stabilire con assoluta precisione il prezzo di quel contratto.

Può sembrare banale che gran parte di questa storia verta su un errore tanto sciocco, ma nessuno può capire come un diavolo possa distorcere la realtà fino a condurre lo sciagurato nella direzione più orribile. Del resto se non fosse stato Ser Justin, sarebbe stato un altro, l'imprudente prima o poi arriva sempre e loro hanno tutta l'eternità a disposizione. Loro possono aspettare e non si può dire che quel diavolo non seppe aspettare, ma questa è un'altra storia.

4

La guerra fu vinta, tra fiumi di sangue ogni singolo sostenitore di Garren venne eliminato e sempre nel sangue venne lavato via anche il ricordo del tradimento di Ser Justin Tarey. Il diavolo nei suoi doveri si dimostrò quanto mai efficiente.

Fu nel giorno del suo trentatreesimo compleanno che il cavaliere traditore ricevette una visita, non aveva smesso neppure per un giorno di rimpiangere il momento in cui aveva scelto di stringere un patto con un figlio dell'oscurità. Quella notte di follia lo perseguitava nei sogni, quasi a promemoria del fatto, che non era più una persona come le altre, ora era macchiato dalle tenebre.

In quella visita, il diavolo comunicò il pagamento che era venuto a riscuotere: la vita di suo figlio ora apparteneva ad un signore dell'oscurità, che sarebbe venuto a riscuoterla nel momento più opportuno.

Alexander a quel tempo stava per compiere due anni.

Ser Justin inizialmente si oppose, poi arrivò la consapevolezza di non poter rifiutare e dopo una settimana di quasi digiuno e di quasi totale assenza di sonno, venne folgorato da un'idea quanto meno geniale, a suo avviso: avrebbe potuto raggirare quel patto mettendo alla luce un secondo figlio.

Era inspiegabile come una persona che aveva trascorso la stragrande maggioranza della sua esistenza sulla via della rettitudine, avesse in poco più di un anno perso ogni traccia di moralità, ma così andò, prima il tradimento, poi il patto col diavolo ed infine l'idea più sadica: generare un figlio con l'unico scopo di offrirlo in pagamento ad uno spietato signore degli Inferi.

La cosa ancor più sconvolgente fu che non ebbe il minimo ripensamento nel mettere in pratica quel suo piano: comprò una schiava, la stuprò fino ad ingravidarla, la segregò impedendole di suicidarsi ed infine, quando il figlio venne alla luce, non ebbe neppure da sporcarsi le mani per sbarazzarsi della madre, lasciò che la depressione la facesse suicidare.

Non si sprecò neppure a dare un nome a quel pargolo, lo consegnò direttamente ad una confraternita di religiosi che lo crescessero al posto suo, avrebbe pagato lautamente il disturbo, ma il ragazzo non avrebbe mai dovuto sapere della sua esistenza.

Il piano era perfetto, giorno dopo giorno Ser Justin si compiaceva della sua genialità, avrebbe salvato suo figlio e presto, non appena le ceneri lasciate dalla guerra si fossero depositate, avrebbe potuto tornare dalla sua famiglia.

Trascorsero dieci anni, Ser Justin era sempre più ansioso di tornare dalla sua famiglia, aspettava solo l'ultima visita di una creatura d'altro mondo per concludere per sempre il suo contratto. Aveva deciso di non rischiare di trovandosi troppo vicino al proprio figlio, quello vero, preferiva essere più vicino a quell'altro, quello sacrificabile, così magari il diavolo avrebbe scelto lui anche per motivi pratici: era più vicino.

Inutile dire che si trattava di un ragionamento quanto mai sciocco, degno di una mente che ormai si era consumata nel tentativo di trovare soluzioni ai propri sbagli, senza però voler riconoscere gli errori commessi.

Quando il diavolo venne a riscuotere definitivamente il pagamento, Ser Justin gli comunicò fiero dove si trovare il figlio, ovviamente scatenò le ire dell'antico essere, il quale però si limitò a dire poche parole:

«Ser Justin Tarey vuole essere più furbo degli Signori dell'Oscurità. Inutile uomo, accetto il tuo pagamento, ma pagherai amaramente la tua slealtà. Morirai rimpiangendo ogni giorno che hai vissuto, questa è la promessa e la maledizione di questo antico diavolo.»

5

I fratelli che avevano accolto il piccolo neonato avevano deciso di chiamarlo Edward, erano felici di averlo tra loro, era un'iniezione di allegria nel clima cupo di quel monastero.

Il piccolo aveva già festeggiato il suo decimo compleanno e non era molto diverso dagli altri suoi coetanei: era allegro, sano, forte, non era particolarmente buono, ma neppure particolarmente cattivo, un giovane normalissimo in somma.

Fu inspiegabile come da un giorno all'altro quello stesso fanciullo iniziò a dormire poco la notte, diceva di avere degli incubi terribili ed iniziò a mutare pian piano il suo carattere. Si fece cupo, talmente nervoso da risultare violento, nessuno riusciva a capire quel repentino cambiamento.

I fratelli iniziarono a guardarsi con diffidenza quando si parlava di Edward, avevano il timore che quelli che in passato erano stati troppo dolci con lui, nascondessero nei loro armadi scheletri innominabili tra quelle mura.

Solo gli abusi potevano spiegare un comportamento come quello, iniziarono i litigi, si formarono vere e proprie fazioni all'interno del monastero che non si parlavano praticamente più. Alcuni fratelli vennero completamente esclusi dagli altri, perché i loro comportamenti erano stati tra i più sospetti.

Contemporaneamente Edward cambiava, mutava nel carattere, mutava nel coportamento, si era fatto crudele, stava sempre nella sua stanza e sembrava pregare: sussurrava parole incomprensibili.

Alcuni fratelli avvanzarono l'ipotesi che fosse stato posseduto, ironia della sorte, non erano poi così lontani dalla realtà. Ad ogni modo esorcismi, preghiere e quant'altro non servirono a nulla, il ragazzo peggiorò sempre più e all'età di quattordici anni fuggì da quel monastero commettendo il suo primo omicidio.

Già sappiamo che ne sarebbero seguiti molti altri, presto sarebbe divenuto un assassino tra i più spietati e soprattutto tra i più temuti. Per tutti gli anni a seguire non si chiese mai chi fosse la sua buona stella, quella forza incontrollata che spesso lo aiutava e gli aveva permesso di scamparla sempre da ogni situazione.

Anni dopo, quando quella forza si rivelò, sappiamo tutti che sembrò più una maledizione che una buona stella, in fin dei conti lo uccise anche nell'anima.

6

Ser Justin Tarey non tornò mai dalla sua famiglia, qualche volta passò nei pressi di Zaradel e da lontano con un cannocchiale spiò i giovani sui campi: cercava di intuire quale potesse essere suo figlio. Non lo vide mai.

Il motivo che lo tenne lontano dalla forza che lo aveva condotto a scelte folli, che lo avevano portato a generare un figlio per salvarne un altro, fu la minaccia del diavolo: aveva paura che il suo riavvicinamento alla famiglia avrebbe in qualche modo potuto contagiarli con la sua dannazione.

Per lunghi anni l'uomo cercò di tirare avanti, la famiglia gli mancava da morire, più di qualche volta fu quasi sul punto di prendere armi e bagagli e partire alla volta del piccolo villaggio: non lo fece mai.

Arrivarono i cinquant'anni, li superò, e con la vecchiaia arrivò anche il profondo sconforto per le stupide azioni compiute da giovane.

Spesso ripensò ai fatti del passato e si chiese perché non aveva imboccato altre strade; non trovò mai una vera risposta, si convinse di essere impazzito per un lungo periodo della sua vita e solo con la vecchiaia era potuto in qualche modo guarire.

Ciò però non bastò ad alleviare il suo dolore, non bastò a guarirlo dagli incubi che quasi ogni notte lo facevano svegliare di soprassalto, non gli tolsero la paura che un giorno qualcuno arrivasse comunicando una disgrazia avvenuta alla sua famiglia.

Già, Ser Justin non aveva mai dimenticato le parole del diavolo, la maledizione era sempre viva in lui e pregava ogni giorno perché si abbattesse solo su di lui e non sui suoi cari.

Purtroppo Dio era divenuto sordo alle sue preghiere, troppo la sua anima si era sporcata dell'atrocità delle sue scelte e quando un ragazzo bussò alla sua porta, capì che era finalmente giunto l'ultimo atto della sua maledizione. Tutto sarebbe finito quella notte forse.

Un giovane, di neppure vent'anni e che tanto assomigliava allo stesso Justin di tanti anni prima, gli portò la triste notizia che la sua famiglia era stata completamente sterminata, ma di gioire, perché il suo prezioso figlio quasi-viveva ancora. Richiuso nelle segrete di un antico castello diroccato, era ormai divenuto più simile ad una bestia che ad un uomo, ma non si poteva dire che fosse completamente morto.

Fu quello stesso giovane ad accompagnare il vecchio uomo a quelle rovine e a mostrargli la porta di metallo che mai si sarebbe dovuta aprire. Supplicò Ser Justin, pregò il diavolo che dominava il giovane, di liberare dalla maledizione il suo unico figlio, ma a nulla servì, il vecchio poté solo piangere e continuare a vivere la sua vita prendendosi cura del figlio dannato.

Molti anni dopo, in una notte identica a tutte quelle che avevano seguito la visita di quel giovane posseduto, il cavaliere traditore avrebbe confessato tutto questo al figlio divenuto bestia, avrebbe sperato di ricevere il perdono, ma non solo non successe mai, in aggiunta, non seppe neppure se il povero figlio era riuscito a credere a quella confessione straziata dal pianto.

La notte seguente decise di ucciderlo, possiamo tutti intuire che fallì nell'intento, l'unico a morire fu proprio Ser Justin Tarey, dissanguato e divorato dal proprio figlio che tanto aveva cercato di proteggere.

Alexander era nuovamente libero, ma qualcosa in lui era cambiato.



Commenti

pubblicato il 25/11/2008 20.04.34
fiordiloto, ha scritto: Però! La prima parte del capitolo mi ha inquietata, però è molto ben scritta. Sai, quando l'ho letta ero un po' triste, e mi ha aiutata a distrarmi. Arigatò gozaimasu!!!! :-)

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