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lavoro pubblicato domenica 16 novembre 2008
ultima lettura mercoledì 11 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Alexander - (12) Dietro la porta chiamata A

di aNoMore. Letto 1132 volte. Dallo scaffale Fantasia

Eccoci di nuovo all'appuntamento settimanale con il mio racconto. Un nuovo capito, probabilmente il primo di una serie che racconteranno tutto il passato del protagonista. Spero vi piacerà, scriverlo è stato più difficile di quanto pensassi. ..

1

“Tu devi ricorcade”, queste erano state le parole dello spirito che condivideva l'eternità con William.

Un'entità, proveniente dalle remote nebbie del passato, voleva ricordare ad un vecchio stanco che non era sempre stata così, che il suo nome non era William Brown e che era ancora tempo di combattere.

Si scusò quello spirito, già, ne aveva sicuramente motivo, infatti quel bacio presto si sarebbe trasformato in un doloroso viaggio nella storia.

“Perdonami Alexander” aveva detto, Rubinia era sicura che quell'odore ed il sapore del primo bacio lo avrebbero riportato indietro, là dove tutto per lui era cominciato.

Avrebbe fatto tremendamente male, avrebbe forse sigillato nuovamente il suo cuore dentro una spessa scorza di pietra, oppure, avrebbe risvegliato ancor di più i sentimenti umani che il diavolo aveva cancellato.

Volendo essere precisi, questa storia era già in moto quando Alexander entrò a farne parte, due parti su tre erano già entrate in gioco. Un violento assassino era già stato tradito ed era già stato posseduto da un diavolo, questi erano già a quel tempo fatti appartenenti al passato.

Quando Alexander entrò a far parte di questo sadico gioco, si può quasi affermare che si trattasse solo del capitolo conclusivo della genesi. L'ultimo atto sul come nacque un guerriero che non avrebbe mai più smesso di combattere.

Rubinia piangeva, non che dal suo freddo metallo fuoriuscisse la benché minima traccia di liquido, ma dentro, uno spirito, un'anima per dirla in parole più comuni, versava lacrime senza sosta.

Quello che provava era uno sciame di emozioni: aveva paura di aver condannato il suo compagno alle atroci sofferenze inferte dal giogo di un diavolo, era distrutta dall'aver finalmente rincontrato la sua stella e non averla neppure potuta toccare, era affranta dallo stato d'animo di Alexander ed era furiosa per il non avere sufficiente potere da spazzare via tutti i colpevoli, che in quel momento la circondavano ad una distanza di appena qualche metro.

Pregava, già, quell'essere che nessuno avrebbe potuto scambiare per umano, pregava come un umano, supplicava Dio di concedere la sua grazia al suo compagno, di allungare una mano per disperdere le tenebre che ne avevano imprigionato lo spirito.

2

Alexander vagò, correva in un infinito corridoio costellato di porte. Ognuna di esse un ricordo, alcuni belli, molti brutti, era difficile scegliere quale aprire.

Ogni porta era contrassegnata da una, due o tre lettere, le quali erano sempre A, E o M. Ogni volta volta che con la mente si avvicinava ad una di quelle porte contrassegnate dalla lettera M, provava paura, sentiva come una tenaglia che gli afferrava le tempie e cominciava a stringere.

Nella testa però gli ronzava qualcosa, più che un ricordo era una sensazione, un odore, un sapore, il calore di un abbraccio, non poté fare a meno di voltarsi ad osservare una porta: sapeva che dietro quella vi era un passato remoto, dove quelle sensazioni erano state realtà.

Era contrassegnata unicamente dalla lettera A.

Esitò a lungo, Rubinia gli aveva indicato quella via, ma intraprenderla avrebbe significato rivivere anche uno dei momenti peggiori della sua esistenza.

Infine ripensò alla promessa, quella promessa chiamata “fiducia”, una parola importante in quella situazione, doveva avere fiducia nella sua compagna, se quello era stato il suo modo di sostenerlo lo avrebbe accettato.

Aprì la porta.

3

Il vecchio uomo credeva di aver dimenticato quel tramonto estivo, sotto un ciliegio secolare, con un cappello da contadino pieno di deliziose ciliegie mature al punto giusto.

Non pensava che in qualche angolo della sua mente ancora si celasse il ricordo di quella ragazza seduta accanto a lui, una dolce rosa dai capelli biondo scuro, gli occhi nocciola e delle bellissime labbra carnose, che lo avevano ammagliato.

Non la ragazza più bella del mondo, forse neppure la ragazza più bella del villaggio, ma sicuramente l'unica che aveva saputo svegliare la primavera del suo cuore.

In quella calda sera osservava quelle labbra mentre assaporavano ancora una ciliegia e si domandava dove trovare il coraggio per strappar loro un bacio.

Per far scorrere gli occhi sui giovani seni, piccoli ma invitanti, o magari ancora più giù, verso i fianchi rotondi, ci sarebbe stato tempo, tutta una vita forse, quel giorno si sarebbe accontentato anche di un solo bacio. Sapeva che per quanto fugace, quell'unico bacio nel suo cuore sarebbe durato un'eternità.

A quel tempo aveva diciassette anni compiuti da poco e lei si chiamava, si chiamava Jasmine, la dolce piccola Jasmine.

Alexander e Jasmine erano una faccenda che si trascinava da un pezzo sotto gli occhi inteneriti di un po' tutta Zaradel. Il villaggio seguiva appassionato quella storia che aspettava di sbocciare, un po' tutti cercavano di ficcare il naso e di spronarli finalmente a dichiararsi i loro sentimenti.

Così quel pomeriggio il ragazzo aveva preso coraggio, aveva trascinato la ragazza fino al ciliegio in cima alla collinetta appena oltre la cappella e si era arrampicato per fare scorta di frutta.

I due ridevano e scherzavano, avevano sempre qualcosa da raccontarsi, in comune avevano la costosa passione per la lettura ed era stato lo stesso Alexander molti anni prima ad insegnarle a leggere.

Da quel momento erano divenuti inseparabili, ogni fine estate al mercato errante Alexander comprava uno o due libri nuovi, la sua poteva essere considerata una famiglia benestante e dopo averli letti li passava a Jasmine, sempre entusiasta all'idea di immergersi in una nuova lettura. Detto un po' più sottovoce, il vero entusiasmo era dato dalla possibilità di potersi incontrare con Alexander e poter passare del tempo con lui.

I due non si davano neppure un anno, lui non era nato a Zaradel, la notte in cui arrivò aveva appena otto mesi e due giorni dopo il villaggio era in festa per la nascita della piccola Jasmine.

In quel momento, l'ancora giovane Alexander, pensava a tutte le poesie e i romantici racconti che aveva letto, in cerca della giusta frase per rompere quel muro d'imbarazzo che si era venuto a creare. Entrambi sapevano perché erano lì, ma nessuno dei due aveva il coraggio di fare la prima mossa.

Ogni tanto si lanciavano un fugace sguardo e se capitava che i loro occhi si incrociassero, arrossivano, distoglievano subito lo sguardo, balbettavano qualcosa e allungavano una mano verso il cappello per prendere un'altra ciliegia.

Quando il sole ormai stava morendo all'orizzonte, il cappello si era svuotato ed Alexander raccolse l'ultimo frutto, lo guardò a lungo e lo porse alla ragazza.

Fu la prima volta quel giorno che riuscirono a guardarsi negli occhi per più di un secondo ed era evidente ciò che si volevano dire, ma a chi toccava prendere le redini della situazione?

Persi l'uno negli occhi dell'altro, smisero di scambiarsi anche quelle poche parole imbarazzate con cui erano riusciti a trascinare quel loro incontro fino a quel momento. Entrambi sorrisero e arrossirono, sentivano i cuori palpitare, risuonando fin dentro le orecchie, il calore divampava lungo il collo. Lei allungò la mano per spostare i lunghi capelli del ragazzo che in quel momento non le permettevano di godere a pieno della bellezza del suo volto.

Quel gesto si trasformò in una sorta di carezza, che fece tremare Alexander con un brivido lungo la schiena e la ragazza ridacchiò divertita.

«Mi hai passato molti libri in cui si parla di momenti come questi, credo tocchi a te dire una frase dolce.» Jasmine aveva preso coraggio, ma subito il suo viso si fece ancor più rosso.

Si maledì per aver parlato troppo, in quel modo poteva sembrare che lei fosse troppo sicura di sé, magari lui avrebbe potuto prenderla a male.

Il cuore le stava esplodendo, non ce la faceva ad aspettare una risposta, aveva troppa paura di aver detto qualcosa di sbagliato, di non aver fatto la cosa giusta nel prendere in mano la situazione, magari lo aveva offeso togliendogli l'occasione di fare l'uomo...

«Lo so, ma è tutto il pomeriggio che la cerco, ma tutte mi sembrano troppo banali o sdolcinate. Non sono mai stato bravo in queste cose, le frasi ad effetto non sono il mio forte. Se ti dicessi che sei bellissima, potrebbe essere un buon inizio?»

Alexander aveva risposto in evidente imbarazzo, cercando di superare quella situazione con una frase che sembrava pensata e razionale.

Jasmine dentro di sé aveva una banda in festa, fuochi d'artificio e tutto il resto, ma cercò di mantenere una parvenza di calma.

«Certo, ma dovresti dirlo in modo più convinto, non credi?»

«Jasmine sei bellissima!» Ripeté lui in tono quasi teatrale, facendolo sembrare ancor più finto della prima volta. Lei a quel punto gli si gettò addosso abbracciandolo e ridendo di gusto.

«Va benissimo, magari in futuro ti verrà meglio. - Poi continuò quasi sussurrandogli all'orecchio - Ti voglio bene, anzi no, ti amo, ti amo alla follia Alexander.»

«Anch'io.» Fu l'unica risposta che lui riuscì a pensare.

L'abbraccio durò ancora a lungo e quando alla fine si slegarono, quando tutto sembrava finalmente finito e fosse tempo di tornare a casa, si guardarono nuovamente negli occhi, si abbracciarono di nuovo e questa volta si baciarono.

Le due labbra si incontrarono una prima volta, poi si allontanarono qualche istante per studiarsi, come per avere conferma che la cosa era piaciuta a entrambe le parti e poi di unirono nuovamente.

Alexander non avrebbe mai dimenticato l'odore della sua pelle che si mescolava a quello dell'erba, dei fiori, del legno degli alberi e poi quel sapore di ciliegia che lo avrebbe per sempre accompagnato in ogni suo sogno amoroso.

Si baciarono ancora e ancora e quando alla fine non ce la fecero più, tornarono a casa, ma prima di separarsi, si baciarono di sfuggita ancora una volta.

Molti curiosarono dalle finestre delle proprie case e sorrisero nel vedere che finalmente era nata quella nuova coppia, che da troppo tempo si inseguiva.

4

Alexander viveva al limitare del villaggio con sua madre e un uomo di nome Nicodemus che gli faceva da mentore.

Non aveva mai conosciuto suo padre, da quello che gli avevano raccontato era stato proprio lui a farli fuggire lì per evitare la guerra e permettere al proprio figlio di crescere al sicuro.

Sedici anni prima Zaradel rappresentava uno dei villaggi della campagna della corte di Garren, al tempo la famiglia Tarey era molto conosciuta, Ser Justin Tarey era uno dei consiglieri della corona, una carica che conferiva immenso prestigio.

Se si stesse narrando la storia di Artù e dei cavalieri della tavola rotonda, Justin, il padre di Alexander, poteva senz'altro essere considerato uno dei valorosi cavalieri che sedevano a quell'eroica tavolata.

In quegli anni però le cose andavano a rotoli con una certa regolarità e quando Garren scese in guerra, Justin si rivolse ad un suo vecchio compagno d'arme.

Lo implorò di prendere la sua famiglia e fuggire dal castello, cercando di vivere nell'anonimato durante i tempi della guerra: lui li avrebbe raggiunti a conflitto terminato.

Nicodemus a quel tempo era già vecchio, nessuno avrebbe obiettato se avesse deciso di ritirarsi dalla vita militare e così fu.

Prese l'appena nato Alexander, la disperata Eveline e fuggì nel più remoto paese del regno, con un sacco d'oro nascosto nel doppio fondo di bagagli e la speranza di rivedere presto il suo amico.

Ser Justin Tarey in quei sedici anni non aveva mai cercato la sua famiglia e questo lasciava pensare che non lo avrebbe mai più fatto.

Nicodemus, quando Garren cadde, partì per alcuni mesi alla ricerca del suo vecchio compagno, ma non lo trovò, probabilmente era morto difendendo la corona e fu quello che decise di raccontare al crescente Alxander, in modo da inculcargli ancor meglio i valori di onore, fedeltà e giustizia.

Il villaggio di Zaradel aveva accettato di buon grado quella famiglia di profughi, molti anni prima Ser Justin era stato un eroe di quelle terre respingendo dei mostruosi assalitori che terrorizzavano le notti del villaggio.

Tutti sapevano del grande segreto della famiglia Tarey, tutti sapevano che il bambino che cresceva sano e forte aveva sangue nobile nelle vene, ma anche quando gli uomini del regno invasore vennero a cercare ulteriori superstiti, che in un vicino futuro potessero rivoltarsi al nuovo regnante, non dissero nulla.

A quei forestieri offrirono un caldo pasto e il mattino seguente indicarono loro la via più breve per il successivo villaggio.

Nicodemus cresceva Alexander secondo i dogmi cavallereschi, gli stava dando un istruzione da nobile, gli insegnava a combattere e raramente gli lasciava il tempo di comportarsi come tutti gli altri ragazzini del villaggio.

Fu forse per questo motivo, che il futuro guerriero suscitò subito la curiosità di Jasmine, la quale era terribilmente attratta da quel ragazzo che non riusciva facilmente a socializzare con i suoi coetanei e spesso si isolava a leggere qualche libro.

A sua memoria, l'unica volta che lo vide reagire fu per Timmy, il figlio dell'allevatore di maiali, spesso veniva preso di mira per il suo aspetto paffuto e per i generosi panini che si portava per merenda quando lavorava nei campi.

Tutti erano un po' invidiosi, ma era la fortuna di chi aveva un padre che preferiva incassare qualche soldo in meno e tenere un po' più di buona carne e insaccati a casa.

Alexander non veniva spesso a lavorare nei campi, i suoi impegni con Nicodemus non glielo permettevano, ma quel giorno era lì a fare la sua parte, con la sua bella vanga, lavorava come tutti e senza tirarsi indietro, sempre in disparte, sempre in silenzio e sempre da solo.

All'ora di merenda Timmy venne messo alle strette da un paio di suoi coetanei, una scena banale, nella quale nessun adulto intervenne solo perché successe troppo in fretta e nessuno si era reso conto di cosa fosse accaduto.

Timmy ben si guardava dal passare per lo spione della compagnia e quindi subiva spesso in silenzio ed anche quella volta accettò il torto subito.

Alexander, che in quel periodo aveva cominciato a frequentare Jasmine cercando di insegnarle a leggere ogni volta che avevano un attimo libero, si alzò passandole il libro.

Con la stessa velocità con cui era avvenuto il furto, avvenne anche il recupero, Alexander fece lo sgambetto al bulletto di turno e prese il grosso panino ridandolo al legittimo proprietario.

La scena appena successiva fu molto diversa da quello che ci si potrebbe immaginare. Il futuro guerriero, che in futuro non avrebbe avuto eguali tra i viventi, le prese di santa ragione.

Fu Jasmine a chiamare qualcuno che fermasse i due ragazzini che lo stavano pestando a sangue e fu sempre lei a riaccompagnarlo a casa per le medicazioni.

Nicodemus e la madre ovviamente vollero spiegazioni sull'accaduto e quando il ragazzo spiegò tutto, il suo mentore gli chiese sorpreso per quale motivo avesse permesso ai due ragazzi di malmenarlo in quel modo, considerato tutto quello che aveva imparato sul combattimento.

La ragazza rimase sorpresa nello scoprire che Alexander avrebbe potuto fare davvero male ai due, magari ne avrebbe prese parecchie comunque, ma di certo anche loro non ne sarebbero usciti illesi come invece era avvenuto.

Alexander ovviamente sapeva che quella del suo maestro era una domanda a trabocchetto, così sì limitò a dire che non era necessario, Timmy aveva riavuto il suo panino e le sue ferite sarebbero presto guarite.

Nicodemus sorrise compiaciuto, Jasmine per quanto possibile fu ancora più stupita dal modo di ragionare di quel ragazzo e quando furono soli, gli chiese cosa avrebbe fatto se i due ragazzi avessero iniziato a prenderlo di mira.

Lui abbastanza disinteressato le disse che avrebbe deciso sul momento, che probabilmente il suo mentore non avrebbe avuto nulla da ridire se in quel secondo confronto avesse deciso di muovere le mani.

5

Per quasi diciotto anni la vita a Zaradel fu tranquilla per Alexander, quando si scambiò quel bacio con Jasmine era giunto ad un momento della sua vita in cui poteva davvero dirsi uomo ormai.

Era divenuto un bellissimo ragazzo, abile con la spada e molto colto, a corte avrebbe fatto strage tra le giovani dame, ma non ebbe mai questa opportunità e dopo tutto lui aveva Jasmine.

Nonostante fosse stato educato ad essere un nobile, non si comportò mai in modo altezzoso con i suoi compaesani, anzi, si rivelò sempre essere una persona umile, che abbracciava la sua nobiltà con sconvolgente indifferenza. Ciò nonostante nel suo petto batteva un cuore da cavaliere e spesso sognava di seguire le orme del proprio padre, era affascinato dall'idea romantica del cavaliere e avrebbe desiderato con tutto se stesso poter essere un portare di bene e giustizia.

Sicuramente gli sforzi di Nicodemus erano stati ripagati in tutto e per tutto, sotto la scorza di semplice contadino di campagna si nascondeva un vero guerriero pronto a battersi ciò in cui credeva.

Trascorse più di un anno da quell'estate del primo bacio, per essere precisi, l'estate tornò, poi giunse l'autunno ed infine arrivò anche l'inverno: per un villaggio piccolo come Zaradel sicuramente la stagione peggiore di tutte.

In quell'inverno insolitamente mite, appena qualche mese dopo aver festeggiato i diciotto anni, Alexander era di ritorno dalla casa di Jasmine. Non era insolito ormai che la famiglia di lei lo invitasse a cena, ormai era uno di casa e in cuor loro i genitori della ragazza speravano che quella coppia si consolidasse presto con un matrimonio.

Tarey era un buon partito, sicuramente tra tutti i giovani del paese era l'unico che avrebbe potuto allontanare la giovane fanciulla dalla vita contadina e farla sperare in una vita diversa da quella che aveva sempre conosciuto.

Inoltre Jasmine era davvero una bella ragazza, forse dai fianchi un po' generosi, ma sicuramente una tra le più belle donne del villaggio, se non addirittura la più bella e questo era un rischio.

Era già capitato in passato, che qualche sbandato armato fino ai denti, fosse venuto al villaggio e con la scusa di dormire una notte, avesse rovinato la vita di qualche giovane avvenente fanciulla, privandola senza pietà della sua purezza.

Alexander era stato addestrato come un giovane cadetto, Nicodemus per anni aveva curato le giovani truppe del re e se a questo aggiungiamo che in quel ragazzo aveva messo tutto lo zelo possibile, sicuramente le possibilità che Jasmine subisse crudeltà del genere erano ulteriormente diminuite fintanto che rimaneva con lui.

Poi, se la vita fosse stata tanto crudele da programmare una prova del genere, lo sfortunato sarebbe sicuramente stato passato al filo di spada, tutti ormai conoscevano il temperamento del giovane Alexander, il quale dietro un comportamento mite e tranquillo, nascondeva un leone rabbioso, che mai avrebbe permesso che torti del genere venissero fatti alle persone che amava.

Quella sera però le cose erano destinate a cambiare, dopo vent'anni un'antica minaccia si era ripresentata a Zaradel e in quegli anni vi era miseria di ser e cavalieri pronti a battersi per il popolo.

Due decenni prima vi era stato Ser Justin Tarey, aveva respinto la minaccia con i suoi uomini. Chi c'era adesso, chi avrebbe combattuto per il piccolo villaggio di Zaradel?

Nicodemus ormai era un vecchio malfermo, fu una fortuna che il suo fisico avesse retto fino a quando non finì di addestrare Alexander e il giovane nonostante lo spirito indomito, era solo un ragazzo che non aveva mai combattuto sul serio.

Purtroppo, la minaccia che nella notte strisciava alle porte di Zaradel, era una faccenda da esperti, roba per un vero e proprio piccolo drappello di uomini scelti e ormai veterani della battaglia: nel piccolo villaggio non c'era nessuno del genere.

6

Come cani famelici, due bastardi piombarono nella piccola casa al limitare del villaggio.

Lì la famiglia Tarey ormai viveva da quasi diciotto anni, fu una fortuna che il giovane Alexander fosse ancora sulla strada del ritorno e così non dovette assistere a quella scena.

Erano uomini, ma sembravano lupi, queste sarebbero state le parole che per tutta la sua esistenza il giovane avrebbe portato con sé. Avevano fisici esili considerata la loro forza, alle mani non avevano unghie, ma artigli, in bocca non avevano denti, ma zanne.

Sembravano delle caricature di normali esseri umani, dalla pelle lattea, i muscoli sformati, l'atteggiamento folle e occhi spietati che ricordavano quelli di un albino.

Una volta dentro la prima casa del piccolo paesino, si lanciarono sulle uniche due persone presenti, immobilizzandole e azzannandole al collo.

Il sangue cominciò a uscire copioso e quelle due bestie travestite da uomini, sembravano godere di quel sapore ramato, succhiavano e leccavano come se si trattasse di una raffinata leccornia.

Quando Alexander rientrò, i due stavano ancora assaporando i corpi di Nicodemus e della povera Eveline, donna tanto buona quando sfortunata nella vita: aveva visto scomparire suo marito nel momento più felice della vita, quando finalmente avevano un pargolo da allevare, da dama di corte era diventata una contadina ed infine questo.

Il giovane impazzi, a quella vista non si può dire che successe altro, il suo cervello ebbe un tracollo e per lunghissimo tempo non ricordò mai quei fatti. Ebbe sempre la lucidità di ricordare della morte dei suoi familiari, ma era come se si trattasse di una cosa per sentito dire, per lunghissimo tempo non riuscì a ricordare qui corpi straziati e parzialmente divorati.

L'unica parola che pronunciarono all'unisono i due fu «Cibo!» e il giovane, colto probabilmente da un raptus trovò le energie per correre nella sua camera, schivò i due uomini che si comportavano come bestie affamate e riuscì a prendere la spada che aveva sempre usato per allenarsi.

Tremante come una foglia, più per la rabbia che per la paura, puntò la spada verso la porta pronto a caricare i due forestieri, i quali però entrarono, lo guardarono e ridacchiarono tra loro.

«Possiamo ucciderti velocemente o spaccarti ogni osso che hai in corpo e ucciderti comunque. A te la scelta.»

Il ragazzo abbassò la spada, sembrò arrendersi a quel triste destino, impossibile intuire quale irrazionale pensiero passò nel suo cervello confuso, probabilmente morti i suoi familiari pensava fosse giusto andarsene con loro o cose del genere.

I due scoppiarono nuovamente a ridere: «Saggia scelta la tua, non sentirai nulla, promesso!»

«Avanti che aspettate.» Disse Alexander con la voce straziata e prossimo ad un pianto isterico. Tremava e a quel punto si era propensi a pensare che fosse paura, il terrore doveva averlo pietrificato, negli occhi la vista della sua famiglia distrutta, nel cuore la consapevolezza che non avrebbe più rivisto Jasmine.

I due si avvicinarono, uno passò alle spalle del ragazzo e si chinò per azzannarlo al collo.

La reazione del ragazzo fu repentina, alzò nuovamente la spada cercando di mozzare la testa a quel dannato bastardo, l'arma penetrò nelle carni e andò ad incastrarsi tra le ossa del collo di quel tizio.

«Dovete pagare per quello che avete fatto, maledetti!» Alexander urlò la sua rabbia, non si era arreso, aveva solo tentato di giocare la sua unica carta e lì su due piedi sembrò un successo.

Il leone si era destato, lo spirito guerriero che in Alexander riposava da diciotto anni si era svegliato. Fin dalla nascita nessuno era mai riuscito a fargli aprire gli occhi, ma quella sera accadde e se solo il ragazzo avesse avuto più inverni dalla sua parte, probabilmente quegli occhi avrebbero scatenato il terrore nei due assalitori, ma si sa, il destino è traditore e tutto andò per il peggio.

Il forestiero con la spada piantata nel collo si alzò e dimenandosi gettò schizzi di sangue ovunque.

Il suo compare scoppiò a ridere: «Sembra che il ragazzo abbia fegato da vendere, dai non fare il cretino, levati quella roba di dosso.»

Il giovane sbarrò gli occhi, non erano uomini, aveva reciso tutto quello che c'era di molle nel collo di quel tizio, come faceva a reggersi ancora in piedi e soprattutto come aveva fatto a levarsi la spada con tanta naturalezza?

In pochi istanti la ferita si rimarginò, Alexander stava guardando tutto con orrore, ad occhi sbarrati rigettava con la mente ciò che stava vedendo, la testa si muoveva come per dire “No, no, non è possibile, no...”

Si afferrò la testa, sembrava stesse cercando di aiutare il cranio a contenere il cervello che voleva esplodere, aveva cominciato ad urlare il suo raccapriccio, non pronunciava parole parole urlava e basta, quando il fiato finiva vi era un istante di pausa e poi ricominciava.

“Perché non lo uccidono, perché sono fermi e ridono di gusto, perché...” Questo si chiedeva con pensieri confusi, era tempo di morire, non voleva continuare a vivere provando quelle sensazioni, infine la sua mente si ruppé.

Smise di urlare, si fermò, iniziò a mormorare qualcosa, sembrava un ragazzo autistico oppure uno che certamente non avrebbe mai più riacquistato la ragione.

«Non ti preoccupare, vista la tua tenacia non morirai - Disse tranquillo il forestiero che fino ad un attimo prima doveva avere la carotide recisa - ti toccherà una sorte bn peggiore della morte. Ma prima...» E pronunciando quelle parole lo azzannò al collo.



Commenti

pubblicato il 17/11/2008 19.09.50
fiordiloto, ha scritto: Bellissimo! Mi sembra che il tuo stile di scrittura stia migliorando moltissimo. Magari è solo una mia impressione comunque complimenti davvero! Continuo a leggerti con passione, nonostante gli impegni, e con sempre maggiore curiosità!

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