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lavoro pubblicato mercoledì 19 novembre 2008
ultima lettura mercoledì 2 ottobre 2019

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LETTERE DA COPENAGHEN - XXV L'ISOLA D'ACCIAIO

di Dunklenacht. Letto 926 volte. Dallo scaffale Viaggi

Africa Coloniale Tedesca, 23 dicembre 1917. Il mio Friedrich era affettuoso e a volte paterno, nei miei confronti. Poteva accadere che mi trattasse co...

Africa Coloniale Tedesca, 23 dicembre 1917.

Il mio Friedrich era affettuoso e a volte paterno, nei miei confronti. Poteva accadere che mi trattasse come una fanciulla in fiore, da viziare. Di quando in quando, succede che gli occhi di una giovane donna si bagnino di pianto. La felicità o il dolore fanno questo. E la giovinezza diventa meraviglia, anche se si accende di tristezza. I petali morbidi di una rosa sembrano pensati apposta dalla natura per astergere quella rugiada degna delle stelle.

- Amore mio, ho fatto un sogno, un brutto sogno - sussurrai un giorno in un orecchio di Friedrich. - Nemmeno le tue parole affettuose riusciranno ad impedire il suo avverarsi, sotto i miei sguardi.

Avevo la sensazione che dovesse accadere in un futuro remoto, che non ci apparteneva ed anzi fuggiva fra i miei sospiri appassionati e le grida coraggiose del mio amato, che minacciava il vento per proteggere la sua Mirabelle.

- Accadrà per aver lasciato, abbandonato il nostro piccolo paradiso africano - aggiunsi, mormorando.

Socchiusi gli occhi piano piano, mentre mi trovavo sull'amaca, all'ombra di due grandi palme. Man mano abbassavo le palpebre, una nebbia piovosa mi avvolgeva la mente.

Tutto accadeva nella lontana Europa, in un futuro che non mi apparteneva.

Io e lui serbavamo nel volto e nel corpo l'eterna giovinezza, che ci faceva apparire belli e sereni, proprio come un tempo. Senza quella, non saremmo sopravvissuti tanto a lungo.

Era gennaio e la bruma malinconica avvolgeva la mia Amburgo, che però non era più come la ricordavo. C'era stata una guerra e i palazzi dell'Ottocento erano stati sostituiti da altri, fatti di ferro e cemento. Il vento scompigliava i miei lunghi capelli, mentre mi trovavo sull'estremità di un molo, al porto, con indosso un cappotto turchino, le bianche mani dalle unghie scarlatte arrossate dal freddo. Il rumore dei motori delle navi quasi mi faceva addormentare; assonnata, le palpebre semiaperte, appoggiavo la bella testa di bambola sulla spalla del mio amato. Ed era come se dormissi, di un sonno amoroso e felice.

Le voci dei marinai di un rimorchiatore mi riportavano alla veglia. Dietro, veniva una petroliera, dalle stive immense, che avrebbero potuto contenere un sogno, o forse, un oceano.

- Partiremo insieme, Mirabelle - mi disse la voce del destino. - Partiremo per l'isola d'acciaio, che ci attende laggiù, a quattro leghe dalla costa.

Mi voltai. Friedrich era vestito come un operaio, con indosso una tuta da lavoro color blu oltremare, sulla quale spiccavano alcune macchie d'olio, aveva le maniche della camicia arrotolate, portava un paio di scarpe sporche e un po' sfondate ai piedi.

Sulle sommità delle ciminiere, degli edifici, delle torri industriali dipinte a righe bianche e rosse, brillavano delle luci vermiglie. Le acque fredde ribollivano tutt'intorno e da esse salivano le nebbie, dense, che si mescolavano al fumo delle fabbriche del porto. Le luci servivano per la navigazione aerea. Anche le gru, veri e propri giganti di metallo, le avevano. Sullo sfondo, brillava un cielo freddo, di fuoco, nel quale moriva il giorno. Una strana macchina, che colpiva i muri con una palla d'acciaio, stava demolendo il silo vecchio, del quale, oramai, quasi niente restava. Le macerie erano fumanti, completamente avvolte dalle foschie e su di esse volavano stormi di albatri.

Una luce giallastra si accendeva e spegneva lontano, a tempo: era un faro.

- Ho freddo, ho tanto freddo - dicevo al vento.

Il mio amato allora mi avvolse con le sue braccia, come per riscaldarmi col suo affetto, ma non bastava, no, non bastava, perché la malinconia di quell'inverno era più forte di noi tutti.

Poco dopo, un battello venne a prenderci. Aveva lo scafo bianco e turchino, a bordo c'era una gru d'acciaio, alla quale era appesa un'automobile sfasciata, senza ruote, quasi un rottame.

Man mano ci allontanavamo dal molo e prendevamo il largo, sentivo che la fredda brezza marina si impadroniva dei miei sensi. Non solo il ponte, ma anche il tetto della cabina era coperto di neve.

Lungo il tragitto, prima tra due sponde, poi in mare aperto, incontrammo dei rimorchiatori e dei pescherecci. I pescatori imprecavano vagamente, mentre cercavano di issare a bordo le loro reti, cariche soltanto di rottami arrugginiti, scatole di latta vuote, tubi sfasciati, taniche di plastica e sportelli di macchine rotte.

Tutto sembrava un ultimo viaggio, un ultimo viaggio, sì.

Salutavo con la mano la mia Amburgo, che svaniva nel crepuscolo come un fantasma, fatto di torri, guglie, campanili gotici, fabbriche. Poi, all'improvviso, quell'apparizione funesta, alle mie spalle: mi chiamava un vecchiaccio dai capelli grigi e ritti, vestito di stracci, con una gamba di legno e il naso rotto, insanguinato. Egli faceva girare il tamburo della sua pistola, per poi portarla alla tempia e premere il grilletto.

- Bum! - esclamava poi, sghignazzando.

Giocava a roulette russa davanti a me... Per fortuna, non mi ero accorta di aver scambiato un mucchio di foglie morte rimaste sul ponte con una figura umana. Una folata di vento le disperse, così, improvvisamente.

Io mi stringevo a Friedrich, mentre, assopita dal rumore vago del motore, vedevo apparire all'orizzonte l'isola d'acciaio. Le luci del tramonto non s'erano ancora spente, allorché mi apparvero quei pilastri, che brillavano come ferro fuso, i bracci d'acciaio delle gru, tanto forti da sollevare una nave, gli operai bigi e intirizziti, che correvano a destra e a manca, fra decine di container carichi di merci e di rottami.

Due braccia robuste mi sollevarono, per poi farmi salire non so dove. Vedevo un gran gancio d'acciaio, che sorreggeva un tubo di metallo, che doveva pesare alcune tonnellate.

- Friedrich, dove siamo? Dove siamo capitati? - dicevo, frastornata.

Poi, da lontano, mi accorsi che una di quelle macchine volanti che chiamavano elicotteri atterrava sull'isola d'acciaio e si posava là dove avevano dipinto una specie di acca, in mezzo a un cerchio.

Le tristezze dovevano ancora accadere, sì.

Il mio amico del cuore faceva l'operaio, lì, fra quelle nebbie marine, con la tuta, il martello e le chiavi da lavoro in mano. C'erano tanti operai cattivi intorno, che governavano le macchine, premevano i pulsanti gialli e rossi... Io vedevo un carico sospeso, una specie di barile colmo di greggio, una fune si spezzava e quell'oggetto assassino precipitava sul mio amato.

- No! No! - strillavo, in lacrime, correndo verso di lui, invano. - Non uccidetelo!

Succedeva un incidente, così, sull'isola d'acciaio, fra le sue gru e le nebbie fredde del Mare del Nord.

Poco dopo, mi riscossi.



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